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Cronaca

Sarà una giornata particolare, quella di martedì 24 aprile all’Agenzia Italia. Dalle 9 si parlerà di mafia, di giornalismo e mafia. Di giornalisti che facendo il proprio lavoro combattono la mafia, offrendo ai magistrati e ai cittadini un servizio straordinario per la difesa della legalità.

Sarà una puntata unica di Viva l’Italia, in diretta streaming sul sito dell’Agi e su Facebook, condotta dal direttore Riccardo Luna insieme a Paolo Borrometi, giornalista dell’agenzia e direttore del sito La Spia che nelle ultime settimane è stato al centro delle cronache giudiziarie per alcune intercettazioni telefoniche tra boss siciliani che parlavano di ammazzarlo.

Non è la prima volta che succede. Borrometi è un giornalista che da anni vive in trincea e sotto scorta, per aver denunciato i traffici e le infiltrazioni di alcune famiglie mafiose del catanese e delle province di Ragusa e Siracusa. Ha subito un’aggressione nel 2014. È oggi uno dei giornalisti italiani più nel mirino della mafia siciliana.

Con Luna e Borrometi ci saranno Federica Angeli (la Repubblica) e don Luigi Ciotti (Libera), ci sarà Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale della Stampa, e tanti leader politici che in questi giorni hanno espresso la propria solidarietà a Borrometi per le minacce subite dal clan Giuliano di Pachino.

La trasmissione si intitola ‘#Vival’Italia #abbassolamafia’ e sarà anche l’occasione per tornare sulla storica sentenza della Corte d’Assise di Palermo che venerdì 20 aprile ha condannato dopo 5 anni di processo alcuni boss e diversi pezzi delle istituzioni per la ‘trattativa stato-mafia’ dopo le stragi e gli attentati all’inizio degli anni Novanta.

 

Michele Serra parte al contrattacco. Dopo l'ondata di polemiche che ha travolto la sua 'Amaca' che il 20 aprile ha dedicato all'episodio di bullismo da parte di uno studente su un professore di Lucca e agli altri emersi in questi giorni,  l'editorialista di Repubblica torna sul tema con un lungo intervento in cui risponde a haters, detrattori e polemisti. Per rivendicare le sue radici di sinistra e mettere in chiaro cosa intendeva dire. Ma soprattutto per "non replicare" a chi gli ha dato addosso.

Ma per capire perchè si parla tati di questa polemica, occorre andare per ordine. 

Come tutto è cominciato

Il 20 aprile Serra pubblica il suo intervento che solleva un vespaio di reazioni che coinvolge firme sulla carta stampata e lettori sui social. A scatenare la polemica è una frase: 

Il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza.

In pochissimi si dicono d'accordo con l'editorialista e autore del best seller 'Gli Sdraiati', ma c'è chi sottolinea che la chiave per comprendere le sue parole è in un altro passaggio, in cui denuncia "la struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società".  

Ecco alcune prese di posizione sulle parole di Serra:

"Ma la domanda che pone l’Amaca di Serra è diversa: sono davvero “brutti sporchi e cattivi” i responsabili della crisi, della goliardia, della messa in scena della violenza rituale dell’umiliazione dei professori? Sono davvero così perché figli di genitori ignoranti e marginali? Io non lo credo affatto. Ho visto piuttosto molti padri e madri eccellenti difendere cause indifendibili, un anno fa discutevano di una così di bullismo atroce in una scuola bene di Milano, senza che nessuno pensasse di fare sociologia. La demenza e la stupidità – come direbbe Carlo Cipolla – sono malattie assolutamente trasversali".

Luca Telese – Tiscali 

Forse ciò che invece dimostra l’articolo di Serra è che le vicende di Lucca de te fabula narratur: della incapacità, cioè, degli adulti, dei vecchi, della classe dirigente, degli educati e dei capaci, del ceto medio riflessivo, di guidare i giovani, il popolo, le masse, verso le magnifiche sorti e progressive di cui essi sono i (self-appointed) cantori. E allora l’inganno non è nell’aver convinto le persone chesiamo tutti uguali, l’inganno consiste nell’aver detto che quelle sorti non solo erano vere, ma che erano a portata di mano di tutti. E se il populismo, come lo chiama Serra con orrore, dilaga, è per la consapevolezza dell’irraggiungibilità dei livelli di benessere, ricchezza, disponibilità, possibilità di prendere l’ascensore sociale dei genitori.

Francescomaria Tedesco, filosofo del diritto e della politica – Il Fatto Quotidiano

No, non sono le condizioni che determinano come sono i ragazzi. Pensiamo all’acqua calda: ammorbidisce la patata ma indurisce l’uovo. Quello che importa è cosa hai dentro, in cosa consisti, di cosa sei fatto. Il degrado economico non produce disagio. È il degrado valoriare che lo produce. I giovani hanno bisogno di fare esperienze educative. Servono adulti significativi, credibili, appassionati e coerenti. Allora i ragazzi seguono e sono in grado di stupire.

Simone Feder, coordinatore Casa del Giovane di Pavia e giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano – Vita

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La risposta di Serra

Nell'Amaca di domenica 22 aprile, Serra torna con un intervento molto più corposo per mettere in chiaro alcune cose. Ecco cosa scrive:

Di cosa ha scritto

"Ho attribuito alla 'struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società' il maggiore tasso di aggressività e di indisciplina che si registra (stando alle cronache) nelle scuole tecnico-professionali e nelle medie inferiori rispetto ai licei, frequentati quasi solo 'dai figli di quelli che hanno fatto il liceo'. Mi interessava dire del macro-fenomeno, e in buona sostanza, non citandolo, di ripetere l’antica lezione di don Milani sulla “scuola di classe”.

