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Dating

“Sei un ragazzo o una ragazza?”, chiede il bambino di sei anni a Honey Mahogany, guardandola fissa negli occhi. Messa con le spalle al muro la Drag Queen non ha scelta, si avvicina con il suo abito di raso rosa, la parrucca bionda e le lunghe ciglia finte e risponde: “Beh, credo che quando sono nato ero un ragazzo, ma ora mi piace vestire come una ragazza. E’ divertente”. Accade anche questo durante la Drag Queen Story Hour: l’incontro, che viene organizzato in alcune librerie pubbliche degli Stati Uniti, dove – si legge sul The Guardian – delle Drag Queen leggono storie ai bambini per insegnare loro lai essere tolleranti e che esistono realtà diverse.

Gli incontri stanno avendo molto successo e sono organizzati con regolarità in alcune biblioteche di New York e piano piano in varie altre città degli Stati Uniti.

Quasi 200 bambini, insieme ai loto genitori, erano presenti nella biblioteca di San Francisco per ascoltare le storie raccontate dalle Drag Queen. "È davvero divertente per i bambini ascoltare le storie da persone vestite e truccate come delle principesse”, ha raccontato i portavoce della biblioteca Katherine Jardine.

La rivolta dei conservatori

Come era facile immaginare l’iniziativa non ha incontrato il parere favorevole di tutti. Su molte tetstae conservatrici come Breitbart News sono comparse lamentele con l’accusa di aver usato soldi pubblici per indottrinare i bambini su tematiche di sinistra.

“A quanto pare in tutto il Paese cresce la voglia di pagare le tasse per far sì che delle drag queen leggano storie ai nostri figli", ha scritto la blogger Amelia Hamilton sul National Review. “Ciò viene fatto per cercare di avvicinare i bambini a nuove idee e per far si che la loro mente cresca in maniera aperta, ma è chiaro che dietro ci sono delle precise idee politiche. Che tipo di riscontro – continua la blogger – ci sarebbe stato se fosse stato organizzato un evento per bambini per promuovere i valori tradizionali? O un evento dove si leggevano libri sul diritto alle armi? Nessuno lo farebbe mai”.

Anche sul Daily Wire è comparso un articolo con questo titolo: “Leftists Push 'Drag Queen Story Hour' For Public Schools, Libraries” (La gente di sinistra spinge per la Drag Queen Story Hour nelle biblioteche e scuole pubbliche).

La difesa dei bibliotecari

Ma i bibliotecari di San Francisco precisano che per questo tipo di eventi non viene speso nemmeno un dollaro dei contribuenti. Per ogni Drag Queen Story Hour, l’organizzazione no profit ‘Gli amici della Libreria’ paga un compenso alla società che l’ha organizzato. E basta.

Virgie Tolvar, amministratore delegato di Radar Productions, la società che organizza l’iniziativa, ha detto che, a parte la polemica della stampa conservatrice, gli eventi sono andati tutti molto bene. “Ogni giorno riceviamo mail da ogni parte del mondo che ci fanno i complimenti. Stiamo pensando di organizzare un tour del Drag Queen Story Hour”.

Lyn Davidson, che gestisce la biblioteca dei bambini di San Francisco, ha detto che stanno cercando di dare a tutti un giusto accesso ai libri, alle storie e alle idee. “Vogliamo aprire le nostre porte a tutti. E credo che questi momenti con le Drag Queen siano speciali”.

Ecco cosa viene letto

La Drag Queen Honey Mahogany durante l’incontro a San Francisco ha letto ‘Famiglie, Famiglie, Famiglie’, un libro su come le famiglie possano essere formate da una mamma e un papà o solo da una mamma o da due papà. "Quanti di voi hanno qui di fronte la propria famiglia? Chiede, gesticolando con il suo braccio pieno di braccialetti luccicanti. "Le famiglie non sono tutte uguali e possono avere diverse forme e dimensioni. Giusto?”. Dopo la lettura della storia molti bambini hanno fatto la fila per parlare un momento con Honey Mahogany.

C'è una data destinata a entrare nella storia della vanità umana: il 21 giugno del 2014. Si crede che sia stata la Bbc a proclamarla la 'giornata del selfie', ma è un malinteso: più di due mesi e mezzo prima aveva lanciato con uno slogan efficace – "Chi crediamo di essere" – e l'hashtag #SelfieDay un progetto per comprendere "se davvero le persone si sentissero più connesse tra loro rispetto a dieci anni fa". I primi ad aderire erano stati i giornalisti della Bbc, l'hashtag era diventato trending topic e la giornata del selfie un appuntamento fisso fissato chissà perché al 21 giugno. Ma senza i crismi dell'ufficialità, tanto che nel calendario delle Nazioni Unite il 21 giugno è la giornata internazionale dello Yoga e nel 2017 si celebra il giorno della Musica

Chi ha inventato il selfie?

Il fenomeno è iniziato ufficialmente nel 2004, quando un utente di Flickr, piattaforma per la condivisione di foto, ha utilizzato il termine Selfie per la prima volta. Un trend che è esploso notevolmente in questi anni, se si pensa che oggi ogni persona si scatta in media 3 selfie al giorno e ciascuno di questi richiede almeno 16 minuti, dallo scatto fino alla pubblicazione, spendendo così un’ora del proprio tempo giornaliero (fonte: FeelUnique). Ma non sono dati univoci: secondo altre fonti nel 2016 erano stati scattati un milione al giorno; secondo altre 24 miliardi in un anno

Di sicuro nel frattempo la moda si è evoluta, ha coinvolto – quasi d'obbligo – star e vip di ogni provenienza e ha dato origine a infinite varianti. Ne elenchiamo 9 tra le più popolari, rigorosamente in ordine alfabetico.

