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Cronaca

Hanno presentato per iscritto a Papa Francesco le proprie dimissioni. I 34 vescovi cileni (31 in servizio e 3 emeriti) cercano di riparare allo scandalo pedofilia che ha travolto il Paese sudamericano. Ora sarà il Pontefice a decidere (ha già annunciato rimozioni). È un vero e proprio terremoto per la Chiesa cilena. Il mea culpa dei vescovi e l'ovvio passo indietro – anche se non risulta che in passato sia mai accaduta una cosa del genere – arriva al termine del vertice straordinario a porte chiuse voluto in Vaticano da Papa Francesco.

In una dichiarazione letta ai giornalisti da monsignor Fernando Ramos, segretario generale della Conferenza episcopale cilena e da monsignor Juan Ignacio Gonzales, vescovo di San Bernardo, i presuli chiedono "perdono per il dolore causato alle vittime, al Papa, al popolo di Dio" e al Cile per "i gravi errori e omissioni" da loro commessi. I vescovi ringraziano anche le vittime "per la loro perseveranza e il loro coraggio nonostante le enormi difficoltà personali, spirituali, sociali e famigliari che hanno dovuto affrontare unite spesso alle incomprensioni e agli attacchi della stessa comunità ecclesiale".

"Ancora una volta – scrivono – imploriamo il loro perdono e aiuto per continuare ad avanzare sul cammino della guarigione per cicatrizzare le ferite affinchè possano rimarginarsi".

Infine, i vescovi sottolineano il "dialogo onesto" nei giorni del vertice in Vaticano, che rappresenta "una pietra miliare di un profondo cammino di cambiamento guidato da Papa Francesco". Lo scandalo che ha devastato la credibilità della Chiesa cilena parte dalla figura carismatica del sacerdote Fernando Karadima, oggi ultra ottantenne, responsabile della parrocchia El Bosque di Santiago, condannato nel 2011 dalla Congregazione vaticana per la Dottrina della Fede per abusi sessuali sui minori. Alcune vittime di Karadima però accusano il clero di aver coperto e insabbiato gli abusi per anni. Puntano il dito contro monsignor Juan Barros, nominato vescovo da Papa Francesco e uno dei più stretti collaboratori di Karadima.

E anche il Pontefice viene contestato durante la sua visita in Cile, soprattutto dopo che difende Barros, affermando che occorrono "prove" o "evidenze" per accusare qualcuno. Ma di ritorno dal paese sudamericano, Francesco cambia idea e invia sul posto Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e presidente del Collegio per l'esame di ricorsi in materia di delicta graviora alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, per ascoltare le vittime e raccogliere un dossier sulla dolorosa vicenda.

Dopo il report di monsignor Scicluna (2.300 pagine in cui sono raccolte 64 testimonianze) Bergoglio chiede scusa alle vittime e in una lettera ai vescovi cileni riconosce i "gravi errori di valutazione e percezione". Non solo: invita in Vaticano, a Casa Santa Marta, a fine aprile, tre vittime di Karadima (Josè Andres Murillo, Juan Carlos Cruz e James Hamilton) per chiedere loro perdono.

Nello scandalo sono coinvolti anche altri tre vescovi e due cardinali cileni, l'arcivescovo di Santiago Riccardo Ezzati Andrello e il suo predecessore Francisco Javier Errazuriz Ossa, nominato nel Consiglio dei Cardinali, il cosiddetto "C9" che aiuta Francesco nella riforma della Curia romana. E proprio il cardinale Errazuriz Ossa è accusato di essere uno dei responsabili della "mancanza di informazione veritiera ed equilibrata" denunciata dal Papa.

Nella missiva inoltre il pontefice chiama in Vaticano i vescovi cileni per collaborare "nel discernimento delle misure che nel breve, medio e lungo termine – scriveva – dovranno essere adottate per ristabilire la comunione ecclesiale in Cile, con l'obiettivo di riparare il più possibile lo scandalo e ripristinare la giustizia". Il telegiornale della televisione cilena Antena 13, T13, oggi pubblica la meditazione riservata che il Papa aveva consegnato martedì sera ai vescovi.

Dieci pagine, nelle quali il Pontefice parla di "gravi indizi" e critica il modo in cui sono state condotte le indagini sugli abusi: le denunce ricevute "sono state qualificate come inverosimili", le inchieste "non sono state realizzate e si sono verificate negligenze nella protezione dei bambini" da parte dei vescovi e dei superiori religiosi.

C'è stata anche la "distruzione dei documenti", denuncia il Papa e pressioni su coloro che dovevano fare i processi. Inoltre si sottolinea che alcuni religiosi, espulsi dai loro rispettivi ordini per gli abusi commessi, sono stati accolti da altre diocesi e hanno ricevuto incarichi che li hanno portati a contatto con bambini e ragazzi e vescovi e superiori religiosi hanno affidato la guida dei seminari a sacerdoti sospettati di praticare l'omosessualità. Il problema, scrive il Papa, non si risolve "solo con la rimozione di persone, che pure bisogna fare", ma "non è sufficiente".

