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Cronaca

Venti anni dopo l’omicidio della studentessa Marta Russo, “la vicenda non è più un enigma, ma un caso chiuso”. Almeno dal punto di vista giudiziario. Ne è convinta sua sorella Tiziana che però qualcosa da dire ce l’ha ancora e per questo motivo, per la prima volta da quel tragico 9 maggio del 1997, quando una pallottola colpì Marta alla nuca nel cortile della Sapienza, ha deciso di rompere il lunghissimo silenzio con un libro. Edito da Log (Edizioni Guerini), il libro si intitola semplicemente “Marta Russo, mia sorella” perché – ha spiegato l’autrice all’Agi – al contrario di altre pubblicazioni uscite negli anni – alcune delle quali ribaltano la sentenza che “ha condannato a 5 gradi di giudizio i colpevoli: Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro” – Tiziana non vuole tornare sul processo.

No, l’obiettivo è un altro, e cioè quello di “riappropriarsi di sua sorella e farla conoscere all’Italia, mostrando il suo volto umano”, ’trasfigurato’ da quello che fu “il primo caso di cronaca nera diventato mediatico”. 

Fare i conti con la grancassa mediatica

Ed è su questo che insiste soprattutto Tiziana: “Se da un lato la grancassa mediatica ha aiutato ad andare fino in fondo, alla ricerca di una verità che poi è arrivata”, dall’altro ha travolto la famiglia Russo in “un turbinio di rinnovato dolore” con, cui forse, hanno potuto fare i conti solo a processo finito. In questa “spettacolarizzazione del dolore” Tiziana ha smesso di essere se stessa per diventare la sorella di Marta Russo. “Per un periodo sono anche scappata da Roma, ma non è servito. Così sono tornata e ho affrontato il mio lutto”. La copertura mediatica aveva innescato dinamiche nuove, oscure allora. “Nessuno sapeva come comportarsi: in quegli anni c’era chi ci avvicinava per curiosità, chi per pietà, chi per venerazione”. Solo anni dopo Tiziana è riuscita a riappropriarsi della sua identità. “A un certo punto ho capito che quella non era la ragazza uccisa ma Marta. Mia sorella. Dietro quella foto stampata nell’immaginario collettivo, c’era una ragazza con i suoi sogni, con una famiglia e con un volto umano che dopo la tragica vicenda non ha mai più avuto”.

Mia sorella non era una santa

Nel libro Tiziana ripercorre la sua vita e quella di sua sorella, dall’infanzia fino alla morte di Marta. Una storia fatta di giochi, di amicizie, di liti, di gelosie tipiche dell’adolescenza (“da parte mia che vedevo Marta più bella di me”) di allontanamenti e di riavvicinamenti. Un percorso simile a quello di tantissimi altri fratelli, ma che Tiziana aveva totalmente rimosso: “Avevo cancellato i ricordi belli e quelli brutti perché entrambi erano troppo dolorosi”. Poi continua: “Ho sfogliato dei ritagli di giornale conservati all’epoca da mio padre: c’erano le immagini del corteo funebre. Sapevo di esserci stata ma non ricordavo nulla”. “Riportarli alla memoria è stato terapeutico e mi ha permesso di non cadere nell’errore di perdere mia sorella per la seconda volta”. 

Marta era una ragazza positiva che in un periodo di depressione si chiese sulle pagine del suo diario “come potesse rendersi utile al mondo”. Quello fu il suo testamento involontario da cui i suoi genitori, “mutilati nel corpo e nell’anima”, trovarono la forza di donare i suoi organi e di diffondere la cultura della donazione attraverso l’organizzazione da loro fondata “Marta Russo onlus”. Ma di sicuro Marta non era una santa – nel senso letterale del termine –  come molta gente credette dopo la sua morte. “Era entrata in tutte le case, soprattutto qui a Roma” e, man mano che il processo andava avanti, Marta è diventata prima la sorella d’Italia, poi un’icona e, infine, per molti persino una santa. “Sulla sua tomba abbiamo raccolto migliaia di lettere di persone che le chiedevano aiuto nel superare un momento difficile, una prova d’esame, un conflitto con la persona amata”. Tiziana sa bene che sua sorella non era una santa, ma prova gratitudine nei confronti di queste persone che hanno fatto sentire la loro vicinanza alla famiglia. 

La domanda rimasta senza risposta

Se l’omicidio di Marta ha commosso così tante persone il motivo è anche che la giovane studentessa di Giurisprudenza è stata colpita all’interno della Città Universitaria. Nel cortile del suo ateneo. Fuori dall’edificio della facoltà che aveva scelto per costruire il suo futuro. Un luogo – in teoria – al riparo dai pericoli dove si formano i futuri cervelli del Paese. Per la presentazione del suo libro, che si terrà il prossimo 15 dicembre alle 16, Tiziana ha scelto proprio alla Sapienza. Per scrivere “la parola fine dove tutto è iniziato”. E per ringraziare un ateneo che molto si è speso negli ultimi anni per preservare la memoria di Marta Russo: “Hanno intitolato un’aula a mia sorella e da poco hanno istituito anche una borsa di studio in suo nome”. Lo stesso rettore, Eugenio Gaudio, interverrà alla conferenza stampa del libro sulla vittima di quello che è ormai noto alle cronache come il “delitto della Sapienza”. Ma da circa 20 anni una domanda resta senza risposta nella mente di Tiziana: perché negli anni del processo l’allora amministrazione dell’ateneo assunse un atteggiamento diffidente, quasi omertoso, nei confronti delle indagini? “Avrei voluto un atteggiamento differente, come quello che poi è arrivato”.