A come “After Sex-Selfie” abbreviato in “ASS” – corpo mezzo nudo, spesso a letto tra le lenzuola in atteggiamenti affettuosi.

   B come “Belfie” – il selfie dedicato al lato B, introdotto da Kim Kardashian e ora un must per     raccogliere fiumi di like 

F come “Footies” – piedi in primo piano, spesso con panorami mozzafiato o ambienti curiosi che lasciano intravvedere o immaginare situazioni e circostanze.

 

H come “Helfie” – capelli in primo piano (hair), al vento o acconciature perfette, l’importante è che siano i protagonisti.

P come “Pelfie” – dall’inglese “Pets”, rientrano in questa categoria tutti i selfie che hanno per protagonisti i propri animali domestici, cagnolini, gattini, di soliti buffi e soffici, che conquistano numeri altissimi di like.

R come “Relfie” – dall’inglese “Relationship”, proprio come Chiara Ferragni e Fedez o Jay-Z e Beyoncé, tra i primi a far impazzire i propri fan con i selfie di coppia. I Relfie raccontano l’amore romantico tra le coppie, con sguardi complici e innamorati davanti a panorami mozzafiato.

S come “Suglie” – dall’inglese “Ugly”. Si tratta di selfie nei quali le persone assumono smorfie deturpanti che li fanno apparire più brutti o dall’aspetto non gradevole.  

U come “Ussie” – dall’inglese “Us”. E’ il selfie di gruppo. Il primo che ha aperto questo filone è il selfie hollywoodiano per eccellenza, scattato all’86esima cerimonia di consegna degli Oscar, nel 2014, quando Ellen DeGeneres ha raccolto intorno a sé i volti più noti del cinema, segnando una pietra miliare nella storia dei selfie.

W come “Welfie” – dall’inglese “workout”: allenamento; l’irrinunciabile selfie mentre ci si allena in palestra o all’aperto, l’importante è esibire il proprio fisico e la passione per il fitness.  

L'ultima frontiera è superare il selfie stick e levarsi in volo: nasce l'AirSelfie. Sono diversi i droni che montano videocamere, ma la più piccola e compatta flying camera è stata  ideata da due giovani fratelli italiani, può essere integrata direttamente nella cover del telefono (con tanto di power bank) e costa da 300 a 339 euro.

Uno strumento che ha dato il via a un'altra moda e un'altra clasifica: quelli dei luoghi più scattati nel mondo, che rientrano nella Top 20 stilata da Instagram nel 2016, come Central Park a New York, il Ponte di Brooklyn, il Santa Monica Pier, Tower Bridge a Londra, il deserto di Dubai.

Se siete tra quelli che, per fare acquisti da Ikea, studiate gli orari più improbabili, magari la sera prima della chiusura di un comunissimo mercoledì, pur di evitare la ressa e le lunghe code alle casse, sono in arrivo buone notizie per voi dalla Svezia. Il colosso dell'arredamento low cost sta mettendo a punto una serie di trasformazioni tecnologiche e digitali che passano per la realtà aumentata e per negozi più piccoli. Lo scopo è quello di andare incontro alle esigenze del cliente, stare al passo con le regole del mercato e tenersi ben stretti parte gli affezionati.

D'altronde, se il gruppo vanta numeri da capogiro il merito è anche del marketing. Solo in Italia, il colosso svedese ha chiuso il 2016 con un aumento di fatturato del +4,5%. "Capiamo benissimo che il mondo sta cambiando e con esso le aspettative dei nostri clienti, e vogliamo continuare a essere attori di primo piano", ha spiegato alla Cnn Michael Valdsgaard, direttore della trasformazione digitale a Ikea. "L'idea è quella di fare più cose possibili e vedere quali funzionano e quali no".

Il primo grande cambiamento dovrebbe prendere il via l'anno prossimo quando, attraverso un programma pilota, il colosso svedese inizierà a vendere i suoi prodotti anche attraverso siti terzi. Ma ecco i tre aspetti che rivoluzioneranno davvero lo shopping da Ikea

Realtà aumentata

Dal prossimo autunno prima di acquistare un prodotto si potrà visualizzarlo direttamente in casa propria. Come? Con un'app che sfrutta la realtà aumentata su cui il gruppo svedese sta lavorando insieme ad Apple. In altre parole, il principio è lo stesso utilizzato in "Pokemon go", il gioco per smartphone che dal suo esordio un anno fa è stato scaricato 750 milioni di volte (leggi qui). I clienti potranno caricare fino a 600 prodotti e collocarli virtualmente nella propria casa. "Acquistare una nuova cucina è sempre un importante investimento e vogliamo che i nostri clienti si sentano sicuri prima di farlo. E siamo sicuri che quest'app li aiuterà", ha detto Anders Grafstrom, del team cucine Ikea.

Mini store

In tutto il mondo le grandi 'scatole blu' del colosso svedese sono collocate nelle periferie delle grandi città, proprio per esigenza di spazio espositivo. "Ma per molti clienti, il negozio più vicino è davvero lontano, così stiamo sviluppando un nuovo modello di punto vendita", ha spiegato un portavoce del gruppo. In realtà, la trasformazione è già in corso, tanto che dal 2015 sono spuntati piccoli negozi (grandi circa un decimo di quello tradizionale), in 44 città del mondo compresa Roma. A luglio del 2016, in zona Collatina, è stato inaugurato il primo Pick up and Order Point per facilitare i clienti durante la fase dell'acquisto, riducendo anche i tempi attraverso un'integrazione tra canale fisico e virtuale. Lo spazio offre un assortimento meno vasto (89 complementi di arredo) ma con 700 metri quadri sono destinati al ritiro e all'ordine dei prodotti. 

