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Cronaca

A Luigi Zingaretti, presidente della Regione Lazio che ha parlato di "Atto dovuto per evitare una catastrofe naturale" riferendosi alla scelta di chiudere la fornitura d'acqua dal Lago di Bracciano alla Capitale, ha risposto l'amministratore delegato di Acea Paolo Saccani, intervistato a SkyTg24: “L’atto della Regione è abnorme e illegittimo” ed, sottolinea, è “inutile per la tutela del Lago di Bracciano” perché da questo vengono "prelevati 86mila metri cubi al giorno” ovvero qualcosa che causerebbe al lago "un abbassamento di 1,5 millimetri".

Il Lago, spiega Saccani, "è profondo 160 metri. Non posso nascondere che il lago si sia abbassato di 90 centimetri  rispetto allo scorso anno, ma stiamo attuando delle misure per ridurre la derivazione, interromperla però è un atto irresponsabile”. 

"Sta finendo l'acqua a Roma". Non usa giri di parole il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, parlando a Tgcom24 della crisi idica che sta per abbattersi sulla Capitale. "Purtroppo è una tragedia. Il livello del lago di Bracciano si è abbassato con il rischio di catastrofe ambientale fino a questo evento. Abbiamo tempo 7 giorni per trovare tutte le possibilità al fine di limitare al massimo il disagio per i cittadini, ma è sbagliato chiudere gli occhi. Il problema c'è ed è grave".

Dal 28 luglio stop a prelievi idrici dal lago

Nicola Zingaretti è intervenuto così a proposito dell'atto amministrativo con cui venerdì la Regione Lazio ha deciso che Acea ATO 2 Spa azzeri ogni prelievo della risorsa idrica dal bacino del lago di Bracciano, entro e non oltre le ore 24 del giorno 28 luglio prossimo, per consentire così il ripristino del livello naturale delle acque del lago e della loro qualità. Una scelta scaturita da diversi elementi, a cominciare dal consolidarsi delle condizioni di deperimento del lago e, quindi, per determinare l'avvio di un'azione di salvaguardia relativa agli aspetti ambientali-naturalistici del bacino, con l'obiettivo di recuperare per quanto possibile la sua naturale integrità ecologica. Il decremento negativo del lago è stato dovuto essenzialmente a due fattori: al prelievo per l'approvvigionamento idropotabile e all'evaporazione, particolarmente intensa in relazione alle alte temperature, e aggravata dalla perdurante assenza di precipitazioni nei mesi scorsi.

L'allarme lanciato dai residenti a fine aprile

Zingaretti: "A Bracciano accade l'inimmaginabile"

"Basta andare con una fotocamera a Bracciano per capire che sta accadendo l'inimmaginabile – aggiunge Zingaretti a Tgcom24 -. Far uscire l'acqua dai rubinetti è un diritto ma dobbiamo fare i conti con un problema enorme che è la siccità. Mi piacerebbe invitare qui Donald Trump per fargli capire cosa significa non rispettare gli accordi sul clima". 

Acea: acqua razionata per 1,5 milioni di romani

In un comunicato, nella stessa giornata di venerdì l'Acea ha fatto sapere che "la drastica riduzione dell'afflusso di acqua alla rete idrica della Capitale ci costringerà a mettere in atto una rigida turnazione nella fornitura che riguarderà circa 1.500.000 romani".

Per approfondire: ​Dal 28 luglio mezza città rischia il razionamento dell'acqua

"Acea, comunque, si impegna sin d'ora ad elaborare un piano dettagliato di emergenza che, non appena pronto, sarà messo a disposizione e comunicato capillarmente alla cittadinanza. Il Gruppo altresì tutelerà in ogni sede non solo le proprie ragioni – conclude il comunicato – ma anche gli interessi di tutta la sua utenza".