La 'non replica'

"Fino a che sono i social a chiamarmi in causa, sono costretto a replicare che non posso replicare. Non certo per alterigia, ma per una ragione oggettiva sulla quale sarebbe importantissimo, e liberatorio, che tutti riflettessimo, dal prestigioso intellettuale allo hater seriale: la moltitudine dei commenti (non tutti, ovviamente) NON riguarda quello che ho scritto, riguarda la sua eco, i commenti ai commenti, voci relate, fonti in brevissimo tempo vaghe e remote. Il testo quasi non vale più. Quasi nessuno lo legge fino in fondo e lo analizza. Vale il caotico, per certi versi mostruoso contesto del “chattismo” compulsivo, così compulsivo che perde il filo del discorso già in partenza. 

La risposta a Telese

"Molto più rilevante è che l’accusa di “classismo” mi arrivi da un giornalista, Luca Telese, che conosce a fondo la storia della sinistra italiana. Se Telese considera “classista” che qualcuno indichi la differenza di classe e l’ignoranza come cause, o perlomeno concause, della violenza e della devianza sociale, allora significa che davvero il paradigma è totalmente ribaltato. È diventato “contro il popolo” ciò che a quelli come me, lungo una intera vita, è sempre sembrato il più potente argomento “a favore del popolo”: denunciarne la subalternità economica e culturale, dire il prezzo che paga, il popolo, alla sua mancanza di mezzi materiali (i quattrini) e immateriali (la conoscenza, l’educazione).

Quello che al popolo non si dice

"La contraffazione oramai è perfetta: non dire mai che il popolo 'sta sotto', non dire che è messo male, non dire che ha meno e che sa di meno, non dire che ieri era carne da cannone e oggi carne da pubblicità, non dire che al popolo cinquant’anni fa si dava in prima serata l’Odissea di Franco Rossi e oggi gli si danno filmacci americani con sparatoria e squartamento, perché vuol dire che lo consideri inferiore… 

Lo sdoganamento dell'ignoranza

"Lo sdoganamento dell’ignoranza è uno dei più atroci inganni perpetuati ai danni del popolo, e io penso (e lo scrivo da decenni) che faccia perfettamente parte dello sdoganamento dell’ignoranza l’idea che sia “classista” indicare con il dito proprio la luna: ovvero la differenza di classe. È quello che ho cercato di fare in quella famigerata Amaca; nel caso non mi fossi spiegato a sufficienza, spero di averlo fatto meglio adesso".

State organizzando una party in casa con decine di amici. La cena – indubbiamente –  è a buffet. Per un momento immaginate sulla tavola solo bicchieri di vetro, posate di acciaio, piatti di porcellana e acqua e bibite servite nelle caraffe. Basta un’istante e l’idea viene subito rimossa e sepolta nella parte più remota del vostro cervello.

Chi si occuperà di riempire continuamente le caraffe? Come fare con le forchette sporche? E soprattutto, chi laverà le stoviglie? Il lavoro del dopo-festa si moltiplicherebbe all’infinito. Di sicuro però la Terra ve ne sarebbe riconoscente. Soprattutto se il cambio di stile non si limiterà al singolo evento ma coinvolgerà l’intera sfera quotidiana.ù

Perché non ce ne accorgiamo – o non vogliamo farlo – ma se invece dei pesci nei fiumi e nei mari ‘nuotano’ sempre più bottiglie e sacchetti di plastica, la colpa è di tutti noi.

Beviamo troppa acqua (in bottiglie di plastica)

Dal 1950 al 2009 la produzione di plastica è aumentata da 5,5 milioni a 100 milioni di tonnellate. E le bottiglie sono quelle che incidono maggiormente: secondo i dati di Euromonitor International, oggi se ne acquistano nel mondo un milione ogni minuto, 20mila al secondo.

E l’Italia non sta a guardare: ognuno di noi, in media, ogni anno beve 208 litri di acqua in bottiglia. Siamo i primi in Europa (dove la media è di 106 litri a testa) e i secondi al mondo, dietro ai messicani (244 litri).

Un trend che la Commissione europea vorrebbe frenare – o quantomeno rallentare – con una nuova direttiva appena rivisitata sulle acque potabili, con l’obiettivo di ridurre il consumo di acqua in bottiglia.

Ma è davvero così dannoso?

Esaminiamo il caso delle bottiglie d’acqua: secondo quanto afferma un articolo del 2009 pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters, e ripreso da Il Post, per fabbricare una bottiglia di polietilene tereftalato (più noto con la sigla PET, è il tipo di plastica con cui si fanno normalmente i contenitori per l’acqua), imbottigliare l’acqua, trasportare e tenere al fresco una bottiglia serve un’energia pari a circa duemila volte quella necessaria per ottenere la stessa quantità d’acqua da un rubinetto collegato all’acquedotto. La quantità di energia necessaria per produrre e consegnare acqua in bottiglia può variare a seconda del luogo in cui avviene l’imbottigliamento, della fonte dell’acqua (in Italia l’acqua minerale proviene quasi tutta da sorgenti naturali, ma si trova anche acqua purificata), della distanza tra il luogo di imbottigliamento e il consumatore, e del tipo di materiale e di imballaggio utilizzati per le bottiglie. Negli ultimi anni le aziende produttrici ai bevande in bottiglia hanno cominciato a produrre bottiglie più sottili per ridurre il consumo di plastica.

