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Cronaca

Il sospetto – senza tanti giri di parole – è che oltre agli altri racket, il clan Spada gestisca anche quello delle case popolari a Roma. A farlo balenare è un'equazione piuttosto semplice: se gli Spada comandano a Ostia e molti della famiglia vivono in case del Comune, allora è verosimile che i criteri di assegnazione degli alloggi popolari siano in qualche modo controllati dalla cosca.

La pensa così la Procura della Capitale che, oltre ad aver aperto un'indagine sui criteri di assegnazione di una casa del comune al boss Giuseppe Spada, ha deciso di vederci chiaro su tutte le altre allocazioni a favore di persone vicine al clan

Chi abita in quella casa?

Sotto la lente dei magistrati, riporta il Messaggero nella sua edizione cartacea, è finito di tutto: dalle richieste, alle pratiche in corso fino alle sanatorie. E proprio una sanatoria del 2008 è al centro di uno scontro tra la X circoscrizione, il Campidoglio e la Regione. Perché, come ormai consuetudine, tutti cadono dal pero e nessuno riconosce non tanto la responsabilità quanto anche solo la competenza per far luce su questa vicenda.

Si parte da Giuliana Di Pillo, eletta a novembre alla guida di uno dei municipi più complicati della Capitale, che dice di non poter sapere cosa sia accaduto nei due anni di commissariamento della circoscrizione e ancora meno nel periodo precedente. La Di Pillo ha scritto al Campidoglio per sapere perché abbia dovuto apprendere dai giornali che il 12 febbraio due dipendenti del Comune hanno dato parere favorevole alla assegnazione di un alloggio popolare a Giuseppe Spada.

L'automatismo che non c'è più (da 10 anni)

Il Comune di Roma, anche questo a guida grillina, ha spiegato di non aver fatto altro che seguire gli 'automatismi' stabiliti nel 2008 dalla Regione Lazio (oggi guidata da Nicola Zingaretti, del Pd). Ma la Regione ha a sua volta scaricato ogni responsabilità sottolineando che quegli 'automatismi' tutto erano tranne che automatici e che si trattava di una sanatoria che, iniziata appunto nel 2008, doveva concludersi nel 2010. E che quindi, otto anni più tardi, non doveva essere applicata all'ormai famigerato 'caso Spada'.

Insomma in una storia piena di scaricabarile toccherà alla Procura stabilire qualche elemento chiave: quanti alloggi popolari siano nella disponibilità degli Spada; se il clan ne abbia in qualche modo pilotato l'assegnazione; se chi li abita ha i titoli per occuparli e chi ha omesso e perché di porsi qualche domanda sull'opportunità di distribuire case a pluripregiudicati.

Un'inchiesta giornalistica condotta sal sito di informazione Fanpage sul traffico dei rifiuti in Campania sta imbarazzando politici e inquirenti della regione. E' una vicenda che vede protagonisti un ex boss della Camorra, una potente dinastia politica – quella dei De Luca – e istituzioni che potrebbero non aver reagito a denunce e sollecitazioni con la dovuta prontezza. Ma per spiegare chi è Nunzio Perrella, cosa c'entra uno dei siti italiani di maggiore traffico e perché sono in ballo milioni di tonnellate di spazzatura bisogna andare per ordine. Cominciando con i nomi.

I protagonisti

  • Nunzio Perrella, ex boss della Camorra, per anni ha gestito il traffico dei rifiuti in tutta Italia, ha scontato 21 anni agli arresti domiciliari. 
  • Fanpage.it è un giornale online con sede a Napoli appartenente al gruppo editoriale Ciaopeople Media Group e diretto da Francesco Piccinini. In passato ha realizzato diverse inchieste come quella sulla compravendita di voti durante le primarie del Pd; sul volo in elicottero durante il funerale del boss dei Casamonica a Roma; sulla discarica tossica di Caserta e sui depositi di rifiuti nucleari a Brescia. 
  • Roberto De Luca secondogenito di Vicenzo, governatore della Regione Campania, oltre che assessore al Bilancio al Comune di Salerno.
  • Sma, l'azienda della Regione Campania che si occupa di bonifiche e smaltimento rifiuti
  • Luciano Passariello,  consigliere regionale e candidato alla Camera per Fratelli d’Italia.

La storia

Perrella, tornato libero, propone allo Stato di infiltrarsi di nuovo nell'ambiente camorristico, ma – a suo dire – nessuno gli dà ascolto. Per questo sceglie Fanpage.it per illustrare il sistema delle mazzette ai politici negli appalti per la gestione dell'immondizia.

Vengono realizzate ore e ore di riprese – molte con telecamera nascosta – per documentare il malaffare in un'inchiesta che poi Fanpage pubblica a puntate. Al centro della prima parte, ricostruisce Huffington Post, gli incontri con i vertici della Sma – la società della Regione Campania che si occupa dello smaltimento di rifiuti – per concordare le quote da versare in cambio dell'affido diretto. Lorenzo di Domenico, consigliere delegato in quota centrodestra, davanti alle telecamere (nascoste) insieme al braccio destro di Passariello, Agostino Chiatto, illustra il 'tariffario' per ungere la macchina amministrativa e aggiudicarsi commesse per lo smaltimento di rifiuti del valore di milioni di euro. Le mazzette, calcola Fanpage, arriverebbero a sfiorare la somma di duecentomila euro.

