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Dating

Innanzitutto un chiarimento: nessuno vi chiederà di salire su una bilancia per verificare se portare con voi un ordigno o un'arma e nessuno vi obbligherà a farlo. L'iniziativa nel fichissimo e modernissimo aeroporto di Vantaa a Helsinki è del tutto volontaria e mira ad aumentare il livello di sicurezza sui voli della Finnair, la compagnia di bandiera finlandese. Ma di cosa stiamo parlando, esattamente?

Da qualche giorno gli altoparlanti di quello che è stato definito l'aeroporto più bello del mondo invitano i passeggeri a salire su una bilancia per misurare non il peso del bagaglio, ma il loro: quello delle persone. E non è un'iniziativa salutista: i regolamenti in base ai quali viene stabilito quanto carburante un aereo debba caricare prima della partenza, come debbano essere distribuite le zavorre e come devono disporsi i passeggeri fanno riferimento a dati del 2009 e secondo la Finnair la tipologia di viaggiatore è piuttosto cambiata in questi otto anni. Allora, come scrive Repubblica, si stimava che un passeggero maschio adulto pesasse in media 84 chili, una donna adulta 70 e un bambino 35. Con in più il peso dei bagagli a mano e da stiva concessi, cioè sui sei-otto chilogrammi a persona per il bagaglio a mano e una ventina quello a stiva in classe economica.

Il vettore finlandese, scrive TPI, cerca in tutto duemila volontari, e ne ha finora trovati 180, per aggiornare le statistiche sul peso medio imbarcato sui jet sia di corto e medio raggio sia di quelli destinati alle linee intercontinentali. E finora ha fatto delle scoperte interessanti. Le donne che viaggiano in business class, ad esempio, sono più magre di quelle in economica. Lo stesso non si può dire degli uomini: più pesanti in business e più leggeri in economy. 

La vita in casa non è sempre semplice. La relazione con spazi, persone e oggetti è alla base di piccole battaglie quotidiane che ciascuno si trova ad affrontare: rivendicare il proprio spazio, gestire il rapporto con le “cose” altrui, bilanciare l’esigenza di ordine con la difficoltà a separarsi dagli oggetti a cui siamo legati, è talvolta complesso e fonte di stress e ansia. A dirlo è il “Life at Home Report 2017”, una ricerca internazionale firmata IKEA che esplora cambiamenti e stili di vita.

L’analisi è stata condotta su 22.000 persone, tra i 18 e i 65 anni, in 22 Paesi nell’arco di 6 mesi: 54 home visit, 5.000 conversazioni online, 874 ore d’incontri, ascolto dei social media, 12 settimane con 18 “home pioneers”, persone che vivono la casa in modo inusuale e originale…bevendo oltre 24 differenti tipi di tè. La metodologia dell’indagine è un mix tra quantitativa e qualitativa-psicologica: agli intervistati sono stati indicati alcuni temi che hanno riportato i risultati strategici alla mission dell’Azienda.​ Quello che segue è la sintesi della ricerca realizzata da IKEA.

La difesa del territorio domestico

Dalla ricerca emerge come la casa sia un “campo di battaglia”, in cui il rapporto con le altre persone è spesso fonte di discussione: 1 confronto su 6 nasce quando qualcuno invade il nostro spazio. In casa ogni spazio (stanza / sedia / oggetto) ha un suo “proprietario” che ne esprime l’identità: “guardo un film sul mio lato del divano”, “il garage di papà”, “a tavola il mio posto è quello”, “la Tv l’ho comprata io”.

L’invasione del proprio spazio è talvolta fonte di stress e aggressività, ma reclamarlo non è semplice: il 42% ha ammesso di non avere il coraggio di farlo. Questo accade maggiormente quando si vive in situazioni non convenzionali, ad esempio in casa d’altri senza pagare l’affitto, o con sconosciuti. Al contrario, rivendicare limiti e confini, provoca sentimenti positivi: calma per il 40%, felicità per il 26%, sollievo il 27% e eccitazione per il 12%.

Ma la sfida più dura da affrontare è trasferirsi nella casa di qualcun altro: il 44% degli intervistati ritiene addirittura sbagliato rivendicare i propri spazi quando ci si traferisce, una percentuale che sale al 71% per gli indonesiani, al 59% per i filippini e indiani, mentre in fondo alla classifica troviamo tedeschi e danesi con il 27%. Da una parte, infatti, c’è la necessità di rispettare lo spazio di chi lo occupa dall’origine, dall’altra la difficoltà di “sentirsi a casa” di qualcun’altro.

