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Dating

Piano editoriale e storytelling non sono più affare soltanto dei giornali. Anche i ristoranti devono oramai occuparsi di raccontare una storia, di sviluppare un’idea, di esporla ai propri clienti attraverso grandi (e piccoli) dettagli disseminati nel proprio locale.

“Non riguarda soltanto i grandi ristoranti e gli chef stellati: anche una semplice gastronomia, oltre a offrire qualità deve saperla raccontare ai clienti. Tutto comincia con un concept”, racconta Desirèe Nardone, la direttrice di Food Genius Academy, la scuola di formazione in ambito food&beverage con sedi a Milano e Bologna. “Significa scegliere il tema attorno a cui costruire la propria attività, e una volta partorita l’idea si passa all’allestimento”.

Le sedie da scegliere e gli ingegneri del menù

Può sembrare una scelta banale, ma non lo è: anche la sedia sulla quale far sedere i clienti può far la differenza nel tipo di messaggio che il ristorante comunica ai propri avventori. “Per tutto quello che riguarda l’allestimento facciamo affidamento su architetti”, prosegue Nardone. Solo a quel punto tocca al menù: si tratta di una vera e propria costruzione, al punto che questa fase prende il nome di “menù engineering”, ingegneria del menù.

La scelta dei piatti dipende dal locale: quelli più tradizionali tendono a proporre una carta strutturata, i locali più trendy puntano maggiormente su tapas, cioè piccole porzioni, piattini che consentano un semplice assaggio. Oggi, in ogni caso, si va sempre di più verso un menù ristretto: poche pietanze, niente menù strabordanti di proposte. La ragione è anche economica, perché pochi piatti ben selezionati consentono di ridurre le scorte in magazzino. C’è persino un numero preciso di piatti che il menù perfetto dovrebbe avere: “Sedici, cioè quattro scelte per ogni portata: antipasto, primo, secondo e dolce”.

La consulenza dura mesi, altrimenti meglio desistere

Una consulenza ben fatta non è questione di poco tempo. “I nostri specialisti seguono il cliente per un periodo che può durare dai tre ai sei mesi”, spiega Nardone. Spesso in questo lasso di tempo le società che si occupano di assistere i ristoranti si occupano anche di trovare chef, caposala e tutto il personale. “Se ci si affida a un consulente ma non si segue scrupolosamente le indicazioni il rischio è di fallire velocemente”. A Milano, dove dopo l’Expo del 2015 il numero di attività è aumentato vertiginosamente, ma non solo. “In Italia oggi ci sono 190 mila ristoranti, ma quattro su dieci chiudono nel giro di pochi mesi, alcuni anche prima di novanta giorni dall’inaugurazione”.

Una delle ultime consulenze di Nardone è stata per un locale che offre cucina macrobiotica, l’espressione della cultura cinese dell’equilibrio tra forze antagoniste, il famoso concetto di yin e yang, il bianco e il nero. Sono oramai finiti i tempi delle osterie veraci, delle trattorie senza fronzoli? “Secondo me no – conclude Nardone -. Amo i ristoranti anni ‘80, quelli dove il cameriere non versa neppure il vino al cliente, ma non c’è contrapposizione tra le due offerte. L’Italia ha una lunga tradizione nella ristorazione, è giusto che ci sia varietà".

Che tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini potesse nascere un’intesa, TvBoy lo aveva intuito già lo scorso 23 marzo, quando li ha ritratti avvinghiati in un bacio appassionato sui muri di Roma, nei pressi del Parlamento. L’opera, intitolata “Amor populi”, è stata subito rimossa ma ciò non è bastato a cancellarla dalla memoria, al punto che quel bacio è ormai diventato il simbolo del governo giallo-verde che i due leader stanno mettendo in piedi.

Che sia un’immagine potente non stupisce, dopotutto il suo autore non è certo un novellino. Una prova su tutte? E’ soprannominato il Banksy​ italiano della street art. Ma chi è davvero Tv Boy? Dietro lo pseudonimo dedicato a uno dei suoi primi personaggi si nasconde Salvatore Benintende, artista neo-pop nato a Palermo il 16 luglio del 1980. Poco dopo la sua nascita, i genitori si trasferiscono a Novate Milanese.

La nascita di “TvBoy”

A 16 anni fa il suo esordio sulla scena dell'arte urbana con i primi graffiti tradizionali e i primi esperimenti di lettering sotto lo pseudonimo di “Crasto”. Nel 1999 si iscrive alla Facoltà di Design Industriale di Bovisa Politecnico di Milano e nel 2002 frequenta per un anno la Facoltà di Belle Arti di Bilbao.