La seconda puntata dell’inchiesta Bloody Money, ricostruisce il Fatto, è intitolata “Nel nome del figlio” e punta i riflettori sull’incontro tra Roberto De Luca e Perrella. I due parlano di appalti della Regione. L'incontro, da quanto indicato nel filmato ripreso anche da Repubblica, avviene nello studio di De Luca jr e si parla di smaltimento delle ecoballe e di come partecipare agli appalti della Regione. In successive telefonate e in un incontro con un intermediario, si parla di "percentuali".

Roberto De Luca viene indagato dalla Procura di Napoli e vengono perquisiti la sua casa e il suo ufficio. Nei guai, però, finiscono anche Perrella e Fanpage. Ai magistrati non è piaciuto che la redazione si sia mossa in modo indipendente e mentre indaga per corruzione e finanziamento illecito parla di "dispersione probatoria". L'inchiesta pubblicata da Fanpage, insomma, potrebbe "pregiudicare gravemente le investigazioni sulle gravi ipotesi delittuose". 

Il riserbo in cui la Procura assicura di voler operare, però, dura poco e sui giornali finisce il decreto di perquisizione che spiega lo svolgersi del'inchiesta e come i clan Cimmino e Bidognetti puntassero alla Sma. Tra i 12 indagati compaiono il dirigente della Regione Lucio Varriale; Agostino Chiatto, dipendente della Sma e Passariello. I tre si stavano mettendo d'accodo per disporre l'affidamento dell'appalto per lo smaltimento di fanghi a una cordata di imprenditori dai quali ricevere soldi anche per finanziare la campagna elettorale di Passariello.

E mentre restano in attesa di essere pubblicate altre cinque puntate della videoinchiesta, Vincenzo De Luca corre in soccorso del figlio. "Pensate alle giovani generazioni e agli asili nido e non vi preoccupate delle effervescenze" dice ai giornalisti che gli chiedono un commento. 

"Un'emozione". E "un onore". Il ministro dell'Interno, Marco Minniti, ha definito così la sua prima volta nella Grande Moschea di Roma. "Quando si arriva in un luogo votato al culto religioso, ci si sente sempre messi alla prova, è giusto che sia così", ha confessato aprendo i lavori del convegno "Musulmani italiani insieme per una società coesa", organizzato dalla rivista 'Limes' e ospitato dal Centro islamico culturale d'Italia, che con la Moschea in sostanza si identifica.

"Nel rapporto tra musulmani ed Europa – ha premesso – l'Italia può svolgere un ruolo molto importante. Il nostro è un Paese che storicamente ha avuto un approccio culturale e dei valori aperti al confronto, improntato alla tolleranza. Non tutto può essere fatto da soli ma possiamo dire qualcosa in più in termini di dialogo interreligioso". C'è un traguardo, o meglio un punto di partenza, che il ministro rivendica con orgoglio: il Patto siglato tra il Viminale e le principali comunità islamiche: "Se si rafforzerà con la crescita dell'identità di un Islam italiano, e se questo diventerà il nostro unico interlocutore – ha sottolineato – il Patto può essere veicolo per una intesa di carattere istituzionale. Sarebbe un punto di approdo importantissimo".

"Non è una legge, ma presuppone un reciproco riconoscimento"

Il Patto con l'Islam "è un messaggio nella bottiglia", lanciato anche ad altri Paesi, considerato con crescente attenzione anche fuori dai nostri confini. Anche perché "non è una legge", ma "presuppone un reciproco riconoscimento delle parti: la sua stessa realizzazione deriva da un incontro di libere volontà. Chi lo ha firmato, si è dichiarato contemporaneamente musulmano e italiano, dimostrando che è possibile un percorso di libera e convinta adesione ai valori della Costituzione in un incontro tra culture, abitudini, comportamenti e modelli di vita".

Da questo Patto derivano anche aspetti concreti: il riconoscimento delle moschee come luoghi di culto pubblici e aperti, il no agli imam fai-da-te, i sermoni da tenere in italiano, la trasparenza dei fondi per la costruzione di nuove moschee. "Siamo davanti a una grande sfida culturale – ha concluso il ministro – la conoscenza è l'unico modo per superare la diffidenza. Compito delle istituzioni democratiche è stare vicino a chi nutre diffidenze e paure e aiutarlo a liberarsene: dobbiamo costruire una santa alleanza per liberare il mondo dalle proprie ossessioni".

"Vogliamo interloquire di più con il governo e la società"

"Siamo orgogliosi del patrimonio importante di dialogo e di integrazione raggiunti, ma non basta – ha ricordato Khalid Chaouki, presidente del Centro islamico culturale italiano – vogliamo interloquire e collaborare sempre di più con il governo e la società, perchè i valori fondanti della Repubblica sono del tutto conciliabili con la nostra cultura. Il mio appello a tutto l'Islam italiano – ha aggiunto – è a fare un passo indietro e a ripartire da qui, da un luogo che non è dei soli musulmani ma appartiene alla storia e alla cultura di questo Paese".

