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Dating

È iniziato un nuovo anno e probabilmente avrete stilato una lista di buoni propositi, pur consci che la maggior parte (secondo uno studio, il 92%) sarà destinata a fallire miseramente. E tra gli ambiziosi obiettivi che vi sarete dati, rosi dal senso di colpa dopo i bagordi festivi, ci sarà mettersi a dieta. Ebbene, l'università di Stanford ha un consiglio per voi: non dite a nessuno che volete perdere peso, altrimenti le già elevate chance di non riuscirci diverranno soverchianti. 

Secondo la ricerca, il 75% delle donne che si mettono a dieta si sentono sostenute "raramente" o "mai" dalle persone della propria cerchia sociale. A volte è la madre, alla quale sembrano bellissime lo stesso. A volte è il marito, che si dispiace a dover ordinare il dessert da solo e cerca di convincerle a fare uno strappo alla regola "altrimenti non lo ordina neanche lui". Altre volte ancora le ragioni del "sabotaggio" sono meno nobili e inconscie. Ad esempio, un'amica cercherà di dissuadervi perché teme che, perdendo peso, diveniate più attraenti di lei. 

"Mettersi a dieta suscita inferiorità e competizione"

Cercare di dimagrire, sottolinea Quartz, "può suscitare competizione o sentimenti di inferiorità nei vostri compagni di tavola. Per esempio, se optate per un'insalata invece che per la pasta, gli altri potrebbero sentirsi spinti a fare lo stesso, rispondendo ai vostri tentativi di perdere peso in maniera competitiva. La loro insicurezza potrebbe altresì manifestarsi nel tentativo di dissuadervi dalla dieta o nel mettere in dubbio che dovreste proseguire con i vostri sforzi". O, molto più banalmente, secondo altri studi, il sostegno della propria cerchia viene meno perché gli amici considerano "noiose" le persone a dieta, che la sera magari si asterranno dal bere in compagnia. 

Non finisce qui. C'è un'altra ricerca – elaborata dalle Università di New York, Costanza e Sheffield – dalla quale emergerebbe che dichiarare i propri obiettivi ai conoscenti è già da solo sufficiente a rendere più difficile raggiungerli. Contrariamente a quanto suggerirebbe il senso comune, quest'ultimo studio afferma che "l'espressione pubblica dei propri 'obiettivi di identità' – ovvero obiettivi legati al cambiamento del concetto di sè – possono ritorcersi in maniera incredibile. Per esempio, se raccontate alla gente i vostri obiettivi, sarete meno motivati a riuscire o farete meno sforzi". Su quanto solide siano queste conclusioni si può sicuramente discutere. Ma, se anche quest'anno i vostri buoni propositi andranno in vacca, potrete finalmente scaricare la colpa sugli altri sulla base di studi scientifici. 

 

Fiat Tweet 500. Chi è un abitudinario di Twitter, e ama osservare le tendenze non sono italiane, sarà rimasto colpito di vedere come durante le vacanze invernali, in Inghilterra, sia comparso questo particolare hashtag. Tre parole che fanno riferimento al modello più famoso al mondo realizzato dalla Fiat (oggi FCA).

Cercando sui siti che maggiormente si occupano di contenuti virali in rete si scopre che il fenomeno in questione non è così piccolo o limitato. Buzzfeed ci ha fatto un titolo evocativo e “leggermente” sarcastico: “La migliore cosa capitata in rete da tantissimo tempo”. PopBuzz ha invece raccontato il fenomeno attraverso una domanda capace di mettere in guardia tutti quelli che, come me, abitualmente usano il social network per lavoro o per informarsi su cosa succede nel mondo: “Nei fai parte anche tu?”. 

Cos’è #FiatTweet500 
Il termine è stato coniato per descrivere un tipo precisissimo di ragazza inglese, un po’ superficiale e pronta a drammatizzare qualunque cosa, che twitta cose apparentemente senza senso, ma che, inspiegabilmente, ottiene molti retweet e una discreta considerazione dagli utenti. Ma il ritratto è molto più ampio. In generale queste ragazze mangiano cibo spazzatura, stanno sempre attente a unghie e capelli, usano gli emoji senza una particolare ironia e raccontano dei loro fidanzati usando spesso il termine “psicopatiche” per descrivere se stesse. 

Questi “oggetti” le identificano, pare

Inoltre amano moltissimo gli unicorni. 