Occorre "andare alla radice" di una crisi "di sistema". Nel documento Bergoglio sottolinea che la Chiesa cilena "è stata assorbita in modo tale che le conseguenze di tutto questo processo hanno avuto un prezzo molto alto: il suo peccato è diventato il centro dell'attenzione. La dolorosa e vergognosa constatazione di abusi sessuali su minori, abusi di potere e coscienza da parte dei ministri della Chiesa, così come il modo in cui sono state affrontate queste situazioni, mostra questo cambiamento di centro". "Mai – continua il Papa – un individuo o un gruppo illuminato può pretendere di essere la totalità del Popolo di Dio e ancor meno credere di essere la voce autentica della sua interpretazione".

E ora le dimissioni "in blocco" dei vescovi. La prossima settimana si aspettano le decisioni di Francesco. Su Twitter le vittime di Karadima hanno commentato la scelta dei vescovi. "Per dignità, giustizia e verità: lasciano tutti i vescovi. Delinquenti. Non hanno saputo proteggere i più deboli, li hanno esposti agli abusi e invece hanno impedito la giustizia. Per questo, meritano semplicemente di andarsene", ha scritto Josè Andres Murillo. "I vescovi cileni hanno rinunciato TUTTI. È inedito ed è un bene. Questo cambia le cose per sempre", ha scritto invece Juan Carlos Cruz. 

Portare il figlio piccolo al nido, poi andare di corsa al lavoro, parcheggiare, chiudere l'auto e tuffarsi nella routine quotidiana. Solo che c'è stato un piccolo, orribile buco nero: il bimbo non è stato portato a scuola, è ancora in auto, legato al seggiolino. Il dramma dei bambini dimenticati in macchina, spesso con esiti mortali come il caso nel Pisano, non è certo attribuibile a mancanza di amore o trascuratezza: chi vive un'esperienza così atroce parla di un vero e proprio black-out, da cui ci si riprende solo al momento dell'agghiacciante scoperta.

Gli esperti lo definiscono amnesia dissociativa: una sorta di vuoto di memoria transitorio che porta a una sconnessione delle funzioni della coscienza dalla memoria; un'amnesia temporanea che porta a dimenticare totalmente un pezzo di esistenza, di vita e di tempo per un dato lasso temporale. Generalmente può essere scatenato da momenti di intenso stress, traumi o situazioni di particolare tensione e stanchezza fisica e mentale. L'amnesia dissociativa, avvisano gli esperti, può infatti capitare a chiunque ed è bene conoscerne caratteristiche, sintomi e possibili strategie preventive per evitare di arrivare a livelli ingestibili di stress.

I numeri, seppur parziali, parlano chiaro: si stima che nel mondo in 20 anni siano stati almeno 600 i bambini chiusi in auto e morti per colpo di calore. Lo sa bene Andrea Albanese, che ha perso così il figlio di due anni ed ha aperto la pagina Facebook 'Mai più morti come Luca', battendosi per varare una legge sugli allarmi collegati ai seggiolini: dei sensori appositi sarebbero infatti in grado di rilevare la presenza del piccolo sul seggiolone una volta spento il motore della macchina, e fare scattare un immediato allarme in grado di avvisare il genitore. Lui fu assolto da una perizia che lo definì "completamente incapace d'intendere e di volere per il verificarsi di una transitoria amnesia dissociativa".

I segnali da non sottovalutare

Ma come si arriva al punto di dimenticarsi il proprio figlio in macchina? I segnali sono svariati: intenso stress, stanchezza fisica e mentale, difficoltà a concentrarsi e a ricordare le cose, difficoltà a dormire, irritabilità, tendenza ad "agire in automatico". Se ci si sente così, è bene consultare un medico. E intanto prendere dei piccoli accorgimenti che potrebbero fare la differenza: parlare con il bimbo durante il tragitto, per esempio, per tenere sempre a mente quando si sta con lui e quando lo si è salutato. Chiamare il coniuge, o il nonno, o chiunque sia deputato a portare il bambino a scuola, per ricordarsi a vicenda del bimbo. Lasciare qualche oggetto indispensabile (un portafoglio, le chiavi) vicino al seggiolino. E guardare sempre l'auto prima di allontanarsi.

Al principio fu un’agenda, un librettino con la copertina nera sequestrato a casa di un camorrista napoletano, Giuseppe Puca, noto come 'o giappone. Una serie di fogli vergati a penna con grafia confusa, nella quale compariva un nome e un numero di telefono. Non l'unico nome di spicco di quel maxi blitz che alle prime luci dell'alba del 17 giugno 1983 segnò una svolta nella storia della Giustizia italiana, con 856 arresti in 33 province da Bolzano a Palermo. Ma quello di Enzo Tortora, di cui oggi ricorrono i 30 anni dalla morte dopo una malattia devastante, era senza dubbio il nome più popolare, tanto che il suo calvario giudiziario divise l'Italia della politica, dello spettacolo e del giornalismo.