Pop-up shop

Provare un prodotto con le proprie mani (e palato) prima di acquistarlo: questa l'idea alla base dei Pop-up shop, i nuovi, piccoli, negozi che stanno spuntando nei centri delle città. A Roma, ad esempio, un Pop-up shop ha aperto i battenti a fine aprile a piazza San Silvestro con un'esposizione interamente dedicata all'ambiente cucina  . Alcuni di questi negozi, poi, offrono una vera e propria esperienza sensoriale, incoraggiando i clienti a cucinare qualcosa per gli amici o a scegliere trapunte e  copri piumini con una ricca colazione a letto. 

Leggi anche: Ikea in missione su Marte per studiare i mobili del futuro

Sapete perché per mettervi ai piedi un paio di Louis Vuitton dovete scucire (ben che vada) 500 euro? Perché sono belle, certo, ma anche perché sono fatte in luoghi in cui si confezionano scarpe da sempre. In quei disttetti – francesi e italiani – in cui la scarpa è praticamente nel DNA. O almeno questo è il messaggio che il marketing della casa francese lascia passare.

Ora rispondete a questa domanda: paghereste fino a 2.000 euro per un paio di scarpe fatte in Romania? No? Peccato, perché lo avete già fatto. Almeno stando a quello che racconta il Guardian, che è riuscito a infiltrarsi in una fabbrica segretissima in cui –  secondo una fonte anonima – vengono prodotte la maggior parte delle calzature Louis Vuitton che vengono poi rivendute come Made in Italy o Made in France. Peccato che nei due Paesi, le calzature oggetto di sogni proibiti per molte fashion addicted, vengano solo suolate

La fabbrica top secret

Secondo quanto si legge nell'esclusiva del Guardian, il grosso delle scarpe LV proviene da Cisnadie, cittadina della Transilvania che con l'arte delle calzature ha da sempre poca familiarità. La fabbrica è uno dei segreti meglio custoditi, al punto che – hanno rivelato alcune fonti al quotidiano britannico – è stato fatto in modo che lo stabilimento non risulti nemmeno nelle ricerche di Google.

Il nome dell'impianto è Somarest, una sussidiaria della Maison Louis Vuitton il cui logo però all'esterno non compare mai. Prima del Guardian, nel 2014, una tv francese cercò di realizzare un reportage sulla fabbrica, ma la richiesta fu rifiutata. A denunciare lo scandalo era stato un lavoratore dello stesso impianto, che aveva raccontato che le scarpe che escono dalla Somarest vengono spedite in Italia, dove vengono suolate e vendute come prodotto fabbricato nel Paese. Una dichiarazione rigettata da Bernard Arnault, proprietario del gruppo LVMH e uomo più ricco di Francia, con un patrimonio di 37,2 miliardi di dollari. "Ora che il Guardian ha potuto riportare per la prima volta direttamente dall'interno della fabbrica, è in grado di confermare che ogni settimana decine di migliaia di paia di scarpe lasciano lo stabilimento curate nei minimi dettagli eccetto la suola", si legge sul quotidiano. 

Viaggio all'interno della fabbrica

"Una volta oltrepassati i controlli di sicurezza e messo piede nello stabilimento, Louis Vuitton è onnipresente. In cima alle scale, protetto da una teca di vetro, c'è un paio di stivali in pelle con impresse le iniziali della Maison. Mentre una lunga vetrina-galleria mette in mostra i modelli di borse più note. Su tutti si staglia un baule antichissimo che rappresenta la storia della casa che iniziò l'attività nel 1850 proprio realizzando valige e bauli per i più ricchi".

L'intuizione arrivò negli anni '90 quando la maison si aprì alla classe borghese. E con essa, arrivarono anche i guadagni da capogiro. Oggi il gruppo ingloba più di 70 marchi, dal settore della moda a quello dei vini, con un fatturato che si aggira sui 33,5 miliardi di dollari. Il colosso spende 4,4 miliardi di dollari in campagne promozionali e dà lavoro a 120mila persone. 

Il guadagno è sui bassi salari

Per mantenere alti i guadagni, l'azienda ha dovuto abbassare i costi di produzione, spiega il Guardian. È questo il motivo che portò il gruppo a Cisnadie nel 2002. Due anni dopo, l'impianto produceva 1.500 paia di scarpe a settimana, secondo il cv dell'allora direttore Catherine Fraisse. E sebbene Somarest si sia rifiutata di rivelare gli attuali numeri dello stabilimento, nel curriculum vitae online dell'operation manager, Mihaela Anghel, si legge che la produzione è aumentata del 70% dal 2007. E' lecito stimare, dunque, che dalla fabbrica escano ogni settimana 100mila paia di scarpe.

Nello stabilimento lavorano 734 persone che, secondo la portavoce anonima, sono pagate 133 euro al mese, secondo quella che è la media degli stipendi in Romania, i più bassi d'Europa. Ma ciò "non è sinonimo né di scarsa qualità né di lavoro minorile", spiega al Guardian la stilista Ioana Ciolacu. Gli stessi lavoratori di Somarest si considerano fortunati: fine settimana liberi, straordinari puntualmente retribuiti, ambienti liberi da sostanze chimiche tossiche. "Nessuno si è mai lamentato", ha assicurato Enciu Dumitru, dell'Ispettorato sul lavoro. 

Così la scarpa diventa italiana

Ma quando la scarpa più famosa al mondo inizia a parlare italiano? Tutto il materiale utilizzato è importato dalla Francia, spiega la portavoce al Guardian. Dopo aver assemblato la scarpa, quest'ultima viene spedita in Francia o in Italia per poter essere suolata, un processo che le garantirà il marchio Made in Italy o Made in France, secondo le disposizioni dell'Ue.