Al suo rientro in Italia dopo l'esperienza di studio nella capitale basca la Facoltà di Design di Milano ospita una mostra, nella quale compare per la prima volta il personaggio di “Tvboy”: bambino ispirato allo stile dei cartoon con la faccia dentro uno schermo televisivo.

In quell'occasione utilizza come supporto dei vecchi televisori abbandonati, dipingendo sugli schermi i volti di amici e personaggi dello spettacolo con la tecnica dello stencil. A partire da quella mostra, che riscuote un discreto successo fra gli studenti della facoltà, la definizione di “the tvboy”, il ragazzo della televisione, si aggiunge nella firma dell'artista al nome di Crasto, diventando così “Crasto the tvboy”. Nel periodo tra il 2003 il 2004 Tvboy diffonde le proprie opere nelle principali città italiane, come Milano, Firenze e Roma, e poi internazionali.

La consacrazione

Nel 2004 si laurea in Disegno Industriale con specializzazione in Graphic Design presso il Politecnico di Milano e subito dopo visita Barcellona per la prima volta, restando colpito e affascinato dalla vivace scena artistica della capitale catalana. Nel 2005 Tvboy si trasferisce definitivamente a Barcellona, dove tuttora risiede e ha il proprio studio di design. 

Gli anni successivi sono quelli della consacrazione con opere e mostre in tutto il mondo da Verona a Beirut fino a L’Avana, passando per Berna. Nel 2008 il marchio Tvboy viene registrato a livello nazionale e internazionale, e l’artista dà il via a una serie di collaborazioni con diversi brand commerciali per lo sviluppo di capi di abbigliamento e accessori, ma anche nel settore delle automobili, degli elettrodomestici, della scolastica e dell'editoria, come Fiat, Nescafè, la Rinascente, Seven, Cosimo Panini.

A chi si ispira

Lo stile di TvBoy è influenzato sensibilmente dal movimento della Pop Art statunitense, in particolare da Andy Warhol, Roy Lichtenstein e Keith Haring, e da quella italiana, attraverso le opere di Mario Schifano. TvBoy trae ispirazione anche dai fumetti, dai manga giapponesi e dai comics americani. Per i critici sono evidenti le affinità con i Peanuts di Charles Schulz e con Calvin & Hobbes di Bill Watterson, ma anche con la corrente giapponese del Kawaii e con la subcultura Otaku, soprattutto con lo stile sviluppato nella factory Kaikaii Kiki dell'artista Takashi Murakami.

Il bacio e le altre opere ‘scomode’

Il bacio tra Salvini e Di Maio non è l’unica delle opere di TvBoy ad essere cancellate dai muri perché ritenute inappropriate. Prima dei due politici ad andare via con un colpo di vernice era stato Papa Francesco, ritratto a Pompei con un cartello con l’immagine di un cuore arcobaleno, simbolo dell’orgoglio gay, e la scritta “Love wins. Stop homophobia!”. La scelta del luogo non è casuale: il 30 giugno l’antica città campana ospiterà il Gay Pride.

Tra le provocazioni di TvBoy è finita anche Giorgia Meloni ritratta con in braccio un bimbo africano. All’opera è toccata la stessa sorte degli altri murales ma lei, leader di FdI e soggetto della creazione, non ha apprezzato la rimozione e in post su Instagram ha definito il murale “una bella opera d'arte. Da mamma e da militante, non mi stancherò mai di difendere la solidarietà dalla speculazione, il rispetto dell'altro dal buonismo cinico e corrotto dei soliti noti. P.S. Mi dispiace che invece di coprire scarabocchi di ogni genere, il murale sia stato coperto a tempo di record”.

TvBoy, il writer che ci mette la faccia

A differenza di Banksy e di altri colleghi writer, TvBoy non ci pensa minimamente a nascondere la sua vera identità. E il motivo lo ha spiegato lui stesso in un’intervista a Quotidiano.net: “Mi interessa il messaggio, più che creare un alone di mistero su di me. Sanno chi sono e io so che faccio. E proprio per questo, sapendo di giocare sul crinale tra ciò che è legale e ciò che invece viene considerato illegale, mi sono affidato a uno studio di avvocati. Sono loro che mi difendono quando arrivano le multe. Ma resto libero di fare la mia arte. E di provocare, senza nascondermi”. 