L'obiettivo è quello di costruire insieme "un modello di convivenza che riconosca che siamo tutti cittadini uguali, e che più di un milione e 600.000 persone che professano un'altra religione sono parte integrante del tessuto sociale, culturale ed economico". Di "storica visita" ha parlato Foad Aodi, fondatore delle Comunità del mondo arabo in Italia (Co-mai) e della Confederazione internazionale laica interreligiosa (Cili-Italia), che con Chauoki ha fatto parte della delegazione che ha ricevuto Minniti alla Grande Moschea. "Più i posti di culto sono riconosciuti e aperti più si garantisce l'integrazione", ha notato Aodi, chiedendo a tutti "più rispetto per tutte le culture, le civiltà e le religioni senza distinzioni" e ribadendo che l'Islam non è incompatibile con la Costituzione italiana: "Noi siamo in Italia e prima di tutto vengono le leggi dello Stato italiano". 

"Il 2017 è stato un anno difficile per il Tar del Lazio al quale andrebbe dato il premio come una tra le Istituzioni pubbliche maggiormente vituperate. Nella mia relazione riporto solo una parte di quegli articoli che manifestano l'atteggiamento di un'opinione pubblica che non comprende appieno la funzione e il ruolo dei giudici amministrativi, spesso assimilandoli a una casta di burocrati interessati a conservare i propri privilegi. E' giusto garantire l'esercizio del diritto di libera manifestazione del pensiero e di critica ma le valutazioni e i commenti espressi al riguardo eccedono i limiti della corretta esposizione di un'opinione o di un punto di vista". Il presidente del Tar del Lazio Carmine Volpe, alla sua terza cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario, spiega in un'intervista all'Agi perché ha deciso di aprire la sua relazione, come mai in passato, evidenziando i numerosi attacchi mediatici cui è sottoposto il 'suo' Tribunale. 

Quale può essere la conseguenza di tutto ciò?

"Alla fine viene fornito un quadro fuorviante del 'sistema Tar', istituzione che ostacolerebbe l'attuazione di progetti e di piani di sviluppo, e comunque sarebbe un freno alla crescita. Trapela l'insofferenza verso il controllo giurisdizionale del potere pubblico e il principio di legalità. L'esposizione del giudice amministrativo alle critiche consegue al fatto che esso incide sugli atti delle pubbliche amministrazioni e delle autorità politiche; e alcune volte i provvedimenti amministrativi attuano scelte della politica. Il controllo di legalità dell'agire della pubblica amministrazione è compito istituzionale non solo di questo Tribunale ma di tutta la giustizia amministrativa". 

I giudici come vivono questa situazione?

"Lo stato di incertezza delle leggi e il proliferare delle fonti hanno ampliato lo spazio del ruolo del giudice. Ma il problema che ritengo doveroso segnalare è quello della legittimazione sociale e istituzionale dei giudici amministrativi. E' imprescindibile la serenità nello svolgimento delle funzioni dei magistrati che lavorano in questa sede, che non può non essere preservata e garantita".

Nella sua relazione lei parla di aumento della 'confusione normativa' che certamente non agevola il lavoro del giudice. Può fare un esempio?

"In tema di contratti pubblici, dopo circa un anno dall'entrata in vigore del nuovo codice (il decreto legislativo numero 50/2016), è stato emanato il decreto legislativo n.56/2017 meglio noto come correttivo. Cioè il legislatore è intervenuto per correggere alcune criticità e per integrare istituti ritenuti da più parti lacunosi. Ebbene dopo circa due mesi, il codice dei contratti pubblici è stato ulteriormente corretto dalla legge n.96/2017 che, modificando l'articolo 211 in materia di pareri di precontenzioso dell'Anac, ha legittimato l'Autorità a impugnare bandi, gli altri atti generali e i provvedimenti relativi a contratti di rilevante impatto, emessi da qualsiasi stazione appaltante, qualora ritenga che essi violino le norme del codice. L'intervento del decreto correttivo sul codice dei contratti pubblici è stato imponente, disponendo la modifica di ben 441 commi degli articoli del codice e di oltre il 50% degli articoli stessi. Più che di un correttivo si è trattato di un codice bis". 

Insomma, un assetto normativo in continua evoluzione che cosa produce?

"Ha indubbie ricadute sui giudici, sulla soluzione delle controversie e sulla giurisprudenza. Per essere chiari, a quasi due anni dall'emanazione del codice, il processo di definizione delle norme applicabili è ancora all'inizio. E aggiungo che l'ulteriore produzione normativa da parte delle altre fonti previste dal codice (linee guida Anac, Dpcm, decreti ministeriali e interministeriali) sta comportando una navigazione oscura da parte delle stazioni appaltanti, delle imprese e dei giudici. Le prime linee guida Anac, ad esempio, sono discorsive e hanno molto poco di regolazione. Anzi, alcune volte si contraddicono tra loro a distanza di breve tempo e su questioni rilevanti; a discapito dell'efficienza e della qualità dell'attività delle stazioni appaltanti, la cui promozione dovrebbe essere garantita proprio attraverso l'emanazione delle linee guida. Parlando più in generale, è ovvio che, in assenza di una vera semplificazione normativa, la qualità della legislazione non può migliorare. Si continua con le leggi fiume e omnibus: mi riferisco, ad esempio, all'articolo 1 dell'ultima legge di bilancio, n.205/2017, che si compone di 1.181 commi nelle materie più disparate". 