Per poter sciogliere il nodo della produzione globalizzata, nel 2014, il Parlamento europeo si è espresso sulle regole del "made in": in pratica, nel caso dei beni prodotti in più nazioni, il Paese di origine risulta essere quello in cui il prodotto viene sottoposto all'ultimo, sostanziale ed economicamente giustificato processo". Ecco perché nelle Louis Vuitton la suola viene applicata sempre dopo l'esportazione. Il risultato è che queste scarpe non solo vengono vendute a pieno costo come Made in Italy nel nostro Paese, ma vengono anche riesportate in Romania e vendute nelle boutique di Bucarest come prodotto italiano o francese. Un'anomalia che non fa di Louis Vuitton né il primo né l'ultimo marchio ad approfittare di questa situazione favorevole. 

L’estate si avvicina e se per molti è tempo di pensare alle vacanze, per altri è invece il momento migliore per pensare ad un’esperienza di lavoro all’estero, per migliorare le proprie conoscenze linguistiche e acquisire nuove esperienze di lavoro.

Ecco come comportarvi (la fonte è una ricerca realizzata tra i collaboratori di Babbel.com, una app per apprendre le lingue).

Inghilterra

I colleghi non sono amici – almeno fino all’ora del pub

Il primo giorno è forse il più strano: si viene accompagnati al posto di lavoro. E lasciati lì. Non due chiacchiere dal vicino di scrivania né un invito a pranzo. Ma non ci si deve lasciar scoraggiare: tutto cambia all’uscita dal lavoro. Non si va infatti a casa, ma direttamente al pub, dove la parola d’ordine è bere pinte di birra e dove i colleghi – fino a poco prima reticenti alla chiacchiera – si lasceranno andare a risate e a raccontare barzellette.

L’educazione e i nomignoli

"Love", "darling", "sweetie": quello che per un italiano sarebbe segno di vicinanza ed empatia, in Inghilterra significa poco o niente. Non bisogna quindi scambiare questi appellativi per niente di più di quello che sono: modi standard di rivolgersi alle persone, usati da chiunque, colleghi, baristi o commessi.

Il feedback sui risultati lavorativi

Arriva il giorno in cui si deve ricevere un resoconto sui risultati. Se ci si aspetta un verdetto chiaro si rimarrà delusi: alcuni dei compiti assegnati saranno stati svolti “perfettamente” e altri “meno perfettamente”. Ma il feedback è positivo o negativo? Non è dato sapere.

Germania

Non si interrompe mai chi parla

Brainstorming selvaggio e discussioni appassionate? Dieci persone che parlano interrompendosi? Niente di tutto questo è considerato né beneducato né un segnale di vero interesse. Ma non bisogna lasciarsi ingannare: non è il senso dell’ordine o il famigerato perfezionismo tedesco a guidare tutto ciò. È semplicemente la struttura della frase. Quando il verbo o la negazione appaiono alla fine, come spesso in questa lingua, sarà necessario ascoltare le persone fino alla fine per capire dove vogliano arrivare.  

Fare colazione (doverosamente abbondante) al lavoro

I colleghi arriveranno con ogni probabilità spesso molto presto al lavoro. Ma non saranno alla loro scrivania: li si troverà intenti a sminuzzare in tutta tranquillità frutta da aggiungere al muesli e allo yogurt o a farcire panini con burro, salame e cetrioli alle otto del mattino. Il tutto doverosamente accompagnato da un cappuccino. Un’abitudine che presto o tardi anche il più “sud europeo” comincerà a condividere.

Vestirsi secondo la stagione (e non secondo la temperatura)

Estate e inverno significano: fa caldo, fa freddo. Il susseguirsi e la “dittatura” delle stagioni si riflette anche sulla vita d’ufficio: da novembre a marzo, le finestre si tengono rigorosamente blindate, anche se ci sono 30 gradi oppure circola l’influenza e sarebbe il caso di far circolare un po’ di ossigeno. Al contrario, se a luglio – come capita frequentemente nel Nord dell’Europa – fa così freddo che serve l’impermeabile, si sarà costantemente obbligati a sopportare ventilatori puntati sul collo e fastidiose correnti d’aria.

Francia

L’università come biglietto da visita

Una delle prime domande che vengono fatte ai nuovi arrivati è da quale università vengano e quali studi abbiano fatto. Un consiglio: non farsi intimidire e non farsi prendere da falsa modestia. Dimostrare di venire da una buona università è il miglior biglietto da visita.

Le pause: dal pranzo a caffè e sigaretta

Se si va a pranzo, si deve calcolare dall’ora all’ora e mezza. È previsto infatti molto spesso una specie di “business lunch” a due portate. E non si deve essere troppo timidi: parlare delle ultime notizie e di politica è all’ordine del giorno. In questo gli italiani non si tirano certo indietro. Il resto della giornata sarà però punteggiato da pause sigaretta e caffè: un bel problema se non si fuma o non si beve caffè!

Lo sciopero: un evento sociale

Se si fa uno sciopero, lo si fa tutti. Non importa se è per la propria azienda o per i sindacati. L’importante è esserci, anche nel fine settimana. Si incontreranno molti colleghi e ci si sentirà finalmente parte del gruppo.

Cinque musicisti, due sportivi, due scrittori e un presentatore: sono loro le 10 celebrity che hanno guadagnato di più lo scorso anno secondo la classifica stilata da Forbes. Se poi al mestiere si aggiunge qualche nome – Beyoncé, J.k. Rowling, Cristiano Ronaldo – tutto appare più chiaro. E forse scontato. In totale, 100 celebrity hanno guadagnato nel 2016-2017 oltre 5,15 miliardi di dollari, più del Pil di Gambia, Belize e Liberia messi insieme. A guidare la classifica c’è Diddy, seguito da Beyoncé e dalla ‘mamma’ di Harry Potter. E sebbene due donne si siano posizionate saldamente sul podio, la quote rosa tra i paperoni del mondo dello sport, musica e spettacolo sono solo 16, tra cui figurano Kim Kardashian (47esimo posto con 45,5 milioni di dollari), Jennifer Lopez (65esima con 37,5 milioni) e Kalye Jenner, la più giovane in classifica che a soli 19 anni ha guadagnato 41 milioni di dollari. 