Trovata l’agenda, l’Italia si divide

Innocentisti e colpevolisti, con nomi illustri schierati dall'una e dall'altra parte, da quello di Camilla Cederna, sicura che si trattasse di un arresto eccellente, a quelli più prudenti di Enzo Biagi e Indro Montanelli, che, dopo un'iniziale tentennamento, presero posizione nettamente a favore del giornalista, autore e conduttore televisivo. In aiuto del quale intervenne con una campagna mediatica con pochi precedenti il partito radicale di Marco Pannella.

Tortora, sembrava essere scritto su quella agenda, accanto a un recapito telefonico che però ad un controllo risulta subito essere quello della di una sartoria e non quello di una abitazione o luogo di lavoro del presentatore di Portobello.

La gogna delle manette in tv

È proprio la trasmissione più seguita d'Italia è stata in qualche modo il fulcro di un caso clamoroso di errore giudiziario cominciato quando il giudice istruttore Giorgio Fontana firma gli arresti, contestando a Enzo Tortora i reati di associazione a delinquere di stampo camorristico e traffico di droga. Sono le 4 del mattino quando i carabinieri portano in carcere il presentatore, esibendo a favore di telecamere l'uomo ammanettato.

Le false accuse della Nuova Camorra Organizzata

Tortora già il pomeriggio precedente era stato raggiunto da una serie di telefonate di colleghi che avevano approfittato di una fuga di notizie e che gli facevano strane domande. Contro di lui parla innanzitutto Pasquale Barra, già detenuto nel carcere di Pianosa, sicario di camorra che morirà nel 2015 e rimarrà negli annali della criminalità italiana come colui che ha ucciso il boss Francis Turatello in carcere con 40 coltellate. Ma anche Giovanni Pandico, il 'segretario' del boss della Nco Raffaele Cutolo, e poi Giovanni Melluso detto Gianni il bello, quest'ultimo pronto a verbalizzare solo qualche mese dopo l'arresto di Tortora.

Sette mesi di carcere

Complessivamente, in quei movimentati sette mesi passati da Tortora in carcere e poi durante gli anni dei tre gradi di giudizio del processo, saranno 19 le persone che diranno di averlo visto spacciare droga, tra le quali il pittore Giuseppe Margutti, già con precedenti per truffa e calunnia, e la moglie Rosalba Castellini, che raccontano agli inquirenti di averlo visto cedere sostanze stupefacenti già negli studi di Antenna Tre.

Condannato in primo grado, poi l’assoluzione

L'assoluzione, dopo una condanna in primo grado a 10 anni di carcere, in Corte d'Appello, arriverà con formula piena il 15 settembre 1986 e poi il sigillo della Cassazione il 1987. Il 15 maggio di un anno dopo Tortora muore. Muore senza sentire le scuse di Gianni Melluso, che le porgerà alle figlie in una intervista rilasciata all'Espresso nel 2010. Ma scuse non arriveranno da nessuno dei magistrati che contribuirono a quella incriminazione e carcerazione ingiusta.

Non tutti chiedono scusa

"Con gli elementi a nostra disposizione, non potevamo fare altrimenti. L’arresto era obbligatorio, non esistevano i domiciliari. La famosa telefonata al numero dell’agendina di Puca, come è scritto negli atti, fu fatta subito e rispose una sartoria. C’erano, in quel momento, altri elementi d’accusa. Vanno sempre rispettati sentenze e processi. Da pm, ho solo fatto il mio lavoro in onestà e buona fede", disse a Repubblica nel 2015 Felice Di Persia, insieme a Lucio Di Pietro pm nell'inchiesta Tortora. Che del processo mai aveva parlato prima perché "assistevo a strumentalizzazioni, spesso in cattiva fede, e disinformazione giudiziaria. Ho atteso l’assoluzione piena del Csm, che riconobbe l’onestà e la limpidezza professionale del nostro lavoro". Quell'istruttoria comunque "fu importante nella lotta alla camorra, in anni di tremenda emergenza criminale".

Solo ora un altro dei magistrati che accusarono il presentatore, Diego Marmo, ha ammesso di aver avuto torto e ha chiesto scusa.  

Il centrino del camorrista detenuto

Eppure una perizia grafica aveva mostrato che quel nome sull' agendina di Puca era Tortona e non Tortora, un indizio che insieme al fatto che il numero telefonico corrispondeva a quello di una sartoria avrebbe dovuto mettere sull'avviso gli inquirenti. E poi c'era la faccenda dei centrini, quei centrini inviati da Pandico e altri detenuti a Pianosa alla redazione di Portobello perché fossero messi all'asta, per raggranellare denaro.

Nel caos della redazione, i centrini si persero e Tortora, venuto a conoscenza del problema, invio a Pandico una lettera di scuse e ottocentomila lire al risarcimento. 