Analizzando i numeri del contenzioso, il 2017 che anno è stato?

"I ricorsi in entrata sono in diminuzione (13.407) rispetto al 2016 (15.605) ma restano comunque tanti. Il problema è generale, ma per ridurre il contenzioso servirebbe la previsione di seri rimedi alternativi. L'incidenza dei ricorsi depositati presso il Tar del Lazio sul totale nazionale è sempre rilevante, anche se scende dal 28,76% del 2016 al 27,61% del 2017. Resta il dato che il Tar del Lazio introita oltre un quarto di tutti i ricorsi presentati in primo grado. Quanto agli ambiti di contenzioso, si confermano i numeri rilevanti dei ricorsi in materia scolastica e universitaria nonché di immigrazione e cittadinanza, rispettivamente al primo e secondo posto. Al terzo troviamo i ricorsi per l'esecuzione di giudicato derivanti dalla mancata esecuzione di condanne emesse ai sensi della legge Pinto. Poi ci sono i ricorsi in materia di appalti. Il numero delle sentenze definitive, invece, registra una flessione rispetto al 2017: sono 9.679, con una riduzione rispetto al 2016 di 564 provvedimenti definitivi (10.243)".

Per quale ragione?

"Scontiamo il diminuito numero di magistrati e un organico gravemente incapiente, per cui per avvicinarsi all'azzeramento dell'arretrato ci vorrebbero almeno dieci anni. Al 31 dicembre 2017 i magistrati in servizio presso il Tar del Lazio sono 51, con una scopertura di organico del 30%. La situazione dovrebbe migliorare dal primo maggio prossimo con alcuni trasferimenti disposti dal Consiglio di presidenza. Ma molti colleghi che lavorano presso questo Tribunale frequentemente passano al Consiglio di Stato per anzianità oppure vanno a presiedere sezioni di altri Tar. Il che comporta un depauperamento continuo di risorse del Tar del Lazio. Per non parlare poi dei tempi biblici di svolgimento delle procedure di concorso. Nonostante tutto, diminuiscono dell'8,56% i ricorsi complessivamente pendenti al Tar del Lazio che al 31 dicembre 2017 ammontano a 54.659, cifra sempre imponente che rappresenta quasi il 30% delle pendenze nazionali (184.410). Se non si risolve il problema dell’arretrato con misure straordinarie è come correre una maratona con uno zaino di 20 chili sulle spalle. Comunque, al 31 dicembre 2015 (anno del mio insediamento come presidente di questo Tribunale) le pendenze erano 63.178 e 59.777 al 31 dicembre 2016, senza dimenticare che al 31 dicembre 2010 ammontavano a 143.254". 

In conclusione, presidente Volpe, che cosa si sente di dire al cittadino che si rivolge al Tar del Lazio?

"Questo Tribunale è un'Istituzione dello Stato la cui dignità deve essere salvaguardata. Occorre dare una risposta di giustizia pronta ed efficace a chi chiede e pretende una tutela piena ed effettiva. Qui non si vuole duellare con nessuno, si cerca solo di lavorare con coscienza e serenità. Per quello che mi riguarda non intendo lanciare sfide e nemmeno accettarle. Mi riprometto di fare in modo che il Tribunale da me presieduto possa soddisfare ancora meglio la domanda di giustizia che gli viene rivolta". 

 

Due persone sono indagate dalla Procura per la voragine che si è aperta ieri, poco prima delle 18, in via Livio Andronico, nel quartiere romano della Balduina, nei pressi di un cantiere edile, costringendo all'evacuazione i residenti di due palazzi limitrofi. A essere iscritti per crollo colposo sono il legale rappresentante dei proprietari del terreno e l'omologo della società responsabile del cantiere. Per l'intera giornata di oggi sono proseguiti i rilievi nella zona interessata dal crollo, dove hanno effettuato un sopralluogo anche il procuratore aggiunto Nunzia D'Elia e il pm Mario Dovinola, titolari del fascicolo. Nelle prossime ore i magistrati affideranno una consulenza tecnica a due ingegneri e a un geologo per capire che cosa abbia determinato lo smottamento, che ha inghiottito sette vetture parcheggiate, cadute per dieci metri, senza causare per fortuna feriti. 