L’omicidio della Sapienza 

Il 9 maggio del 1997, intorno alle 11:42, Marta Russo, studentessa di 22 anni di Giurisprudenza, viene colpita alla nuca da un proiettile calibro 22. Stava passeggiando con l’amica Jolanda Ricci in un vialetto della città universitaria.Trasportata in coma al Policlinico Umberto I, morirà quattro giorni dopo, in seguito alla decisione dei genitori di staccare la spina e permettere ai medici di effettuare l’espianto degli organi, seguendo un desiderio espresso dalla figlia qualche tempo prima. Ai funerali all'ateneo parteciperanno Romano Prodi, Walter Veltroni, Luciano Violante e Luigi Berlinguer. Mentre Papa Giovanni Paolo II invierà un messaggio. Chi sparò a Marta Russo? Sei anni dopo il delitto il dottorando di Filosofia del Diritto, Giovanni Scattone, verrà condannato in via definitiva per omicidio colposo aggravato a 5 anni e 4 mesi, mentre il collega Salvatore Ferraro a 4 anni e due mesi per favoreggiamento. I due si dichiareranno sempre innocenti.

L’appello di Tiziana ai giornalisti

Venti anni dopo Tiziana qualcosa vuole dirlo anche ai giornalisti: “Tutelate di più la vittima”. E i suoi familiari. “Abbiamo visto l’assassino di mia sorella e il suo complice ospiti in tv, siamo stati inseguiti ovunque pur di catturare un gesto o una lacrima. Questa spettacolarizzazione del dolore non va a favore della vittima”. Il primo ricordo di Tiziana con i giornalisti risale proprio al 9 maggio del 1997: “Quel giorno ero stata anche io all’università, ero appena rientrata a casa ma non avevo trovato nessuno. I miei erano in ospedale ma io non potevo saperlo. Poco dopo suonarono al citofono alcuni uomini della DIGOS, li feci entrare, mi spiegarono con molta delicatezza che mia sorella era stata ferita ma non capii quanto fosse grave. Mi accompagnarono in questura e poi in ospedale. Appena uscii dal portone di casa trovai i primi giornalisti che avevano saputo la notizia”.

 

 

 

Chi è capitato all’Auditorium Parco della Musica di Roma la sera di giovedì 7 dicembre, e ci è ripassato la mattina dell’8, potrà pensare di aver sognato. Di aver visto una quarantina di stand sotto ai portici ideati e costruiti da Renzo Piano, quelli che conducono all’ingresso dell’auditorium. Stand già illuminati e funzionanti che stamattina non c’erano più. Possibile? Un mercatino di Natale in allestimento con tanto di camion e furgoni pieni di merce per le bancarelle – abiti, libri merchandising di qualunque tipo – che la mattina dopo è sparito, volatilizzato.

Una performance di qualche illusionista americano? Macché, tutto vero, stand, furgoni e merchandising. Tutto arrivato e ripartito nell’arco di un pomeriggio e una notte. Motivi di sicurezza, gli stand non erano a norma. "Ma non c'entra nulla la sicurezza – racconta uno degli ambulanti che stamattina stava facendo i bagagli –  sembra che ci sia stata una disputa tra Santa Cecilia (cioè l'Auditorium, che gestisce il cartellone e la stagione dell musica classica, ndr) e i vertici della fondazione Musica per Roma (che gestisce la struttura e le altre programmazioni, ndr)". Tesi che è cominciata a circolare tra i furibondi occupanti dei portici, ma che non trova al momento nessuna conferma.

Sta di fatto che la direzione del Parco della Musica ha prima autorizzato il grande mercatino di Natale, assegnando gli spazi esterni (quelli sulla distesa di asfalto e verde pubblico che fronteggia il bar e i negozi sotto ai portici), ma anche quelli sotto i portici, a ridosso della libreria e appunto dei negozi; e in una manciata di ore ci ha ripensato, chiedendo ai commercianti di fare le valigie.

Dopo qualche ora è arrivato l’ordine di sgomberare i portici entro le 16 di oggi, 8 dicembre. Niente mercatino, non lì almeno. Con buona pace (si fa per dire) dei commercianti che non solo avevano quasi finito di montare stand e bancarelle, ma anche pagato in anticipo la quota. Cosa succederà ora? Chi pagherà per l'incredibile dietrofront?

 

Il responsabile del furto di dati che ha coinvolto Uber sarebbe un ventenne residente in Florida. E sarebbe stato pagato con una “ricompensa” per aggirare i controlli. Lo riporta Reuters. La società fondata da Travis Kalanick è stata violata nell'ottobre 2016.

Solo un anno dopo (il 21 novembre 2017) e con un nuovo ceo (Dara Khosrowshahi) ha rivelato il furto: erano state rubate informazioni personali di 57 milioni di utenti, comprese quelle di 600.000 autisti. Il mese scorso, Uber ha anche confermato di aver pagato l'hacker 100.000 dollari per distruggere i dati. La modalità di pagamento sarebbe l'altra novità emersa in queste ore.

Sempre secondo le fonti citate da Reuters, Uber avrebbe usato un escamotage per far arrivare i 100.000 dollari nelle mani dell'hacker attraverso vie lecite. Avrebbe utilizzato il cosiddetto “bug bounty program”, cioè un sistema di ricompense (che molte aziende tecnologiche hanno) che premia chi riesca a individuare e segnali i difetti di un sistema operativo, un sito o un'app. Se la versione fosse confermata, si tratterebbe comunque di un'operazione fuori dagli schemi: la maggior parte delle ricompense si aggira tra i 5 e i 10.000 dollari.

La scelta di tenere segreta la notizia e pagare l'hacker 100.000 dollari purché distruggessero i dati rubati sarebbe stata di Travis Kalanick. Il fondatore e allora ceo, dimissionario a giugno ma ancora grande azionista di Uber, avrebbe saputo della falla già nel novembre 2016, cioè meno di un mese dopo il furto.

Anche il nuovo amministratore delegato, Dara Khosrowshahi (che pure ha avviato un'indagine interna e rimosso alcuni manager) è stato toccato dalle polemiche. Secondo il Wall Street Journal, infatti, avrebbe saputo dell'attacco hacker nel settembre 2017, pochi giorni dopo il suo insediamento e un paio di mesi prima di divulgare la notizia. Khosrowshahi, inoltre, avrebbe dato priorità ai potenziali investitori: Uber avrebbe avvisato della breccia SoftBank (che allora stava discutendo l'ingresso nel capitale della società) tre settimane prima degli utenti.