In generale, la plastica non riciclabile diventa subito un rifiuto che se non gestito in modo opportuno finisce nell’acqua che beviamo, che usiamo per innaffiare piante che mangeremo o che utilizziamo per cucinare. Finisce negli stomaco degli animali e inquina i terreni.

La ‘sportina’ faremmo meglio a portarla da casa

Non siamo più virtuosi con i sacchetti di plastica. Secondo i dati di Assobioplastica, consumiamo tra 9 e 10 miliardi di sacchetti di plastica e circa 150 a testa all’anno. I dati dell’Unione europea (gli ultimi disponibili) ci ponevano nel 2010 in una posizione intermedia tra i Paesi Ue, calcolando circa 190 sacchetti a testa per ogni cittadino europeo, con l’Italia poco sopra i 200. Fanno peggio i greci, che viaggiavano con circa 250 buste di plastica a testa all’anno, fino ad arrivare a un plotone di testa fatto di ungheresi, polacchi, portoghesi, ma anche estoni, lettoni e lituani, nonché slovacchi e sloveni tutti abituati a utilizzare 500 e più sacchetti all’anno, cioè due volte e mezzo quello che facciamo noi. 

In questi Paesi il sacchetto di plastica non è benvenuto

Alcuni Paesi del mondo, dove il problema è particolarmente serio, hanno deciso di mettere al bando o tassare l’utilizzo di sacchetti di plastica. Ecco quali sono:

Africa

  • Kenya
  • Mali
  • Camerun
  • Tanzania
  • Uganda
  • Etiopia
  • Malawi
  • Marocco
  • Sudafrica
  • Rwanda
  • Botswana

Nonostante il mercato nero e l’uso illegale dei sacchetti di plastica, nel solo Sudafrica l’utilizzo è diminuito del 90%.

Asia

Tra divieti (pochi) e tassazioni, ecco i Paesi dell’Asia in cui i sacchetti di plastica sono visti come il fumo negli occhi:

  • Bangladesh
  • Cambogia
  • Cina
  • Hong Kong
  • India
  • Indonesia
  • Malesia
  • Taiwan

Australia

In Australia non vige un divieto unico ma alcune zone hanno messo fuori legge l’utilizzo di buste di plastica:

  • Territorio del Nord
  • Sud Australia
  • Tasmania

Europa

L’Europa è da tempo molto attiva nella lotta alla ‘sportina' di plastica. Nel 1994 la Danimarca fu il primo Paese al mondo a tassarla, ottenendo una riduzione del 50% del suo utilizzo. Nel 2002 l’Irlanda fece lo stesso con risultati ancora migliori: -90%. Di recente l’Ue si è posta l’obiettivo di ridurre dell’80% l’uso di sacchetti d plastica. E in questo senso si sta muovendo anche l’Italia con l’introduzione della discussa legge sui sacchetti biodegradabili a pagamento per frutta e verdura. Ma non è la sola ad aver introdotto misure contenitive. Ecco le altre:

  • Inghilterra
  • Galles
  • Scozia
  • Germania

Il caso dei lavoratori di Mumbai

Ma c’è anche un rovescio della medaglia, come insegna il caso della regione di Mumbai: Maharashtra. Oltre 1.200 tonnellate: questa la quantità di plastica che Mumbai produce ogni giorno, una gran parte della quale finisce nei canali, nei fiumi e nei mari. E così il governo ha imposto un divieto sui prodotti in plastica. Ma cosa significa ciò per le persone che lavorano nel settore della plastica? “Ci ho messo 28 anni per ottenere questo ruolo e all’improvviso finisce tutto per colpa di una legge”, dice alla BBC Mandar Dalvi, produttore di sacchetti di plastica. “MI irrita molto. Non mi sta bene. E’ il mio pane quotidiano”. In molte zone della regione la plastica rappresenta la prima fonte di guadagno per migliaia di fabbriche che hanno dovuto stoppare la produzione. Secondo le stime, i lavoratori che potrebbero perdere il loro posto a seguito di questa nuova legge sono mezzo milione. 500mila persone pronte a battersi nelle aule dei tribunali per difendere la loro fonte di sussistenza. “In questo momento ho 28 operai e negli ultimi 15 giorni non abbiamo avuto lavoro”, spiega Dalvi. “Ho spiegato loro la situazione, ma non so cosa accadrà in futuro”. “La plastica non è il male, sono le nostre abitudini a essere sbagliate. Parliamo di un materiale fenomenale, potremmo riciclarla fino a 10 volte”. Per il governo il divieto è stato necessario per far fronte alla seria minaccia per l’ambiente che la plastica rappresenta.

Cosa possiamo fare noi?

Si può vivere senza plastica? O almeno provare a consumarne meno? Sì, se si seguono alcune accortezze. Ecco alcune buone abitudini raccolte dal New York Times e dal Guardian.