 

Oggi, 7 maggio, si festeggia la giornata mondiale della lentezza. Per molti potrà solo rappresentare una data sul calendario, ormai tempestato di giornate dedicate ai temi più svariati, ma in realtà, lo stress che la vita odierna ci impone è un fattore che influisce sullo stato psicofisico, alterando i nostri rapporti con le persone. Secondo uno studio dell’Università della California, pubblicato ad aprile, cedere allo logorio della vita moderna porta anche ad ammalarsi di più. E anche in Italia sono nate diverse associazioni che cercano di combattere questo fenomeno attraverso campagne di sensibilizzazione e informazione, oltre che con iniziative specifiche in occasione di giornate come questa. Una delle realtà più strutturate e fortunate è certamente “L’arte del vivere con lentezza”, progetto nato nel 1999 tra Pavia e Milano e diventato associazione nel 2005. Oggi ne fanno parte moltissime persone, provenienti dai settori professionali più disparati: “siamo operai, artigiani, insegnanti, infermieri, cassiere, giornalisti, giardinieri, casalinghe, fotografi, studenti, preti, progettisti”. Tutti accomunati dal desiderio di riprendere il controllo della propria vita e di riposarsi dalla corsa a perdifiato che la tecnologia e i ritmi lavorativi del nuovo millennio hanno imposto alla quotidianità.

14 “Comandalenti” da rispettare per vivere meglio

Sul loro sito esiste un vero decalogo da seguire per rallentare i ritmi e fare pace con il proprio corpo e il proprio spirito. Li hanno chiamati – comandalenti – e sono consigli, semplici da seguire, per cambiare stile di vita senza stravolgere le giornate e rinunciare a quello che si è costruito, con fatica, negli anni. Eccoli.

1) Svegliarsi 5 minuti prima del solito per farsi la barba, truccarsi o far colazione senza fretta e con un pizzico di allegria.

2) Se siamo in coda nel traffico o alla cassa di un supermercato, evitiamo di arrabbiarci e usiamo questo tempo per programmare mentalmente la serata o per scambiare due chiacchiere con il vicino di carrello.

3) Se entrate in un bar per un caffè: ricordatevi di salutare il barista, gustarvi il caffè e risalutare barista e cassiera al momento dell’uscita (questa regola vale per tutti i negozi, in ufficio e anche in ascensore)

4) Scrivere sms senza simboli o abbreviazioni, magari iniziando con caro o cara…

5) Quando è possibile, evitiamo di fare due cose contemporaneamente come telefonare e scrivere al computer… se no si rischia di diventare scortesi, imprecisi e approssimativi.

6) Evitiamo di iscrivere noi o i nostri figli ad una scuola o una palestra dall'altra parte della città

7) Non riempire l'agenda della nostra giornata di appuntamenti, anche se piacevoli, impariamo a dire qualche no e ad avere dei momenti di vuoto.

8) Non correte per forza a fare la spesa, senz'altro la vostra dispensa vi consentirà di cucinare una buona cenetta dal primo al dolce.

9) Anche se potrebbe costare un po' di più, ogni tanto concediamoci una visitina al negozio sottocasa, risparmieremo in tempo e saremo meno stressati.

10) Facciamo una camminata, soli o in compagnia, invece di incolonnarci in auto per raggiungere la solita trattoria fuori porta.

11) La sera leggete i giornali e non continuate a fare zapping davanti alla tv.

12) Evitate qualche viaggio nei week-end o durante i lunghi ponti, ma gustatevi la vostra città, qualunque essa sia.

13) Se avete 15 giorni di ferie, dedicatene 10 alle vacanze e utilizzate i rimanenti come decompressione pre o post vacanza.

14) Smettiamo di continuare a ripetere:"non ho tempo". Il continuare a farlo non ci farà certo sembrare più importanti.

Un’azione concreta (e un hashtag) per oggi

Il tempo è un elemento che dovremo sempre più proteggere e preservare. E che dovremo poter donare agli altri. Così, nella giornata mondiale della lentezza, è stato lanciata l’iniziativa #donoiltempo per provare a far dimenticare alle persone i propri incessanti desideri e doveri per dedicare un’azione nei confronti degli altri. l’invito è quello di raccontare, con un video, una foto o semplicemente una frase, l’impegno verso il prossimo. Quello che, tutti gli effetti, è un esperimento di cittadinanza attiva a chilometro zero.

Impazzite per le tipiche polpette svedesi tanto da programmare giornate di shopping e pranzo all’Ikea? E allora è bene che sappiate che sono turche. Lo ha ammesso la Svezia attraverso il suo account Twitter ufficiale: “Le polpette svedesi sono in realtà basate su una ricetta che re Carlo XII portò a casa dalla Turchia all’inizio del XVIII secolo. Atteniamoci ai fatti!”.