Ha ammesso tutto Mattia Del Zotto. È stato lui ad aver ucciso "per punire soggetti impuri" i nonni e la zia. A dichiararlo oggi in conferenza stampa il procuratore di Monza Maria Luisa Zanetti, nel descrivere il momento in cui è stata notificata l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il 27 enne ha ammesso di aver commesso il fatto e manifestato il suo carattere "introverso", come ha descritto il capitano Mansueto Cosentino, dei carabinieri di Desio

Mattia Del Zotto pianificava di avvelenare la sua famiglia fin da giugno: analizzando il suo computer i carabinieri hanno trovato i primi contatti con la ditta fornitrice con una mail risalente al 22 giugno. Poi è passata l'estate e il ragazzo è andato a Padova a ritirare il veleno: il 15 settembre il suo telefono ha agganciato le celle della cittadina veneta, mentre alla famiglia ha raccontato di dover andare a fare un colloquio. Ai carabinieri ha ammesso di aver agito in diversi momenti, continuando ad avvelenare gli elementi della famiglia per una questione di "opportunità".

Le boccette comprate erano sei: l'ipotesi è che avesse intenzione di colpire anche i genitori, per il momento graziati.

Viveva isolato da due anni Mattia Del Zotto: stava davanti a un computer tutto il giorno e proprio attraverso la rete ha cercato il veleno con cui avvelenare la sua famiglia. Prima ha chiesto informazioni a un'altra ditta per ottenere dell'arsenico, quindi ha virato sul tallio. Esperto di informatica come era ha però poi cancellato ogni traccia dal suo computer per rendere più difficili le indagini agli inquirenti: ha dimenticato però di cancellare la bozza di una mail in cui sollecitava la ditta padovana a fargli arrivare il metallo pesante, preoccupandosi che non gli venisse addebitata due volte l'IVA.

Trecento euro circa il valore delle boccette: sei per la precisione, ma solo con una è riuscito ad uccidere tre persone e farne ricoverare altre 3. Avrebbe quindi colpito ancora. È stato lo stesso Mattia a portare i carabinieri nella cantina di via Fiume dove custodiva e nascondeva il veleno. I familiari hanno descritto la personalità del 27 enne fin dall'inizio come un ragazzo chiuso e riservato, ma nessuno di loro ha mai manifestato la preoccupazione che fosse lui l'autore dell'omicidio plurimo.

Leggi qui la ricostruzione completa dell’inchiesta

Cos'è e come agisce il Tallio

Ma cos'è il Tallio? Risponde il professor Carlo Locatelli Tallio, direttore del Centro antiveleni di Pavia della Fondazione Maugeri, che ha identificato la sostanza nei casi mortali di Desio (Mb). “Il Tallio è un costituente minore di molti minerali, ubiquitario in natura in piccole concentrazioni, anche nell’organismo umano: normalmente presente, in piccolissime quantità, anche nei prodotti di combustioni che escono da camini/canne fumarie. È un veleno importante e potente: meno di 15 mg/kg possono essere letali, probabilmente anche solo circa 200 mg in persone anziane".

È un veleno che entra nelle cellule e provoca danni interagendo con molecole a livello subcellulare: è innanzitutto neurotossico (a livello del sistema nervoso centrale e di quello periferico), ma è anche cardiotossico e dannoso su molti altri sistemi e apparati.

Il centro di Pavia in quanto Centro nazionale di informazione tossicologica, offre consulenza 24 ore su 24 ai pronto soccorso e ai dipartimenti di emergenza-urgenza in tutta Italia che debbano affrontare intossicazioni di ogni tipo, avendo anche la responsabilità di gestire la Banca dati nazionale degli Antidoti. È stata la struttura di Locatelli a individuare il Tallio come responsabile dell’intossicazione dei due pazienti deceduti all’Ospedale di Desio e dei due congiunti ancora ricoverati.

Come si manifesta

"Nell’intossicazione acuta i primi sintomi sono gastrointestinali: violenti dolori addominali, vomito, diarrea. Dopo 24-48 ore possono progressivamente comparire confusione mentale, convulsioni, coma, parestesie importanti specie agli arti inferiori, debolezza muscolare progressiva e neuropatia periferica sensitivo-motoria, insufficienza respiratoria. Nei casi non letali, dopo circa quindici giorni si ha perdita dei capelli”.

Fonti di intossicazioni

“Da molte parti, si è insistito sulle deiezioni dei piccioni, come fonte di intossicazione. Ma è un’interpretazione del tutto fantasiosa. Non conosco lavori scientifici che lo riportino ma essendo una sostanza fortemente intossicante la presenza negli escrementi sarebbe essa stessa un marker di avvelenamento. Probabile che, in passato, sia stato usato per avvelenare i piccioni. Il Tallio era infatti in commercio prevalentemente come topicida ma oggi è proibito e non più disponibile, a meno che qualcuno abbia conservato per decine di anni vecchi prodotti in cantina/garage. Era presenta anche in alcune creme depilatorie ma, anche questo caso, proibite e non più disponibile da decine di anni)".

Casistica

“I casi (sempre rari) che abbiamo avuto negli ultimi 20-30 anni sono risultati tutti correlati a ingestione (accidentale o non accidentale) di sali di Tallio finiti in qualche modo in alimenti/bevande”.

Cure

“Prima di tutto è difficile da diagnosticare – ecco il ruolo unico nel Paese dei Centri Antiveleni della Maugeri, specie di quelli in grado di disporre di diagnostica analitica anche per veleni rari, come in questo caso del Tallio -, e poi è difficilissimo da trattare”.

Antidoti

“Non esiste un antidoto con azione rapida: oltre ai trattamenti sintomatici e di supporto, si può solo cercare di decontaminare il tratto gastrointestinale per prevenire l’assorbimento (entro poche ore dall’ingestione, al momento dei sintomi gastroenterici) e poi favorire e velocizzare l’eliminazione del Tallio già assorbito attraverso un meccanismo particolare di “dialisi gastrointestinale” attraverso somministrazione continua di un antidoto particolare (che in questo caso abbiamo fornito in urgenza all’ospedale che ne necessitava). Questo trattamento può richiedere mesi.