La top ten delle celebrity che hanno guadagnato

1 – Diddy

A guidare la classifica dei super ricchi è il musicista Diddy (ex Puff Daddy) con 130 milioni di dollari. Un guadagno che proviene anche dalle sue azioni della casa di abbigliamento Sean John e dalla partnership con  Diageo's Ciroc vodka.

 

2 – Beyoncé

Al secondo posto della classifica dei Paperoni c'è la regina del pop, Beyoncé che l'anno scorso ha incassato 105 milioni di dollari, soprattutto grazie all'album "Lemonade" e al tour "Formation". E in casa è lei che indossa i pantaloni, almeno per quanto riguarda le casse: suo marito Jay Z, infatti, occupa 'solo' il 55esimo posto in classifica.

 

3- J. K. Rowling

Chiude il podio J. K. Rowling con 95 milioni di dollari. La scrittrice britannica deve gran parte dei suoi guadagni alla pubblicazione dell’opera teatrale in due parti “Harry Potter e il bambino maledetto”al film spin-off del celebre genietto “Animali fantastici e dove trovarli”.

 

4- Drake

La star dell’hip pop canadese è passato dalla 69esima posizione dello scorso anno alla quarta, merito di un incremento del 50% della sua fortuna grazie agli ‘endorsement’ di Nike, Sprite e Apple. Il cantante vanta 94 milioni di dollari.

 

5- Cristiano Ronaldo

Ronaldo è il primo sportive in classifica con un guadagno negli ultimo 12 mesi di 93 milioni di dollari. Tra le altre cose, l’asso del Real Madrid ha un contratto a vita con Nike e una linea di abbigliamento che va dall’intimo ai jeans.

 

6- The Weeknd

E’ l’anno dei canadesi: dopo Drake, entra per la prima volta nella top ten anche The Weeknd con 92 milioni di dollari. Il suo ultimo album, Starboy, ha registrato il terzo maggiore successo di vendite nella settimana di debutto negli Stati Uniti.

 

7- Howard Stern

Con 90 milioni di dollari il “re di tutti i media” Howard Stern ha difeso e conservato la settima posizione. L’ex giudice di “America’s Got Talent” ha un contratto a cinque anni con Sirius XM Radio.

 

8- Coldplay

Il tour mondiale Head Full of Dreams ha fatto incassare ai Coldplay 88 milioni di dollari. Una buona notizia per il settore della beneficenza visto che la band britannica ha promesso di devolvere in giuste cause il 10% dei loro profitti.

 

9- James Patterson 

Chi ha detto che gli scrittori se la passano male? Patterson è il secondo autore in classifica dopo la Rowling. Con 130 titoli, lo scrittore statunitense, noto per i suoi thriller, è considerato l’autore vivente che vende di più al mondo. Solo l’anno scorso, ha guadagnato 87 milioni di dollari con i suoi libri.

 

10- LeBron James

Con 86 milioni di dollari, la star del basket americano è il terzo cestista più ricco in assoluto, dopo Michael Jordan e Kobe Bryant. Solo il suo ‘stipendio’  come ala dei Cleveland Cavaliers ammonta a 31 milioni di dollari per la stagione 2016-2017. 

Katie Meade non ha avuto paura e ce l’ha fatta: a 33 anni è diventata la prima modella al mondo con la sindrome di Down. Oggi è la testimonial di una linea di prodotti per la cura dei capelli che, non a caso, si chiama ‘Fearless’ (senza paura). La ragazza ha raggiunto un traguardo importante che potrebbe essere l’inizio di un cambiamento degli stereotipi di bellezza cui siamo abituati.

Chi è Katie

Katie ha 33 anni ed è originaria di Des Moines, Iowa. La sua vita non è stata sempre facile. Da bambina ha dovuto lottare molto: per la sua salute e per essere accettata dalla società. Ha subito due grossi interventi chirurgici al cuore e durante gli anni scolastici è stata oggetto di diversi episodi di bullismo.

Il mondo della moda l’ha sempre affascinata, amava truccarsi e cambiarsi di abito, ma “non avrei mai immaginato di poter diventare una modella”, ha dichiarata lei stessa. Da anni lavora con un’organizzazione no profit per aiutare le persone disabili a trovare lavoro e ad inserirsi nella società. 

“Spero che il mio caso possa essere fonte d’ispirazione per le persone ckatie-mahe hanno la mia stessa malattia e che in questo modo riescano a sentirsi meno esclusi”, ha detto ai media americani. “Ringrazio chi mi ha dato la possibilità di diventare una modella e spero che tutto il mondo guardi con occhi diversi le persone disabili e capisca che la bellezza è di tutti”.

Il servizio fotografico

Katie sarà la nuova protagonista della campagna pubblicitaria di ‘Fearless Hair Rescue Treatment’, la linea di prodotti e maschere per capelli dell'azienda americana Beauty & Pin-Ups. Il suo volto apparirà su tutte le confezioni del prodotto.

"Quando sentiamo le parole 'senza paura', pensiamo a Katie Meade", ha detto Kenny Kahn, l’amministratore delegato dell’azienda americana, che l’ha scelta come testimonial del suo brand. Negli scatti per il lancio della campagna Katie appare in jeans, scarpe nere e tacchi alti.

Ha una pettinatura vintage che ricorda la tipica pin-up americana anni ’30 e in alcune pose, quando indossa la maglietta con la scritta ‘Fearless’ ha il pugno alzato, chiaro rimando a ‘Rosie the Riveter’, la protagonista del poster ‘We can do it’ di J. Howard Miller del 1943, icona femminista e rappresenta le donne americane che lavoravano nelle fabbriche durante la Seconda Guerra Mondiale.

