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Dietro ogni cosa che indossiamo si nasconde una storia, che può arrivare da Hollywood,  come quella della borsa Kelly di Hermès che deve il suo nome alla Principessa Grace, o dal lavoro e la fatica di un gruppo di minatori, come quella del jeans. Google queste storie le ha messe tutte insieme e attraverso una grande mostra digitale ha deciso di raccontarcele. Nasce così "We wear culture ", il nuovo progetto su Google Arts & Culture 

Dalla via della seta al punk britannico

Navigare attraverso 450 mostre digitali alla scoperta di 30.000 oggetti e capi di abbigliamento. Dall'antica Via della Seta al movimento punk britannico, passando per l’evoluzione del denim  che da indumento per minatori è arrivato sulle passerelle dell'alta moda. Un lungo percorso storico che permette di approfondire la conoscenza di oggetti che fanno parte della vita quotidiana. Potrebbe essere divertente sapere che la moda delle cravatte floreali è nata in un negozio di Carnaby Street a Londra o che le famose scarpe con la zeppa degli anni '30 sono state create dalla diva brasiliana Carmen Miranda. Oppure passare in rassegna i cappelli per colore o le scarpe in base al periodo storico.

 

Tutto quello che c'è da vedere

Per realizzare questa grande esposizione digitale hanno partecipato più di 180 istituzioni culturali e della moda, oltre a scuole, archivi e altre organizzazioni provenienti da ogni parte del mondo, da New York a Londra, da Parigi a Tokyo, da San Paolo a Firenze. 

Le immagini in alta risoluzione, scattate da Google Art Camera, consentono di vedere dettagli mai visti, come il famoso soprabito da sera di Elsa Schiaparelli, o di esplorare i macchinari che tengono in vita una delle più grandi industrie del mondo. 

Grazie ad un video in 360 gradi si può entrare dentro la più grande collezione di costumi al mondo del Metropolitan Museum of Art's Costume Institute Conservation Laboratory.  

Dall'Italia Salvatore Ferragamo racconta le creazioni che ha pensato per le star di Hollywood, ma c'è anche un'approfondita storia delle sorelle Fontana e immagini e testi che raccontano i viaggi di Gianfranco Ferré in India e in Cina, Paesi da lui conosciuti e amati, le cui culture hanno giocato un ruolo decisivo nella definizione del suo stile. E non è tutto, le collezioni di Palazzo Madama permettono di fare un viaggio tra i 350 capi tra abiti, cappelli, borse, guanti, colletti e sciarpe in merletto e scoprire il dietro le quinte del restauro di una preziosa veste da camera maschile settecentesca, il Banyan

Un giro tra le icone della moda 

Quattro capi che hanno fatto la storia della moda rivivono attraverso video in realtà virtuale. 

  • L’abito nero di Chanel. È grazie a questo vestito se le donne nei primi anni del novecento hanno accettato di usare il nero in ogni occasione. Coco Chanel è stata capace di renderlo un capo esclusivo nell'armadio di ogni donna. 
  • Gli stiletto di Marilyn Monroe di Salvatore Ferragamo. Erano quasi gli anni '60 e da quel momento i tacchi a spillo rosso scarlatto sono diventati espressione di legittimazione, successo e sensualità per le donne. 
  • Maglia e gonna Comme des Garçons. Dal Giappone negli anni '80 Rei Kawakubo ha portato l'estetica e l'artigianato del design giapponese sulla scena mondiale attraverso modelli molto stravaganti. 
  • Il corsetto di Vivienne Westwood. La stilista inglese negli anni '90, con la sua unica interpretazione di questo capo, ha celebrato uno degli abiti più controversi della storia.

Come vedere la mostra digitale 

La collezione è online dall'8 giugno su g.co/wewearculture e sull’app mobile di Google Arts & Culture per  iOS e Android. Basta cliccare per vedere che la moda fa parte del tessuto delle nostre società. 

In Italia, patria della pizza, la variante Hawaii con ananas e prosciutto cotto è quasi un insulto, ma nel resto del mondo spopola. Ed è proprio quel mondo che oggi ne piange il creatore: Sam Panopoulos, emigrato giovanissimo dalla Grecia in Canada, nei primi anni ’60 ha inventato una combinazione che ha deliziato il palato di milioni di persone, suscitando allo stesso tempo dibattiti e polemiche a livello mondiale.