A volte ritornano…dev'essersi detto il pregiudicato romano 56enne che un anno fa era evaso dagli arresti domiciliari. Perché si é ritrovato davanti lo stesso poliziotto che l'aveva arrestato in un'altra circostanza venti anni fa. L'evaso era per strada, nei pressi di piazza Fiume, a Roma, quando una pattuglia di agenti del commissariato Vescovio ha notato che sembrava avere all'improvviso una particolare "fretta" di allontanarsi dalla zona. Per giunta, uno degli agenti l'aveva riconosciuto a distanza di 20 anni. Di qui il controllo e la scoperta che a carico dell'uomo c'era un ordine di carcerazione emesso dal tribunale di sorveglianza di Roma perché risultava evaso dai domiciliari. Dopo essere stato condotto in commissariato per gli accertamenti di rito, l'uomo è stato trasferito nel carcere di Rebibbia. Dovrà scontare una pena di 5 anni di reclusione per i reati di furto, ricettazione e falso. 

Una forte scossa di terremoto ha fatto tornare la paura tra Abruzzo e Lazio. Il sisma è stato rilevato tredici minuti dopo le 4 del mattino dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e ha avuto magnitudo 4.2 con epicentro tra i Comuni di Campotosto, in Abruzzo, e Amatrice, nel Lazio, ad una profondità di 14 chilometri. La scossa è stata distintamente avvertita anche a L'Aquila e a Rieti, dove alcune persone sono scese in strada per lo spavento. Paura anche ad Amatrice e nei luoghi colpiti dal terremoto del 24 agosto, dove la terra e' tornata a tremare con forza.

 "A seguito dell'evento sismico registrato dall'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) tra le province di L'Aquila e Rieti, alle ore 4.13 con magnitudo 4.2, la Sala Situazione Italia del Dipartimento della Protezione Civile si è messa in contatto con le strutture locali del Sistema nazionale". Lo scrive in una nota il Dipartimento della Protezione Civile. "Dalle verifiche effettuate, l'evento – con epicentro individuato tra i comuni di Campotosto, Capitignano e Amatrice – è risultato avvertito dalla popolazione, ma non sono stati segnalati al momento danni a persone o cose". 

La Regione Lazio decide la sospensione del prelievo dell'acqua dal lago di Bracciano a causa del progressivo impoverimento del lago che ha reso necessario l'avvio di un'azione di salvaguardia degli aspetti ambientali-naturalistici del bacino, con l'obiettivo – scrive Repubblica – di recuperare per quanto possibile la sua naturale integrità ecologica.

Cosa è accaduto

Nel pomeriggio di venerdì il direttore regionale delle risorse idriche ha firmato l'ordinanza con la quale impone ad Acea Ato 2 Spa di azzerare ogni prelievo della risorsa idrica dal bacino del lago di Bracciano, entro e non oltre le ore 24 del giorno 28 luglio prossimo, per consentire il ripristino del livello naturale delle acque del lago e della loro qualità. Acea ato 2 Spa, spiega Repubblica, sarà tenuta a trasmettere alla direzione regionale i dati giornalieri del livello idrometrico del bacino.

La replica di Acea: "Gravi conseguenze"

Immediata e durissima la risposta di Acea che, si legge in un comunicato, "prende atto e si adegua all'ordinanza adottata oggi dalla Regione Lazio circa la sospensione, nell'arco di una settimana, della captazione dal lago di Bracciano. Una decisione unilaterale e illegittima, che comporterà una serie di importanti e gravi conseguenze per i cittadini di Roma".

Come comunica, in una nota, il portavoce di Acea, "la drastica riduzione dell'afflusso di acqua alla rete idrica della Capitale ci costringerà a mettere in atto una rigida turnazione nella fornitura che riguarderà circa 1.500.000 romani. Acea, comunque, si impegna sin d'ora ad elaborare un piano dettagliato di emergenza che, non appena pronto, sarà messo a disposizione e comunicato capillarmente alla cittadinanza. Il Gruppo altresì tutelerà in ogni sede non solo le proprie ragioni – conclude – ma anche gli interessi di tutta la sua utenza".