Casa, lavoro, famiglia, bambini, spesa, attività sportive, mail da mandare e vacanze da organizzare: le 24 ore della giornata sembrano non bastare, soprattutto se si hanno dei figli piccoli da crescere. La tecnologia può aiutare e a dirlo è una che ne sa qualcosa: Melinda Gates, moglie di Bill Gates, il fondatore della Microsoft.

Imprenditrice, alla guida di una fondazione filantropica, nonché madre di tre figli, Melinda ha stilato un elenco di 5 app (più un consiglio) che possono aiutare un genitore a gestire la giornata più facilmente.

Headspace

La prima cosa per iniziare la giornata con il piede giusto è…meditare. Per la moglie di Bill Gates, “mi aiuta a fare più cose durante il resto del giorno e mi rende più felice nel farle”.

Da qui, l’utilità di Headspace (leggi qui) che offre sia lezioni di meditazione guidate che rendono più facile iniziare, ma anche esercizi meno strutturati che lasciano liberi di provare e fare esperienza. Un sistema per “focalizzare e rilassarsi”.

Common Sense Media

Non c’è solo il lavoro nella vita, ma anche e soprattutto il tempo passato con la famiglia: un bel libro o un film da vedere tutti insieme, cercando di mettere d’accordo i diversi gusti delle persone. Come scrive Melinda, “cerco di leggere quello che stanno leggendo i miei figli così posso parlare con loro di quello che hanno in testa”.

L’app Common Sense Media dà la possibilità di conoscere velocemente il contenuto di quasi tutti i film, giochi, show o libri per ragazzi, suggerendo anche alcune conversazioni di partenza. A questo si aggiungono recensioni scritte da altri genitori e figli che aiutano a scegliere più velocemente il film da guardare tutti insieme la sera.

EasilyDo 

La quotidianità è fatta di appuntamenti, mail da mandare e cui rispondere, anniversari da ricordare, traffico da evitare per non fare tardi, pacchi da intercettare e simili. Tutto inserito in un’unica app, EasilyDo. Melinda ha confessato di non averla ancora provata ma di averla segnata sul calendario tra le cose da fare. “I miei amici che già la usano rende la loro giornata frenetica più facile”, ha sottolineato.

Parenthoods

Crescere dei figli è più facile se ci sono altre famiglie con bambini con cui condividere l’esperienza. Parenthoods aiuta a mettere in contatto famiglie con figli di età simile, con le quali scambiare domande, storie, consigli, e addirittura organizzare una giornata di gioco se si è vicini.

 “Che la comunità di appartenenza sia digitale o dietro l’angolo, essere genitori è molto meglio quando non si è soli”.

Peek

Una vacanza in famiglia, anche una semplice scampagnata nel fine settimana, sono momenti preziosi. Peek aiuta a creare itinerari, ed è utile anche lì dove non si conosce bene la zona perché una volta inseriti alcuni dati, come le cose che piacciono fare, offre una lista delle attività a disposizione in quel posto. “Sarebbe stata grandiosa quando i ragazzi erano piccoli”, ha confessato Melinda.

 

L’importanza di parlare in famiglia di come dividersi i compiti

Come ultimo consiglio, Melinda Gates suggerisce una conversazione che non può mancare in famiglia: “Iniziare una franca conversazione su chi fa cosa a casa e se questo funziona per tutti”. 

"La realtà – ha spiegato – è che nella maggioranza delle famiglie, le donne tendono a prendere su di loro la maggior parte dei lavori, accudire, pulire e altri compiti che chiamamo il ‘lavoro invisibile’ e porta via ore alla nostra giornata, ogni giorno. In molte famiglia, la divisione dei ruoli probabilmente non si concluderà con una perfetta uguaglianza e questo va bene. L’importante è che sia qualcosa che è stato deciso tutti insieme, come una famiglia”.

 

Immaginiamo che da un momento all’altro tutto il mondo smettesse di mangiare carne, pesce, uova, miele e gli altri prodotti di derivazione animale, che cosa succederebbe?

Farebbe bene all’ambiente e in alcuni casi anche alla salute, ma malissimo all’economia, soprattutto quella dei Paesi più poveri.

Quanti sono i vegani

I vegani in Italia sono triplicati nell’ultimo anno. Nel 2016 – secondo il rapporto Eurispes 2017 -erano poco meno dell’1% e nel 2017 già si parla di 3%. Il 7,6% del campione intervistato segue una dieta vegetariana o vegana. In totale si tratta di un milione e ottocentomila persone. Il dato è più o meno confermato anche dal rapporto Vegan Italia 2017, realizzato dall’osservatorio Veganok (non esattamente super partes, quindi), secondo cui gli italiani che hanno scelto un’alimentazione 100% vegetale sono il 2,6%.

Il 59% sono donne e il 41% uomini. I numeri sono confermati anche dalla crescita delle vendite nel settore “no meat”. Nei primi 10 mesi del 2016, rispetto allo stesso periodo del 2015, c’è stato un calo dei consumi del 5,8% per le carni rosse e suine, del 5,3% per i salumi e del 3,2% sui prodotti caseari. A questi cali corrispondo aumenti di prodotti vegani: latte vegetale (+19%), zuppe (+37%), piatti pronti, condimenti, salse e sostituti dei secondi piatti (+27,1%).

Un trend in crescita non solo in Italia. Nell'ultimo decennio il numero di persone nel Regno Unito che segue una dieta vegana è aumentato del 340%, soprattutto nella fascia di età che va dai 16 ai 24 anni.