Un esperimento curioso divenuto un piatto mondiale

Tutto è nato quasi per gioco: come ha confessato lui stesso in un’intervista alla Bbc, era con i fratelli nella cucina del loro ristorante in cui servivano hamburger, pizza – all’epoca ancora poco conosciuta in Canada rispetto al vicino americano – e cibo cinese.  Sarà stato da lì che è venuta l’idea di provare un accostamento agrodolce usando l’ananas e il prosciutto cotto?

L’abbiamo messo lì sopra solo per il gusto di vedere come era il sapore”, ha raccontato, “eravamo alle prime armi e facevamo molti esperimenti”. “L’abbiamo provata noi e poi qualche cliente: nel giro di un paio di mesi, la adoravano, così abbiamo deciso di metterla nel menu”.

Semplice anche la scelta del nome, Hawaii, dal nome della catena che produceva l’ananas in scatola utilizzato. Fino al 1980, Panopoulos è rimasto alla guida del ristorante The Satellite, poi venduto, prima di trasferirsi a vivere a London in Ontario, dove è improvvisamente morto a 83 anni.

Il presidente islandese che voleva vietarla per legge

Non solo la sua creazione continuerà a vivere – con grande scorno dei puristi della pizza – ma anche le polemiche non hanno mai smesso di accompagnarla. Polemiche che si sono riaccese  nel febbraio scorso quando il presidente islandese, Guðni Jóhannesson,  ha apostrofato una scolaresca sostenendo che se ne avesse avuti i poteri avrebbe vietato per legge l’ananas sulla pizza

Ne è nato un acceso dibattito internazionale, con sostenitori e oppositori scesi sul piede di guerra per difendere o attaccare la pizza hawaiana, con tanto di ironie sui social. Nella diatriba è intervenuto anche il premier canadese, Justin Trudeau, perfettamente a suo agio con quella che per molti è una blasfemia, anzi rivendicandola come invenzione canadese.

 

 

E’ stato lo stesso Jóhannesson una settimana dopo aver provocato un simile polverone a chiarire su Facebook la sua posizione, sostenendo che gli piace l’ananas “ma non sulla pizza”. 

Peccato che alla fine del post consigli di mettere sulla pizza “frutti di mare”. Immediata la risposta di Panopoulos: “Il tipo è pazzo, non crescono molti ananas lì (in Islanda). Ha molto pesce, così dice di mettere il pesce sulla pizza”. Come ha sottolineato il Guardian, chissà se al suo funerale a London lunedì verrà servita pizza hawaiana alla veglia funebre.

Oltre un miliardo di tonnellate di cibo buttato ogni anno, a tanto ammonta lo spreco alimentare nel mondo. Per combattere questa piaga, c’è chi ha inventato un app, Olio, che mette in contatto possessori di cibo ‘indesiderato’ con chi invece quello stesso cibo lo accetta volentieri. E’ un modo per andare a toccare il problema dritto al cuore, lì nelle case dove con facilità si butta invece di condividere e regalare.

Lo spreco alimentare costa 165 miliardi di dollari all’anno alle famiglie americane

Negli Stati Uniti lo spreco alimentare costa alle famiglie 165 miliardi di dollari, in Gran Bretagna mediamente la perdita è di circa 700 sterline all’anno per famiglia, mentre in Italia il Food Sustainability Index della Fondazione Barilla Center for Food and Nutrition evidenziava come il consumatore finale arriva a gettare una media di 110,5 chilogrammi di cibo all’anno.

Il funzionamento è semplice: si prende l’alimento che non si vuole, gli si fa una foto e lo si posta dando istruzioni per il recupero. Si vengono così a creare anche dei legami con la comunità circostante, un modo per conoscersi. Per non parlare di bar e panifici che possono smaltire l’invenduto della giornata senza sprecare.

Dal trasloco (con il frigo pieno) al lancio dell’app nel 2015

Una rivoluzione partita nel 2015 da Tessa Cook, figlia di un produttore di latticini dello Yorkshire, insieme a Saasha Celestial-One, nata in una famiglia hippy dell’Iowa, che ha condiviso il progetto fin da subito con entusiasmo. Tutto è nato banalmente da un trasloco: Tessa doveva lasciare a casa ma si è accorta di avere il frigo pieno di cibo che sarebbe finito nella spazzatura. Lo ha preso e ha cominciato a fare il giro del vicinato per regalarlo: un’impresa.