Sempre secondo la ricostruzione corrente di quel caso, Pandico sviluppò una forma di odio persecutorio nei confronti del presentatore e diede il via alla stura di dichiarazioni di pentiti che lo incastravano.

“Lui però era antipatico”

Proprio quelle dichiarazioni che Michele Morello, il giudice che ha riabilitato Tortora e permesso la sua assoluzione, ha passato ai raggi-x. Il suo racconto dell'inchiesta viene da una intervista a 'La storia siamo noi' trasmissione Rai. "Per capire bene come era andata la faccenda, ricostruimmo il processo in ordine cronologico – spiega – partimmo dalla prima dichiarazione fino all'ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po' sospetta. In base a ciò che aveva detto quello di prima, si accodava poi la dichiarazione dell'altro, che stava insieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti. Di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell'imputato. Anche i giudici, del resto, soffrono di simpatie e antipatie… E Tortora, in aula, fece di tutto per dimostrarsi antipatico, ricusando i giudici napoletani perché non si fidava di loro e concludendo la sua difesa con una frase pungente: 'Io grido: “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi'". 

 

Una bimba di poco meno di un anno di età è morta dopo che è stata lasciata in auto dal padre. È accaduto a San Piero a Grado, nel pisano. La scoperta è avvenuta intorno alle 16. Personale del 118 intervenuto, non ha potuto che constatarne il decesso. A confermare la notizia i carabinieri. Sul posto sono intervenuti anche polizia e vigili del fuoco. L'auto con a bordo la bimba era stata parcheggiata fin dal mattino lungo una strada che costeggia una zona alberata non lontano dallo stabilimento industriale dove l'uomo lavora. La piccola era sistemata sopra un seggiolino montato su un sedile della macchina e con ogni probabilità è morta in seguito alla temperatura elevata provocata dal sole che ha battuto per ore sopra la vettura. Quando i soccorritori l'hanno estratta dall'abitacolo della macchina, la piccola era già deceduta.

Secondo una prima ricostruzione, scrive Repubblica, sarebbe stato un collega di lavoro dell'uomo a notare la bimba nell'auto parcheggiata sotto il sole nel posteggio dello stabilimento. Quando la piccola, che avrebbe compiuto un anno proprio tra qualche giorno, è stata estratta dall'abitacolo, ormai era morta. La macchina è rimasta parcheggiata per ore e il padre potrebbe essersi "dimenticato" della bimba dopo esser andato regolarmente al lavoro. L'uomo, che ora è sotto choc, è un ingegnere ed è attivo da anni nel Pd locale dove ha anche ricoperto l'incarico di segretario di circolo. Vive a Pisa con la famiglia, anche se è originario del Grossetano e la piccola che ha perso la vita era la sua secondogenita.

I precedenti  

Incidenti di questo tipo sono capitati anche negli ultimi anni. Lo ricorda il quotidiano La Stampa: Il più recente nel giugno 2017 a Castelfranco di Sopra, in provincia di Arezzo, a una bambina di 18 mesi che è stata dimenticata in auto dalla madre mentre quest’ultima stava andando al lavoro. Poi nel luglio 2016 un’altra neonata, anche lei di 18 mesi, morta dopo il ricovero all’ospedale Meyer di Firenze per essere stata lasciata diverse ore sul seggiolino dell’auto a Vada (Livorno) dalla propria mamma. Nel 2013 e nel 2015 altri due casi. Il primo a Piacenza, riguardante un bambino di due anni deceduto per una dimenticanza del padre. Il secondo a una neonata di 17 mesi a Vicenza, per via di entrambi i genitori. 

 

Una bimba di poco meno di un anno di età è morta dopo che è stata lasciata in auto dal padre. È accaduto a San Piero a Grado, nel pisano. La scoperta è avvenuta intorno alle 16. Personale del 118 intervenuto, non ha potuto che constatarne il decesso. A confermare la notizia i carabinieri. Sul posto sono intervenuti anche polizia e vigili del fuoco. L'auto con a bordo la bimba era stata parcheggiata fin dal mattino lungo una strada che costeggia una zona alberata non lontano dallo stabilimento industriale dove l'uomo lavora. La piccola era sistemata sopra un seggiolino montato su un sedile della macchina e con ogni probabilità è morta in seguito alla temperatura elevata provocata dal sole che ha battuto per ore sopra la vettura. Quando i soccorritori l'hanno estratta dall'abitacolo della macchina, la piccola era già deceduta.

Si chiama "ConvenzionIstituzioni.it" ed è la prima piattaforma sconti dedicata agli operatori di Giustizia. Fino a tremila euro di risparmio all’anno, sconti al 50% in oltre 8000 attività per circa 500mila esponenti delle Forze Armate e di polizia e le loro famiglie, è il risultato degli accordi stretti dai Ministeri della Difesa e della Giustizia con ConvenzionIstituzioni.it. 