Nei casi che sopravvivono, non sempre il recupero è totale (specialmente per quanto riguarda gli effetti neurotossici)”.

Jeff Bezos è l'uomo dell'anno secondo Recode. La testata ha stilato una lista dei 100 nomi che hanno segnato il 2017 nel mondo dei media e della tecnologia. In cima c'è l'amministratore delegato di Amazon, che anche il Time aveva indicato tra i candidati al titolo di personalità dell'anno (poi andato al movimento #MeToo). Alle sue spalle c'è Susan Fowler, la donna che, con le sue rivelazioni, ha aperto la crisi di Uber. 

1 – Jeff Bezos, l'uomo più ricco del mondo

Bezos è stato premiato perché ha “plasmato Amazon in modo da dominare i prossimi dieci anni”. Negli ultimi 12 mesi, il fondatore del gruppo ha inanellato una serie di successi: le azioni della società sono cresciute del 50%, rendendo Bezos l'uomo più ricco del mondo. Il gruppo si sta espandendo ben oltre l'e-commerce: produce contenuti, ha conquistato la leadership nel mercato degli assistenti digitali casalinghi grazie a Echo e all'intelligenza artificiale di Alexa e ha acquisito la catena di supermercati WholeFoods.

2 – Susan Fowler, la donna che ha messo in ginocchio Uber

Al secondo posto c'è Susan Fowler. Il nome è meno noto rispetto a quello di Bezos. E non è un manager di punta. Ma è la donna che, come scrive Recode, “ha messo in ginocchio Uber”. Fowler è infatti una ex ingegnere della società fondata da Travis Kalanick. Ed è stata la prima, in post sul suo blog, a denunciare le molestie subite all'interno della compagnia. È stata la mossa che ha fatto partire la slavina: il ceo Kalanick si è dimesso e Uber ha dovuto fronteggiare accuse di sessismo, scarsa trasparenza (con un furto di dati denunciato con un anno di ritardo) e spionaggio industriale.

3 – I giornalisti del caso Weinstein

Sul terzo gradino del podio c'è una squadra. È quella composta da Jodi Kantor, Megan Twohey e Ronan Farrow, i giornalisti che hanno scoperchiato il silenzio sugli abusi del produttore Harvey Weinstein. Per Recode le loro inchieste sono “giornalismo con la 'G' maiuscola” e segnano “un momento storico” capace di aprire “un'era post-Weinstein” anche grazie alle successive rivelazioni su decine di influenti personalità del cinema e dell'impresa.

4 – Zuckerberg tra Facebook e fake news

Mark Zuckerbeg entra in classifica al quarto posto. Merito, prima di tutto, dei risultati di Facebook: la società chiuderà l'anno con ricavi intorno ai 40 miliardi di dollari, il 45% in più rispetto allo scorso anno. Ha sbaragliato la concorrenza di Snapchat usando (copiando) le sue stesse armi. Ma Zuckerberg è così in alto nella lista di Recode anche per aver affrontato il tema delle fake news. Ha prima negato l'impatto del social network sulle elezioni americane. Ma ha poi corretto la rotta, impegnando risorse nel tentativo di arginare il fenomeno. Non ha ancora trovato soluzioni, ma il fatto che si sia posto il problema è già un passo avanti.

5 – Tim Cook "il sottovalutato"

Tim Cook, ceo di Apple, conquista la quinta piazza. Recode ne riconosce tutti i meriti, definendolo “ufficialmente un sottovalutato”. L'ombra e il carisma di Steve Jobs continuano a pesare, ma Apple non è mai stata così forte. E il merito è soprattutto di chi è alla guida. La Mela viene da quattro trimestri consecutivi di crescita, è diventata la società con la più alta capitalizzazione al mondo ed è la più seria candidata a diventare la prima compagnia da 1000 miliardi. Con l'iPhone X, Apple ha soddisfatto le attese di una svolta nel decimo anniversario dello smartphone.

Gli altri nella top 10

La top ten si chiude con Masayoshi Son (il ceo di SoftBank che con il suo Vision Fund ha inondato di liquidità il mondo tecnologico), Sundar Pichai (ceo di Google che ha avuto il merito di mettere al centro della società l'intelligenza artificiale), Elon Musk (il fondatore di Tesla e SpaceX ha saputo trasformare la propria vita “in un culto”), Katrina Lake (l'artefice del successo di Stitch Fix, una piattaforma capace di “dimostrare che si può ancora innovare” l'e-commerce in un mondo dominato da Amazon) e Margrethe Vestager (“nessuno ha penalizzato le grandi compagnie tecnologiche quanto la commissario Ue per la concorrenza”).  

Matteo Renzi ed Enrico Mentana, Chiara Ferragni e Jeremy Corbyn, ma anche Donald Trump e Stefano Gabbana, Elon Musk e Valentino Rossi. Cosa hanno in comune? Sono tutti ‘leader digitali’, campioni nel loro campo. Chi lo dice? Un Indice che si chiama i-Leader Index e attraverso un’analisi quali-quantitativa della presenza digitale misura la capacità di essere leader online. L’indice è stato realizzato dall’agenzia di stampa Agi, storico player dell’informazione italiano, e applicato nella prima ricerca sulla leadership digitale condotta in collaborazione con DOING, digital business company e TalkWalker, piattaforma leader nel social media monitoring.

La ricerca è stata condotta online su una selezione di personalità pubbliche e di brand organizzati in 5 categorie: Opinion Leader Politici & Giornalisti, Sport Star, Showbiz & Web Star, Business Leader, Brand in Italia. Per ogni categoria, l’indice i-Leader ha analizzato 4 indicatori fondamentali: engagement, reach, popularity e sentiment. Tutti i criteri di selezione sul sito i-leader.it

Il metodo di i-Leader

L’i-Leader Index è un indicatore che valuta la capacità di brand, personaggi pubblici e istituzioni di generare consenso (popularity), creare partecipazione (engagement), ottenere visibilità (reach) ed approvazione (Sentiment Net Promoter Score). Le caratteristiche primarie di un leader.