Re Carlo XII ne rimase deliziato

Sui giornali turchi, che hanno definito il tweet una “confessione”, si legge che re Carlo portò altri prodotti in Svezia, compresi i chicchi di caffè e il cavolo stufato. Ma chi era Carlo XII? Come ricorda Linkiesta, fu uno storico sovrano combattente che all’inizio del 18esimo secolo si trovò a condurre una guerra contro i Paesi vicini, alleati contro di lui perché spaventati dalla potenza dell’impero svedese. Lui, al comando dei suoi karoliner, li sbaragliò tutti. Tranne la Russia. Fu proprio contro Pietro il Grande che subì una cocente sconfitta. Lo zar gli impedì di arrivare fino a Mosca ma lo lasciò penetrare nei territori russi, facendo come da tradizione terra bruciata intorno a lui. Per Carlo XII fu una disfatta: venne ferito a un piede, abbandonò il comando fino all’ultima battaglia, tentò ancora uno scontro e fu sconfitto tanto da finire quasi prigioniero. Si diede alla fuga verso sud e trovò salvezza solo nei territori dell’impero ottomano. Fu qui che il monarca, accolto con grande cordialità, iniziò la “cattività turca”. Il re era al sicuro ma non era libero di fare nulla. In sostanza, era in prigione. Intanto i suoi nemici del nord (Danimarca, Prussia, Russia) cominciarono a riprendersi i territori più vicini. In quel periodo provò a convincere i turchi ad attaccare i russi, con fortune alterne, ma soprattutto ne conobbe gli usi e i costumi (e soprattutto i cibi). Dopo cinque anni tornò in patria, portando con sé, oltre a molti propositi bellicosi di rivincita, anche la ricetta delle polpette. E non solo.

Comunque sia, sono un successo

A far conoscere le polpettine in tutto il mondo ci ha pensato Ikea. Ogni giorno, si legge sul Post, nel mondo ne vengono consumati due milioni solo nei negozi del colosso dei mobili low cost e anche in Turchia, dove questo cibo è disponibile su bancarelle di strada, nei bar e nei ristoranti, molte famiglie vanno all’Ikea nei fine settimana per mangiarlo a poco prezzo. Difficilmente, dunque, la notizia avrà delle ripercussioni sulla vendita del celebre piatto. Le ricette delle polpette turche e di quelle svedesi presentano comunque delle differenze: le prime sono fatte con agnello macinato, cipolle, uova, pan grattato e prezzemolo. L’attuale versione delle polpette svedesi spesso contiene carne di maiale e prevede anche che siano immerse nel sugo.

 

Per capire se lui è l’uomo giusto, studiate la sua stretta di mano. Come una specie di oracolo, il modo in cui una persona incontra e stringe la mano di uno sconosciuto è in grado di rivelare molte cose e – in un certo senso – addirittura di prevedere il futuro.

E’ quanto sostengono i ricercatori della Mailman School of Public Health e Columbia Aging Center della Columbia University, secondo cui la stretta di mano la dice lunga non solo su quanto potrebbe durare una relazione con quella persona, quanto lunga e sana sarà la sua vita e addirittura di quali patologie potrebbe soffrire maggiormente.

Occhio alla presa

Misurando la forza delle strette di mano e incrociandola con i dati su stato civile e decessi, riporta Repubblica che ha illustrato lo studio, i ricercatori hanno scoperto che gli uomini con una presa più vigorosa avevano maggiori probabilità di essere sposati rispetto agli uomini con strette più deboli. Ciò non accade invece con le donne le cui strette non danno indicazioni sul loro futuro.

Ma non è solo una questione di amore.

La salute si misura con una stretta

Secondo gli scienziati la forza della presa è una misura consolidata di salute ed è stata precedentemente collegata alla capacità di far fronte alla vita in modo indipendente, oltre a prevedere il rischio di malattie cardiovascolari e mortalità. Lo percepiscono bene le donne che tendono a favorire i partner che danno segnali di forza e vigore. E c’è un motivo preciso: se le più longeve sposano uomini sani, allora entrambi possono contare su un periodo di indipendenza più lungo. Dovranno, cioè, prendersi cura più tardi del compagno/a. Dallo studio condotto emerge infatti che il numero di uomini con una stretta più debole non sposati era maggiore di quello di coniugati.