Il personale di Esercito Italiano, Marina Militare, Aeronautica, Carabinieri, Guardia di Finanza, Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e polizia di Stato, sia in servizio che in pensione, può registrarsi gratuitamente sul portale della startup ConvenzionIstituzioni.it per usufruire di agevolazioni per tutta la famiglia e sconti fino al 50% presso migliaia di attività in Italia: studi medici e dentistici, studi legali, farmacie, alberghi, ristoranti, palestre, negozi di ogni genere e  altro ancora. 

Aiuto concreto in una fase di crisi

"In una fase che continua ad essere segnata dalla crisi economica – commenta Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di Polizia COISP– il servizio offerto da ConvenzionIstituzioni.it rappresenta un supporto concreto per il bilancio familiare dei membri delle Forze dell’Ordine. I recenti aumenti di stipendio, equivalenti ad un caffè al giorno, non rafforzano in alcun modo il potere di acquisto degli operatori di Giustizia: ecco perché tanti hanno già scelto di approfittare dei vantaggi assicurati da ConvenzionIstituzioni.it. Un sistema veloce, affidabile, efficiente e – naturalmente – conveniente per centinaia di migliaia di persone che indossano quotidianamente la divisa per proteggere i cittadini e garantire l’ordine pubblico".

45 mila carnet scaricati in un anno

In un anno sono stati oltre 45 mila i carnet denominati Cicoupon60 scaricati sulla piattaforma. Ognuno comprende 60 coupon-sconto per le oltre 8.000 attività convenzionate. Ogni sconto è strettamente personale, non cedibile a terzi, e deve essere accompagnato dal tesserino identificativo/badge di appartenenza. "La nostra è una start up in continua crescita – sottolinea Gionatan Ciminiera, amministratore delegato di ConvenzionIstituzioni.it – che si candida a diventare un punto di riferimento in materia di risparmio per tutti i rappresentanti italiani delle Forze Armate e di Polizia. I carnet con gli sconti possono essere acquistati anche da tutti i dipendenti della pubblica amministrazione. Stiamo lavorando per sottoscrivere altri accordi con ministeri e enti pubblici per allargare ulteriormente il numero di beneficiari dei carnet gratuiti".

Dopo i sacchetti anche gli imballaggi, le stoviglie monouso e recipienti usa e getta per alimenti finiscono nel mirino dell'Unione europea nel quadro di una nuova offensiva contro le plastiche inquinanti.

La direttiva sulla riduzione dell’inquinamento da plastica, che la Commissione europea presenterà a fine maggio, prevede anche il costo dello smaltimento a carico del produttore, annunci sopra gli imballaggi sui pericoli dell’inquinamento da plastica e tappi dei contenitori di bevande che rimangono attaccati per non andare dispersi. 

I prodotti al bando

La proposta concentra gli sforzi laddove sono maggiormente necessari, ossia sui principali prodotti in plastica monouso utilizzati nei confini comunitari, gli stessi che oggi costituiscono la parte più consistente dell’inquinamento di mari e coste.

La direttiva comunitaria prevede la messa al bando di piatti e bicchieri in plastica, cotton fioc, posate usa e getta, cannucce, bastoncini per mescolare le bevande e bastoncini dei palloncini gonfiabili. Questi prodotti, secondo Bruxelles, potranno essere sostituiti con altri di materiali diversi dalla plastica.

La Commissione, inoltre – spiega il Corriere della sera – vuole ridurre significativamente entro 6 anni l'utilizzo di recipienti rigidi per alimenti pronti al consumo, con o senza coperchio, e di bicchieri monouso. Gli Stati membri potranno fissare obiettivi di riduzione o imporre che non siano offerti gratis. 

Produttori di plastica responsabili dello smaltimento

La bozza del documento impone poi il principio della responsabilità estesa del produttore per lo smaltimento di una serie di oggetti: contenitori per cibo rigidi o flessibili, contenitori per bevande, bicchieri, sigarette con filtro, assorbenti, salviette umidificate, palloncini, sacchetti di plastica, reti da pesca.

Il produttore, in pratica, dovrà coprire il costo di raccolta, trasporto e trattamento di questi rifiuti. Alcuni prodotti dovranno portare sugli imballaggi informazioni sugli effetti negativi dei rifiuti di plastica, come avviene sulle sigarette: sarà il caso di assorbenti, salviette umidificate e palloncini.

L'85% dei rifiuti sulle spiagge è plastica

Ogni anno gli europei generano 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, ma meno del 30% è raccolta per essere riciclata. Nel mondo – si legge su National Geografic – le materie plastiche rappresentano l'85% dei rifiuti sulle spiagge. Le materie plastiche raggiungono anche i polmoni e le tavole dei cittadini europei, con la presenza nell'aria, nell'acqua e nel cibo di microplastiche i cui effetti sulla salute umana restano sconosciuti. Basandosi sui lavori precedenti della Commissione, la nuova strategia europea sulla plastica intende affrontare la questione in modo diretto.