L’ i-Leader Index si fonda su dati quantitativi raccolti dall’analisi della presenza online dei soggetti coinvolti su social network e web.

L’i-Leader Index misura la leadership di ciascun soggetto in modo relativo ai competitor considerati e la esprime come “quota di leadership”, un valore il cui risultato viene presentato attraverso 2 elementi: Mapping e Ranking.

La rappresentazione che si ottiene è frutto dell’analisi congiunta, attraverso un sistema quantitativo “bilanciato” dei primi tre indicatori considerati (Engagement, Reach, Popularity) e uno qualitativo, attraverso la misurazione dell’SNPS (Sentiment Net Promoter Score), che fornisce una valutazione sulla percezione online (positiva, negativa, neutra) del player oggetto d'indagine.

L’algoritmo alla base dell’indice è stato pensato in modo da premiare soprattutto l’interazione effettiva degli utenti (engagement), poi in secondo luogo la popularity e infine la reach (misura meno puntuale e più rappresentativa del potenziale massimo di visibilità del player).

Questo spiega come mai, a volte, alcuni player che hanno alta reach, ma basso engagement, occupano delle posizioni basse della classifica.

L’algoritmo premia, inoltre, la capacità dei soggetti analizzati di dominare sia i canali social sia il canale web (rispetto ai livelli di indicizzazione del sito ed al numero di utenti di ritorno). Offre quindi un peso equivalente tra i canali social (pur essendo quattro: Facebook, Twitter, Instagram, Youtube) ed il canale web.

La mappa rappresenta un importante strumento strategico per comprendere quali siano le principali aree di miglioramento e di potenziamento per ciascun soggetto. Identifica, quindi, le opportunità da poter sfruttare, muovendosi lungo le tre direttrici principali: engagement, popularity, reach. Racconta qualcosa sul potenziale inespresso e su come esprimerlo facendo leva sulle tre direttrici.

I premiati e le motivazioni

Nelle categorie analizzate dalla prima ricerca i-Leader i vincitori sono risultati:

OPINION LEADER – GIORNALISTI ITALIANI: Enrico Mentana

Il giornalista che ha “snobbato” Twitter emerge comunque come leader, valorizzando al massimo le conversazioni su Facebook e le immagini che fanno discutere su Instagram. Con molti meno follower dei suoi immediati inseguitori, Mentana sa scatenare molte più conversazioni.

OPINION LEADER – POLITICI ITALIANI: Matteo Renzi

Scelte molto diverse quelle dei politici italiani al top. C’è chi privilegia le “logiche di distribuzione”, con attivisti digitali a comando e meccanismi di rilancio delle proprie idee/contenuti, ma “performa” meno nella partecipazione e dibattito, rispetto a chi cerca invece la rotondità di approccio e la presenza multicanale. Salvini e Grillo, in particolare, pagano il poco engagement a fronte di grandi numeri di seguaci e di “retwittatori”.

Renzi, leader digitale olistico, sfrutta la presenza su molti canali con un perfetto equilibrio tra follower, distribuzione dei contenuti e engagement/dibattito.

OPINION LEADER – POLITICI EUROPEI: Jeremy Corbyn

Leader digitale europeo nonostante non abbia un “apparato” di visibilità e nonostante sconti una quota di critiche importante (30%).

OPINION LEADER – POLITICI WORLDWIDE: Donald Trump

Trump domina con Twitter, Youtube e la polemica.
Numeri altissimi di engagement e reach portano alla Casa Bianca Trump con quasi 1/3 dei follower di Obama e nonostante un sentiment a tendenza negativa.
Donald Trump si conferma abile stratega delle sue risorse.

BUSINESS LEADER ITALIANI: Stefano Gabbana

Lo scenario è di quelli più simili ad un deserto che a una piazza affollata.
Top manager e capitani d’industria stanno lontani dal web o, quando ci entrano, sono conservativi e timidi.
Gli imprenditori della moda, facilitati da una gigantesca comunità mondiale digitale, diventano quindi i protagonisti.
Gabbana parla ai e con i millennial su Instagram e loro parlano con lui dandogli enorme potere.

BUSINESS LEADER WORLDWIDE: Elon Musk

L’innovatore che sta facendo parlare il mondo (e la Rete) con l’auto elettrica domina il dibattito con le immagini grazie all’innovazione. Le conversazioni e l’engagement sono tutte per Musk.

SPORTIVI ITALIANI: Valentino Rossi

Solo Vale spezza l’egemonia del calcio. Che avessimo un campione di classe mondiale, con Valentino, lo sapevamo già. E la simpatia e la brillantezza di Valentino si dimostrano anche online, dove stacca tutti, a partire dai calciatori.

SPORTIVI WORLDWIDE: Neymar Jr

L’asso brasiliano domina tutti i canali, video compreso.

Il tifo paga su tutte le linee della leadership. La “quotidianità”, la frequenza del calcio e le casse mediatiche di cui gode ne rendono i suoi protagonisti gli atleti più visibili digitalmente.

BRAND IN ITALIA: Ferrari

La rossa è amata in tutto il mondo e in tutto il web. La casa di Maranello fa battere i cuori digitali ed è il vero grande global brand del nostro Paese, con numeri inarrivabili per gli altri.

SHOW BUSINESS ITALIANI UOMINI: Fedez

I fan premiano ed è una lotta ad armi pari quella tra le celebrity italiane, ma i più performanti sono coloro che sanno dominare formati diversi (video, parole immagini) e canali e audience diverse. Un Fedez multicanale domina grazie a Instagram.

SHOW BUSINESS ITALIANI DONNE: Belen Rodriguez

Belen tutta “da vedere” leader digitale tra le celebrity donne italiane, domina con Facebook, ma soprattutto con Instagram. Belen sa quali sono i suoi asset e li usa al meglio anche nel mondo digitale. Sceglie canali prettamente visivi, che domina in modo assoluto.