  1. Il primo consiglio è quello di usare una bottiglia di plastica riutilizzabile e di riempirla di volta in volta con l’acqua del rubinetto.
  2. Non dimenticate di portarvela dietro in modo tale da non comprare nuove bottigliette. Se poi la vostra paura è che l’acqua del rubinetto non sia di buona qualità (cosa davvero rara in molte zone d’Italia), esistono degli appositi filtri per rubinetti oppure brocche che filtrano sia il calcare che il cloro e alcuni metalli – come piombo e rame – che potrebbero arrivare dai tubi domestici.
  3. Dalle buone e semplici pratiche a quelle più complesse, non fosse altro per la reperibilità.
  4. Rinunciate alle cannucce o, se proprio non riuscite a farne a meno, usate quelle di carta o di acciaio inossidabile. 
  5. Lavate e riutilizzate i sacchetti freezer.
  6. Scegliete spazzolini per i denti in bambù e preferite dentifrici in contenitori di vetro.
  7. Non acquistate frutta e verdura già imballata.

Il bullismo continua a far paura nelle scuole (e non solo), come confermano gli ultimi episodi di cronaca. Un fenomeno costante e consistente, che non riguarda ormai solo le angherie tra coetanei ma anche violenze e minacce contro i professori. I dati disponibili parlano chiaro: in Italia c'è in media almeno un caso di bullismo al giorno. Questa la cifra che emerge dalle segnalazioni al Telefono Azzurro dell'anno 2017. Sono infatti il 10% le richieste di aiuto rivolte all'associazione che riguardano episodi di bullismo e cyberbullismo. Di queste il 46% proviene dal Nord Italia, seguono il Sud e le Isole con il 31% e il Centro con il 23%.

Leggi anche: Bullismo, aggressioni, insulti agli insegnanti. Cosa succede nelle scuole italiane

Il bullismo fa paura, soprattutto nella sua versione web, come dimostrano i risultati del dossier 'Spett-attori del web', costruito su una ricerca effettuata sempre da Telefono Azzurro insieme a Doxa Kids, che riguarda il comportamento di utilizzo di piattaforme e device tecnologici da parte dei 12-18enni. Il 72% degli intervistati racconta che la paura maggiore è legata alla diffusione di foto intime e video a sfondo sessuale. Uno su quattro teme di essere ricattato per la pubblicazione di questo genere di contenuti su un social network o la diffusione attraverso piattaforme di instant messaging. Oltre la metà degli adolescenti (59%) ha vissuto esperienze spiacevoli e negative durante la fruizione di una diretta streaming.

Inoltre, da un sondaggio di Amnesty International, realizzato in collaborazione con Doxa, emerge che 7 italiani su 10, circa il 71%, sono convinti che il fenomeno stia aumentando. Di questi il 45% crede che l'incremento sarebbe dovuto proprio alla cassa di risonanza fornita dai social media, mentre per il 26% è colpa del costante clima di incitamento all'odio presente sui media. Ma per un italiano su quattro, in realtà il bullismo è sempre stato presente. E non ci sono sostanziali differenze rispetto al passato, se non che oggi si registrano più denunce.

Leggi anche: Nessuno (o quasi) è d'accordo con quello che Michele Serra ha scritto sui bulli

Stando agli ultimi fatti di cronaca le aggressioni di studenti nei confronti dei propri professori sembrano fenomeni all'ordine del giorno. Eppure, in base a ciò che hanno raccontato i circa 7 mila studenti di scuole medie e superiori, interpellati da Skuola.net, il fenomeno è meno grave di quanto si percepisca. Solo il 7% dei ragazzi, infatti, dice di aver assistito a uno scatto d'ira di un proprio compagno che aveva come bersaglio il docente di turno. Stiamo parlando di poco più di 1 studente su 20. E, nella maggior parte dei casi, si tratta di aggressioni verbali: il 55% degli intervistati riporta che il coetaneo si è 'limitato' a insulti e improperi.

Più di un terzo delle volte (36%), però, lo studente è passato alle vie di fatto, alzando le mani verso l'insegnante. Che, in termini assoluti, si traducono in pochissimi episodi. Davanti al bullo il problema, semmai, è l'atteggiamento della classe. Perché, quando accadono cose del genere, gli altri studenti non intervengono. Anzi, contribuiscono a far diventare virale la scena, tra chi frequenta la scuola (e non solo). Mettendo in atto una sorta di cyberbullismo ai danni dei prof.

Leggi anche: Ha un nome il virus che produce bullismo nelle nostre scuole

Per il 27% degli intervistati, i ragazzi che hanno assistito allo scontro si sono limitati a riprendere con lo smartphone, per scattare foto o girare video di quanto stava avvenendo, da caricare online sui social network o passarsi via chat, ridicolizzando il docente o esaltando l'impresa. A cui va aggiunto un 20% che afferma che nessuno ha difeso l'insegnante. Secondo il 16%, c'è stato chi ha preso addirittura le parti del compagno. Appena 1 su 5 – il 21% – conferma che c'è stato almeno il tentativo di placare gli animi. Forse anche per questi strascichi 'tech', per la paura che si gonfi a dismisura l'attacco nei propri confronti, ben oltre le mura della scuola, che tantissimi professori decidono di subire in silenzio. Proprio quello che è avvenuto più spesso negli ultimi episodi. Sempre in base ai racconti degli studenti, nel 43% dei casi i docenti non hanno reagito alla violenza (fisica o verbale che sia).

Per il 57%, invece, gli insegnanti hanno risposto all'affronto adottando la stessa arma usata dall'alunno. Un quadro che vede gli insegnanti messi sotto pressione anche da un altro fronte: quello dei genitori. Perchè quasi 1 ragazzo su 10 sostiene che pure le famiglie si danno il loro bel da fare: l'8% dice che più di un genitore ha offeso un docente per il trattamento riservato al figlio (qualcuno ha persino alzato le mani). E allora il problema diventa sistemico.