Alla conquista del soggiorno

Il più comune luogo dei conflitti in casa è il soggiorno, dove litiga il 46% degli intervistati: una zona fluida in cui gli spazi personali si confondono, in cui è difficile stabilirne i confini. Le case sono sempre più piccole, il soggiorno si trasforma da quella che era la classica zona TV ad una stanza adatta ad accogliere esigenze diverse e spesso contrastanti. In controtendenza l’Italia, in cui la cucina si conferma cuore della casa: è qui che il 56% degli italiani discute maggiormente.

La ricerca, inoltre, mette in luce come una delle maggiori cause di stress è l’eccesso e l’accumulo di oggetti nelle nostre case: ambienti sempre più ridotti, in cui è necessario razionalizzare gli spazi, ordinare gli oggetti e spesso buttarli. Un’azione non facile, il nostro legame con gli oggetti è spesso emozionale e va oltre la funzionalità.

La condizione di “case troppo piccole, case troppo piene” comporta inevitabili discussioni sulla diversa concezione di ordine e disordine. Ad ammetterlo è il 50% degli intervistati: una percentuale che sale al 62% nelle Filippine e al 59% di Indonesia e Malesia, mentre Giappone e Danimarca si collocano tra i paesi meno litigiosi con il 34%. Riordinare ed eliminare oggetti accumulati dà, invece, sollievo al 44% delle persone, provoca stress nel 23%, ed è fonte di felicità per il 22%.

Dall’analisi sull’Italia emerge una spaccatura netta: la metà degli intervistati associa sentimenti positivi al riordinare e al disfarsi degli oggetti, per l’altra metà sono fonte di stress e emozioni negative.

 

 

 

Non solo zucche, fantasmi e parate in stile americano. Il 31 ottobre è il giorno in cui il mondo Occidentale tenta di spaventarsi armato di travestimenti e di racconti infarciti di spettri e demoni. L’obiettivo, in realtà, sarebbe quello di tenere lontani gli spirti malvagi, ma se nel frattempo si finisce per spaventare qualche sfortunato passante, tanto meglio. Ma c’è anche chi ne approfitta per ricordare i propri defunti. Ecco alcune delle tradizioni europee (e non solo) meno famose raccontate da Babbeluna app per imparare le lingue. Iniziando dall’Italia.

Italia, la vigilia d'Ognissanti

Il forte carattere regionale del Paese ha fatto sì che in ogni angolo dello stivale siano fiorite le tradizioni più diverse. Il 31 di ottobre, la vigilia di Ognissanti, in molte zone d’Italia i ragazzini intagliano le zucche dando loro le sembianze di teschi, per poi completare l’opera illuminandole con delle candele al loro interno.

In Veneto le chiamano suche dei morti (teste dei morti), mentre in Calabria, nell’antico borgo di Serra San Bruno, i bambini vanno in giro portando con sé le zucche e chiedendo “Mi lu pagati lu coccalu?” (“Mi paghi per il teschio?”).

A Orsara di Puglia, le stesse zucche sono note col nome di cocce priatorje (teste del Purgatorio) e vengono illuminate il primo giorno di novembre, durante la notte dei Fucacoste (i falò). 

In altre regioni d’Italia, invece, quando i bambini si svegliano il 2 novembre, Festa dei Morti, trovano piccoli doni lasciati dagli antenati defunti.

Consiglio: andate a Triora, in Liguria. Animata da folklore, tra cui la rappresentazione dei processi alle streghe, la cittadina ospita la più grande celebrazione in Italia della vigilia di Ognissanti. Troverete 200 zucche illuminate, donne travestite da streghe, banchetti, falò e spettacoli di tutti i tipi.

Spagna, El Día de los Muertos

Anche in Spagna ogni regione celebra il 31 di ottobre a modo proprio, incurante della moda commerciale di Halloween. La Galizia, per esempio, si attiene al suo tradizionale giorno dei morti. Si inizia con il Samaín (noto anche come Samhain o Capodanno celtico) e si prosegue con il Día de Todos los Santos (giorno di Ognissanti) e il Día de los Muertos (giorno dei morti). Potete unirvi alle celebrazioni e intagliare zucche, andare a feste in maschera o radunarvi attorno a un falò.

Consiglio: Provate il queimada, un liquore fatto con aguardiente, caffè macinato, zucchero e scorzetta di limone. Viene servito in un pote, un recipiente in terracotta. La folla si raduna al buio e infiamma il proprio drink. Le fiammelle guizzano e illuminano l’oscurità mentre la gente pronuncia un esconxuro, un incantesimo galiziano, reminiscenza delle streghe radunate attorno al calderone in occasione dell’antico Samhain.