Acea ha inziato a chiudere i 'nasoni'

Non è il primo atto di questo tipo nella Capitale. Come ricorda La Stampa, da inizio luglio infatti Acea ha iniziato a chiudere i 'nasoni', le fontane in giro per Roma: 30 al giorno nel corso del mese di luglio, controllando l’effetto dell’operazione su tutto il flusso. Anche in questo caso la causa principale è la siccità. 

Sono stati approvati i decreti che introdurranno, in via sperimentale e per due anni, l'obbligo di indicazione dell'origine del riso e del grano per la pasta in etichetta di indicare l'origine in etichetta per pasta e riso. Ecco le novità dei decreti firmati oggi dai ministri Martina e Calenda.

GRANO/PASTA Il decreto grano/pasta in particolare prevede che le confezioni di pasta secca prodotte in Italia dovranno avere obbligatoriamente indicate in etichetta le seguenti diciture:

  1. Paese di coltivazione del grano: nome del Paese nel quale il grano viene coltivato;
  2. Paese di molitura: nome del paese in cui il grano è stato macinato.

Se queste fasi avvengono nel territorio di più Paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi NON UE, Paesi UE E NON UE. Se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l'Italia, si potrà usare la dicitura: "Italia e altri Paesi UE e/o non UE".

RISO Il provvedimento prevede che sull'etichetta del riso devono essere indicati:

  1. Paese di coltivazione del riso
  2. Paese di lavorazione
  3. Paese di confezionamento

Anche per il riso, se queste fasi avvengono nel territorio di più Paesi possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi UE, Paesi NON UE, Paesi UE E NON UE.

Origine visibile in etichetta

Le indicazioni sull'origine dovranno essere apposte in etichetta in un punto evidente e nello stesso campo visivo in modo da essere facilmente riconoscibili, chiaramente leggibili ed indelebili.I provvedimenti prevedono una fase di 180 giorni per l'adeguamento delle aziende a nuovo sistema e lo smaltimento delle etichette e confezioni già prodotte.

L'85% degli italiani chiede trasparenza su grano e pasta

Oltre l'80% degli italiani considera importante conoscere l'origine delle materie prime per questioni legate al rispetto degli standard di sicurezza alimentare, in particolare per la pasta e il riso. Sono questi i dati emersi dalla consultazione pubblica online sulla trasparenza delle informazioni in etichetta dei prodotti agroalimentari, svolta sul sito del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, cui hanno partecipato oltre 26mila cittadini. 

E' morto a Roma Pino Pelosi, l'uomo condannato in via definitiva per l'assassinio di Pier Paolo Pasolini, brutalizzato a morte nella notte tra il primo e 2 novembre del 1975 in un campetto sterrato di Ostia.

Pelosi, che aveva da poco compiuto 59 anni, era malato di tumore ed è morto nella notte al Policlinico Gemelli. Nato a Roma il 22 giugno 1958, era cresciuto nel quartiere Setteville di Guidonia.

Tre cose da sapere su Pino 'la rana' e il giallo della morte di Pasolini

  1. A Setteville di Guidonia era conosciuto come Pelosino per via dell'aspetto imberbe.
  2. Il soprannome di Pino 'la rana' glielo affibbiò la stampa durante il processo Pasolini per gli occhi gonfi
  3. Era noto alla polizia come un ragazzo di vita: viveva di espedienti, piccoli furti e prostituzione maschile.