Le politiche a sostegno dei più soli

Secondo Vegard Skirbekk del Columbia Aging Center, “Negli ultimi decenni le donne sono meno dipendenti economicamente dagli uomini e allo stesso tempo gli uomini sono diventati progressivamente più dipendenti dalle donne sul fronte salute. Il fatto che molti uomini risultino soli e con una presa debole è un doppio carico per loro (mancano di forza e anche del sostegno che deriva dal matrimonio) e tutto questo suggerisce la necessità di dare maggiore attenzione a questo gruppo" più fragile in termini di salute. Le politiche per aiutarli potrebbero includere soluzioni abitative che incoraggiano l'interazione sociale, consulenze per prepararli alla vecchiaia e informazioni su come evitare che la vita da single abbia conseguenze negative sulla salute, conclude lo scienziato mettendo l'accento anche sull'opportunità di un sostegno finanziario.

Lo studio

Per sviluppare lo studio i ricercatori hanno preso ad esame un campione di cinquemila adulti che vivono a Tromsø, cittadina del nord della Norvegia. In particolare, gli studiosi hanno esaminato il legame tra stato civile e forza della presa in due gruppi: i nati nel 1923-35 e i nati nel 1936-48. Per misurare la correlazione si sono serviti di un "vigorimetro", un semplice palloncino che doveva essere stretto dai partecipanti allo studio.

 

 

Hanno scelto entrambe il bianco la first Lady Melania e la premier dame Brigitte, nel loro incontro alla Casa Bianca al fianco del presidente Donald Trump e del presidente Emmanuel Macron. Melania ha accolto Brigitte con un blazer drappeggiato in doppio crepe-sable' dello stilista americano Michael Kors Collection costa 2.195 dollari, rileva la Cnn. 

 

Se non di fronte alle impertinenti domande di cui solo una sveglia cinquenne può essere capace, nessuno si è mai curato troppo di quale fosse il cognome di Barbie. Dal 1959, anno di nascita della bambola più famosa del mondo, è stata per tutti solo e semplicemente questo: Barbie. Eppure all'improvviso, dopo quasi 60 anni di silenzio, qualcuno ha deciso di svelare l'arcano e diffondere al mondo non solo il cognome, ma anche il secondo nome di Barbie e persino quello del suo eterno fidanzato, Ken.  

A rivelarlo è l'account Twitter di Barbie (già: oltre a un cognome ha anche un account, ma c'era da aspettarselo) che in occasione della giornata dei fratelli ha condiviso con il pianeta gli auguri della biondissima e magrissima pupazza a tutta la famiglia… Roberts. Un po' generico vero, come se in Italia si fosse chiamata Rossi, a Milano Brambilla e a Palermo Sanfilippo. Ma tant'è: sull'ipotetico passaporto di Barbie si legge chiaramente: Barbara Millicent Roberts. E se un giorno Ken e Barbie dovessero decidere di convolare a nozze, sulle pubblicazioni spunterebbe anche il cognome di lui: Carson.

Centinaia di utenti hanno commentato e il post, che è stato apprezzato oltre 10.000 volte. La creatrice di Barbie, Ruth Handler, scrive Business Insider, ha battezzato la bambola Barbara Millicent Roberts dandole il nome della figlia. Tuttavia è nota semplicemente come "Barbie", esattamente come accade con altre persone famose come Madonna, Adele o Prince.

Ma ci sono altri retroscena che, andando a scavare nel passato di Barbara Millicent, possiamo scoprire. Nel 1960 una serie di romanzi della Random House rivelò che i nomi dei genitori di Barbie erano George e Michael Roberts. La famiglia proveniva dalla città immaginaria di Willows, nel Wisconsin, dove Barbie frequentava la Willows High School.

Il dietista come personal shopper nell’aiutare i consumatori ad acquistare cibi sani, nel rispetto di una corretta alimentazione. Dal prossimo 16 aprile si potrà fare  a Torino, per iniziativa di Nova Coop, cooperativa leader in Piemonte nella grande distribuzione organizzata, che proporrà “info.food”, il primo servizio gratuito in Italia di consulenza nutrizionale rivolto  ai soci e consumatori.

Andando a fare la spesa negli  Ipercoop di Torino e  di Chieri e Collegno (Torino) sarà  così possibile usufruire di consigli e suggerimenti di una dietista a disposizione del pubblico per quanto riguarda il tema della corretta alimentazione e del benessere.  Enrico Nada, responsabile delle politiche sociali di Nova Coop, sottolinea la tradizione della cooperativa, nata nel 1990 dalla fusione tra Coop Piemonte e Coop Cpl di Galliate (Novara),  che fin dal proprio statuto si propone non solo di vendere merce di qualità ma anche di informare e tutelare i consumatori.