Amano Ed Sheeran (e lo difendono fino alla morte)

E mettono sempre una “x” alla fine dei loro messaggi

Insomma, ci sono frasi come queste che riassumono un po’ il loro identikit

Perché proprio una Fiat 500?
Una volta, secondo molti di loro, si sarebbe optato per una “Mini”. Ma oggi la macchina più facilmente associabile a questa “sottocultura” (così la definisce PopBuzz) è proprio la 500 della casa automobilistica torinese. In poche parole è il modello che queste ragazze acquisterebbero o, più frequentemente, riceverebbero in dono dai propri genitori o parenti. 
Non proprio una pubblicità positiva, almeno secondo chi possiede una 500 e non si identifica in questo particolare gruppo sociale.  

E la versione maschile?
Esiste anche quella ma non è associata a nessun modello di auto. Sono quei ragazzi che, oltre a idolatrare Liam Gallagher, ex cantante degli Oasis, bevono particolare bevande, assai scure, a base di frutta. 

E in Italia? (E non sono sicuro di voler sapere la risposta). 

Sono finiti i tempi in cui, al massimo, sul vostro cappuccino potevate trovare disegnato un cuore, più o meno accurato a seconda della perizia del barista. Ora, grazie alla tecnologia, è possibile farsene servire uno con la vostra faccia che appare, in tutti i dettagli, sulla schiuma. A patto che riteniate tale effimero piacere possa valere una spesa di 5 sterline e 75 (circa 6 euro e 50 centesimi). Tanto costa un "selfieccino" al The Tea Terrace di Londra, dove, per ordinarne uno, basta inviare una propria foto via WhatsApp allo staff del locale. L'immagine verrà scannerizzata e poi elaborata da una macchina che la riprodurrà sul cappuccino con un colorante insapore. L'operazione richiede in tutto quattro minuti.

Il bar, sito nella centralissima Oxford Street, ha servito circa 400 "selfieccini" nei primi tre giorni di lancio e intende ora brevettare il termine per poter vendere la propria invenzione ad altri esercizi. 

Inventata la lampadina, perché non tirar fuori dal cilindro anche le lucine di Natale? Thomas Edison non ha aspettato che qualche mese dal brevetto della prima lampadina commerciale al primo filo di luci elettriche da usare come decorazioni natalizia. Nel Natale del 1880, a chi passava da Menlo Park, il laboratorio Californiano dopo più di un secolo dopo sarebbe sorto il quartier generale di Facebook, capitava di vedere una curiosa 'parata' di luci che non erano candele, ma i primi addobbi elettrici. Tuttavia dovettero passare quasi quarant'anni perché le luci elettriche di Natale diventassero la tradizione che tutti conosciamo.

Prima di allora le famiglie usavano un sistema terribilmente pericoloso per addobbare gli alberi: candele accese. E spesso la festa finiva in rogo. 

Nel 1882 fu Edward H. Johnson a mettere insieme la prima serie di luci elettriche per alberi di Natale. Johnson, l'amico e socio di Edison nella General Electric, cablò a mano 80 lampadine rosse, bianche e blu e le sistemò attorno al suo albero di Natale. 

Tuttavia, il mondo non era ancora pronto per l'illuminazione elettrica. La diffidenza fu superata solo quando il presidente Grover Cleveland, nel 1895, chiese che l'albero di Natale della Casa Bianca fosse illuminato da centinaia di lampadine elettriche multicolori.

La vigilia di Natale del 1923, il presidente Calvin Coolidge iniziò le celebrazioni natalizie illuminando l'albero nazionale con 3000 luci elettriche sulla Ellipse, lungo la  facciata sud della Casa Bianca.

Fino al 1903, quando la General Electric iniziò a offrire kit preassemblati di luci natalizie, erano riservate ai ricchi e agli esperti di elettronica. Il cablaggio era molto costoso e serviva un elettricista. Secondo alcuni calcoli, addobbare con luci elettriche un albero di Natale di medie dimensioni prima del 1903 costava l'equivalente di duemila dollari di oggi.

Mentre Thomas Edison e Edward H. Johnson furono i primi a creare fili elettrici di luce, fu Albert Sadacca a vedere un futuro nella vendita di luci di Natale elettriche. Lasua  famiglia era proprietaria di una compagnia di illuminazione e nel 1917 Albert, all'epoca adolescente, suggerì di offrire ai clienti luci dai colori vivaci. Negli anni '20 Albert e i suoi fratelli organizzarono la National Outfit Manufacturers Association (NOMA), un'associazione di categoria, che si accaparrò il mercato delle luci natalizie fino agli anni '60.