WEB STAR ITALIANE UOMINI: Gianluca Vacchi

Si ama, si odia, ma non si ignora: i tormentoni di Gianluca Vacchi hanno viralità irraggiungibile e generano discussioni come nient’altro. Vacchi leader durerà? Non lo sappiamo, non è tra quelli con più follower, ma è il suo anno.

WEB STAR ITALIANE DONNE: Chiara Ferragni

Chiara Ferragni è il caso di comunicazione digital dell’Italia. Fa tutto giusto: content mix, follower, dibattito e una “rete” di vitalità internazionale e potentissima.

Non solo da “web star”. È infatti sempre lei la leader dei leader. Confrontando i vincitori di ogni categoria, Chiara Ferragni risulta ancora una volta al primo posto col suo mix di professionalità digitale, nativeness e seduzione.

È nata una stella, ed è nata sul web.

I partner della ricerca

Agi Agenzia Italia, è una delle principali news company italiane. Con 9 redazioni in Italia, una rete attiva di corrispondenti e partnership in oltre 50 paesi e news prodotte in 4 lingue (italiano, inglese, cinese e arabo), 7 giorni su 7, assicura la creazione di valore attraverso notizie, interviste, inchieste, factchecking con numeri e dati certificabili, dirette streaming e servizi video per dare ai giornalisti di radio, tv e giornali tutti gli strumenti per andare oltre gli slogan.

DOING è una digital business company con 5 sedi, di cui 1 negli Emirati Arabi Uniti e una in Malesia, un fatturato di oltre 24 milioni di euro, 220 talenti e un network internazionale formato dalle migliori agenzie indipendenti del mondo. DOING combina consulenza, creatività, contenuti e tecnologia per offrire ai propri clienti le migliori soluzioni di marketing, comunicazione, digital transformation e data solution.

Talkwalker è una società di social listening e social media analytics che aiuta oltre 1.000 brand e agenzie a ottimizzare l’impatto della loro strategia digitale, offrendo una piattaforma facile da utilizzare che li aiuta a proteggere, misurare e promuovere il brand a livello globale, su tutti i canali di comunicazione.

Fedez 1 – Consumatori 0. La prima battaglia della guerra scatenata dalle organizzazioni di consumatori contro la pubblicità occulta è persa: l'esposto presentato contro il rapper è stato archiviato. Ma non finisce qua ed è lo stesso Fedz a chiedere al Parlamento Italiano di fare chiarezza sul tema. “Subito una legge, chiara ed esplicita" dice, "Ci vuole un decalogo specifico su come segnalare le attività di sponsor ai consumatori. Una legge per tutti, dagli influencers, ai cantanti, ai calciatori”. 

Sulla questione c’è un vuoto legislativo che, secondo Fedez, non permette agli influencers di avere certezze sul corretto comportamento da tenere nell’attività di sponsor di brand. Agcm ha la possibilità di adottare provvedimenti sulla base di quanto previsto dal Codice del Consumo, "ma si tratta di norme in gran parte non più attuali poiché dettate in un periodo precedente allo sviluppo del marketing digitale"  spiega l'avvocato Cristiano Magaletti, dopo l'archiviazione dell’esposto che era stato presentato dall’Unione Nazionale Consumatori e successivamente dal Codacons.

I testimonial denunciano che così, nella pratica, non sanno cosa devono scrivere per segnalare ai consumatori il contenuto pubblicitario di un post.

Ma intanto il giro di vite contro gli influencer su Instagram, e contro la pubblicità occulta nei loro post, non ha cambiato numeri e performance. Almeno secondo quanto emerge dall'analisi di Blogmeter che mostra come le nuove regole non abbiano penalizzato star come Chiara Ferragni e le sorelle Jenner. Negli Usa l'istituto a tutela dei consumatori (Federal Trade Commission) e l’antitrust hanno stabilito una regola semplice e precisa: vanno segnalati chiaramente i post che vengono realizzati attraverso collaborazioni commerciali. L’azienda sponsor deve essere taggata nel post e gli hashtag come #ad, #adv o #sponsored devono essere facilmente leggibili e riconoscibili dall’utente. Anche in Italia lo Iap (Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria) si è mosso seguendo la stessa strada richiedendo una maggiore trasparenza agli influencer rispetto ai contenuti da loro pubblicati.  

 

 

Chiara Ferragni e gli altri influencer su Instagram. Quali effetti?  

Per capire se gli influencer hanno risentito, nei numeri, di queste nuove direttive Blogmeter ha analizzato i post contenenti gli hashtag #ad, #adv e #sponsored degli ultimi otto mesi (da marzo a ottobre 2017) pubblicati da oltre 6.600 influencer (di cui 3.000 italiani). Il primo dato che salta agli occhi è l’aumento, a livello globale, dei post accompagnati dagli hashtag prima citati: da marzo a giugno 2017, su un totale di 770mila post pubblicati dagli Influencer, i post sponsored sono stati circa 11.500, nei quattro mesi successivi si sale a 16.500, con un incremento percentuale di circa il 44%.

 

 

La situazione è ancora più sorprendente considerando i soli influencer italiani: da marzo a giugno i post con espliciti fini pubblicitari sono stati circa 1.800 su 274.500 totali, ma da luglio ad ottobre la cifra è salita vertiginosamente arrivando quasi a 7.000 post sponsorizzati su 245.000. L'aumento è del 285%. 

 

 

L'esempio di Chiara Ferragni (e delle sorelle Jenner

Questo picco tra luglio e ottobre è stato generato principalmente dall’influencer italiana più discussa del web, Chiara Ferragni, compagna del cantante Fedez. La nota fashion blogger ha raddoppiato il numero di post con gli hashtag della sponsorizzazione, passando dai 39 post pubblicati tra marzo e giugno agli 85 pubblicati nei quattro mesi successivi. Il suo profilo, tra marzo e ottobre, ha registrato una media di 238mila interazioni per i post non sponsorizzati e 221,7mila per quelli contenenti gli hashtag di sponsorizzazione.