Come nasce l'idea di Info.food?

"Nasce proprio da questa nostra tradizione. Fino agli anni ’70 l’attenzione  era quasi esclusivamente rivolta alla qualità della merce in vendita poi a poco a poco è cresciuta la necessità di informare a diversi livelli: attualmente nel solo Piemonte sono circa 1000 le classi che coinvolgiamo ogni anno sui temi dell’educazione alimentare; per gli adulti oltre alla tradizionale informazione cartacea o online, organizziamo una quarantina di corsi di cucina, incontri con esperti nei nostri punti vendita, momenti di confronto".

Appuntamenti in cui riscontriamo una notevole adesione. E’ stato, quindi, un cammino di crescita progressivo di questa attenzione all’informazione dei clienti fino ad arrivare oggi proprio a realizzare ‘info.food’, ossia ‘cibo e sapere’. Un appuntamento, che ci sembrava giusto fare debuttare nel mese di aprile, mese in cui cade la Giornata Mondiale della Salute".

Come sarà organizzato il servizio?

"Una dietista, quindi, una persona con una professionalità specifica sul tema della nutrizione, sarà in giorni stabiliti in alcuni dei nostri punti vendita, a disposizione dei clienti per informazioni e suggerimenti sul tema della corretta alimentazione e del benessere. Partiremo con tre ipermercati a Torino e provincia, poi se, come pensiamo, funzionerà, dopo una sperimentazione di circa un anno, intendiamo svilupparla in tutti gli altri nostri punti vendita"                                                      .

Per realizzare l’iniziativa, prima nel suo genere in Italia,  ci siamo avvalsi della collaborazione del corso di laurea in dietistica della scuola di medicina dell’Università di Torino e delle Asl del territorio in un gioco di squadra che ha l’obiettivo di migliorare l’abilità delle persone nel compiere le scelte giuste di consumo e aiutare le famiglie a promuovere stili di vita salutari.  Una necessità evidente in un Paese come l’Italia dove, secondo una ricerca condotta recentemente da ‘Okkio alla salute’, un progetto di monitoraggio sostenuto dall’Istituto superiore di sanità, su un campione di 48.400 genitori e 48.900 bambini di oltre 2600 classi, il 21,3% è in sovrappeso e il 9,3% è obeso".

Info.food  è la prima vostra iniziativa che si occupa di salute e benessere?

"No, rappresenta un tassello di un progetto molto piu’ ampio.  Dal 2017 abbiamo avviato una collaborazione con Giorgio e Maurizio Damilano, simboli per noi dello sport vincente e pulito, per avviare sessioni di Fitwalking a disposizione dei nostri clienti. Il primo anno sono stati circa 80 i soci partecipanti a Cuneo, Torino, Novara e Gravellona. Quest’anno riproponiamo l’appuntamento e fino al prossimo 16 giugno sono previste uscite settimanali ed anche un incontro con i fratelli Damilano. Ogni anno poi in alcuni dei nostri centri commerciali organizziamo l’Obesity Day con la presenza di un medico a disposizione del pubblico, sempre nell’ottica di una maggiore sensibilizzazione il più possibile vicino alla gente".

E per il futuro? Svilupperete ancora il settore del benessere e salute?

"Certamente sì. E’ un filone che abbiamo avviato da tempo e non intendiamo abbandonare. Qualche idea al momento c’è ma il nostro impegno ora è fare conoscere Info.food e raggiungere il maggior numero possibile di persone, nella consapevolezza che con una buona alimentazione e corretti stili di vita possiamo stare meglio oggi e prevenire le malattie di domani".

 

Secondo un rapporto dell'Accademia Italiana della Cucina, tra tutte le ricette italiane la pasta alla carbonara è la più reinterpretata all’estero. Una ricerca dei pastai di Aidepi ha scovato le versioni più curiose: In Inghilterra è popolare quella con le zucchine, in Cina e Malesia la fanno con il pollo, quella con il pesce conquista la Spagna e sta prendendo piede anche nell’Italia più tradizionalista e nell’alta cucina. Altre radicali varianti: in Inghilterra l'uovo è a volte sostituito da besciamella. In Giappone, invece, si aggiunge la panna e non è presente il pecorino. In Francia, Germania e Norvegia si va oltre, con preparati liofilizzati all'aroma di Carbonara pronti in 5 minuti.

E se fosse un piatto yankee?