Messico, Dia de Muertos

I messicani abbelliscono le loro case con altari decorati con fotografie, fiori, bevande e cibo. Il fulcro del Día de Muertos (giorno dei morti) rimane la celebrazione della vita e della morte. La breve durata dei fiori ricorda la brevità della vita e i colori ne ricordano l’energia. Le famiglie preparano un lavabo con del sapone, così che i morti possano lavarsi dopo il lungo viaggio, e accendono incensi, così che possano trovare la strada di casa. L’ultimo giorno della festività, i parenti organizzano un picnic presso le tombe, accompagnato da tequila e band di mariachi.

Consiglio: non lasciatevi sfuggire le parate. Nonostante non siano parte della tradizione originale e, per lo più, trovino ispirazione nell’interpretazione di Daniel Craig dello 007 Mr. Bond in Spectre, si tratta di una delle celebrazioni più vivaci del pianeta. È tipico che una persona viva venga trasportata all’interno di una cassa da morto in giro per la città, dove i commercianti gettano fiori e frutta dentro la bara.

Gran Bretagna, anima o maschera?

Ogni anno, streghe e fantasmi vengono a bussare alla porta per chiedere dolcetti. Ma sapevate invece che la tradizione di indossare costumi spaventosi è iniziata per trarre in inganno gli spiriti maligni in circolazione? Nel corso delle loro ricerche, gli esperti di didattica delle lingue di Babbel hanno scoperto che in Scozia, fino agli anni ‘50, trick or treating, la pratica del “dolcetto o scherzetto?”, era di fatto chiamata souling or guising, ossia anima o maschera. I bambini intagliavano punkies, grosse barbabietole o rape, che portavano con sé mentre andavano di casa in casa cantando ‘Punkie Night Song’ e chiedendo una torta in cambio, nota come soul cake. Le famiglie condividevano poi la torta e pregavano che le candele accese riconducessero i defunti nell’aldilà.

Forse meno note sono le pratiche di chiaroveggenza in occasione di Halloween: i sassolini buttati nel fuoco che scompaiono entro mattina indicano che chi li ha gettati non sopravviverà il prossimo anno e se le noci esplodono quando vengono lanciate da giovani coppie, vuol dire che le aspetta un matrimonio litigioso.

Consiglio: se siete diretti in Irlanda del Nord, fate tappa a Derry. La città ospita le celebrazioni di Halloween più grandi nel Regno Unito, complete di carnevali di strada, falò e spettacoli pirotecnici. Concedetevi una cena sostanziosa a base di colcannon (cavolo e purè di patate) e barmbrack (torta di frutta).

Intanto, altrove…

I bambini tedeschi intimano “Süßes oder Saures?” (“dolcetto o scherzetto?” o, letteralmente, “dolce o aspro?”). In Repubblica Ceca si dispongono sedie attorno al fuoco per i parenti defunti.

In Austria e Svezia si lasciano sul tavolo torte ancora calde per gli spiriti.

In Belgio, Argentina, Libano e in Perù, si lasciano fiori sulle tombe degli antenati.

Mentre in Bosnia- Erzegovina, Croazia, Finlandia e Polonia, le famiglie accendono candele sulle tombe.

Consiglio: se la Romania e il Conte Dracula vi sembrano il programma perfetto per Halloween, non rimarrete delusi. Sighisoara, il luogo in cui nacque Vlad l’Impalatore, ospita case infestate, luna park spettrali e macabri banchetti.

Matera, Capitale Europea della Cultura 2019, è una delle 10 città top fra le 30 destinazioni selezionate da “Best in Travel 2018”, la pubblicazione della guida Lonely Planet che ogni anno indica le mete da non perdere, le più discusse e desiderate dagli appassionati di viaggi. L’annuncio in Italia è stato dato nel corso dell’evento di presentazione della guida, mercoledì 25 ottobre 2017 presso l’American Academy a Roma, durante il quale sono state ospitate alcune delle destinazioni “Best in Travel 2018”, fra cui Matera, che ha partecipato proponendo la degustazione di prodotti del territorio.