I vantaggi per l’ambiente

Un quarto delle emissioni dei gas serra deriva dal cibo, si legge sulla Bbc. Solo gli allevamenti, secondo una stima dell’Onu, producono il 14,5% di tutte le emissioni mondiali di gas nocivi per l’ambiente. Quindi se tutto il mondo, da questo momento, diventasse vegano, le emissioni alimentari sarebbero ridotte del 70% entro il 2050, in base a una recente relazione sul cibo e sul clima pubblicata sulla rivista Proceedings of National Academy of Sciences (PNAS) e realizzata dai ricercatori dell’università di Oxford.

Vegano non sempre significa ‘vita sana’

Essere vegani non significa mangiare bene. La dieta vegana di solito è povera di calcio, vitamina D, ferro, vitamina B12, zinco e acidi grassi omega-3. Molti prodotti contengono olio di cocco, ricco di grassi saturi. C’è anche per i vegani il rischio di cedere al cibo spazzatura e di seguire una dieta dove molte sostanze nutritive importanti potrebbero mancare. Quindi anche chi fa questa scelta alimentare deve fare attenzione a cosa mangia.

I vantaggi per la salute

Una vota però raggiunto un buon equilibrio alimentare, la dieta vegana potrebbe procurare benefici per la salute. Il regime alimentare occidentale è spesso legato a malattie cardiache, diabete e obesità. Nel 2015 l'Organizzazione mondiale della sanità ha spiegato che una dieta povera di carne potrebbe ridurre i casi di malattie coronariche, infarti, diabete e la comparsa di alcuni tipi di tumore.

La dieta vegana potrebbe salvare la vita ogni anno a 8,1 milioni di persone. Circa la metà dei decessi – si legge in una ricerca fatta dall’Università di Oxford  – potrebbero essere evitati con la riduzione del consumo di carne rossa, mentre l'altra metà da una giusta combinazione tra frutta e verdura e una riduzione delle calorie. "Quello che mangiamo influenza la nostra salute", dice il dottor Marco Springmann che ha condotto lo studio 'Oxford Martin sul futuro degli alimenti'. "Le diete sbilanciate, come quelle a basso contenuto di frutta e verdura o con prevalenza di carne rossa e lavorata, sono responsabili di molte malattie che a volte possono portare anche alla morte”.

Rischi per l’economia, l’occupazione e le tradizioni di alcuni Paesi

Sono 10mila anni che l’uomo alleva e mangia gli animali. La nostra dieta non incide solo sugli equilibri ambientali, ma da essa dipendono l’occupazione di milioni di persone, la ricchezza economica e le tradizioni religiose e culturali di alcuni Paesi, si legge in un articolo della Bbc Future. Secondo un rapporto dell’Onu, la produzione di carne ammonta all’1,4% del Pil mondiale. Se la si interrompesse, circa 1,3 miliardi di persone, di cui 987 milioni con reddito di fascia bassa, finirebbe sul lastrico.

La zootecnica rappresenta il 40 per cento della produzione agricola globale. “È davvero la storia di due mondi”, racconta Andrew Jarvis del Centro internazionale della Colombia per l’Agricoltura Tropicale. “Nei Paesi sviluppati il vegetarianismo porterebbe benefici ambientali e sanitari. Ma nei Paesi in via di sviluppo ci sarebbero effetti negativi in termini di povertà”. Bisogna tenere presente che un terzo della superficie mondiale è fatta di terre aride o semi aride, adatte solo al pascolo e non all’agricoltura. Ben Phalan, un ricercatore dell’università di Cambridge, ha detto: “Senza l’allevamento la vita in certi territori diventerebbe quasi impossibile”. Inoltre procurare ortaggi e prodotti vegetali non di stagione e trasportarli da una parte all’altra del mondo, oltre ad essere un costo non indifferente, non tarderebbe a mostrare pesanti conseguenze anche in termini di inquinamento.

“Sulla terra ci sono oltre 3,5 miliardi di ruminanti domestici e decine di miliardi di polli prodotti e uccisi ogni anno per il cibo", dice ancora Ben Phalan. "Parliamo di un'enorme impatto economico se venissero eliminati tutti insieme”. In passato alcuni abitanti del Sahel – un’area dell’Africa piuttosto estesa, a sud del Sahara e nord dell’equatore – provarono a passare dall’allevamento all’agricoltura, ma non ci riuscirono. Un altro problema riguarderebbe le popolazioni nomadi, come i berberi o molti mongoli. Come farebbero? Passare a una vita sedentaria comporterebbe la perdita della loro identità.  La carne è una parte importante della storia, della tradizione e dell'identità culturale. Numerosi gruppi in tutto il mondo usano il bestiame come dono ai matrimoni o per cene celebrative. "L'impatto culturale se si dovesse rinunciare completamente alla carne sarebbe forte”, conclude Phalan.

Un mondo vegano non risolverebbe la fame nel mondo

Se tutti diventassero vegani si risparmierebbero terra e acqua. Secondo la ricerca pubblicata dal ‘The American Journal of Clinical Nutrition’, dei circa 5 miliardi di ettari di terreni agricoli nel mondo, il 68% viene utilizzato per allevare il bestiame. Oggi la popolazione mondiale è di circa 7 miliardi di persone e l’Onu prevede che nel 2050 arriveremo a 10,5. Walt Willett, professore di medicina all'Università di Harvard, ha spiegato che la fame nel mondo potrebbe essere eliminata con circa 40 milioni di tonnellate di cibo. Ogni anno gli animali delle aziende agricole ne consumano circa 760 milioni. C’è però da notare due cose: non tutte le terre dedicate al pascolo sarebbero adattabili alle colture e la fame nel mondo non esiste a causa della scarsa produzione di cibo che non arriva a chi ha bisogno. Quindi non sono le scelte alimentari che risolveranno la fame nel mondo, mancano politiche internazionali rivolete a risolvere il problema.

Che fine farebbero gli animali?