Plastica anche nella Fossa delle Marianne

Un recente studio sulla presenza di plastica negli oceani – spiega il Post – ha inoltre rivelato che nemmeno i grandi abissi sono immuni all’inquinamento prodotto dall’attività umana. I ricercatori hanno infatti trovato tracce di rifiuti plastici a una profondità di quasi 11mila metri nella fossa delle Marianne.

Una 18enne residente a Verona, ma di origine pakistana è stata portata in patria dal padre per costringerla ad abortire. Secondo quanto riporta il quotidiano L'Arena la ragazza avrebbe mandato dei messaggi disperati ad alcune compagne di classe dell'Istituto professionale Sanmicheli raccontando i fatti.

La giovane, fidanzata con un ragazzo veronese, aveva deciso di tenere il bimbo che sarebbe dovuto nascere a giugno ma la famiglia si è opposta. La Digos si è interessata al caso andando a scuola per raccogliere informazioni mentre la psicologa dell'Ufficio scolastico ha informato il Consolato.  

Ora si teme un nuovo caso Sana 

Il Comune di Verona ha fatto sapere di conoscere bene la situazione della ragazza, seguita all'interno di un percorso antiviolenza dal settembre 2017, ovvero da quando la Questura ha iniziato ad indagare a seguito di un esposto per maltrattamenti e percosse. Otto giorni dopo l'esposto era stata inserita all'interno del progetto "Petra" creato per dare aiuto e difesa alle donne maltrattate che prevede l'accoglienza presso appartamenti segreti e protetti e incontri con psicologi e assistenti.

Qui è stata ospitata fino al 9 gennaio 2018 dopo di che, visto che era maggiorenne e visto che aveva dichiarato di essersi riconciliata con la famiglia, è uscita, continuando però a frequentare gli psicologi che l'avevano seguita fino a quel momento.

Il tutto fino a quanto è partita per il Pakistan, a suo dire per una cerimonia di famiglia. Da quel momento della 19enne si è persa ogni traccia. "Sono in contatto con il fidanzato della ragazza – ha spiegato Stefano Bertacco, assessore al Sociale – a lui ho assicurato che, se riuscisse a far tornare in Italia la giovane, come Comune saremo a disposizione per qualsiasi protezione necessaria". 

 

Romana, classe 1972, Alessandra Delli Poggi è la fundraiser del 2018. Titolo attribuitole dal Festival del Fundraising in corso a Pacengo di Lazise, a due passi da Peschiera del Garda. Merito dell’impegno e della costanza che mette nel suo lavoro di responsabile partnership dell'Airc che l’ha portata nell'ultimo anno a raccogliere 8 milioni di euro. Questo lavoro, Alessandra lo ha scoperto quasi per caso: “Durante gli studi ho lavorato per 5 anni nell’ufficio sinistri di un’agenzia di assicurazioni. Poi l’illuminazione: ho visto la locandina di un master in raccolta fondi e managment del non profit dell’Angelicum di Roma. Addio assicurazioni. È stata la svolta”, ha raccontato al sito Vita.

Dalle assicurazioni al fundraising

Il suo primo impiego nel settore è stato “uno stage di sei mesi presso la Fondazione Telethon. Conclusi i quali mi hanno assunto. Ho avuto la fortuna di incominciare in un momento molto fertile, quando anche Telethon incominciava ad affacciarsi al mondo delle aziende. Ci sono stata dal 1998 al 2010. Sono arriva ad essere la responsabile di tutti i canali di raccolta fondi, esclusa la maratona televisiva. A quei tempi raccoglievamo 20-22 milioni di euro”. Poi il passaggio ad Airc dove oggi coordina l’ufficio (composto da 6 donne) che si occupa dei rapporti con le aziende”.

Per Delli Poggi, la difficoltà più grande è una: “Dove semini cento per raccogliere uno. In particolare se lavori in una realtà come Airc che sostiene la ricerca scientifica. Un tema centrale per il Paese, ma che dà frutti solo nel lungo periodo. Per fare un esempio: non abbiamo pozzi d’acqua da far vedere ai nostri donatori. Quello che facciamo è costruire narrazioni legate al lavoro dei ricercatori finanziati grazie alle nostre borse di studio o inerenti agli esiti della ricerca. Abbiamo però bisogno di partner che capiscano e accettino questa sfida, che però, ripeto, è decisiva per l’intero sistema-Paese”.

Cosa fa esattamente un fundraiser

Chi è? Di cosa si occupa? Quali competenze deve avere? Molti sono ancora gli interrogativi sulla figura del fundraiser. Nell'articolo 1 del Regolamento di ASSIF (l’Associazione italiana fundraiser) è definito come colui che opera in modo professionale ed etico, remunerato o a titolo gratuito, nella definizione e realizzazione delle strategie di comunicazione socialemarketing sociale e raccolta fondi per organizzazioni del non profit. 