Questa la menzione speciale con cui la guida “Best in Travel 2018” di Lonely Planet presenta ai visitatori la città dei Sassi: "Con le sue case in pietra dorata abbarbicate sui pendii di un profondo vallone, Matera offre uno spettacolo di grande impatto. Ma questa è solo una parte del suo fascino: sotto la superficie si snoda un labirinto di case ricavate nelle grotte, chiese e monasteri rupestri che risalgono a 9000 anni fa, il che la rende una delle città attualmente abitate più antiche del mondo. Ampiamente restaurata dopo un lungo declino, oggi Matera sfoggia il suo charme rustico in hotel, ristoranti e bar scavati nella roccia. In vista del suo ruolo di capitale europea della cultura nel 2019, si stanno moltiplicando le manifestazioni culturali ed enogastronomiche: visitatela prima che si sparga troppo la voce". Ai turisti vengono poi fornite informazioni sulla sua storia, alcune proposte di itinerari, le esperienze imperdibili, i suggerimenti per programmare un viaggio e le informazioni per raggiungere la città. 

Spiega sottolinea il direttore della Fondazione Matera Basilicata 2019, Paolo Verri: "A tre anni dal conseguimento del titolo di Capitale Europea della Cultura 2019, l’inserimento di Matera fra le 10 città top per il 2018 nella guida Best in Travel di Lonely Planet consolida e rilancia sulla mappa del turismo mondiale la città dei Sassi. Questo traguardo, insieme ad altre tappe di promozione che metteremo in campo nelle prossime settimane, a partire dalla presenza di Matera e della Basilicata al WTM di Londra, ci aiuta ad attrarre visitatori di altro profilo, interessati ai temi della cultura".

"Oltre ad una destinazione turistica oramai sempre più ambita e riconosciuta – commenta il direttore generale dell’APT Basilicata, Mariano Schiavone – Matera rappresenta un simbolo per la cultura ed il turismo della nostra regione. La sua vicenda porta un messaggio che va oltre il felice momento attuale in termini di notorietà in quanto Matera è diventata simbolo di una reputazione nuova e completamente cambiata rispetto alla storia dell’intera Basilicata: un cambiamento che oggi infonde rinnovata fiducia in tanti soggetti, privati e pubblici, che guardano al futuro del nostro turismo. L’autorevolezza di un partner come Lonely Planet conferma questa attenzione e noi ora più che mai siamo chiamati a canalizzare e declinare in buone pratiche per il futuro".

Per approfondire: www.matera-basilicata2019.it e www.basilicataturistica.it

Indossare bei vestiti, frequentare locali alla moda, farsi ritrarre in un mondo ‘dorato’, pubblicare foto su Instagram e guadagnare anche dei soldi per farlo: la vita degli influencer è di quelle da fare invidia. Eppure, assicurano i diretti interessati, il loro lavoro non è affatto semplice. E nasconde addirittura un lato oscuro perché il prezzo da pagare per glamour e lustrini è il totale sconfinamento nella vita privata, il pericolo di stalking e sadismo. E’ quanto emerge da alcune testimonianze raccolte dal Guardian, che ha intervistato 6 note influencer britanniche. Ecco cosa raccontano:

Jayde Pierce – Instagrammer (960 mila follower)

@jaydepierce

“Ho iniziato a usare Instagram come qualsiasi altra persona al mondo: pubblicavo foto per condividerle con amici e familiari. Più immagini pubblicavo più i follower aumentavano. E la mia carriera è venuta fuori così, spontaneamente. Ho sempre amato il trucco e la moda e oggi riesco a guadagnare condividendo le mie scelte stilistiche. Provo i prodotti e li promuovo. E sono felice di farlo. Ma Instagram può essere anche un’enorme fonte di stress, gli svantaggi sono tanti quanti i vantaggi. Fare tutto da soli può essere faticoso. Io realizzo e pubblico tutti i contenuti del mio profilo, partecipo a tutti gli eventi cui mi invitano, pianifico ogni cosa. Con un bambino di 6 mesi e il trasloco in una nuova casa, mi ritrovo ogni giorno a fare l’equilibrista. Ma l’unica cosa che mi fa sentire davvero frustrata è il sentirmi giudicata 24 ore al giorno. Non sopporto l’odio che si scatena su internet. La gente crede di poterti dire come vivere la tua vita”.

Doll – scrittrice di sesso e femminista e modella (69,8mila follower)

@doll_cat_pvussy

“La mia vita è decisamente non convenzionale. La parte che preferisco del mio account Instagram è che usandolo riesco ad aiutare altre donne a scoprire i lati positivi dei loro corpi e della loro sessualità. Non ho mai frequentato l’università. Ho iniziato a lavorare all’età di 16 anni.  Non ho alter-ego, faccio tutto da sola”. E se da un lato Doll trova la sua vita molto interessante, dall’altra è ben conscia dei “pericoli dei social media”.