 

 

La fondatrice del blog The Blonde Salad  ha registrato un importante crescita di engagement (+137,6%), passando da 8,1 milioni di interazioni tra marzo e giugno a 19,4 milioni tra luglio e ottobre, un dato che la posiziona in cima alla classifica di engagement, prima anche di altri influencer internazionali come le sorelle Jenner che dominano però la top 5 dei contenuti più engaging. Il post con hashtag #ad più cliccato è proprio di Kylie, sponsorizzato dal sito d’abbigliamento fashionnova.com, che raggiunge i tre milioni di interazioni. Segue a brevissima distanza un post di Kendall sponsorizzato dal brand di orologi Daniel Wellington che ottiene 2,9 milioni di interazioni. 

 

 

Numeri però che non hanno determinato un cambiamento. Secondo Paola Nannelli, Head of Influencer Marketing di Blogmeter, “Non abbiamo assistito a cali di engagement perché le influencer in questione sono riuscite a mantenere un equilibrio nel loro piano editoriale social: in altre parole i contenuti sponsorizzati si alternano a contenuti legati alla loro vita personale mantenendo così alto l’interesse della propria community”. 

 
 

 

È appena arrivata la prima vera morsa del gelo di quest’inverno e nelle 'casette' di Amatrice e Accumuli si registrano già i primi problemi. Le persone che hanno visto consegnarsi le chiavi dei moduli abitativi molti mesi dopo il sisma, ora si ritrovano a fare i conti con topi, danni agli impianti e porte bloccate dalla neve. Gli sfollati, costretti “combattere quotidianamente con problemi piccoli e grandi” non hanno dubbi: “Le SAE – strutture abitative di emergenza – sono l’ennesimo esempio di come le soluzioni imposte dall’alto, senza l’indispensabile coinvolgimento delle popolazioni interessate, portano al disastro annunciato”, denuncia il Comitato 3e36 di Amatrice e Accumoli.

“Decisioni affrettate e dettate da inesperienza”

Lo scorso 19 novembre il Consiglio Comunale di Amatrice ha approvato all’unanimità il “Regolamento d’uso delle strutture abitative in emergenza (Sae) e regolamento di uso delle parti comuni”, che il 28 novembre è stato pubblicato sull'Albo Pretorio. “Sicuramente i cittadini avrebbero potuto fornire un importante contributo, supportato dalla loro esperienza diretta, finalizzato a individuare soluzioni capaci di agevolare la loro vita quotidiana e alla creazione di condivise modalità di utilizzo delle abitazioni, consegnate tra l’altro nella maggioranza dei casi in tempi molto recenti”, sostiene il Comitato. Ma così non è stato e ora gli amatriciani si ritrovano a fare i conti con i primi grandi problemi.

I 7 problemi più grandi delle casette dei terremotati
 

Le porte bloccate dalla neve: Tra gli errori più grossolani, denuncia il Comitato, ci sono le porte d’ingresso che si aprono verso l’esterno e non verso l’interno. Un particolare che fa davvero la differenza in un paese sorto a 955 metri sul livello del mare: “Ad agosto non è affatto un problema, ma lo è in questo periodo, o fra un mese, quando cadrà un metro di neve che di fatto impedirà alle persone di uscire di casa”.

Divieto di chiusura di pensiline e verande: Per lo stesso motivo, il Comitato si scontra contro il divieto posto dal Regolamento di chiudere verande e pensiline. “Ci sembra una scelta affrettata, perché non tiene conto delle particolari condizioni climatiche del territorio, e delle caratteristiche costruttive delle SAE. Tali strutture, infatti, se nella stagione estiva sono perlopiù elementi di protezione dall’irraggiamento solare, nella stagione invernale, soprattutto nelle zone di montagna, possono divenire fondamentale elemento di protezione dalle avverse condizioni climatiche (freddo/vento/pioggia e neve) ed essere elemento di filtro tra esterno ed interno, contribuendo anche ad un risparmio energetico”. 

Senza considerare, poi, che “avere una veranda fruibile in zone montane come quelle di Amatrice ed Accumoli, soggette a condizioni ambientali molto difficili, favorirebbe anche la socializzazione degli anziani che, riparati dalle intemperie ma presenti e visibili, avrebbero la possibilità di partecipare alla vita del villaggio, ricreando l’atmosfera sociale che è stata la caratteristica degli antichi borghi. Non dimentichiamo che gli anziani costituiscono, in alcune Frazioni, la maggioranza dei residenti nelle aree SAE”.

Le infiltrazioni: Le abitazioni presentano infiltrazioni di acqua piovana dalle coperture e perdite dalla rete idrica e di riscaldamento.

Vivere con i topi: I terremotati delle Sae hanno iniziato a dividere casa con i topi che si introducono in casa attraverso lo scarico delle cucine, bucano il materiale di isolamento delle condutture idriche danneggiano l’impianto. “E tocca ai cittadini intervenire per mettere in sicurezza le tubature. Privatamente”

Le vibrazioni che ricordano il sisma: L’elasticità strutturale dei fabbricati provoca vibrazioni molto fastidiose che ricordano il terremoto (da centrifughe delle lavatrici, camminamento ecc ). “Se non si avverte l’amico che abita due SAE più in là, si corre il rischio di farlo saltare dal letto ogni volta che si avvia una lavatrice perché l’effetto è quello di un “terremoto simulato".

Il liquido antigelo (non previsto): Negli impianti di riscaldamento delle casette, alle basse temperature, si attiva un sistema di ricircolo acqua alimentato elettricamente. In caso di assenza di energia elettrica e in zone con temperature invernali molto basse è comunque necessaria l’immissione di liquido antigelo nell’impianto. La fornitura di antigelo però, spiega il Comitato, non è stata prevista nelle SAE di Amatrice e Accumoli.

No a stufe e camini: In tuti i moduli è proibita l’installazione di stufe e camini. Ma “in caso di assenza di energia elettrica le caldaie, alimentate elettricamente, non potranno garantire il corretto riscaldamento. E non sono stati comunque previsti gruppi elettrogeni che assicurino almeno il regolare funzionamento delle caldaie”.