Lì ha capito che si poteva fare qualcosa e ha coinvolto una vecchia amica di Stanford, Saasha: “Sono cresciuta in maniera frugale: quando vedo le persone buttare roba perfettamente buona esco pazza”, ha raccontato.

Da allora, l’app è stata scaricata oltre 180mila volte, ha ‘guadagnato’ 11mila volontari e oltre 207mila persone l’hanno usata, facendo sì che venissero ‘salvati’ 254.164 prodotti. Il vero scoglio è riuscire ad aggregare quante più persone possibili in una stessa area, in modo da facilitare la condivisione. Funziona molto bene negli Stati Uniti, in  Svezia e a Londra, e ha collaborato anche con le catene inglesi di supermarket Sainsbury’s e Morrison’s in iniziative per ridurre lo spreco alimentare.

E non deve per forza trattarsi di un’iniziativa caritevole fine a se stessa: per le due fondatrici di Olio, il profitto non è in conflitto con la natura sociale del progetto. L’idea è di guadagnare rivolgendosi a chi vuole un accesso prioritario alle liste di cibo e aggiungendo annunci. Senza dimenticare lo scopo primario: “Il nostro obiettivo ambizioso è che centinaia di milioni di persone in tutto il mondo usino Olio per condividere le nostre risorse più preziose invece che buttarle nella spazzatura”.

L'ultima star internazionale a essere rimasta folgorata dall'Italia è l'artista pop britannico Ed Sheeran, che di recente ha acquistato un casale a Paciano, nella campagna umbra. Non proprio un'umile abitazione rurale visto che la villa ha ben 20 stanze e vanta un vigneto che ha colpito il cantante dritto al cuore. Top secret il prezzo, che è composto da almeno 7 zeri.

Che siate straricchi o no, investire nel mattone italiano è sempre un buon affare, a patto, però, che si riesca a recuperare qualche spesa, e che la casa – quasi – si ripaghi da sé: è questo il succo di un editoriale del Telegraph che, sulla base dei racconti di alcuni inglesi che hanno mollato tutto per inseguire il 'sogno italiano', offre una serie di consigli su come sfruttare al meglio la nuova proprietà.

Sei dritte su dove acquistare e cosa fare per attirare turisti  

REGOLA NUMERO 1. Individuare una zona turistica: questo fa sì che la casa rappresenti una risorsa anche per le generazioni future. In più in questo modo si presta bene per "essere affittata o trasformata in Bed and Breakfast"

REGOLA NUMERO 2. Optate per una casa da cui si possa ricavare una dependance indipendente: "Il modo più semplice e popolare di guadagnare soldi è affittando per una, due settimane, un appartamento ricavato dall'edificio"

REGOLA NUMERO 3. Se possibile, scegliete una tenuta con alberi di ulivo o vigneti: impreziosisce la casa e rappresenta una fonte di guadagno. Così hanno fatto Rob e Janina Cushman 17 anni fa, quando hanno acquistato casa a Todi, vicino Perugia. L'abitazione era composta da 5 stanze; la coppia l'ha ampliato, ha costruito una cantina moderna e ha messo su un uliveto. Oggi i Cushman producono 800 bottiglie di Sacrantino all'anno e 300 litri di olio. Non è molto, ma è già qualcosa. Tuttavia il grosso del guadagno per i Cushman è rappresentato dalla villa stessa che affittano a 6.000-7.000 euro a settimana. 

REGOLA NUMERO 4. Puntate sulle esperienze: se il vostro business è l'affitto, offrite l'opportunità di partecipare alla vendemmia o alla raccolta delle olive, alla produzione di vino e a quella dell'olio. 

REGOLA NUMERO 5. Prendeteli per la gola: proponete un corso di cucina. Chi non vorrebbe imparare a preparare la pasta fatta in casa o un ottimo tiramisù? È quello che ha pensato Betty Stuart che, con suo marito Alastair, anni fa ha acquistato una tenuta nella valle del Niccone, al confine tra la Toscana e l'Umbria. Ma prima di trasferirsi ha preso lezioni di cucina a Napoli dove viveva con suo marito, comandante della Raf. Oggi Betty organizza delle vere e proprie vacanze culinarie: il costo di una settimana di corso, comprensivo di  'gita' al mercato e soggiorno è di circa 1.000 sterline. Voli esclusi. 