“Tutti propongono il meglio di se stessi sui social. Prendo abbastanza seriamente il mio account Instagram perché è il mezzo che uso per diffondere un messaggio: il femminismo è figo, io lo sono e sono una femminista. Non mi interessa cosa pensano gli altri delle mie foto, ma mi preoccupo gli uomini non comprendono quello che sto facendo e mi vedono come un oggetto. Io interpreto queste cose come un riflesso delle loro insicurezze, come sadismo”.

Alice – scienziata biomedical e influencer (191mila follower)

@alxcext

Alice è una influencer dal cv anomalo per il settore. E’ una scienziata biomedica, ma nemmeno la sua mente razionale è riuscita a resistere al fascino di Instagram. I suoi scatti hanno quasi sempre lo stesso tema: il make up. Vivevo ancora con mamma, papà e mio fratello quando ho iniziato a sperimentare nuovi trucchi e a pubblicare le foto su Tumblr. E poi su Instagram. In una sola notte ho visto i miei follower aumentare di 5.000 contatti. Ero emozionatissima. Un giorno a scuola una ragazza ha detto “Lei è Alice. E’ famosa!””. La stessa scena si è ripetuta all’università. Alice è soddisfatta del suo lavoro, ma lamenta il fatto che quello degli influencer sia un mondo in cui le ragazze di colore, come lei, hanno pochissimo spazio e pochi modelli da seguire. “C’è un solco enorme che mi sono ripromessa di colmare nel mio piccolo”

Millie Cotton – fashion blogger (19,6 mila follower)

@millie_cotton

“Il mio profilo Instagram è un archivio di foto artistiche molto curate. Ogni contenuto deve avere un certo tipo di illuminazione e rispondere a determinati canoni estetici. Ma quella non è vita reale, è idealizzata. Non posso pubblicare un selfie con il mio ragazzo. E così accanto a quello ufficiale, ho anche un account privato”. A parte questo sdoppiamento della realtà, “posso scattare foto dal mio letto e guadagnare soldi. E’ strabiliante”.

“Ho lavorato con diversi brand negli ultimi anni. Il mio compito era quello di pubblicizzare i loro prodotti attraverso la creazione di contenuti. E credo che se quel marchio è in linea con il tuo stile e con i tuoi principi, alla gente non interessa il fatto che quella che vede è solo pubblicità”. Alcuni amici “mi hanno detto ‘tu vuoi solo diventare famosa’. Ho replicato che ho il controllo creativo del mio lavoro”.

Joanna Kuchta – modella polacca e Instagrammer (1,1 milioni di follower)

@joannakutcha

Senza Instagram non avrei mai potuto lavorare nell’industria dei miei sogni. Quando ho iniziato vivevo in un paesino dell’Irlanda. Amavo la moda e le foto, e così usavo Instagram per gioco. Improvvisamente il mio profilo ha visto aumentare i miei follower di giorno in giorno e dopo un po' quello è diventato il mio lavoro. Ma sponsorizzo pochissimi post. Non ho nulla contro chi monetizza i contenuti, ma quando ho iniziato ho promesso di non farlo”. E soprattutto, “non pubblicizzerà mai pillole, tisane e frullati che promettono di aiutare le donne a perdere peso. Sono stata contattata spesso da questo tipo di società. Quello che fanno è chiaro: scelgono una ragazza magra e le chiedono di posare e di dichiarare di aver perso peso grazie al prodotto. Non c’è somma che possa convincermi a farlo”.

Ama Peters – studentessa di finanza e Instagrammer (38,3mila follower)

@ama.peters

Sul profilo Instagram di Ama Peters ci sono quasi solo foto di lei in bikini, in abiti sexy o delle sue lunghe gambe. Niente foto di cibo o di momenti di quotidianità tra le mura domestiche. “La gente pensa che la nostra sia vita reale e questo è molto pericoloso. Credo che gli influencer abbiano la responsabilità di non esagerare troppo. Considero me stessa una creatrice di contenuti. E’ come se lavorassi per un’agenzia pubblicitaria”.

Per Ama è importante che la gente capisca che “faccio i selfie per lavoro”. Tra le difficoltà maggiori, quella di affermarsi in un settore in cui chi ha la pelle nera come Ama non è destinata ad avere una carriera brillante. “Voglio sfondare questo tetto”.

 

C’è una battuta che ciclicamente torna sui social, ma che ogni volta non smette di stupire e acchiappare qualche like. Riguarda la reazione dei nativi digitali quando vedono per la prima volta un floppy disk. L’ultimo ad averla ‘provata’ è Bill Gross, fondatore di un incubatore di impresa statunitense, in California, Idealab.