Un video pubblicato su Facebook mostra il motion capture (conosciuto con l'abbreviazione mocap), ovvero la registrazione del movimento del corpo umano (o di altri movimenti) per l'analisi immediata o differita grazie alla riproduzione, della prima versione di uno dei videogiochi più popolari di sempre: Mortal Kombat. Nel video si vedono le varie mosse fatte da uno dei personaggi più noti di del videogame, Johnny Cage. Mortal Kombat è una serie di videogiochi creata nel 1992 da Midway Games. In seguito al fallimento della Midway, il marchio è stato acquisito dalla Warner Bros. Le immagini di questo mocup riguarda la prima serie di Mortal Kombat, quella che ne ha decretato il successo mondiale e giocata dai più giovani in quegli anni. Alla prima versione del gioco ne sono seguite altre nove, e due film. 

 

 

Indecisi tra uvetta e canditi? Fatevi coraggio e assaggiate il Pandoro con i vermi. E’ la proposta del  foodblogger trevigiano Roberto Cavasin, in arte MasterBug, che sul suo sito spiega passo passo la ricetta per realizzare il dolce della tradizione italiana rivisitato con la farina di bachi da seta (Bombyx mori). La nuova specialità gastronomica segue le indicazioni della Comunità europea sul tema del Novel Food e, in particolare, sugli insetti commestibili, ricchi di proteine ed ecosostenibili. Unico inconveniente? Bisognerà aspettare Capodanno per assaggiarlo perché i prodotti a base di insetti saranno in vendita anche in Italia a partire da gennaio 2018.

La ricetta che fa storcere il naso

Ma cosa contiene il pandoro coi vermi? Il dolce è realizzato con il classico burro, uova, latte, farina bianca e ma con l'aggiunta nell'impasto del 20% di farina derivata da bachi da seta, allevati per il consumo alimentare umano. “Ne deriva un dolce natalizio a tutti gli effetti ma con un gusto più deciso simile alla nocciola”, assicurano lo chef.

Perché abbandonare il pandoro tradizionale

Ma perché preferire questo Pandoro ai più tradizionali? Per i valori nutrizionali tanto per iniziare: le percentuali di contenuto proteico e lipidico totale per peso secco della farina sono rispettivamente del 55,6% e del 32,2%. Le proteine delle pupe del baco da seta hanno alti livelli di aminoacidi essenziali come valina, metionina e fenilalanina. In generale, il contenuto nutrizionale vanta numeri ‘giusti’:

  • Proteine 55 grammi
  • grassi 8,5 grammi
  • Fibre 6 grammi
  • Carboidrati 25,43 grammi

Buoni e genuini

Insomma, superato lo scoglio culturale, gli insetti sono un toccasana per il corpo. Le cimici d'acqua che arrivano dalla Thailandia, ad esempio, sono ricche di fibre, proteine e vitamine. I grassi, nemmeno a dirlo, sono ridotti all’osso. Questi alimenti, inoltre, non necessitano di coloranti né di conservanti. Quanto al gusto, assicura chi lo ha assaggiato – e nel mondo sono 2 miliardi le persone che li mangiano quotidianamente – alcuni ricordano molto il pollo. Mentre i vermi giganti della farina, che vengono arrostiti, hanno un gusto simile alle patatine. Chi desidera mettere sotto i denti qualcosa di più sfizioso, può provare i vermi della farina aromatizzati alla paprica, al curry e al sale marino "made in Belgio".

Duemila specie, la ricca offerta degli insetti

Per i palati più difficili, la scelta è ampia: di fatto, ci sono circa duemila le specie di insetti che sono considerate commestibili.

Tra i più consumati:

  • Coleotteri (31%)
  • Lepidotteri (bruchi, 18%)
  • Api, vespe e formiche (Imenotteri, 14%)
  • Cavallette, locuste e grilli (Ortotteri, 13%)
  • Cicale, cicaline, cocciniglie e cimici (Emitteri, 10%)
  • Termiti (Isotteri, 3%) 
  • Libellule (Odonati, 3%)
  • Mosche (Ditteri 2%)

Il loro utilizzo in cucina è fortemente promosso dalla Fao, l'organizzazione Onu per l'alimentazione e l'agricoltura, secondo la quale il consumo di questi animali sarebbe un valido alleato contro la fame nel mondo.