Il delitto Pasolini 10 tappe

  1. Il 1 novembre 1975 alle 22.30 di fronte alla stazione Termini, Pier Paolo Pasolini invita Pelosi a "fare un giretto".
  2. Alle ore 23 Pasolini porta Pelosi a mangiare alla trattoria Al biondo Tevere
  3. Alle 23.30 i due lasciano la trattoria e vanno a Ostia nei pressi dell'Idroscalo del Lido di Roma in uno sterrato accanto a un campetto di calcio
  4. Alle ore 1.30 del 2 novembre 1975 Pelosi venne fermato sul Lungomare Duilio di Ostia alla guida dell'Alfa di Pasolini, mentre guida contromano a folle velocità 
  5. Inizialmente accusato solo di furto dell'auto, che risulta intestata allo scrittore. 
  6. Pelosi viene trasferito nel carcere minorile di Casal del Marmo, dove al compagno di cella confessa: "Ho ammazzato Pasolini".
  7. Il 5 novembre 1975 Pino Pelosi viene interrogato. Racconta di un duro alterco con Pasolini per una prestazione sessuale non gradita, sfociato in una feroce colluttazione. Pelosi sostiene anche che lo scrittore l'avrebbe colpito per primo con un bastone, e che lui si sarebbe difeso colpendolo a sua volta con una tavola di legno e poi, lasciatolo a terra, sarebbe fuggito.
  8. La morte di Pasolini sarebbe stata involontaria in quanto provocata dal fatto che l'Alfa ha investito il poeta durante la fuga di Pelosi schiacciandogli il torace e rompendogli il cuore. Pelosi sostiene anche che non vi fossero altre persone sul luogo del delitto.
  9. Il 10 dicembre 1975 Pelosi viene rinviato a giudizio al tribunale dei minori per omicidio volontario, furto d'auto e atti osceni in luogo pubblico. Il processo si apre il 2 febbraio 1976 e si concluse il 26 aprile con una conmdanna a 9 anni, 7 mesi e 10 giorni
  10. Al processo di appello nel dicembre 1976 viene assolto dai reati di atti osceni e furto, ma è confermata la condanna di omicidio. La sentenza divenne definitiva in Cassazione il 26 aprile 1979 che confermò la sentenza.[2] Rinchiuso a Civitavecchia, Pelosi il 26 novembre 1982 otterrà la semilibertà e il 18 luglio 1983 la libertà condizionata.

Le cose che non tornano

  • Il 7 maggio 2005 Pelosi afferma in tv di non aver ucciso Pasolini che sarebbe stato massacarto a bastonate e catenate da tre persone, a lui sconosciute, che parlavano con accento siciliano 
  • Nel settembre 2011, nella sua autobiografia, Pelosi racconta di non aver incontrato per la prima volta Pasolini la sera del delitto ma di averlo conosciuto all'inizio dell'estate e di averlo frequentato con una certa assiduità. 
  • Affermò di essere stato minacciato di morte assieme ai suoi genitori da parte di uno degli aggressori, e di aver atteso la loro morte per iniziare a parlare. I due potrebbero essere i fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, criminali comuni di origini siciliane, spacciatori, militanti nell'Msi morti di Aids negli anni novanta. Si erano vantati con un agente di polizia che operava sotto copertura di aver preso parte al massacro, ma davanti al magistrato negarono tutto. 

Pardon, ci siamo sbagliati: a Roma la mafia non esiste. Quella che fino al 2014 ha fatto affari (leciti e 'sporchi') con imprenditori collusi, con amministratori e politici complici, e con dirigenti d'azienda corrotti non era un'associazione di stampo mafioso. L'autorevole certificazione porta la firma dei giudici della decima sezione del tribunale di Roma che in appena tre ore di camera di consiglio hanno smantellato quello che per la Procura, e anche per la Cassazione almeno nella fase dell'emergenza cautelare, era sembrato un dato oggettivo ormai acclarato.

Fino al dicembre di tre anni fa (quando ci sono stati i primi 37 arresti) hanno agito due associazioni per delinquere 'semplici': una che faceva capo all'ex esponente di destra Massimo Carminati, con i suoi più stretti collaboratori Riccardo Brugia, Matteo Calvio e Roberto Lacopo; e un'altra riconducibile sempre agli stessi Brugia e Carminati insieme con il 'ras' delle cooperative Salvatore Buzzi, Claudio Caldarelli, Nadia Cerrito, Paolo Di Ninno, Agostino Gaglianone, Alessandra Garrone, Luca Gramazio, Carlo Maria Guarany, Cristiano Guarnera, Giuseppe Ietto, Franco Panzironi, Carlo Pucci e Fabrizio Franco Testa.