"A franare è stata la porzione di strada adiacente al cantiere dell’ex Istituto Santa Maria degli Angeli di via Lattanzio la cui demolizione è cominciata a ottobre scorso per far spazio ad alcuni parcheggi interrati", spiega Repubblica, "nei giorni scorsi, anche sul sito di Luce Verde, era stata segnalata una copiosa perdita d'acqua. Le prima avvisaglie del crollo si sono avute dal cedimento delle colonne di contenimento del cantiere adiacente. In strada, a gestire il traffico, ci sono i vigili urbani che hanno chiuso al traffico anche via Lattanzio. Mentre i residenti raccontano di aver sentito tremare le proprie abitazioni più volte negli ultimi mesi".

"Da mesi i residenti protestavano contro la ditta che in zona sta realizzando una nuova palazzina nell’area dell’ex scuola Santa Maria degli Angeli, chiusa da anni: avevano denunciato vibrazioni inquietanti e perdite d’acqua che potrebbero aver corroso il sottosuolo", sottolinea il Corriere, "Al posto dell’edificio scolastico sorto negli anni Trenta in viale delle Medaglie d’Oro e poi negli anni Cinquanta trasferito nella sede di via Lattanzio, per anni punto di riferimento del quartiere, dovevano sorgere tre palazzine: due per uso residenziale e una per uffici".

Il M5s: "Chi ha sbagliato pagherà"

"Chi ha sbagliato pagherà", tuona una nota del gruppo del Movimento 5 Stelle in Campidoglio. "Sottolineo che alla Balduina non si tratta di una voragine ma del crollo di una parte di un'area di un cantiere. La situazione è grave ma sotto controllo", è invece stata la dichiarazione della sindaca Virginia Raggi, "l'area è sotto sequestro e già oggi la magistratura sta facendo tutti i rilievi del caso. Stanotte le due palazzine prospicienti sono state evacuate in via precauzionale e i residenti rimarranno fuori per un po' di tempo. Tutte le famiglie hanno trovato una sistemazione alternativa tranne una che abbiamo ospitato in un hotel tra quelli a disposizione con il protocollo 'Hotel solidali'. La Protezione civile sta già ricontattando tutti gli abitanti per capire se hanno a disposizione una sistemazione propria oppure se dovranno essere ospitati con il nostro sistema di accoglienza. Sul posto ci sono i Vigili e le forze dell'ordine insieme al gruppo e agli assessori del XIV Municipio per ogni necessità dei cittadini".

"Genio Napoletano / Maschera Universale": quattro parole dovute e amorose sulla targa con cui la città di Partenope registra da oggi una nuova voce toponomastica: Largo Totò. Era ora che il principe fosse ricordato nello stradario. Non casuali data e luogo: 15 febbraio, centoventesimo compleanno dell'artista. Rione Sanità, dove nacque nel 1898 e trascorse i primi anni. A pochi metri dalla targa, inaugurata dal sindaco Lugi de Magistris, è allestito il monolite celebrativo di Giuseppe Desiato. Di sopra taglia il cielo il Ponte della Sanità, fra i luoghi immancabili di ogni genuina mappa napoletana.  

S'allarga il cuore poi si stringe, facendo i pochi passi che separano Largo Totò dalla casa dove si formarono i suoi talenti, il primo genio comico e la tendenza alla malinconia privata: al 109 di via Santa Maria Antesaecula, secondo piano, il quartino natale di Antonio de Curtis quasi si consuma nell'abbandono. Sulla facciata scrostata la lapide commemorativa s'affianca al balcone da cui il piccolo Totò si affacciava, coltivando la solitudine e l'attesa che la madre Anna Clemente tornasse dalle visite allo spiantato marchese Giuseppe de Curtis, il padre naturale che conoscerà più tardi e tardi si persuaderà a riconoscerlo. Solo a ventisei anni Totò poté rimuovere dai documenti l'imbarazzante dicitura "figlio di N.N.".

 Casa di Totò
(Foto: Francesco Palmieri/Agi)

Nel cortile dà la cucina, che rivela la stessa pietosa situazione di fatiscenza. L'appartamento fu acquisito da privati a un'asta giudiziaria per il prezzo irrisorio di 18.400 euro, quando era ancora occupato da una coppia di abusivi. La casa adesso è sgomberata ma i proprietari non hanno intenzione né forse le risorse per ristrutturarla, mentre le istituzioni appaiono piuttosto interessate all'apertura altrove di un Museo di Totò, che dovrebbe sorgere nel prestigioso Palazzo dello Spagnolo poco distante. Nella scorsa primavera, per il cinquantenario della morte, il Comune – che promosse numerose iniziative – ne annunciò la realizzazione nell'arco di diciotto mesi. Una scadenza su cui non si può giurare.​

La cucina
(Foto: Francesco Palmieri/Agi)

Malgrado tutto, un'occhiata alla casa di Totò è fra le consuetudini di quanti visitano i luoghi storici della Sanità e sboccia di fronte all'edificio un minutissimo commercio di gadget, che ha la natura di affettuosa speculazione di sussistenza più che di lucro apprezzabile o sfrontato.