 

Dopo il flop degli anni scorsi, Roma prova a rilanciare il bike-sharing. Ma questa volta il servizio è free-floating, ovvero una volta terminata la pedalata il ciclista amatoriale può lasciare la bici dove vuole. A patto – ovviamente – di non intralciare pedoni e traffico. Una differenza non da poco rispetto al servizio che costringe a ricollocare le biciclette nelle postazioni fisse, dislocate solo in alcuni punti della città. Come si riconoscono? Le due ruote free floating sono di colore giallo e arancioni hanno sulla canna il logo di “OBike”, la società di Singapore che gestisce già il servizio a Torino e, all’estero, in metropoli come Monaco, Singapore, Madrid, Sydney, Amsterdam, Hong Kong. In totale la società è presente in 40 città localizzate in 26 nazioni.

Come funziona il servizio
 

Per poter saltare in sella a una delle 1200 bici appena approdate a Roma servono due cose: uno smartphone, da cui scaricare l’applicazione, e una carta di credito (si può usare anche Paypall). A quel punto, spiega Il Messaggero, basta raggiungere la bici più vicina, sbloccare il lucchetto attraverso un codce QR presente sull’applicazione e iniziare a pedalare. Raggiunta la meta, basta chiudere il lucchetto e controllare sull’app che il noleggio sia effettivamente finito. L’utente potrà scaricare l’App di OBike sul proprio smartphone da Google play o App store. Nella fase sperimentale, usare le due ruote di OBike costerà 30 centesimi ogni 30 minuti (oltre a una cauzione di 15 euro rimborsabile).

Leggi anche: Cosa si nasconde dietro il fallimento del terzo colosso del bike sharing cinese

La lotta all’inquinamento si combatte pedalando

“Abbiamo scelto Roma per dotare la Capitale del servizio innovativo di bike sharing free floating – sottolinea Andrea Crociani, responsabile OBike Italia -. Anche alla luce delle ultime rilevazioni ambientali che, purtroppo, segnalano livelli di inquinamento molto elevati per tutte le città italiane, siamo convinti che i cittadini della Capitale siano molto sensibili al tema dell’inquinamento e della propria salute. Vogliamo supportare l’Amministrazione locale per promuovere una mobilità sostenibile, rivoluzionando la quotidianità degli spostamenti e favorendo, al tempo stesso, uno stile di vita sano”, conclude Crociani.

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Il risvolto della medaglia

Più facili da trovare, più pratiche da parcheggiare, le bici free-floating hanno un solo problema: dovrebbero essere utilizzate solo da persone civili. Perché il risvolto della medaglia di una tale libertà di utilizzo e di un sistema di pagamento meno rigoroso, è che a Torino e Milano – dove non è presente OBike, ma ci sono altre due società che offrono questo tipo di servizio – le bici vengono abbandonate nei fiumi, nelle fontane pubbliche, parcheggiate sugli alberi o addirittura nel proprio garage per mesi.

A Milano non è andata benissimo

A Milano l'esordio delle bici condivise senza rastrelliere non è partito benissimo. E a Milano l'utilizzo delle due ruote a pedali è molto diffuso a tutte le età, la bici è considerata un mezzo di trasporto alla stregua di tanti altri. E sul web girano ancora immagini delle nuove biciclette a flusso libero di Ofo e Mobike appese agli alberi, parcheggiate sui pianerottoli di casa e persino sopra alle vecchie cabine telefoniche, come racconta Il Giornale. «Le prendi e le lasci dove vuoi» era lo slogan della cinese Mobike per lanciare dal 30 agosto il servizio di bike sharing senza stazioni. L'assessore alla Mobilità Marco Granelli aveva fatto appello contro il parcheggio selvaggio, ma in questi casi siamo al vero e proprio vandalismo. Le bici gialle di Ofo sono in circolazione dal 22 settembre con la promozione «I'm free», si può pedalare gratis fino al 31 ottobre e questo le ha rese ancora più «vulnerabili». 

Ragione per la quale Mobike a Milano, racconta sempre il quotidiano, "ha introdotto da subito il sistema dei crediti, ne concede cento all'iscrizione e sono previsti punteggi-premio a chi segnala una bici rotta, un parcheggio errato, invita un amico a usare il servizio e penalità a chi parcheggia in un'area recintata (si perdono 20 punti), abbandona la bici se viene fermato dalla polizia (-50 punti), dimentica di bloccare il mezzo ma poi lo riprende (-15 punti), utilizza un lucchetto privato (il credito scende a zero), dimentica di bloccare la bici e viene persa (anche in questo caso scatta l'azzeramento) o trasporta illegalmente la bici (si va a zero). Se si accumulano troppe penalità, scatta il vero e proprio disincentivo: chi ha meno 80 punti deve spendere 20 euro per pedalare mezz'ora. Anche andare in bici fuori da Milano è consentito ma parcheggiare all'esterno viene punito con i 20 euro ogni mezz'ora". 

 

L'algoritmo che Ikea usa per gestire i turni dei dipendenti sta facilitando le cose all'azienda e incasinando la vita dei lavoratori? A sentire i sindacati, sì. A dar retta al colosso svedese, no. Fatto sta che proprio l'utilizzo dell'algoritmo ha portato a due casi che hanno fatto scalpore sui giornali e innescato le proteste dei giorni scorsi

L'algoritmo al centro delle critiche stabilisce, in base alle esigenze del singolo punto vendita (sono 21 in Italia in totale), i turni di semestre in semestre. Ad esempio, nei punti vendita del milanese verrà prevista una necessità extra di personale in corrispondenza della festa del patrono, Sant’Ambrogio. O ancora, in un periodo dell’anno in cui si sa che arrivano gli stock di merci saranno necessari più magazzinieri, e via dicendo.

Secondo i sindacati questo algoritmo non tiene in conto le esigenze dei lavoratori, che vedendosi cambiare la turnistica di frequente in base alle esigenze del negozio non sono in grado di pianificare con un minimo di serenità la propria vita.

Leggi qui il fact-checking di Pagella Politica per Agi.

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