Un app contro i bulli

Contro il bullismo e il cyberbullismo non mancano comunque azioni che tentano di ridurre il fenomeno. è il caso di You Pol, l'app che ha lo scopo di permettere a tutti, giovani e adulti, di interagire con la Polizia di Stato, consentendo l'invio di segnalazioni di episodi di bullismo. Grazie a You Pol è possibile quindi inviare immagini o segnalazioni scritte direttamente alla sala operativa della questura, anche se il segnalante si trova in una provincia diversa. Sarà possibile così denunciare all'autorità di polizia fatti di cui si è testimoni diretti (anche mediante foto o immagini acquisite sul proprio cellulare) ovvero notizie di cui si è venuto a conoscenza indirettamente (link, pagine web, ricezione messaggi, informazioni orali).

L'app permette anche di fare una chiamata di emergenza (attraverso un pulsante di colore rosso) alla sala operativa (113 o 112 Nue qualora presente). Non mancano inoltre iniziative di sensibilizzazione come quella di Smemoranda che ha dato vita al progetto "Sbullizzati", grazie al quale una sezione del sito Smemo è stata dedicata alla lotta contro il bullismo. Ogni quindici giorni sono previsti incontri per parlare del tema con ragazzi e adulti che hanno vissuto il bullismo sulla loro pelle o che lo combattono ogni giorno. Inoltre alcuni personaggi famosi, come Francesco Totti, Alvaro Soler, Alex Zanardi, Amadeus, Alvin, Enrico Lucci, Dolcenera, Arisa, Juliana Moreira, Anna Safroncik, Luca Marin, Elisabetta Gregoraci, Edoardo Stoppa, Edoardo Mecca, Leonardo Fiaschi, Lorenzo Baldassarri e Simone Origone, si sono messi a disposizione di telefono azzurro per girare alcune videoclip e diffondere l'hashtag #NonStiamoZitti. Lo scopo è quello di rilanciare il messaggio chiave dell'abbattimento del muro del silenzio – parlare, denunciare, vincere la vergogna – che circonda e alimenta il fenomeno. 

Una giovane ragazza pakistana, Sana Cheema, di 25 anni, residente a Brescia, sarebbe stata stata uccisa in patria dal padre e dal fratello, che avrebbero deciso e realizzato l'omicidio dopo aver saputo da lei che voleva sposare un ragazzo italiano. La tragica storia è stata rivelata dal Giornale di Brescia nell'edizione di oggi. La giovane viveva da tempo nella città lombarda, dove aveva compiuto gli studi, che le avevano consentito di trovare un lavoro a Milano. I genitori avevano vissuto con lei per anni, ottenendo anche la cittadinanza italiana, poi si erano spostati in Germania.

Un paio di mesi fa Sana era tornata in Pakistan, nel distretto di Gujrat dove è nata, ritrovando in quella occasione la famiglia. Doveva essere un viaggio per riabbracciare la famiglia e trascorrere dei giorni con parenti che non vedeva da tempo, ma dal Pakistan non è più tornata. Padre e fratello l'avrebbero sgozzata e in seguito sono stati arrestati dalla polizia di Gujarat.

La vicenda di Sana riporta alla mente l'omicidio di Hina Saleem, anche lei uccisa nell'agosto del 2006 dai familiari nel bresciano, a Ponte Zanano, e poi seppellita nel giardino davanti a casa. La motivazione era che voleva vivere secondo i costumi occidentali, sovvertendo le tradizioni e i costumi pakistani. Leggi la storia integrale sul Giornale di Brescia

L'Amaca – la rubrica che tiene su Repubblica – che  Michele Serra ha dedicato all'episodio di bullismo da parte di uno studente su un professore di Lucca e agli altri emersi in questi giorni ha sollevato un vespaio di reazioni che ha coinvolto firme sulla carta stampata e lettori sui social. A scatenare la polemica – e forse l'intento era proprio questo – è una frase: 

Il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza.

In pochissimi si dicono d'accordo con l'editorialista e autore del best seller 'Gli Sdraiati', ma c'è chi sottolinea che la chiave per comprendere le sue parole è in un altro passaggio, in cui denuncia "la struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società".  

Ecco alcune prese di posizione sulle parole di Serra:

"Ma la domanda che pone l’Amaca di Serra è diversa: sono davvero “brutti sporchi e cattivi” i responsabili della crisi, della goliardia, della messa in scena della violenza rituale dell’umiliazione dei professori? Sono davvero così perché figli di genitori ignoranti e marginali? Io non lo credo affatto. Ho visto piuttosto molti padri e madri eccellenti difendere cause indifendibili, un anno fa discutevano di una così di bullismo atroce in una scuola bene di Milano, senza che nessuno pensasse di fare sociologia. La demenza e la stupidità – come direbbe Carlo Cipolla – sono malattie assolutamente trasversali".