 

Sulla qualità del vino italiano non c’è dubbio. Ma se davvero si vuole arrivare sulle tavole di americani, britannici, cinesi e tedeschi bisogna mettere in atto strategie comunicative e promozionali più innovative e puntare al nuovo target: i Millennial. E quanto emerge da una ricerca condotta da 3rdPLACE per conto di Vinventions, uno dei maggiori produttori mondiali di chiusure per vino.

Lo studio

L’obiettivo dell’analisi è duplice: “da una parte prevedere il comportamento d’acquisto dei consumatori di vino italiano nel mondo, in particolare nel periodo natalizio, dall’altra definire le corrette azioni di marketing e commerciali al fine di soddisfare meglio le esigenze e i desiderata evidenziati dalle conversazioni”. In particolare, lo studio si è concentrato sull’analisi degli Open Data, ovvero le informazioni provenienti dalle diverse fonti digitali su un arco temporale di un anno. Si tratta, soprattutto, di contenuti pubblici in lingua inglese recuperabili da diversi canali digitali come i principali social network (Facebook, Twitter, YouTube e Instagram), gli aggregatori come Tripadvisor e Amazon, i blog, i forum, i siti di news e le app mobile. Ecco cosa ne è venuto fuori.

I Millennial, target da coccolare

Circoscrivendo l’analisi a un campione di contenuti pari al 10% del totale, sono circa 7 mila le menzioni in cui figurano le keyword associabili ai termini “vino made in Italy. È risultato, inoltre, che i consumatori più interessati all’acquisto di prodotti italiani si concentrano in Usa, Gran Bretagna, Germania e Cina e che il profilo più attivo, dopo i maschi di età compresa tra i 35 e il 45 anni (38%), è quello della generazione dei Millennials (età inferiore ai 35 anni, 30%).

Un’opportunità da cogliere al volo: il 60% delle menzioni riguarda, infatti, condivisioni di foto, consigli su abbinamenti culinari e richiesta di suggerimenti per un viaggio a tema in Italia, “confermando i social network come i veicoli migliori per intercettare la domanda, anche attraverso gli influencer di settore”.

Si compra nei negozi specializzati, ma anche online

Relativamente alle modalità d’acquisto, nonostante la maggioranza del campione prediliga i negozi specializzati, un 30% degli acquirenti sceglie l’online, il che suggerisce ai produttori di considerare un sito di e-commerce da aggiungere alla distribuzione offline. L’External Data Intelligence Analysis di 3rdPLACE ha evidenziato una chiara mancanza del prodotto “vino italiano” nelle maggiori piattaforme di e-commerce mondiali. Negli Usa, il vino italiano rappresenta solo l’1% dell’offerta complessiva, in Gran Bretagna il 2% e in Germania il 13%. 

3rdPLACE ha inserito nella ricerca il Sales Estimator, un simulatore capace di fornire un’indicazione di massima del fatturato generabile da un produttore di vino nel caso fosse presente in una delle vetrine di e-commerce più utilizzate.

Il Prosecco stacca tutti

La tipologia di vino italiano più menzionata nei quattro mercati esteri considerati è di gran lunga il Prosecco Valdobbiadene con il 25% del totale. Seguono a una certa distanza

  • il Barolo – 13%
  • il Chianti – 11%
  • il Franciacorta 6%.

Poca notorietà per i vini del centro Sud. Infine, la ricerca segnala che nel periodo natalizio si evidenzia un picco di menzioni superiore di almeno tre volte la media a cui corrisponde un incremento del trend di ricerca sul prodotto, ovvero una crescita della propensione all’acquisto.

“Le vendite di vino italiano nei Paesi in cui è più conosciuto e apprezzato – afferma Claudio Zamboni, Co-founder e Partner di 3rdPLACE – hanno delle enormi potenzialità di crescita. Solo chi saprà interpretare correttamente i segnali provenienti dagli Open Data potrà vincere in un mercato estremamente competitivo come quello del vino”.

 

 

 

Gli scatti di Nerina Toci sono fatti di ombra e luce, di immagine e ricordo, di silenzi in cui la giovane siciliana di origine albanese va alla ricerca di se stessa. "La fotografia per me è un racconto che nasce da un ricordo. Io cerco di fotografare l'esistenza e non la vita", spiega in una intervista all'AGI l'artista 29enne, che, reduce da una personale in Cile, per il suo primo volume fotografico ha scelto un titolo che racchiude i primi due anni di mestiere: "L'immagine è l'unico ricordo che ho" (Edizioni Navarra, Palermo). "Fotografare è per me non un lavoro, ma una dimensione", racconta Toci, giunta in Italia dall'Albania quando era ancora una bambina.