Quando ha provato a far vedere ad un bambino un floppy disk lui ha replicato: “Oh, hai stampato in 3D l’icona ‘Salva’!”. Un po’ è vero, l’unica cosa che rimane dei floppy è un’icona nei nostri programmi di scrittura, i fogli di calcolo. E nemmeno tutti in realtà. Il successo di questa battuta è dovuta al fatto che ci meravigliamo ancora di come i bambini reagiscono ad oggetti che erano di uso comune fino a qualche anno fa.

Anche 10, 20 anni sembrano un’era se confrontiamo questi oggetti a quelli di oggi. C’è un intero canale YouTube che racconta questo. Si chiama “Kids react”, che potremmo tradurre come “i bambini reagiscono a”, e dentro c’è un po’ di tutto: vecchi computer, telefono a rotelle, il Windows 95, il Nintendo e un po’ tutto quello che era comune negli anni 80 e 90.

Compresi i Nirvana.

Gli anni 90 non se la passano bene. Ma non è tutto da buttare. La reazione agli Ac/dc è a tratti emozionante.

Guardate attentamente questo screenshot. Ci sono immortalati gli utenti seguiti dal profilo twitter di KFC  la catena americana di fast food specializzata nel pollo fritto (Kentucky Fried kitchen), che da qualche anno è attiva anche in Italia. Notate qualcosa di strano? Sono solo 11 e fanno parte di due categorie diverse.

Le Spice Girls e gli Herb

Se siete stati adolescenti negli anni '90 avrete sicuramente riconosciuto i primi 5 profili. Geri, Melanie B, Melanie C, Emma e Victoria. Sì, sono le Spice Girls. Da Wannabe in poi hanno segnato la musica pop fino al nuovo millennio quando decisero di sciogliersi per la prima volta per perseguire progetti personali. KFC le ha fatte riunire in questo modo. No, non per un motivo musicale ma per la prima parola del nome della band. Spice. Spezie.
 
Le altre 6 figure hanno in comune il nome di battesimo. Herb. C'è ci scrive, chi si occupa di politica, chi insegna arti marziali. Ma non è la loro occupazione il motivo per cui sono stati scelti. Sta tutto in quella parola, Herb, che tradotto va a identificare in generale un'erba aromatiche che tutti utilizziamo in cucina. 

Follower e giochi di parole

Il motivo di questa scelta sembra essere legato al numero di spezie (Spice) ed erbe aromatiche (herbs) che starebbe alla base della ricetta del pollo fritto che ha decretato il successo della catena. Esattamente 11. Sale, timo, basilico, pepe nero, origano, sale al sedano, senape essiccata, paprika, sale agliato, zenzero, pepe bianco. Una trovata di marketing, sui social, davvero creativa. Chissà cosa ne pensano le Spice Girls. 

Per molti ragazzi l’iscrizione all’università coincide con un traguardo ambitissimo: l’indipendenza – almeno quella fisica – da mamma e papà. Niente più regole di orari e di ordine. Nessuno che cucina cibi che non piacciono e a orari ‘scomodi’ che interrompono il recupero dalla notte folle. Ma attenzione: a meno che non viviate da soli, con ogni probabilità la vostra eccessiva libertà infastidirà il vostro coinquilino creando un clima irrespirabile. Come evitarlo?

Ecco le 5 regole d’oro stilate da un portale per gli affitti per studenti universitari.

Una casa in ordine per spazi più godibili

Nessuno ama dover rimediare al disordine lasciato da altri: in un appartamento condiviso, dove bagno, cucina e soggiorno sono utilizzati da tutti gli inquilini, mantenere ordine e pulizia consente a tutti di godere degli spazi comuni. Il 35,7% degli studenti intervistati evidenzia che l’essere ordinati è una caratteristica particolarmente gradita in un coinquilino: un atteggiamento che sicuramente comporta qualche piccolo sforzo, ma che costituisce la base per una buona convivenza.

Pagare tempestivamente le bollette

L’unica cosa peggiore del dover anticipare dei soldi a qualcuno è doverlo poi rincorrere per sistemare i conti. Ne è convinto il 38,3% degli studenti italiani, che considera il ritardo nel pagare le bollette come una delle caratteristiche più fastidiose che si possano trovare in un coinquilino. Certo, quando si è studenti alla prima esperienza fuori casa non è facile far quadrare i conti, per cui si può essere tentati di prendersela con calma; è importante però ricordare che il coinquilino che ha anticipato i soldi si trova nella medesima situazione. Pagare tempestivamente la propria quota consente a tutti di gestirsi più serenamente ed evita che si creino situazioni imbarazzanti per tutti.