Forse la Carbonara è così amata e replicata perché le sue origini sono incerte e nessuno, neanche in Italia, può ancora appropriarsene in assoluto. Per alcuni questo piatto della tradizione avrebbe origini più recenti di quanto si creda. La prima eretica ipotesi è che l'abbiamo inventata gli americani. Sarebbe nata nel 1944 dall’incontro fra la pasta italiana e gli ingredienti della ‘Razione K’ dei soldati americani (tuorlo d’uovo in polvere e bacon). Risalendo la penisola, i militari americani accompagnavano la ‘Razione K’ agli spaghetti per integrare la dose di carboidrati. Una curiosità: l’inventore della Razione K è proprio quell’Ancel Keys, che, anni dopo, avrebbe “scoperto” la dieta mediterranea.

Questa tesi è supportata anche da Marco Guarnaschelli Gotti, autore della Grande Enciclopedia della Gastronomia. La seconda ipotesi è che il piatto sia stato ‘inventato’ dai carbonai appenninici (carbonari in romanesco), che lo preparavano usando ingredienti di facile reperibilità e conservazione. La carbonara in questo caso sarebbe l'evoluzione del piatto detto ‘cacio e ova’, di origini laziali e abruzzesi. Un'ultima ipotesi ricondurrebbe l'origine della ricetta alla cucina napoletana. Questa tesi individua in alcune ricette presenti nel trattato del 1837 Cucina teorico-pratica di Ippolito Cavalcanti una possibile origine della pietanza.

Quale pasta bisogna usare?

Questo piatto dal passato incerto ha un presente fatto di molte personalizzazioni. La tradizione prevede solo 5 ingredienti: guanciale, pecorino, uovo, sale e pepe. Le rivisitazioni (guanciale o pancetta, aglio sì o no, tuorlo o uovo intero, parmigiano o pecorino, ecc), arrivano dai gusti personali e dalle abitudini familiari. E si discute anche sul formato di pasta da utilizzare. Meglio corta o lunga? A scanso di equivoci, vanno bene entrambe. Se per molti ‘alla Carbonara’ si lega indissolubilmente al termine spaghetti, più recentemente gli esperti consigliano anche i formati a sezione circolare, come rigatoni o mezze maniche, specie se “catturano” al loro interno il guanciale.

Il piatto amato dai millennials

In Italia da sinonimo della tradizione casalinga e delle trattorie romane è ormai di casa anche nelle cucine stellate e non, che propongono in versione gourmet o scientifica – per una coagulazione perfetta della cremina non si dovrebbero mai superare i 63 gradi. E il suo successo anche nei prossimi anni è assicurato, visto che, dati Doxa-AIDEPI, la Carbonara (insieme a pasta al forno e spaghetti al pomodoro) è tra le 3 ricette del cuore dei 15-35enni e la preferita in assoluto dal 18% degli italiani (soprattutto uomini) e nel Nordovest. Ma è anche un fenomeno globale, persino il New York Times la mette al vertice della sua classifica delle 20 ricette di pasta. La carbonara oggi non è più un piatto turistico delle trattorie romane o un piatto di casa – commenta Luciano Monosilio, Chef del Ristorante Pipero di Roma e considerato dai più il massimo interprete della Pasta alla Carbonara. “Prepararla o mangiarla ‘fa fico’, e il fatto che molti chef stranieri la mettano in menù è la prova che è del suo respiro sempre più internazionale. Io per esempio ho mangiato una Carbonara eccezionale a Chicago e ho imparato a farla grazie ai consigli di Nabil Hadj Hassen, lo chef tunisino di Roscioli, a Roma”.

Guanciale sì, pancetta no e neanche bacon. Pecorino sì, parmigiano no. L’olio va messo? E l’albume? Aglio e cipolla vanno aggiunti? La Carbonara è diventata icona delle più ardite reinterpretazioni e la querelle sulla sua preparazione coinvolge da sempre milioni di food lovers ed esponenti dell’alta ristorazione. Anche chef e esperti si cimentano in versioni che ne rispecchiano la tradizione o addirittura ne rompono gli schemi. Ecco le principali:

Carbonara Tirolese di Norbert Niederkofler – St. Hubertus, San Cassiano (Bz)

Lo chef altoatesino ci presenta una reinterpretazione tirolese, che utilizza solo ingredienti di montagna. Nessun uovo viene sbattuto: il tuorlo viene adagiato intero sopra i fusilli di farro, il cui gusto è arricchito da porro, lardo, formaggio di malga e polvere di speck.