Non c’è un solo fundraiser. L’ASSIF ne conta almeno 4:

  1. Fundraiser professionista: è il manager della raccolta fondi; si occupa della pianificazione strategica e coordina l’intera attività di raccolta fondi.
  2. Professionista del fundraising: si occupa della pianificazione (talvolta anche della realizzazione concreta) di aspetti tecnici del fundraising, come il direct marketing, il database dei donatori, ecc..
  3. Operatore del fundraising: si occupa solo della realizzazione concreta della raccolta fondi, all’interno di uno o più settori specifici del fundraising
  4. Consulente di fundraising: come il fundraiser professionista accompagna, anche se dall'esterno, l'organizzazione nella pianificazione strategica dell'attività di fundraising, di alcuni particolari ambiti (corporate, lasciti testamentari ecc.) o di specifici progetti; solitamente non si occupa di operatività

Valerio Melandri e Giorgio Vittadini nel libro "Fundraiser: professionista o missionario?" hanno riassunto 16 mansioni tipiche di un fundraiser italiano:

  1. assiste il personale dell’organizzazione in campo amministrativo e direttivo per tutte le sue attività di fundraising;
  2. crea e gestisce appositi sistemi di archivio per trattare i dati relativi alla partecipazione e all’identificazione dei donatori, nonché alla ricerca di potenziali nuovi donatori e all’impegno profuso dai volontari nei programmi;
  3. svolge funzioni di formazione e supervisione del personale di supporto retribuito e volontario, per quanto riguarda la creazione e il mantenimento dei sistemi di archivio dei donatori;
  4. analizza l’esigenza e l’opportunità di realizzare programmi generali di relazioni pubbliche, in collaborazione con gruppi di supporto formati da personale volontario e retribuito;
  5. suggerisce e implementa programmi per la promozione della mission, degli obiettivi strategici e degli obiettivi operativi dell’organizzazione;
  6. si occupa della messa in atto di gran parte dei programmi di relazioni pubbliche fin dal momento della loro approvazione, con annesse funzioni di coordinamento con consulenti/fornitori di servizi esterni nella creazione di specifici progetti;
  7. di concerto con le commissioni competenti, prepara i contenuti e i materiali necessari per i programmi di fundraising o di relazioni pubbliche, comprese richieste di donazione da rivolgersi a donatori effettivi o potenziali, lettere e kit di ringraziamento ai donatori, lettere di invito alla donazione, ecc.;
  8. effettua ricerche sui dati di potenziali donatori, siano essi persone, imprese o fondazioni, individuati dai consiglieri di amministrazione, dal personale retribuito o volontario, oppure in virtù di donazioni da essi effettuate in passato per altre organizzazioni o per altre attività simili;
  9. si tiene aggiornato sui programmi, sulle pratiche e sulle procedure di fundraising e di relazioni pubbliche utilizzati nel settore non profit ed informa il Consiglio direttivo, i volontari ed altri leader, delle innovazioni che potrebbero rivelarsi di utilità e di interesse per l’organizzazione non profit;
  10. prepara e implementa i piani di azione dettagliati per tutti i programmi di fundraising e di relazioni con la comunità di riferimento, compreso il relativo budget;
  11. lavora con i gruppi di supporto volontari (ad esempio “gli amici di…”) nell’analisi dei programmi di fundraising e nella pianificazione delle attività future;
  12. lavora con il personale retribuito e volontario per garantire che tutti i programmi di fundraising e di relazioni con la comunità di riferimento siano coerenti con la mission, con la filosofia e con i concetti alla base di ciascun programma e servizio;
  13. svolge attività di supervisione sul personale retribuito amministrativo dell’organizzazione non profit;
  14. svolge attività di supervisione sui volontari part-time che svolgono regolarmente mansioni di assistenza nella gestione dell’archivio e funzioni di aggiornamento/manutenzione, più altri volontari che lavorano a particolari progetti di fundraising o di pubbliche relazioni;
  15. svolge la funzione di coordinatore dei volontari, lavorando fianco a fianco con l’organo direttivo e con i gruppi impegnati nel fundraising e nelle relazioni con la comunità di riferimento, per coordinare le attività di promozione dell’organizzazione non profit;
  16. svolge la funzione di portavoce dell’organizzazione non profit e tiene i rapporti con la stampa.

Quali competenze deve avere?

Secondo il sito Digital Coach, il fundraiser deve possedere competenze nel campo della comunicazione e del marketing. Il professionista del fundraising deve avere una buona conoscenza dei mercati e di come reagisce la domanda rispetto ad un certo tipo di offerta. Deve saper analizzare i bilanci e deve poter intervenire a favore della propria struttura. Un’altra competenza fondamentale è la padronanza delle nuove tecnologie di comunicazione. In particolare, i fundraiser deve avere una particolare passione per il web, monitorando la reputazione della propria organizzazione ed entrando in contatto con i donatori. In caso di risorse economiche limitate, deve sfruttare a pieno le potenzialità della rete che permettono di migliorare le performance senza incidere pesantemente sui conti economici.