Gettare la spazzatura

Produrre spazzatura è inevitabile. Ma non va via da sola: al suo smaltimento debbano contribuire tutti gli abitanti di una casa. Si tratta certo di un compito sgradevole, ma non per questo si può lasciare accumulare i sacchetti sperando che qualcun altro decida di fare qualcosa. Il 42,5% degli studenti intervistati afferma infatti che, per una convivenza serena, è importante che tutti i coinquilini facciano la loro parte nello smaltimento dell’immondizia.

Non approfittare del cibo altrui

Ci sono giorni in cui si torna a casa dopo una lunga giornata di lezioni, stanchi e affamati, e ci si rende conto con amarezza di avere il frigo vuoto. Il supermercato è lontano, mentre il ripiano sopra il nostro è a portata di mano e trabocca di cose buone. La tentazione di “prendere in prestito” qualcosa è forte, ma è meglio resistere! Il 55,4% degli studenti infatti non sopporta che un coinquilino gli sottragga del cibo. Come dargli torto? Meglio, in questi casi, farsi forza e andare a fare la spesa. O se proprio non volete uscire, chiedete il permesso al vostro coinquilino prima di prendere del cibo che non è vostro – e assicuratevi di ricomprarlo non appena possibile.

Avere cura di se stessi

Per una buona convivenza è fondamentale curare la propria igiene personale. Può sembrare una banalità, ma non lo è affatto: il 64,6% dei giovani intervistati ci tiene a sottolineare l’importanza di avere coinquilini puliti e curati. Non è solo una questione di rispetto verso se stessi, ma anche verso chi condivide lo stesso tetto e potrebbe ritrovarsi in forte imbarazzo nell’avere a che fare con una persona poco pulita.

Occhio agli inviti a cena. Tra qualche mese, nel bel mezzo di un barbeque, qualcuno potrebbe porgervi uno spiedino di grilli. O, durante un aperitivo, invitarvi a sorseggiare un bicchiere di vodka accompagnato da una ciotolina di bachi da seta. Non abbassate la guardia nemmeno durante una cena tradizionale: non è escluso che pane e dolci siano preparati con farina di larve.

L’Ue apre al novel food

Dal primo gennaio 2018, segnala Coldiretti, anche in Italia si potranno produrre e vendere gli ingredienti per il cosiddetto novel food come previsto dal nuovo regolamento dell'Unione europea. E la nuova frontiera alimentare è rappresentata proprio dagli insetti. Entro quella data la Commissione Europea istituisce un elenco dei novel food autorizzati per la commercializzazione nell’Ue, nel quale saranno inizialmente inseriti gli alimenti a norma del vecchio regolamento che poi verrà aggiornato con le nuove autorizzazioni.

Gli italiani dicono no

Gli italiani non sono ancora pronti: secondo un’indagine condotta da Coldiretti e Ixè, “la novità vede contrari ben il 54% degli italiani che li considerano estranei alla cultura alimentare nazionale mentre sono indifferenti il 24%, favorevoli il 16% e non risponde il 6%". Ma una cosa è certa, “di questi ultimi, inoltre, quasi nessuno vorrebbe trovare gli insetti vivi nel piatto”.

Buoni e genuini

Eppure, superato lo scoglio culturale, gli insetti sono un toccasana per il corpo. Le cimici d'acqua che arrivano dalla Thailandia, ad esempio, sono ricche di fibre, proteine e vitamine. I grassi, nemmeno a dirlo, sono ridotti all’osso. Questi alimenti, inoltre, non necessitano di coloranti né di conservanti.

Quanto al gusto, assicura chi lo ha assaggiato – e nel mondo sono 2 miliardi le persone che li mangiano quotidianamente – alcuni ricordano molto il pollo. Mentre i vermi giganti della farina, che vengono arrostiti, hanno un gusto simile alle patatine. Chi desidera mettere sotto i denti qualcosa di più sfizioso, può provare i vermi della farina aromatizzati alla paprica, al curry e al sale marino "made in Belgio".

Duemila specie, la ricca offerta degli insetti

Per i palati più difficili, la scelta è ampia: di fatto, ci sono circa duemila le specie di insetti che sono considerate commestibili.