Luca Telese – Tiscali 

Forse ciò che invece dimostra l’articolo di Serra è che le vicende di Lucca de te fabula narratur: della incapacità, cioè, degli adulti, dei vecchi, della classe dirigente, degli educati e dei capaci, del ceto medio riflessivo, di guidare i giovani, il popolo, le masse, verso le magnifiche sorti e progressive di cui essi sono i (self-appointed) cantori. E allora l’inganno non è nell’aver convinto le persone chesiamo tutti uguali, l’inganno consiste nell’aver detto che quelle sorti non solo erano vere, ma che erano a portata di mano di tutti. E se il populismo, come lo chiama Serra con orrore, dilaga, è per la consapevolezza dell’irraggiungibilità dei livelli di benessere, ricchezza, disponibilità, possibilità di prendere l’ascensore sociale dei genitori.

Francescomaria Tedesco, filosofo del diritto e della politica – Il Fatto Quotidiano

No, non sono le condizioni che determinano come sono i ragazzi. Pensiamo all’acqua calda: ammorbidisce la patata ma indurisce l’uovo. Quello che importa è cosa hai dentro, in cosa consisti, di cosa sei fatto. Il degrado economico non produce disagio. È il degrado valoriare che lo produce. I giovani hanno bisogno di fare esperienze educative. Servono adulti significativi, credibili, appassionati e coerenti. Allora i ragazzi seguono e sono in grado di stupire.

Simone Feder, coordinatore Casa del Giovane di Pavia e giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano – Vita

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Duemila maestre e maestri senza laurea e con il diploma magistrale conseguito prima del 2001-2002 perderanno la cattedra fissa. E' arrivato il parere dell'avvocatura di Stato su una sentenza del Consiglio di Stato, che nel dicembre 2017, aveva escluso dalle graduatorie ad esaurimento (Gae), chi non è in possesso della laurea e del diploma della scuola di specializzazione.

L'effetto è immediato per i circa duemila docenti (su un totale di 5.000 coinvolti) che hanno presentato ricorso contro la sentenza, scrive Repubblica. Saranno subito esclusi dalle Gae e dovranno passare alle graduatorie di Istituto, perdendo così il diritto alla cattedra fissa. In tutti gli altri casi – spiega in una nota il ministero – bisognerà attendere le rispettive sentenze nel merito, che, con ogni probabilità, si uniformeranno alla decisione del Consiglio di Stato.

La sentenza da cui tutto ha avuto inizio

La sentenza del Consiglio di Stato ha dichiarato che il diploma magistrale non è un titolo abilitante per accedere alla professione. Servono la laurea e la scuola di specializzazione, ricorda Il Secolo XIX. Una vicenda cominciata nel 2001, quando vennero chiuse le scuole magistrali, e proseguita con la riforma Moratti, che ha fissato come requisiti per poter insegnare la laurea e la scuola di specializzazione. Da allora molti diplomati magistrali hanno presentato ricorso, l’hanno vinto e sono riusciti a entrare nelle graduatorie a esaurimento. 

Il Miur ha ribadito che restano fermi i diritti acquisiti di coloro che sono risultati destinatari di una sentenza già passata in giudicato, scrive Orizzonte Scuola. In tutti gli altri casi la decisione di dicembre non ha comunque effetti immediati. Occorrerà infatti attendere le sentenze di merito che, con ogni probabilità, si uniformeranno alla decisione del Consiglio di Stato.

La contromossa dei sindacati

In vista delle prossime sentenze e della necessità di garantire un ordinato avvio del prossimo anno scolastico, le Organizzazioni sindacali hanno espresso l’esigenza di un urgente intervento in sede parlamentare. Un’iniziativa legislativa tesa a salvaguardare, innanzitutto, il diritto delle studentesse e degli studenti alla continuità didattica e a un insegnamento di qualità e che possa contemperare le attese dei diplomati magistrali coinvolti dalle sentenze con quelle dei laureati in Scienze della formazione primaria.

Il Miur si è dichiarato favorevole a una soluzione di tipo legislativo in sede parlamentare, nel rispetto dei diritti di tutte e tutti, a partire da quelli delle studentesse e degli studenti, e si è messo a disposizione per il supporto tecnico-amministrativo necessario. In questo senso è già stata programmata una prima riunione tecnica di approfondimento con le Organizzazioni sindacali che si terrà il prossimo 3 maggio.

​Nuovi servizi, informazioni in tempo reale, nuove opportunità e profili professionali, migliore organizzazione, innovazione e servizi digitali, corretto utilizzo del web, lotta alle fake news, dati e sicurezza, privacy, trasparenza. Sono tanti i temi e gli impegni quotidiani al centro di un nuovo rapporto tra enti, aziende pubbliche e cittadini, incentivato e sviluppato grazie alle tante piattaforme di comunicazione messe a disposizione dal web: dal semplice sito Internet fino ai social network e chat. Temi e impegni a cui è dedicato il primo PA Social Day italiano, promosso dall'associazione nazionale PA Social, che si svolgerà mercoledì 6 giugno in tutta Italia con eventi in contemporanea (in orario 9.30-13.30) e in diretta web e social.

"In tutte le regioni italiane si terrà un evento #pasocial – spiega il presidente dell'associazione, Francesco Di Costanzo – aperto alla partecipazione di tutti, in cui sarà affrontato e approfondito un tema specifico legato alla nuova comunicazione. L'obiettivo è ampliare il dibattito, sollecitare un confronto, raccogliere idee e proposte, allargare ulteriormente la rete della nuova comunicazione". "Nuova comunicazione", aggiunge "significa nuovi servizi per i cittadini e una rivoluzione nel rapporto con il settore pubblico. L'Italia è oggi la prima realtà a livello mondiale ad aver creato una rete della nuova comunicazione pubblica, un motivo d'orgoglio ma soprattutto un incentivo a fare sempre meglio. Il PA Social Day sarà un'occasione per crescere e migliorare".