REGOLA NUMERO 6. Offrite un assaggio dello stile di vita italiano: non c'è casale o agriturismo che si rispetti senza una piscina lungo la quale rilassarsi. Soprattutto per quelle attività di business stagionali. Ma occhio, avverte Paul Harrington, proprietario dal 2004 di una proprietà nella campagna umbra: "Prima di acquistare casa controllate la vostra fornitura elettrica e di acqua e ricordate che se avete una piscina avete bisogno di più di 3 kilowatt".  

Da Clooney a Meryl Streep, tutte le star che hanno acquistato casa in Italia

George Clooney
L'attore statunitense ha acquistato nel 2002 Villa Oleandra a Laglio, sul lago di Como. 
 
Robert Pattinson
Dopo Clooney, le acque del Lago di Como avrebbero conquistato anche l'attore di Twilight, Robert Pattinson, che secondo i ben informati avrebbe acquistato nel 2011 una casa a Menaggio del valore di cinque milioni di euro. 
 
Sting
Da anni ormai Sting e sua moglie Trudy si dividono tra Manhattan e la Toscana dove la coppia, anni fa, ha acquistato per 6 milioni di euro Palagio di Figline Valdarno, villa del XVI secolo nel Chianti. La star ha avviato anche una produzione di miele, olio e vino bio dinamico molto apprezzato. 
 
Leonardo di Caprio
Nel 2011, il premio Oscar ha speso quasi quattro milioni di euro un attico di 350 metri quadri più 250 di terrazzo a Verona con vista Arena. Poi, nel 2016, l'attore noto per il suo ambientalismo ha messo in vendita la casa criticando Verona: "E' sporca e sciatta".
 
Angelina Jolie e Brad Pitt
Nel 2010, l'ex coppia d'oro di Hollywood avrebbe acquistato per 32 milioni di euro una magione cinquecentesca in Valpolicella. Sei anni dopo la coppia l'avrebbe svenduta a meno della metà.
 
Elthon John
La pop star britannica va pazzo per la laguna di Venezia, tanto che più di 10 anni fa ha acquistato una palazzina del XV secolo sull'isola della Giudecca. Un affare considerando che l'ha pagata solo 200mila euro. 
 
Mick Hucknall
Durante un viaggio in Sicilia nel 2000, il leader dei Simply Red si è innamorato di una casa di campagna. L'ha acquistata e trasformata nel "Il Cantante". Non contento ha creato anche un'azienda vinicola. Questo per 14 anni, fino a quando nel 2014 non l'ha messa in vendita per 650mila euro. 
 
Colin Firth
L'attore britannico e la moglie italiana possiedono una casa immersa negli ulivi a Città della Pieve, in Umbria. 
 
George Lucas
Il regista di Guerre Stellari ha acquistato nel 2011 un ex convento a Passignano sul Trasimeno. Costo, 6 milioni di euro. 
 
Francis Ford Coppola
Nel 1900 il nonno del regista americano partì da Bernalda in provincia di Matera per inseguire in sogno americano. Qualche anno fa, suo nipote è tornato nel paesino per acquistare e restaurare Palazzo Margherita, oggi piccolo hotel di lusso con 7 suite e due stanze. 
 
Helen Mirren 
L'attrice britannica e premio Oscar è di casa a Tiggiano, vicino Santa Maria di Leuca, dove anni fa, insieme al marito ha acquistato una masseria del '500, l'ha restaurata e circondata da 400 alberi di melograno. Ed è qui che ormai la Mirren trascorre 4 mesi l'anno nel ruolo di "contadina salentina".
Meryl Streep
L'attrice americana e 3 volte premio Oscar ha acquistato nel 2012 una masseria cinquecentesca in zona Mito, a Tricase, nel Salento.
 

Si chiama manspreading ed è l’invasione dello spazio da parte degli uomini, anche in metropolitana, dove il sesso forte continua a sedersi con le gambe larghe,  occupando lo spazio degli altri. Comportamento poco gradito dalle donne madrilene che sono riuscite, dopo una lunga battaglia, ad ottenere un provvedimento del Comune della capitale spagnola con il quale si raccomanda agli uomini di sedersi sui mezzi pubblici della città con le gambe chiuse o perlomeno in modo tale da non invadere i sedili altrui. La petizione online era stata lanciata dal gruppo di attiviste 'Mujeres en lucha y madres estresada’ (‘Donne in lotta e madri stressate’) con un messaggio chiaro: "Non lasciare che gli uomini invadano il tuo spazio: né in metro, né nella vita”.