Il fatto è che Napoli, e in grado massimo la gente della Sanità, ama orgogliosamente il principe e sono numerose le iniziative tutte private che hanno preceduto qualunque omaggio ufficiale. Già nel '90, in via Santa Maria Antesaecula, a Totò fu dedicato un busto scolpito da Antonio Januario e assemblato come un'edicola votiva assai vicina a quella di San Vincenzo Ferreri, il veneratissimo Munacone patrono del quartiere. Fu difatti l'Associazione San Vincenzo Ferreri a finanziare l'opera. E' difatti considerato quasi santo Totò. Che plasmato in bronzea figura intera, ma nei "panni da lavoro" del comico con la bombetta, si erge dal 1999 a via Sigmund Freud al Rione Alto.   

Busto di Totò 
(Foto: Francesco Palmieri/Agi)

E' però quella cupa strada, da dove non si vede mare, che rimase incisa nel suo cuore per tutta la vita: "Sono stato un bambino povero con la voglia inappagata degli agi che non mi potevo permettere", confessò alla figlia Liliana che lo racconterà nel libro 'Totò mio padre': "Non so come, ma quel bambino è rimasto dentro di me: me lo porto appresso come un amico invisibile e mi diverto a regalargli ogni ben di Dio, vestiti eleganti, profumi e oggetti raffinati. Tutti questi doni, però, non sono adatti alla sua età, ma alla mia e quindi l'insoddisfazione non si placa. Resta sempre un conto in sospeso".

Articolo del 22 maggio 2017 aggiornato il 14 febbraio 2018 alle ore 19.00 *

* Due squadre dei vigili del fuoco del Comando di Roma stanno intervenendo in via Livio Andronico, alla Balduina, per una voragine stradale nella quale sono cadute alcune auto parcheggiate nelle vicinanze di un cantiere con lavori in corso. Secondo le prime informazioni, non risultano persone coinvolte. Nelle prossime ore, forse soltanto domani, sarà possibile ricostruire le cause che hanno determinato il crollo, se i lavori stradali o le infiltrazioni di acqua nell'asfalto. Oggi a franare è stata la porzione di strada adiacente al cantiere dell’ex Istituto Santa Maria degli Angeli di via Lattanzio la cui demolizione è cominciata a ottobre scorso per far spazio ad alcuni parcheggi interrati. Alla fine di gennaio erano stati eseguiti lavori sul manto stradale per una perdita d'acqua.

 

Il servizio di agi.it del 22 maggio 2017

L'ultima voragine si è aperta al Gianicolo, nel cuore di Roma, in via Giuseppe Parini, nella notte tra venerdì e sabato scorsi, dopo il primo nubifragio che ha colpito la città. La strada è stata chiusa al traffico, la voragine è larga circa 5 metri. La storia si ripete sempre uguale a se stessa, se si parla di buche stradali. Un'antica piaga urbana, che non risparmia nessuno, a piedi, in moto, in bici o in macchina è impossibile non ‘incontrarle’. Per semiassi e ossa del collo sono guai.

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“A Roma – spiega l’ingegner Michele Moramarco, responsabile dell’ufficio tecnico del SITEB (Associazione Italiana Bitume e Asfalto Strade) – la pavimentazione stradale spesso non è sostenuta da strati divisi e separati. Ecco perché il problema delle buche è così diffuso. La situazione diventa più grave quando a causa di lavori le strade vengono aperte e richiuse frettolosamente con dei materiali misti e non compatti. I micro spazi all'interno di questi materiali con la prima pioggia si riempiono d'acqua che piano piano, accumulandosi, crea dei veri e propri vuoti sotto l’asfalto”. Ecco come da una crepa sull’asfalto in poche ore si crea una voragine. 

Il problema sono i mezzi pesanti

Il vero nemico del manto stradale sono i mezzi pesanti, come i camion e i pullman. Il peso di milioni di tonnellate fa flettere il bitume, cioè il collante che tiene insieme i sassolini che formano l’asfalto, che poi si spacca. Iniziano così a crearsi delle fessure. All’inizio le crepe riguardano solo gli strati più profondi, ma poi si ramificano in superficie con il continuo passaggio di carichi pesanti. La strada a questo punto ha l’aspetto di una griglia o una ragnatela, quello che i tecnici chiamano ‘pelle di coccodrillo’. Da lì a poco, con la prima infiltrazione di acqua, si formerà una buca.

 
 

La pioggia si infiltra nelle crepe dell'asfalto e quando l'acqua si accumula comincia a spingere contro le paretti delle fessure allargandole, fino a creare una vera e propria depressione che risucchia il materiale sgretolato. Questo movimento ripetuto crea la buca.

Come dovrebbero essere fatte le strade

Tutto dipende non solo da come le strade vengono asfaltate, ma da cosa c’è sotto il primo strato superficiale. Come per le case, la tenuta del manto dipende dalle fondamenta. Per essere a prova di buche la strada deve essere formata da vari strati:

• uno di sottofondo di 25 cm

• uno di base di 15 cm

• uno di collegamento di 5 cm

• uno di usura che può essere anche drenante di 4 cm

 

 

Emergenza ‘toppe’

In città per risolvere il problema delle buche velocemente e ad un costo basso spesso si utilizza il metodo del riempimento con il bitume istantaneo, che è una specie di toppa sulla buca. Ma questo risolverà il problema solo per qualche settimana, perché le fessure rimaste in profondità a breve si ramificheranno e creeranno di nuovo la buca. 