Tra le due terre, tra i due approdi, da una parte e dall'altra del Mediterraneo, tra l'est e l'ovest, Nerina preferisce come 'patrià lo scatto, quello che fissa in negativo l'immagine (e dunque il ricordo): "Io non so di appartenere ad un luogo se non dove sono presente in questo momento. Anche il termine 'presentè è un luogo)", spiega, ma senza snobismi nè seriosità. Nerina, la racconta nella prefazione al volume Letizia Battaglia, gigante della fotografia europea e uno dei più straordinari e acuti testimoni visivi della vita e della società italiana, in particolare della Sicilia. L'incontro tra le due, reso semplice da un indumento rosso, è stato prima tra donne, poi tra fotografe: "Contattai Letizia Battaglia telefonicamente – ricorda Nerina – si dimostrò sin da subito disponibile a incontrarmi. Quando andai a casa sua, Letizia mi venne incontro subito dopo Pippo (il 'canuzzò). Appena mi vide abbiamo sorriso, e lei, notando subito il mio cappello rosso in testa, mi disse 'e tu da dove spunti fuori?'. Poi mi invitò a fare una carezza a Pippo altrimenti non avrebbe smesso di abbaiare". "Nerina – rammenta Letizia Battaglia – mi portò a vedere le sue foto l'anno scorso. Arrivò a casa con un improbabile cappellino in testa che la rendeva molto divertente".

Entrambe di carattere ribelle, il rapporto tra maestro e apprendista lascia immediatamente il posto a quello tra mentore e giovane promessa: "Ci siamo sedute una di fronte all'altra – racconta Nerina Toci – e ha iniziato a vedere le mie foto, sulle quali mi ha chiesto di apporre una 'x' in base alle sue preferenze. Accanto alle 'x' ho scritto anche il suo nome. Tra una foto e l'altra mi ha detto quanto fosse importante che i giovani seguissero un'idea precisa un progetto da seguire con determinazione. In alcuni momenti ci sono stati dei piccoli silenzi, sguardi, sguardi inclinati, poi mi sono scese le lacrime. La sua attenzione nei miei confronti mi ha confermato quanto tenesse a cambiare la vita dei giovani e a non far sprecare il talento. Quando ci siamo salutate mi ha detto di inviarle due foto ogni settimana, e così è stato. Dopo un anno e le ho chiesto di rivederci da quel momento non ci siamo più perse di vista". "Subito percepii guardando le sue immagini che stava crescendo un talento che non aveva bisogno di troppi consigli – spiega Battaglia – a allora Nerina va avanti come un treno. Soffre, si incazza, piange e poi compone. La sua scena tiene conto di tutto, del paesaggio, dell'ambiente, di alcuni oggetti, della luce. Ma essenzialmente dei suoi sentimenti".

Due generazioni, quella di Letizia e quella di Nerina. La prima ha raccontato la Sicilia dell'oppressione mafiosa e del riscatto civile, del prezzo che si paga nell'essere mafiosi o antimafiosi, la Sicilia di quei quartieri in cui puoi diventare boss o 'sbirrò o magistrato. Nel bianco e nero, Nerina, invece, gioca se stessa, la sua relazione con la sensualità di certi luoghi, certe spiagge, certe donne, certa Sicilia, una dimensione onirica e interiore dell'isola che parte dalla realtà palpabile di un corpo riflesso su uno specchio, una foto vecchia su un comò, un vestito bianco, un pavimento, un campana da cui nasce un urlo: "All'ultimo minuto, quando la scena è pronta – prosegue Letizia Battaglia – Nerina ci si cala dentro e dinanzi all'otturatore prima dello scatto, lei è già pronta e lieve con il suo corpo, vestito o nudo, ad interpretare un suo sogno. Qualche volta quando ne ha voglia inserisce anche un'altra figura di donna, un contraltare, anzi un alter ego".

Il vero alter ego di Nerina Toci, resta la sua macchina fotografica, e la luce che non può vivere senza l'ombra, come l'immagine senza il ricordo, il bianco e nero, giocati sulla scia di Mario Giacomelli (che per la giovane fotografa è un maestro), e lavorati con una tecnica che li trasforma in discorso poetico: "Il bianco è definizione. Il nero è tutto – dice Nerina Toci – è il male minore, ti permette di camminare ad occhi aperti. È sensualità. Il mio rapporto con la luce e l'ombra è".