 Il servizio pubblico della città, Emt, ha introdotto dei pannelli informativi sugli autobus con un'icona che lascia poco all'interpretazione: una croce rossa accanto a un uomo 'stravaccato' sul sedile. Il gruppo di attiviste da tempo è in guerra contro l’invasione dello spazio da parte degli uomini e aveva già raccolto molte firme online.

I motivi che hanno spinto le donne a ribellarsi

Il collettivo ha spiegato le ragioni della battaglia sul sito Change.org . Alle origini del fenomeno ‘gambe aperte’ non ci sarebbe solo la mancanza di educazione. Il comportamento di per sé sembrerebbe innocuo, ma secondo le donne spagnole dietro si anniderebbe una profonda questione di genere: così come le donne sono state abituate sin da piccole a sedersi con le gambe chiuse, agli uomini è stata trasmessa l'idea di gerarchia e territorialità che li fa sentire legittimati ad occupare lo spazio altrui come se fosse il loro.

Pannelli informativi su autobus ma non sul metrò

Le ‘donne in lotta’ avevano mandato una lettera all’amministrazione di Manuela Carmena dove c’era scritto:"Mettere un cartello può essere un punto di partenza per sensibilizzare le persone e iniziare a rispettare gli spazi comuni". Ma il Comune, pur essendosi attivato dopo la richiesta ricevuta, non ha integrato il nuovo simbolo nella segnaletica del metrò ma solo sugli autobus. Con la giustificazione, data attraverso un comunicato stampa, che "il regolamento della metropolitana invita già a usare civilmente lo spazio comune”.

Le attiviste, non ancora del tutto soddisfatte, stanno continuando al loro campagna di sensibilizzazione sul web.

Ironia, rabbia e divertimento dal web

Su Twitter sono stati migliaia i post arrivati per sostenere l'iniziativa. La parola chiave una sola: #madridsinmanspreading, Madrid senza uomini che aprono troppo le gambe. Tra i vari tweet sono arrivati anche segnalazioni di tutte le volte in cui i politici del paese, come il leader di Podemos Pablo Iglesias o il premier Mariano Rajoy, sono caduti nello spiacevole errore.  Altri, invece, hanno sottolineato come la pratica sia diffusa anche tra le donne e delle delle foto scattate in metro e bus dimostrano come anche loro a volte si rilassino sdraiate su più sedili o invadano con borse e buste gli spazi altrui.

I precedenti

Il provvedimento preso dalla giunta comunale di Madrid trova precedenti illustri nella metropolitana di New York, su alcuni mezzi giapponesi, in Turchia e in Gran Bretagna.

In molti hanno ceduto alla tentazione di ‘abbellire’ il proprio corpo con scritte e disegni. Solo in Italia le persone che hanno uno o più tatuaggi sono quasi 7 milioni, secondo una prima fotografia scattata dallIstituto Superiore di Sanità nel 2015. Circa il 13% della popolazione. E se per tanti la scelta di farsi un tatuaggio appare obbligata, forse in pochi si domandano quali rischi possano esserci per la salute.  E’ di qualche giorno fa la notizia della morte, per una grave infezione, di un 31enne texano che, dopo essersi fatto un tatuaggio sulla gamba (una croce e delle mani giunte in preghiera con sotto la scritta ‘Gesù è la mia vita’), si è immerso nelle acque del golfo del Messico. La nuotata in mare , secondo i medici, è stata fatale. I batteri nell’acqua dell’oceano – si legge sul dito della Cnn –  avrebbero infettato le micro ferite determinate dal tatuaggio fatto poche ore prima.

Le 8 cose da evitare subito dopo aver fatto un tatuaggio

La pelle durante l’esecuzione del tatuaggio subisce un forte stress, ogni volta che l’ago entra e esce dall’epidermide crea delle micro ferite, nelle quali i germi possono entrare facilmente. Più grande è il tatuaggio e più alto è il rischio di infezioni. Il periodo di cicatrizzazione è normalmente tra i 7 e i 10 giorni, ma è meglio aspettare un’altra settimana prima di considerarlo guarito completamente.