Tra i più consumati:

  • Coleotteri (31%)
  • Lepidotteri (bruchi, 18%)
  • Api, vespe e formiche (Imenotteri, 14%)
  • Cavallette, locuste e grilli (Ortotteri, 13%)
  • Cicale, cicaline, cocciniglie e cimici (Emitteri, 10%)
  • Termiti (Isotteri, 3%) 
  • Libellule (Odonati, 3%)
  • Mosche (Ditteri 2%)

Il loro utilizzo in cucina è fortemente promosso dalla Fao, l'organizzazione Onu per l'alimentazione e l'agricoltura, secondo la quale il consumo di questi animali sarebbe un valido alleato contro la fame nel mondo.

E’ pericoloso?

L’entomofagia – il consumo di insetti da parte dell’uomo – non sembra essere pericolosa. Secondo quanto riferito dalla Fao, “non ci sono casi conosciuti di trasmissione all’uomo di malattie o parassiti causati dal consumo di insetti (a condizione che gli insetti siano trattati nelle stesse condizioni sanitarie di qualsiasi altro cibo). Sono state segnalate reazioni allergiche che sono tuttavia comparabili a quelle nei confronti di crostacei, che sono sempre degli Artropodi. In confronto a mammiferi ed uccelli, gli insetti possono presentare meno rischi di trasmettere zoonosi (malattie infettive degli animali che si possono trasmettere all'uomo, ndr) all’uomo e al bestiame, sebbene questo richieda ulteriori ricerche”.

In Svizzera sono già realtà

Dallo scorso agosto gli svizzeri possono portare in tavola gli insetti. Berna è stata la prima in Europa a concedere le autorizzazioni d'importazione e da qualche mese sugli scaffali dei supermercati Coop fanno bella mostra di sé gli hamburger agli insetti, prodotti con larve della farina (Tenebrio molitor), con riso, legumi e spezie, così come di polpettine di insetti, sempre a base di larve di farina.

Simbolo per antonomasia del Giappone, oggetto prezioso dai tanti colori e simbologie, il kimono non vive solo sugli schermi, sulle stampe o tra i libri ma gode anche di una stagione di ‘riscoperta’ tra i giovani che, cercando tra i bauli delle nonne e i mercatini vintage, mettono insieme tradizione e modernità. Non solo, per sopravvivere, questa antica attività artigianale si reinventa, scoprendo nuovi impieghi nel design e arredamento d’interni. 

A raccontarlo è lo stilista 54enne Nobuaki Tomita, in visita in Italia, famoso in patria e all’estero per le sue creazioni, che ha messo a disposizione negli anni per film, riviste e spettacoli teatrali. Attivamente impegnato nella promozione culturale, usa i kimono per avvicinare popoli e Paesi utilizzando prodotti locali, come è avvenuto con gli abiti dedicati l’anno scorso a quattro città italiane – Biella, Genova, Sorrento e Torino – in occasione delle celebrazioni per il 150esimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone. Allora, ha presentato un kimono tinto con il limoncello, uno con il cioccolato, uno con tessuti biellesi e uno realizzato con il jeans. 

“Quando creo – spiega – cerco sempre di tenere a mente il territorio dove presento i kimoni e valorizzare oggetti o prodotti locali, come ho fatto in Italia. Non ho preferenze per particolari simboli o colori ma questa è la mia peculiarità. E poi mi piace sorprendere la gente, cerco sempre un materiale che stupisca”. 

Nobuaki Tomita è consapevole dell’attenzione dei “giovani che guardano con grande interesse e fascino ai kimoni, vorrebbero utilizzarli creando un proprio stile, indossandoli con originalità, non è facile ma ci stanno provando”. Da qui l’invito, ai giovani giapponesi ma non solo, a proporre nuovi disegni per kimoni e creare il proprio. Un modo per tenere in vita tradizione e artigianalità, a rischio in un mondo sempre più frenetico e standardizzato, in Giappone come in Italia. Per farle sopravvivere, sottolinea, “è importante mantenere la tradizione riutilizzandola nella modernità”.
 
E nella stessa ottica si muovono i tentativi di applicare questa artigianalità a nuovi settori. Come sottolinea lo stilista, “un artigiano che lavora nel mondo dei kimoni guadagna 250 yen all’ora, circa due euro. Non è facile mantenersi facendo solo questo, da qui la proposta di sviluppare applicazioni di questa tecnica artigianale anche in altri settori, come il design e l'arredamento d'interni. Per esempio, è stato sperimentato l’utilizzo di kimoni sui muri al posto della carta da pareti”. 

Kimoni (Cecilia Scaldaferri-Agi) 

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