Se migliaia di animali non venissero più usati per sfamare gli esseri umani che fine farebbero? Verrebbero uccisi, abbandonati o ritornerebbero a vivere in modo selvaggio? Non tutti potrebbero ritornare ad essere liberi, perché probabilmente non sopravviverebbero. Ad esempio i polli, sono così lontani, si legge ancora sulla Bbc, dai loro antenati che in natura da soli non riuscirebbero più ad adattarsi. Discorso diverso per i suini e le pecore che potrebbero ritornare nei boschi e nei pascoli e ritrovare il loro equilibrio naturale, ma anche per loro non sarebbe facile. La presenza dell’uomo ha distrutto molti dei loro habitat naturali.

Dal semplice negozio del barbiere a vere e proprie boutique per barba e capelli. Le città italiane si stanno popolando di barberie. Non è un caso, e basta guardarsi intorno per capire il perché. La barba è la moda del momento e a sfoggiarla sono soprattutto i più giovani, gli under 40. Ma c'è barba e barba e se fino a qualche tempo fa il look trasandato, il cosiddetto 'out of bed', andava forte, ora è il momento del 'beard design' , letteralmente ‘barba di design’. Il nome deriva dalla cura e la precisione con cui viene rasata, come se fosse ‘disegnata’ sul viso dell’uomo. 

Dall'America all'Italia, è boom di barbe scolpite

In America i barber shop, negozi specializzati nella rasatura del viso, sono molto diffusi e anche in Italia, a partire dal 2013, sono stati presi d’assalto. Gli uomini dedicano parte del loro tempo libero alla cura del viso dai barbieri specializzati (45%) o in centri che utilizzano le nuove tecnologie, come il laser (38%), per l’epilazione definitiva. É quanto emerge da uno studio condotto da Quanta System Observatory – un osservatore interessato, visto che produce laser per uso estetico – sulle tendenze legate al mondo dell’estetica, fatto su circa 2.500 italiani di età compresa tra i 18 e i 65 anni. 

Perché sono preferite dalle donne 

Il 65% delle donne preferisce l’uomo con la barba, a patto che sia ben definita. In particolare il 33% delle italiane ama l’uomo con la barba corta e ben curata, capace di dare equilibrio al viso. Al 28%, invece, piace l’uomo con la barba semi-folta ma scolpita, perché permette ad esempio, ai visi più rotondi, di allungarsi ed avere un effetto accattivante (38%) e sexy (35%). Per una donna su 2 (46%) la cura del viso rende l’uomo più ordinato, ma soprattutto più affidabile (52%).   

Secondo le donne l’uomo con il volto ordinato dà l’idea di quello che si prende cura di sé e quindi dei suoi affetti personali (54%), di una persona metodica che non lascia nulla al caso (46%) e di una persona che tiene alla propria igiene personale (42%). 

Ma la barba non a tutti sta bene, si deve tener conto della forma del viso (42%) e della tipologia, se rada o fitta. Un’altra delle cause che fa perdere punti all’uomo è il fatto di farsela crescere senza curarla (35%).

Le star che fanno tendenza

Tra le star di Hollywood c’è chi non rinuncia proprio a prendersi cura della barba: Chris Pine (33%), attore statunitense noto in particolar modo per aver interpretato i ruoli di James T. Kirk nei film ‘Star Trek’, riscuote molti consensi tra le donne quando porta la barba rada e ben curata. Stesso discorso vale per Ryan Reynolds (32%), protagonista del film ‘Lanterna Verde’e marito di Blake Lively. Sale sul podio anche Sean Connery (25%), indiscusso simbolo di eleganza agée, che vanta un fascino unico grazie anche alla cura del suo viso. Johnny Depp (24%) invece, affascinante nei panni del capitano Jack Sparrow, lo è anche nella vita con baffi e pizzetto quasi sempre in ordine. Per finire chiude la top 5 David Beckham (21%), che non rinuncia mai alla barba corta e ben definita. 

Ecco la top ten delle barbe:

1) Chris Pine (33%) 

 

 

2) Ryan Reynolds (32%)

 

 

3) Sean Connery (25%) 

 

 

4) Johnny Depp (24%)

 

 

5) David Beckham (21%)

 

 

6) Adam Levine (19%) 

 

 

7) Brad Pitt(15%)

 

 

8) LeBron James (12%)

 

 

9) George Clooney (10%) 

 

 

10) Ryan Gosling (5%)

 

 

Scolpire la barba con il laser

“Negli ultimi anni la richiesta di epilazione della barba è aumentata del 50/70% – afferma il dottor Paolo Sbano, dirigente medico presso la U.O.C. di Dermatologia del Policlinico Universitario "Santa Maria alle Scotte" di Siena e presso l’U.O.S.D. dell’Ospedale “Bel Colle” di Viterbo -. Il laser elimina definitivamente tutti i peli e in genere si trattano i peli che si vanno a localizzare nella parte alta dello zigomo, in maniera da dare alla barba una linea marcata e piuttosto bassa a livello della guancia. L’altra zona dove si interviene è la linea del collo, sia nella parte posteriore per fare una linea di demarcazione, sia soprattutto nella parte bassa anteriore, per averlo il più pulito possibile. Anche perché questa zona viene spesso colpita da irritazione e follicolite, a causa del collo della camicia per chi la porta con la cravatta, oppure quando gli uomini hanno una pelle molto sensibile. La zona zigomatica si tratta prettamente per un bisogno estetico, mentre la zona del collo molto spesso per evitare disturbi e irritazioni”. 

Perché dire addio ai peli

Secondo gli esperti il 45% degli uomini si rivolge ai centri medici per eliminare definitivamente i peli solo per un fatto estetico, eliminando la peluria in eccesso soprattutto nella zona degli zigomi. Il 35% lo fa per evitare di farsi cerette o andare dal barbiere ogni settimana. Mentre il restante 20% lo fa per evitare irritazioni che si concentrano nella zona anteriore e posteriore del collo. 

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