Le condanne, pesantissime

Dunque, niente 416 bis e neppure l'aggravante del metodo mafioso. E niente 'Mafia Capitale', dal nome che mediaticamente era stato attribuito all'operazione dei carabinieri 'Mondo di Mezzo'. E' vero, su 46 imputati, appena cinque sono state le assoluzioni (segno che i singoli episodi delittuosi messi in luce dalla Procura hanno avuto un adeguato riscontro), così come balzano agli occhi le pesantissime condanne inflitte ad alcuni imputati come: 

  • Carminati (20 anni),
  • Buzzi (19 anni),
  • Testa (12 anni),
  • Di Ninno (12 anni),
  • Brugia (11 anni),
  • Gramazio (11 anni)
  • e Panzironi (10 anni), cui il tribunale ha attribuito, a vario titolo, una sequela di episodi corruttivi e di turbativa d'asta.

Ma non c'è dubbio che caduta l'associazione di stampo mafioso questa sentenza rappresenti una batosta terribile per i pubblici ministeri romani, uno schiaffo bruciante. Un verdetto che, secondo alcuni osservatori, rischia di segnare da oggi il punto piu' buio dell' 'era Pignatone', il capo della Procura proveniente da Palermo, con un significativo passaggio a Reggio Calabria, che la mafia (quella che uccide, che pretende il 'pizzo' e che fa attentati) l'ha conosciuta bene e combattuta.

Perché parlare di mafia era esagerato

Proprio l'altro giorno, il 'Corriere della Sera' in un articolo dedicato ai 25 anni dalla morte di Paolo Borsellino riportava l'analisi della lotta alla mafia di Giuseppe Pignatone tratta dalla prefazione alla nuova edizione di 'Codice Provenzano'. Il magistrato ricordava che nella interpretazione della Cassazione, tra gli elementi necessari per integrare il reato di associazione di tipo mafioso non figurano

  • né la necessità di un gran numero di affiliati
  • né una quotidiana manifestazione di atti di violenza,
  • né il controllo quasi militare del territorio.

Questi elementi sono sì sintomatici dell'uso del metodo mafioso ma non ne esauriscono certo il contenuto. Ciò che veramente rileva, è piuttosto la capacità di ricorrere alla violenza per creare assoggettamento, intimidazione e omertà, in vista di fini sia leciti che illeciti unita alla consapevolezza che di tale capacità risulta acquisita in un preciso contesto: un ambiente che non deve necessariamente essere geografico, ma può anche essere sociale. Fin qui le parole di Pignatone. 

Da capire perché la linea della Procura è stata rinnegata

Per molti addetti ai lavori era chiaro il riferimento a 'Mafia Capitale'. In ogni caso, il tribunale non l'ha pensata allo stesso modo e solo dalle motivazioni si comprenderà come mai la linea giurisprudenziale tracciata dalla Procura è stata rinnegata. Al collegio presieduto da Rosanna Ianniello, pronta da domani a guidare il tribunale di Terni, dopo questa massacrante esperienza professionale, le difese, in sede di arringa, chiedevano una sorta di coraggio, cancellando quello che per Procura e carabinieri del Ros era diventato una specie di mantra ("A Roma la mafia c'e'").

No, nella Capitale non c'é questa mafia che, distinta da quelle tradizionali, avrebbe avuto una sua peculiarita' e originalita'. A Roma piuttosto c'era un'associazione criminale che ha messo in piedi una grave e diffusa rete di corruttela cosi' dilagante che è riuscita a inserirsi nei gangli della pubblica amministrazione, toccando esponenti della vecchia politica comunale e regionale, alterando il destino di molti appalti, dai punti verde alle piste ciclabili, per finire al business degli immigrati. Una realtà che Salvatore Buzzi aveva riferito in tantissimi interrogatori resi durante le indagini preliminari: gli inquirenti hanno preferito non credergli ritenendo le sue dichiarazioni prive di riscontro o infondate. Il tribunale, con la sua decisione, ha fatto intendere invece che il 'ras' delle cooperative qualche verita' l'ha saputa raccontare. 