Carbonara A Freddo di Paolo Parisi – San Vincenzo, Livorno

Questa versione ha come protagonisti i paccheri e un mix di parmigiano e pecorino. Il suo mix di ingredienti include 1 uovo per commensale, parmigiano pecorino, maggiorana, limone, il mezzo aglio spremuto. La danza si fa frenetica, i tagliolini sono nell’acqua. Le uova vanno battute poco, avverte Parisi, e il “composto carbonaro” è pronto.

Carbonara Salutare di Kotaro Noda E Galatà – Bistrot 64, Roma

La particolarità sta nella glassatura del guanciale in forno (per non superare il punto di fumo). Le uova sono denaturate con la frusta e coagulate a bagnomaria a 62 gradi. Dall'incontro tra Kotaro Noda e il nutrizionista Domenicantonio Galatà nasce una Carbonara salutare. Più light di un’insalata.

Carbonara Di Mare di Mauro Uliassi – Uliassi, Senigallia (An)

Le uova di gallina vengono sostituite da quelle di pesce, trippa di baccalà e pelli di rombo prendono il posto del guanciale di maiale. Una trasformazione nel gusto e nei contenuti, ma concettualmente coerente con la tradizione.

Fagottelli La Pergola di Heinz Beck – La Pergola, Roma

Lo Chef di di origini bavaresi che dal '94 regge le sorti del ristorante La Pergola, propone una pasta ripiena di carbonara, adottando un composto di uovo e formaggio, con un po' di panna. I fagottini vengono conditi a fine cottura con con una salsa di guanciale e zucchine per ingentilire.

Negativo di Carbonara Di Antonello Colonna – Open Colonna, Roma

Anche in questo caso è la pasta a essere ripiena di carbonara e mantecata poi nella crème fraiche. Frutto di una provocazione dove la centralità della ricetta popolare diventa un’interpretazione di design, è la prova che se la tradizione la interpreti bene ne riesci a tirar fuori qualcosa che esce dagli schemi, li sovverte ma rende loro giustizia.

Uovo 65 di Roy Caceres – Metamorfosi, Roma

Sicuramente la ricetta meno riproducibile a casa, ma per certi versi la più aderente al modello originale, pur diventando alla fine tutt’altro, tanto che viene servita come antipasto e non come primo piatto. E’ un uovo cotto a 65°C è coperto da una spuma di pecorino e parmigiano.  La pasta? Rigatoni soffiati e guanciale croccante.

Carbonara Sbagliata di Ferran Adrià – Condividere, Torino

In versione classica o creativa. Parmigiano reggiano, pancetta affumicata, uovo, più un “rinforzo” di polvere di agar-agar, burro, panna, olio al tartufo. La pasta? I taglierini. E nella versione creativa aggiunge i piselli.

Quasi Carbonara di Massimo Sola – Mamo Restaurant, New York

Una cerebrale ma gustosissima interpretazione della carbonara, con tuorlo coagulato a bassa temperatura e crumble di guanciale. Eletto miglior piatto nel 2016 al “Primo” di Manhattan.

Carbonara Veg di Simone Salvini – Lord Bio, Macerata

Spaghetti integrali, tofu e latte di mandorla: in 3 ingredienti si riassume la filosofia in cucina di Simone Salvini, fondatore di Organic Academy e noto chef di impronta vegetariana e vegana.

Riassunto Di Carbonara di Riccardo Di Giacinto – All’oro, Roma

Una ricetta di carbonara insolita: antipasto che "riassume" i sapori della carbonara. Tutti gli elementi (uova, formaggio, guanciale) sono racchiusi all’interno di un guscio di uovo. Si consiglia di mangiare il riassunto di carbonara in verticale, prendendo sia la crema di carbonara, che il guanciale croccante e la spuma di parmigiano.

Risotto Alla Carbonara di Christian E Manuel Costardi – Hotel Cinzia, Vercelli

Il risotto viene condito con tuorlo d’uovo sbattuto, guanciale croccante, crema di pecorino e una spolverata di pepe. risotto delizioso in cui l’uovo, il pecorino e la pancetta si sposano perfettamente con uno dei prodotti principali del territorio vercellese.

Carbonara Scientifica di Dario Bressanini

Il divulgatore scientifico fa una puntuale analisi premettendo che esistono molte varianti di carbonara ma in tutte il controllo della temperatura è cruciale per la buona riuscita. Nel dettaglio, la temperatura di coagulazione dell'uovo, sia che si aggiungano i soli tuorli oppure anche gli albumi, a 65 gradi.