In Italia il numero delle donne straniere che ha subito una mutilazione genitale oscilla tra 60-80 mila. È la stima di un'indagine, riferita all'anno 2016, condotta dall'Università Bicocca di Milano. In Europa – in base al Rapporto Eige 2012 del Parlamento europeo – si stimano in totale 500 mila donne e ogni anno sono 180 mila le bambine a rischio e 30 milioni nei prossimi 10 anni in tutto il mondo. Numeri allarmanti dei quali si è parlato questa mattina a Roma in occasione di un confronto al Senato tra istituzioni, società civile e imprese.

Il fenomeno, benché illegale, non sembra arrestarsi e consiste nella rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre lesioni agli organi genitali femminili per ragioni non mediche su bambine e ragazze di età inferiore a 15 anni. "La buona notizia – ha sottolineato Patrizia Farina, docente di Demografia all'Università di Milano Bicocca e coordinatrice dell'indagine sulle mutilazioni in Italia – è che nei Paesi dove si praticano le mutilazioni genitali femminili il fenomeno è in diminuzione. Le generazioni più giovani sono meno a rischio di quelle delle madri. La situazione sta quindi cambiando e da ciò si può dedurre che le azioni fatte in questi anni dai Paesi da cui la pratica ha origine hanno raggiunto buoni risultati. Il rischio c'è ancora, ma sicuramente è diminuito".

Ancora troppe donne sono favorevoli

Dall'indagine dell'Università Bicocca, fatta su un campione di 1.400 donne, emerge che per il 72,7% delle intervistate la pratica non dovrebbe continuare, per l'8,3% andrebbe medicalizzata, il 4,3% non ha un'opinione, l'1,2% si è rifiutato di rispondere, invece il 13,5% è convinto che debba continuare. "Questo 13,5% – ha detto ancora Farina – rappresenta ancora lo zoccolo duro, le risposte naturalmente variano in base al Paese di provenienza. La percentuale delle donne favorevoli alla pratica supera il 45% in Nigeria, il 34% nelle donne provenienti dal Burkina Faso. Scende invece notevolmente nelle donne che provengono dal Senegal (2,2%), dalla Somalia (2,5%) e dall'Egitto (4,5%).

Le percentuali di quelle che vorrebbero abolire la mutilazione genitale femminile – ha continuato Farina – salgono molto nelle donne che provengono dall'Eritrea (98,3%), dal Ghana (93,9%), dall'Etiopia (87,5%) e dal Camerun (87,5%). Per il 94,4% delle donne nate in Italia la pratica dovrebbe essere abolita, ma continua ad esserci una percentuale, seppur bassa, di chi vorrebbe medicalizzarla (4,2%)". L'indagine ha cercato di capire anche le motivazioni che sono alla base delle donne che ancora oggi si mostrano favorevoli.

Per il 17% di queste la mutilazione preserva la verginità, per il 15,8% è un modo per mantenere le tradizioni, per l'11,8% mostra migliori prospettive matrimoniali. Tra gli altri moti ci sono anche il riconoscimento sociale, motivi igienici, l'approvazione religiosa, un maggiore piacere per gli uomini e un modo per trasferire disciplina e valori. L'appuntamento è stato promosso da Fondazione 'L'Albero della Vita' a conclusione di CHAT (Changing Attitude. Fostering dialogue to prevent FGM), un progetto di sensibilizzazione e prevenzione per contrastare la pratica delle mutilazioni genitali femminili in Italia e in Europa.

Un fenomeno complesso che si intreccia con le migrazioni

"La scommessa dei diritti dei bambini non la si vince mai da soli – dichiara Ivano Abbruzzi, presidente della Fondazione 'L'Albero della Vita' – e questo è ancora più vero per un fenomeno così complesso come quello delle mutilazioni genitali femminili. Storia, religione, cultura di popolazioni si intrecciano con i fenomeni migratori che hanno investito l'Europa negli ultimi decenni e con le tematiche di interazione e integrazione culturale che viviamo con grande intensità. I risultati del progetto europeo confermano la necessità di intraprendere azioni condivise dai diversi attori coinvolti nella prevenzione del fenomeno".

Per Clara Caldera, vice presidente di End FGM European Network e membro di Aidos è necessario affrontare il problema "cercando di impegnarsi non solo per i Paesi africani, ma anche per tutti gli altri Stati in cui il fenomeno è diffuso, come ad esempio in Indonesia. Bisogna uscire da questa prospettiva e organizzare strategie di sensibilizzazione diverse in base a chi ci si rivolge. Sono necessarie azioni specifiche per tutte quelle bambine e ragazze nate in Europa ma che provengono da Paesi in cui la pratica è diffusa. Sicuramente queste giovani donne vivono la pratica in maniera completamente diversa e quindi è giusto utilizzare per loro strategie adeguate".