Anche quando viene rifatta la carreggiata completamente in genere si rimuove solo lo strato superficiale. Più o meno 4 cm. Se sotto il manto non c'è una solida fondazione le buche ricompariranno nel giro di pochissimo tempo.  Per capire la salute del terreno esistono dei macchinari che consentono di fare una specie di radiografia fino a 10 metri di profondità. Per questo “andrebbe fatta una manutenzione costante e pianificata su un lungo periodo”, dice l’ingegner Moramarco. “Perché quando i danni del manto stradale vengono riparati velocemente e cercando di contenere il più possibile i costi, il problema non si risolve all’origine. Purtroppo in Italia manca una cultura della manutenzione che risolverebbe molti problemi e soprattutto farebbe risparmiare sul lungo periodo molti soldi. Invece nelle nostre città  i lavori non vengono fatti o vengono fatti male. Si interviene solo in situazioni di emergenza, quando ormai è troppo tardi. L’Italia per quanto riguarda i materiali e lo sviluppo delle tecnologie è all’avanguardia, potrebbe fare scuola agli altri Paesi, ma purtroppo non riusciamo a mantenere ciò che abbiamo.  Dal 2008 ad oggi i lavori di manutenzione stradale si sono dimezzati, da 44 milioni di tonnellate a 22 milioni". 

 

L'azienda del bike sharing Gobee.bike ha annunciato la ritirata da Firenze, Torino e Roma: le città italiane in cui era sbarcata a dicembre a seguito dei tantissimi episodi di furti e vandalismo che si sono registrati in questi mesi. La fine del servizio per le bici 'verdi' di Gobee.bike in Italia scatterà ufficialmente giovedì 15 febbraio. 

"Lo scorso autunno Gobee.bike ha iniziato la sua avventura in diverse città europee. Durante questo periodo – si legge in una nota rivolta alla clientela – le nostre bici hanno fornito un prezioso servizio a numerosi cittadini, rendendoci orgogliosi di un'attività che la nostra comunità di utenti ci ha incoraggiato a migliorare di giorno in giorno. Il successo che questo servizio ha avuto non ha fatto altro che confermare la nostra visione di mobilità sostenibile e innovazione.

"Dopo un caloroso benvenuto, abbiamo da subito compreso che la nostra passione era condivisa dalla maggior parte di voi. Abbiamo dovuto affrontare una serie di ostacoli, imparando dai nostri errori, dando ascolto ai vostri consigli e investendo il massimo per provare che il bike sharing è una soluzione di mobilità ecologica e sostenibile per le città. Purtroppo, tra tutte queste sfide, una in particolare ha rappresentato un problema che non potevamo superare: nelle ultime settimane i danni alla nostra flotta hanno raggiunto limiti che non possiamo più contenere con le nostre forze e con le nostre risorse".

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"È stata una decisione molto difficile, deludente e frustrante per tutto lo staff di Gobee.bike – si legge ancora nella nota – che ha lavorato sin dall'inizio con passione per far sì che questo progetto fosse realizzabile. Durante i mesi di dicembre e gennaio, le nostre biciclette sono diventate il bersaglio di sistematici atti di vandalismo, trasformandosi così in oggetti da distruggere per puro divertimento. Mediamente, il 60% della nostra flotta europea ha subito danneggiamenti, vandalismi o è stato oggetto di fenomeni di privatizzazione. Per questi motivi non c'è stata nessun'altra opzione se non procedere al termine del servizio a livello nazionale e continentale. Una decisione sofferta dal punto di vista morale, umano e finanziario".

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Ringraziamo i nostri partner e i vari Comuni – aggiungono i manager di  – che hanno riposto in noi fiducia aiutandoci in questo meraviglioso progetto e aprendo le porte delle loro città al nostro servizio". E proprio dal fronte dell'amministrazione comunale di Firenze arriva a stretto giro la risposta. "Gobee bike ha avuto problemi di gestione complessiva, che non riguardano principalmente Firenze – ha detto l'assessore alla smart city Giovanni Bettarini – Anche i fenomeni di vandalismo a Firenze sono stati molto ridotti rispetto ad altre città. Dobbiamo essere orgogliosi di questo. Andiamo avanti e con gli uffici sceglieremo il prossimo operatore in base alle domande che sono state presentate nell'ambito del bando".

E tutta l’Europa è stata una delusione della società, scrive il Corriere. GoBee.bike ha già lasciato alcune città francesi come Lille e Reims, nonché la belga Bruxelles, per le stesse ragioni. Gobee ha ringraziato i comuni che si sono offerti di accoglierla, ma la decisione sembra netta e senza nessuna possibile marcia indietro. 

Per migliorare il livello di assistenza ai pazienti italiani colpiti da Bronco pneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) è necessario che il medico di famiglia prenda la completa gestione della malattia. E deve essere libero di prescrivere tutti i farmaci, anche quelli innovativi. Va poi promossa una maggiore collaborazione tra il medico di medicina generale e lo specialista e l'autogestione, da parte del malato, del disturbo attraverso la riabilitazione respiratoria. Sono queste alcune delle proposte contenute nel Manifesto sulla BPCO, verso una gestione ottimale della patologia. Il documento è stato steso da nove associazioni di medici e pazienti ed è stato inoltrato alle istituzioni sanitarie nazionali.