Il tema del PA Social Day è la nuova comunicazione pubblica, ma ogni città e regione affronterà l'utilizzo degli strumenti web, social e chat rispetto a vari temi legati alla vita quotidiana: sanità, servizi pubblici e gestione delle emergenze, cultura del digitale, marketing territoriale, nuova organizzazione e profili professionali, cultura, musei e spettacolo, intelligenza artificiale e chat bot, ambiente, chat, community e comunità, fondi europei, fake news, servizi digitali, open data e partecipazione, web reputation, nuovi linguaggi, telepresenza.

Le regioni e le città protagoniste del Pa social   

 

Marche – Ancona – Chat e pagine social

Puglia e Basilicata – Bari – Servizi digitali

Emilia Romagna – Bologna – Intelligenza artificiale e chat bot

Sardegna – Cagliari – Sanità

Molise – Campobasso – Sviluppi e scenari della nuova comunicazione pubblica

Sicilia – Catania – Web reputation e nuovi linguaggi

Calabria – Cosenza – Open data e partecipazione

Toscana – Firenze – Ambiente

Liguria – Genova – Marketing territoriale

Lombardia – Milano – Servizi pubblici e gestione delle emergenze

Campania – Napoli – Fake news e corretto uso del web

Veneto – Padova – Nuova organizzazione e profili professionali per la comunicazione pubblica

Umbria – Perugia – Telepresenza

Abruzzo – Pescara – Fondi Europei

Lazio – Roma – Community e comunità

Piemonte e Valle d'Aosta – Torino – Cultura digitale

Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige – Trieste – Cultura, musei, spettacolo

Il PA Social Day è organizzato dall'associazione PA Social e realizzato grazie al sostegno e alla sponsorizzazione di Datastampa e dei media partner Agi, iPress e cittadiniditwitter.it. L’evento andrà in diretta web e social con hashtag #pasocial e sarà possibile seguirlo in varie modalità. Tutte le informazioni e gli aggiornamenti sui programmi saranno pubblicati su www.pasocial.info e tutti i canali social e chat dell’associazione.

La trattativa c'è stata. Il patto scellerato tra pezzi dello Stato e Cosa nostra è stato siglato. Questo viene fuori dalla dura sentenza emessa dalla Corte d'assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto e pronunciata oggi pomeriggio poco dopo le 16, nell'aula bunker del Pagliarelli, dopo una camera di consiglio iniziata alle 10.30 di lunedì scorso e durata poco più di quattro giorni. Dopo cinque anni di udienze, boss e politici sono stati dichiarati colpevoli del reato per minaccia e violenza al corpo politico dello Stato.

Condannati i generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, l'ex senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri e il boss Antonino Cinà a 12 anni di carcere; 28 anni a Leoluca Bagarella, ed è la pena piu' pesante. Otto anni al colonnello Giuseppe De Donno. Stessa pena per Massimo Ciancimino accusato di calunnia nei confronti dell'allora capo della polizia Gianni De Gennaro, che è stato invece assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Prescrizione per Giovanni Brusca. E assoluzione per l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, che era stato accusato di falsa testimonianza. In sostanza i carabinieri del Ros sono condannati per i fatti commessi fino al 1993; Dell'Utri per i fatti del 1994: da una parte la trattativa sarebbe stata intavolata dai carabinieri, dall'altra da Dell'Utri.

Si chiude così un primo importante capitolo del processo iniziato nel maggio 2013 sulla cosiddetta Trattativa Stato-Mafia per la quale in cinque anni ci sono state 220 udienze, mentre sono stati ascoltati 200 testimoni. Ma partiamo dall’inizio.

La tesi

Con l’espressione “Trattativa Stato-Mafia” si definisce una presunta negoziazione tra importanti funzionari dello Stato e rappresentanti di Cosa Nostra, portata avanti nel periodo successivo alla stagione delle stragi del '92 e '93 al fine di giungere a un accordo e quindi alla cessazione delle stragi. Il fulcro ipotizzato dell'accordo sarebbe stato la fine della cosiddetta "stagione stragista", in cambio di un'attenuazione delle misure detentive previste dall'articolo 41 bis, grazie alle quali il pool di Palermo guidato dal giudice Giovanni Falcone aveva condannato ad anni di cosiddetto carcere duro centinaia di criminali mafiosi.

Gli imputati

C'erano boss, politici e carabinieri tra gli accusati di avere intavolato un dialogo scellerato tra la mafia e le istituzioni. Oltre a Totò Riina, ormai deceduto, tra gli esponenti mafiosi figurano:

  • Leoluca Bagarella
  • Giovanni Brusca
  • Antonino Cina

Tra gli ex alti ufficiali del Ros:

  • Mario Mori
  • Antonio Subranni
  • Giuseppe De Donno

A questi si aggiungono:

  • Massimo Ciancimino
  • Marcello Dell'Utri, ex senatore di FI
  • Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno ed ex presidente del Senato.