Ecco tutte le cose che non bisogna fare:

  • Non esporsi al sole o a lampade abbronzanti.
  • Evitare di immergersi nell’acqua durante tutto il periodo di guarigione. Meglio fare docce veloci, evitare i bagni nella vasca e nuotate in piscina o in mare. Secondo gli esperti l’acqua potrebbe essere sporca ed esporre la pelle al rischio di attacchi batterici.
  • Non bendare o coprire il tatuaggio con una pellicola trasparente. Ciò va bene solo per le prime ore dopo l’esecuzione, ma poi è meglio far respirare la pelle, il contatto con l’aria accelera il processo di guarigione.
  • Non dimenticare di applicare, almeno 2-3 volte al giorno, una crema antibatterica per i  successivi 10-15 giorni.
  • Non strofinare il tatuaggio, la zona durante i primi giorni è soggetta ad irritazione.
  • Non usare detergenti aggressivi, meglio lavare solo con acqua o con un sapone neutro.
  • Evitare il contatto con polvere o peli di animali.
  • Non togliere le crosticine che si formano, con il passare del tempo cadranno in maniera naturale. 

Ecco come è morto il 31enne del Texas

La malattia del 31enne latino americano è durata poco meno di due mesi, fino a quando la grave infezione ha avuto la meglio sul corpo già molto debilitato. A distanza di qualche ora dalla nuotata in mare l’uomo è stato ricoverato al Parkland Memorial Hospital di Dallas perché aveva forti dolori ad entrambe le gambe e ai piedi. Tra i sintomi c’erano anche febbre, brividi e arrossamento sulle gambe, soprattutto nella zona del tatuaggio. “Ha detto di avere molto dolore – racconta il dottor Nicholas Hendren del Texas Southwestern Medical Center che ha seguito il paziente – e subito ci siamo allarmati e abbiamo iniziato a curarlo. Ma in poche ore la situazione è peggiorata. La pelle da rossa è diventata scura, sono comparsi lividi e pus evidente su varie parti delle gambe. Era già nella prima fase di choc settico e i reni non lavoravano più bene. L’infezione si è diffusa molto rapidamente e la situazione si è aggravata anche a causa delle pregresse malattie epatiche croniche del paziente, dovute probabilmente all’assunzione eccessiva di alcool”. “Abbiamo subito iniziato – continua il medico – una cura con potenti antibiotici, ma non c’è stato niente da fare. Dopo la morte l’uomo è risultato positivo al vibrio vulnificus, un comune batterio che si trova nelle acque costiere dell’oceano”. Tutta questa storia “non deve essere un deterrente per i tatuaggi, conclude Hendren, ma quando si sceglie di farne uno, bisogna prendere tutte le precauzioni del caso. Intanto accertarsi del luogo dove viene eseguito e subito dopo prendersi cura della ferita e trattarla come tale”.

Anche a Roma Eataly Today, un nuovo modo per fare la spesa online acquistando prodotti freschissimi consegnati in giornata. Tutti gli ordini, spiega una nota, sono confezionati direttamente dal negozio di Eataly Roma Ostiense, con materiali ecocompatibili studiati per mantenere inalterate le proprietà organolettiche dei cibi e garantire la corretta gestione della catena del freddo.

Il servizio consente di ordinare online tutto ciò che propone Eataly Roma Ostiense, sia i prodotti dei banchi del fresco sia quelli confezionati. Grazie a una partnership con Milkman e Eadessopedala, le consegne vengono effettuate anche in bicicletta entro tutto il Grande Raccordo Anulare.

La spesa può essere consegnata in giornata o fino a 7 giorni successivi all'ordine, in fasce orarie restringibili fino a due ore. Su today.eataly.it si trova il catalogo che conta più di 2.500 prodotti sia freschi sia confezionati, corredati da tutte le informazioni utili per una scelta attenta e consapevole, compresa la lista degli ingredienti e i consigli degli esperti di Eataly.

"Siamo molto soddisfatti di annunciare il lancio a Roma di Eataly Today", ha detto Andrea Casalini, amministratore delegato di Eataly Net. "Il servizio in meno di un anno ha già convinto diverse centinaia di milanesi a divenirne clienti affezionati; siamo certi che diventerà una piacevole abitudine anche per i romani. In un panorama delle offerte delivery sempre più consistente vogliamo distinguerci per la qualità del prodotto, confezionato fresco ogni giorno direttamente dal punto vendita. Il nostro obiettivo con Eataly Today è garantire un'esperienza di acquisto unica, per diffondere anche online la cultura del mangiar bene per vivere meglio". 