"Abbiamo voluto fotografare l'emergenza socio sanitaria rappresentata della malattia – afferma il dottor Claudio Cricelli, presidente nazionale della SIMG. Il nostro auspicio è che vi sia una sanità più vicina al malato, a chilometro zero, in cui l'asse non sia solo il pneumologo ma anche il medico di medicina generale, così come già stabilito dal iano della cronicità del ministero della Salute. La BPCO interessa 3,5 milioni di italiani ed è responsabile di più della metà dei decessi per patologie respiratorie. La quasi totalità degli studi scientifici dimostrano chiaramente come sia una patologia in aumento ma ancora sottodiagnosticata e sottovalutata sia da parte della popolazione che dei professionisti della sanità. Si tratta in realtà di un disturbo grave e che tuttavia può essere curato anche grazie a nuove e sempre più efficaci terapie. È caratterizzato da un'ostruzione persistente delle vie aeree che rende molto difficile la respirazione. In più è spesso associata ad altre patologie, soprattutto cardiocircolatorie, che complicano il trattamento terapeutico, peggiorano la prognosi e diminuiscono la speranza di vita.

I sintomi più frequenti sono mancanza di respiro, tosse cronica e produzione cronica di catarro e di solito all'inizio vengono sottovalutati e attribuiti, erroneamente, all'invecchiamento. Ciò comporta un peggioramento della condizione del malato tanto da rendere necessaria l'ossigenoterapia a lungo termine ed a volte una ventilo terapia".

"La BPCO rappresenta una grande sfida per l'intero sistema sanitario nazionale – prosegue Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale della FIMMG – è la quarta causa di morte nel nostro Paese e quando non è letale determina gravi invalidità o limita fortemente la qualità di vita della persona. Inoltre, rappresenta una delle malattie più costose per la collettività e per ogni paziente determina spese, tra costi diretti e indiretti, per oltre 2.700 euro l'anno. Con questo Manifesto vogliamo indicare una possibile riorganizzazione dell'offerta assistenziale che deve essere sempre più incentrata sul medico di famiglia e sulla razionalizzazione della rete specialistica. L'obiettivo finale è la riduzione al minimo delle riacutizzazioni della malattia e i conseguenti ricoveri ospedalieri. La gestione del malato è spesso limitata dalla non uniforme accessibilità ai servizi diagnostico-terapeutici sul territorio nazionale. Ed a volte, è resa complicata dalla obbligatorietà di un piano terapeutico specialistico per alcune associazioni di farmaci. Anche per questo, va esteso a tutti i pazienti con un sospetto clinico di BPCO l'esame della spirometria. Attraverso questo semplice test otteniamo una valutazione corretta e affidabile del livello d'ostruzione delle vie respiratorie. Questo consentirebbe a tutti i camici bianchi la prescrizione appropriata dei farmaci necessari per la cura".

"Ridurre il numero di tabagisti nel nostro Paese è fondamentale per diminuire l'incidenza del disturbo – conclude Cricelli – le sigarette sono da considerare come il principale fattore di rischio e aumentano le possibilità d'insorgenza della malattia. Infatti oltre il 90% dei pazienti colpiti sono fumatori o ex tabagisti. Nonostante le leggi sempre più restrittive il 22% degli italiani consuma regolarmente prodotti a base di tabacco. Bisogna quindi avviare nuove campagne informative per mettere in guardia i cittadini su questo comportamento estremamente pericoloso". 

Questa è l'ultima foto di Pamela Mastropietro. E' stata scattata a Macerata, martedì 30 gennaio, alle 11. A fermare l'immagine è una telecamera della farmacia di via Spalato: la 18enne romana esce dopo aver comprato una siringa. Porta con sé il suo trolley rosso e blu, dentro il quale l’indomani verranno trovate parti del suo corpo smembrato. Uscita dalla farmacia, secondo la ricostruzione degli inquirenti, entrerà con Innocent Oseghale nell’appartamento di quest’ultimo, poco lontano, dove sarà uccisa e fatta a pezzi. 

A mostrare la foto è il programma 'Matrix' che ha in esclusiva alcune immagini-chiave nell’inchiesta sul delitto, come quella del pellicciotto grigio che Pamela indossava il 30 gennaio (come mostra il fotogramma della farmacia) e che è stato trovato nella casa di Oseghale.

Ma anche quella della terrazza della mansarda di Oseghale, in via Spalato 124, con tubo di gomma e presa di scarico. Secondo quanto emerso finora, qui le parti del corpo smembrato sono state lavate con acqua e candeggina. 

Il Gip del Tribunale di Macerata ha convalidato il fermo dei due ragazzi nigeriani accusati di aver ucciso Pamela e del vilipendio e occultamento del suo cadavere. Per gli stessi reati è in carcere anche Innocent Oseghale, che rischia di essere incriminato anche per omicidio.