Quest'ultimo doveva rispondere del reato di falsa testimonianza, Ciancimino di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Tutti gli altri erano accusati di violenza a Corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato

Gli attentati

Le più importanti stragi compiute tra il 1992 e il 1993:

  • Il 12 marzo 1992 l'onorevole Salvo Lima, parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana, viene ucciso alla vigilia delle elezioni politiche, perché non più in grado di garantire gli interessi delle cosche mafiose nel governo. E, in particolare, perché non è riuscito a far aggiustare il maxi processo in Cassazione. Il vero bersaglio era Giulio Andreotti ma era troppo protetto e irraggiungibile.
  • Il 4 aprile 1992 il maresciallo Guazzelli viene ucciso lungo la strada Agrigento-Porto Empedocle e l'omicidio viene rivendicato con la sigla "Falange Armata
  • Il 23 maggio 1992 avviene la strage di Capaci, in cui viene ucciso il giudice Giovanni Falcone. Subito dopo, il Consiglio dei ministri nella seduta dell'8 giugno 1992 approva il decreto-legge "ScottiMartelli" (detto anche "decreto Falcone"), che introduce l'articolo 41 bis, cioè il carcere duro riservato ai detenuti di mafia. Il giorno successivo giunge una telefonata anonima a nome della sigla "Falange Armata" in cui si minaccia che il carcere non si deve toccare.
  • Il 19 luglio 1992 nell’attentato in via D'Amelio, a Palermo, viene ucciso Paolo Borsellino. L'attentato viene rivendicato sempre con la sigla "Falange Armata"
  • Il 27 maggio 1993, a Firenze, avviene la strage di via dei Georgofili, che provoca cinque vittime e una quarantina di feriti: l'attentato è rivendicato ancora una volta con la sigla "Falange Armata"
  • La notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 avviene la strage di via Palestro a Milano (cinque morti e tredici feriti). Qualche minuto due autobombe esplodono davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, senza però fare vittime.

La richieste dei pm

Il 26 gennaio, dopo una complessa requisitoria durata una decina di udienze, i pubblici ministeri Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e i sostituti della Procura nazionale antimafia Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, avevano formulato le richieste di condanna:

  • 15 anni di reclusione per il generale Mario Mori
  • 12 anni per il generale Antonio Subranni e il colonnello Giuseppe De Donno.
  • 12 anche per Dell'Utri
  • 6 anni di carcere per Nicola Mancino
  • 16 anni al boss Bagarella, la pena più alta
  • 12 anni per Cina'
  • 5 anni per Ciancimino per l'accusa di calunnia

E poi due richieste di archiviazione: una per Giovanni Brusca e l’altra per Ciancimino per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, perché prescritto.

“Lo Stato si è messo nelle mani della Mafia”

Per l’accusa, “al di là della retorica formale secondo cui le istituzioni combattono con fermezza Cosa nostra”, il processo “ha fatto emergere un'altra verità una parte importante e trasversale delle istituzioni, spinta da ambizione di potere contrabbandata da ragion di stato, ha cercato e ottenuto il dialogo e poi il parziale compromesso con l'organizzazione mafiosa". Con Mario Mori "protagonista assoluto". Questa "mediazione occulta" ha prodotto "dei risultati devastanti, la realizzazione dei desideri più antichi di Cosa nostra che cercava proprio questo: non la repressione, ma la mediazione".

"La trattativa era attesa, voluta e desiderata da Cosa nostra. E in quel periodo c'era un comprimario occulto, una intelligenza esterna – è la tesi sostenuta dall'accusa – che premeva per la linea della distensione. Che diede dei segnali in tal senso, mentre Cosa nostra continuava a cercare il dialogo a suon di bombe, con i morti per terra a Milano e Firenze, e sfregiando monumenti". "Se si fosse attuata la linea della fermezza e della durezza non ci sarebbe stato spazio per gli stragisti, i consiglieri del dialogo sarebbero stati individuati e assicurati alla giustizia e la strategia della paura debellata. Invece ci furono molteplici segnali volti a favorire la trattativa: il decreto di Conso, la revoca e gli annullamenti del 41 bis disposti da Capriotti (direttore del Dap). Ci furono anche prima partendo dalla mancata perquisizione del covo di Riina". "Cedendo al ricatto, lo Stato si è messo nelle mani della mafia".

Con esponenti delle istituzioni "che hanno ceduto, per paura o incompetenza, illudendosi che la concessione di una attenuazione del regime carcerario del 41 bis potesse far cessare le bombe e il piano criminale di devastazione di vite e obiettivi. Cosa che non avvenne". Tesi che fondamentalmente è stata accolta dai giudici.

Uno schiaffo a freddo, durante un’intervista nel centro di Roma. Protagonisti dell’aggressione, Mario Landolfi, ex ministro e politico di Fratelli d’Italia e il giornalista Danilo Lupo, inviato del programma di Massimo Giletti su La7 ‘Non è l’Arena’. Il fatto è avvenuto ieri, nella strade vicino a Montecitorio, in pieno giorno e davanti ai passanti. Lupo stava realizzando un servizio sui vitalizi ai politici, tema di grande attualità in questi giorni, e aveva fatto una domanda all’ex ministro, che invece di rispondere civilmente ha sferrato uno schiaffo in faccia al giornalista. Le immagini sono state riprese dalla telecamera di La7.

"Sono estremamente rammaricato” , ha commentato il conduttore del programma, Massimo Giletti “che un ex ministro nonché giornalista reagisca in modo sconsiderato. Le immagini riprese non hanno bisogno di nessun commento e ci raccontano di come, purtroppo, il tema dei vitalizi per gli ex parlamentari continui ad essere un nervo scoperto. Posso comprendere una reazione dialettica forte, ma non la violenza".