Sempre più insuperabile il nostro tonno in scatola. ANCIT (Associazione Nazionale Conservieri Ittici e delle Tonnare) rende noti i dati sull’andamento del settore e ne risulta che gli italiani, nel 2016, ne abbiano richiesto più che nel 2015. Rimane dunque uno degli alimenti da noi preferiti, stando anche ad un’indagine fatta dalla Doxa. Non solo: anche la richiesta dall’estero di tonno italiano è in crescita.

Il tonno in Italia

Quasi 1 italiano su 2 (43%) mangia almeno una volta alla settimana il tonno. In particolare amiamo usarlo nella pasta, ma anche nell'insalata o nel tramezzino. Sette sportivi su 10 lo considerano essenziale per la loro alimentazione.

Questi i dati economici che attestano la crescita del settore del tonno in scatola:

  • Nel 2016 il valore prodotto complessivamente è stato di 1,2 miliardi di euro (+9% rispetto al 2015)
  • La produzione è stata di 74.000 tonnellate (+9%)
  • Il consumo è stato di 150.000 tonnellate (+2%)

L’Italia risulta essere il secondo produttore europeo di tonno, dopo la Spagna. Ma nonostante la quantità di tonno italiano comprato da Paesi stranieri sia aumentata nel 2016, il bilancio import/export è negativo: 23.351 tonnellate esportate (+4%) contro 89.941 importate (+4,2%). A riprova che ne vogliamo mangiare davvero tanto! 

Più in generale è il settore ittico che aumenta il proprio giro di affari: 1 miliardo e 550 milioni di euro nel 2016, +3% rispetto al 2015.

La soddisfazione del presidente dell’Ancit

Vito Santarsiero, presidente dell’Ancit, ha espresso così la sua contentezza per i dati che abbiamo illustrato:

Il tonno fornisce proteine nobili ad un costo tra i più convenienti 

E in effetti, il tonno contiene Vitamina A, D e magnesio in quantità sostanziose, oltre agli omega3. 

 

Per approfondire:

La foto di Matteo Salvini con la modella di origini marocchine Ahlam El Brinis spopola sul web. Ma chi è questa modella e ballerina diventata simbolo dell'emancipazione delle donne musulmane? Chi è la 21enne che dal 2013 è oggetto di critiche e insulti (e minacce) da parte di membri della comunità musulmana per la sua vita considerata non in linea con i dettami del Corano?

Nata a Padova, è stata eletta Miss Eleganza nel 2015

La 21enne Ahlam El Brinis è nata a Padova da genitori marocchini. Diplomata al liceo linguistico di Camposampiero (Pd), è alta 1,75, pesa di 50 chili e, quando ha concorso per Miss Italia, ha dichiarato: “Mi sento un po’ troppo magra, ma sto facendo il possibile per mettere su qualche chilo”. Quando vinse la fascia di Miss Schio, nel 2013, fu contestata nel web con commenti negativi, proprio per l'origine nordafricana. Ma Ahlam non ha battuto ciglio, rispondendo ai contestatori: “L'Italia ce l'ho nel cuore e mi sento orgogliosa di rappresentare la mia nazione”. In seguito ai commenti razzisti si sono aggiunti quelli più dolorosi della comunità musulmana. 

Simbolo dell'emancipazione della donna musulmana

Da sempre nel mirino di critiche e minacce da parte di esponenti della comunità musulmana per la sua attività di modella e le foto che pubblica su Facebook, è diventata famosa nel 2015 quando ha partecipato a Miss Italia dove si è presentata con la fascia di Miss Eleganza. Per questo ha ricevuto nuovi attacchi e insulti, ma lei ha sempre resistito a quelle critiche e minacce che piovevano nei suoi confronti da parte di quei musulmani che non volevano che lei continuasse a sfilare davanti alla telecamere del concorso di bellezza. Ed è diventata un simbolo delle donne musulmane che vogliono essere libere.