La mafia non esiste. A Roma. Il verdetto di primo grado nel processo Mafia capitale è a due facce, come sottolinea il Corriere della Sera. Crolla infatti l'associazione di stampo mafioso. Così hanno stabilito i giudici della X sezione penale di Roma comminando, al contempo, condanne esenplari ai principali imputati del processo cominciato il 5 novembre del 2015 e terminato il 13 luglio 2017. Oltre 500 gli anni di condanna, ricorda Repubblica, erano stati richiesti dalla pubblica accusa nei confronti dei 46 imputati 22 dei quali accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Le condanne: 20 anni a Carminati, 19 a Buzzi

A conclusione del processo a Mafia Capitale, la decima Corte del tribunale di Roma ha accolto in parte le richieste della Procura, riconoscendo l’ex Nar come capo dell’associazione del cosiddetto 'Mondo di mezzo'.

  • 20 anni a Massimo Carminati, l’ex membro dei Nuclei armati rivoluzionari ritenuto ai vertici della associazione che per anni, secondo la procura romana, avrebbe condizionato le istituzioni capitoline (i magistrati Cascini, Ielo e Tescaroli avevano sollecitato 28 anni di carcere).
  • 19 anni a Salvatore Buzzi, il suo socio, accusato di corruzione e turbativa d’asta con l’aggravante del metodo mafioso
  • 11 anni a Riccardo Brugia, braccio destro di Carminati, accusato di associazione mafiosa a sua volta (la procura ne aveva chiesti 25 e 10 mesi)
  • 11 anni all'ex capogruppo Pdl Luca Gramazio, consigliere regionale tuttora detenuto (l'accusa ne aveva chiesti 19)
  • 11 anni a Fabrizio Testa, ex manager di Enav
  • 10 anni a Franco Panzironi, accusato di corruzione aggravata dall’aver favorito la associazione mafiosa (l'accusa ne chiedeva 21)
  • 6 anni e 6 mesi è la pena inflitta a Luca Odevaine, ex componente del Tavolo di coordinamento nazionale sui migranti del Viminale, 
  • 6 anni a Mirko Coratti, ex presidente del Consiglio comunale di Roma ed esponente del Partito democratico
  • 5 anni a Andrea Tassone, l'ex presidente municipio di Ostia ed esponente del Pd. 
  • Unici assolti: Giovanni Fiscon, Franco Ruggero e Rocco Rotolo.

E' in arrivo il pugno di ferro contro chi usa il cellulare alla guida. Nella riforma del Codice della Strada potrebbe entrare la sospensione della patente già alla prima infrazione e raddoppio delle multe. Significa, come riporta Repubblica, che chi viene "beccato" la prima volta mentre usa il cellulare alla guida incappa in una sanzione che va da 322 a 1,294 euro e per chi viene preso la seconda volta da 644 a 2.588 euro.

Cosa rischia chi usa il cellulare alla guida

  • Prima infrazione
    • multa da 322 a 1.294 euro
    • sospensione della patente da 1 a 3 mesi
    • 5 punti dalla patente
  • Seconda infrazione
    • ​​multa da 644 a 2.558 euro
    • sospensione della patente da 2 a 6 mesi
    • 10 punti dalla patente

La sospensione per la patente poi diventa immediata: da 1 a 3 mesi per chi viene multato la prima volta e in caso di recidiva si arriva da 2 a 6 mesi. Più la decurtazione di 5 punti la prima volta, che diventano poi 10.

Non è ancora legge, ma potrebbe diventarlo

La modifica è stata inserita dalla commissione trasporti della Camera con un ementamento che rende di nuovo più dura la pena per chi guida mentre usa il cellulare.

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