L'Arte del pizzaiuolo napoletano è Patrimonio dell'Umanità. Il Comitato per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Unesco, riunito in sessione sull'isola di Jeju in Corea del Sud, ha valutato positivamente la candidatura italiana. Per l'Italia si tratta del 58 bene tutelato (settimo patrimonio immateriale riconosciuto), il nono in Campania. Con grande soddisfazione, ha annunciato la vittoria in diretta Facebook la delegazione italiana che sull'isola sudcoreana ha seguito da vicino i lavori del Comitato.

 A Jeju hanno atteso la proclamazione l'Ambasciatore Vincenza Lomonaco, rappresentante Permanente d'Italia presso l'Unesco e Alfonso Pecoraro Scanio, già Ministro delle Politiche Agricole e dell'Ambiente e promotore della World Petition #pizzaUnesco che, con oltre 2 milioni di sottoscrizioni mondiali, ha sostenuto la candidatura italiana verso la vittoria finale.

"E' la riaffermazione di una tradizione storica che per il nostro Paese rappresenta, da secoli, un vero elemento d'unione culturale. L'Arte del pizzaiuolo napoletano è un patrimonio di conoscenze artigianali uniche tramandato di padre in figlio, elemento identitario della cultura e del popolo partenopeo che ancora oggi opera in stretta continuità con la tradizione" ha detto Pecoraro Scanio.

 

Come ci si è arrivati

Lanciata nel 2014 da Pecoraro Scanio sulla piattaforma di petizioni on-line Change.org, la campagna ha compiuto più volte il giro del mondo raccogliendo il sostegno di oltre 600 ambassador – tra personalità della cultura, dello spettacolo, della politica, dello sport, della società civile a livello internazionale – e superando l'obiettivo prefissato di 2 milioni di adesioni mondiali con firme di cittadini da più di 100 Paesi: numeri che fanno di #pizzaUnesco il movimento popolare d'opinione più imponente nella storia delle candidature di tutte le agenzie delle Nazioni Unite. Una corsa travolgente che dal Napoli Pizza Village 2014 è proseguita attraverso le spettacolari iniziative all'ONU di New York, all'Unesco di Parigi, alle Olimpiadi 2016 di Rio de Janeiro fino alla prima e alla seconda Settimana della Cucina italiana nel mondo senza dimenticare la storica mobilitazione planetaria da Sidney a San Paolo, dal Canada all'Argentina, dal Giappone e dalla Corea al Qatar, da Taiwan all'Islanda. 

 

Un tweet condiviso dalla scienziata scozzese Lisa DeBruine ha causato un po' di scompiglio su Twitter in questi giorni. Una gif che si può sentire, o che meglio solo un quinto delle persone riesce a sentirla. Molti si sono chiesti come sia possibile che molti abbiano la 'percezione' di un rumore laddove la gif è totalemnte senza suono.
Il motivo è spiegato da un neuroscienziato, Christopher Fassnidge, dottorato di psicologia alla università di Londra, che a The Verge spiega che la percezione di un "suono" al salto della corda fatto dal traliccio dell'energia elettrica ha anche fare con il modo in cui funzionano i nostri sensi. Questa illusione è un esempio di "sinestesia", ovvero quando due o più sensi si incrociano nel cervello nella elaborazione di un dato.
Il fenomeno riguarda però solo una persona su cinque, spiega Fassindge al sito. Facendo esperienza nel mondo, in ogni momento siamo "circondati da movimenti logicamente associati al suono": ad esempio, vediamo una palla che rimbalza e ci aspettiamo di sentirne il rimbalzo.
 
Questi vengono chiamati accoppiamenti sinestetici e possono essere appresi quando siamo piccoli, spiega Fassnidge, e quindi è possibile che molte persone possano sviluppare sinestesia per cose molto comuni. Altri esempi invece sono un po' più insoliti. Ad esempio, il pianista Nikolai Rimsky-Korsakov ha sperimentato diverse note musicali come colori. Ma suoni e colori sono raramente collegati nella vita di tutti i giorni, e quindi la sua abilità è notevole proprio per questo motivo.
 
La sinestesia è con ogni probabilità ciò che sta accadendo con il fenomeno della "GIF rumorosa". Anche se la sinestesia movimento-uditiva non è ben studiata, uno dei recenti studi del suo laboratorio suggerisce che fino al 20% delle persone la percepisce. Ma è anche possibile che molti di noi abbiano esperienza di questo genere di sinestesia senza mai farci caso, dice Fassnidge. Forse pensiamo che un suono sia reale quando non lo è, semplicemente perché il suono ha "un senso" per il nostro cervello.