“Sono consapevole che ci sono persone ancora conservatrici che potrebbero pensare che è sbagliato quello che faccio – ha detto durante il concorso di Miss Ialia -. Ma sinceramente non mi interessa, perché ho l'appoggio della mia famiglia e questo mi basta”. E la sua prima fan, ha assicurato Ahlam, è la nonna, scatenata su face book nel mettere ‘like’ alle foto della nipote

In aprile la polemica con professore del fratellino

Nell'aprile scorso ha fatto notizia la sua denuncia sul suo profilo Facebook di una situazione molto spiacevole vissuta dal fratellino 14enne da parte di un professore di prima superiore, che – secondo il racconto fornito dalla modella 21enne – l’avrebbe definita con epiteti offensivi. La sua risposta su Facebook appare come una dichiarazione programmatica: "Sì poso e sfilo poco vestita, sì lavoro anche in discoteca. Ma sapete cosa? Quasi nessuno conosce interamente il mio percorso di vita, quasi nessuno è a conoscenza delle lacrime, dei sacrifici che ho dovuto fare sin da molto piccolina. Tutto ciò che ho passato mi ha portato ad essere la donna di oggi. E vado fierissima di me”.

Con il fango della corsa ancora attaccato alla carrozzeria ma con la terza posizione sul podio appena conquistata, la vettura N. 94 del Museo delle Millemiglia, vero gioiello dell'automobilismo italiano, l'Alfa Romeo 6C 1500 Gran Sport Testa Fissa (Zagato) chasiss del 1933, è tornata nella sua postazione al Museo Mille Miglia.

La coppia Mozzi – Biacca della Scuderia Sports, supportata da Zagato e Chopard ha conquistato il terzo posto assoluto grazie ad una significativa rimonta. L'esposizione 90 Anni 1000 Miglia si arricchisce così di un ulteriore valore aggiunto esponendo la vettura che ancora porta "sulla pelle" i segni della corsa. Inaugurata il 4 maggio scorso, la mostra promossa da Automotive Masterpieces e dal Museo Mille Miglia con il patrocinio dell'Automobile Club di Brescia occuperà le sale del Museo fino al 7 gennaio 2018.

Una mostra 2.0 in grado di emozionare visitatori di ogni età, dai bambini alle prese con vetture straordinarie (quasi da cartoon, immaginarie ai nostri giorni) agli appassionati di tutto il bello che auto come queste riescono a riassumere. Genio di design, abilità tecnica, gioielli di meccanica a volte eccentriche, tra cui spiccano eccellenze del Made in Italy. Un racconto reale e interattivo, che, alle automobili in esposizione, affianca totem touch screen, siti web dedicati, foto, video, rassegna stampa e molto altro ancora, portando il visitatore attraverso un percorso fatto di storia ed emozioni autentiche, raccolte con pazienza certosina da Automotive Masterpieces in collaborazione con il Museo Mille Miglia.

Le oltre 30 vetture presenti sono esposte in ordine cronologico, i visitatori possono approfondire la storia e le caratteristiche di ogni automobile esposta visitando il sito web della stessa attraverso i diversi tool che danno accesso ai contenuti extra di ogni vettura: per esempio utilizzando i totem dislocati lungo il percorso di mostra o attraverso i feed ricevuti dai beacons posizionati sulle vetture e alla tecnologia BLE (Bluetooth Low Energy). Un vero e proprio viaggio esperienziale attraverso le automobili che diventano storie da raccontare, una modalità che in gergo viene comunemente definita "Internet delle Cose": è il passato che incontra il futuro.

"La vera sfida è il censimento globale delle auto che negli anni hanno corso la Mille Miglia, un lavoro immenso che ad oggi è ancora in corso. Abbiamo cercato di mettere in comunicazione passato e futuro, la tecnologia che sarà parte integrante della mostra ci aiuterà a coinvolgere un pubblico piu' ampio e a promuovere la storia della corsa più bella del mondo – ha dichiarato Sandro Binelli, coordinatore generale Automotive Masterpieces, ex segretario generale della Mille Miglia dal 2008 al 2012 e curatore della mostra -. La mission di Automotive Masterpieces exibitions lab e' quella di rendere accessibile il patrimonio motoristico in modalità digitale, sia al fine di promuovere lo scambio di idee e conoscenza, sia per approfondire le ricerche storiche".

L'organizzazione dell'esposizione è stata possibile grazie agli special partner Chopard e Zagato, al main sponsor OMR Automotive e agli sponsor AGI, Ambrosi, Camozzi Group, Finarte, Ivar, Streparava, Zurich. Il progetto nel suo insieme, prevede a breve anche l'uscita di un libro ed una 3D virtual exhibition.
 

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