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Economia

Arriva una data importante, se non storica, per la privacy: venerdì 25 maggio entra in vigore la normativa europea sulla protezione dati, in sigla GDPR (General Data Protection Regulation). Riguarda tutta la filiera che accompagna i dati personali di ciascuno di noi, coinvolgendo quindi aziende, pubblica amministrazione, professionisti e via dicendo.

Non solo quindi i social. Il GDPR si basa, infatti, sul principio di "responsabilizzazione" (in inglese accountability) di chiunque effettui operazioni di trattamento nell'ambito della propria attività (il cosiddetto "titolare del trattamento"). Significa, quindi, che ciascuno dovrà fare le valutazioni e le scelte adatte alla propria specifica realtà. E le sanzioni per l'inosservanza delle norme possono arrivare fino a 20 milioni di euro o, se superiore, fino al 4% del fatturato mondiale totale. Particolare attenzione è dedicata alla tutela dei minori che – per accedere ai servizi della società dell'informazione (come i social network) – devono avere almeno 16 anni per poter prestare autonomamente il consenso al trattamento.

Il Regolamento è destinato ad abrogare la Direttiva 95/46 che ha portato l'Italia all'adozione dell'attuale Codice Privacy (il Decreto Legislativo n. 196/2003), norme che sono state adottate però in un contesto tecnologico completamente diverso, prima cioè che internet, social media, cloud e servizi in rete cambiassero definitivamente il nostro modo di vivere e lavorare. Ora, le nuove norme mirano proprio ad adeguare il livello di protezione dei nostri dati all'evoluzione degli strumenti che utilizziamo quotidianamente e con cui registriamo, trasmettiamo e archiviamo i dati dei nostri utenti e dipendenti.

Il perché del GDPR sta quindi nell'esigenza di assicurare la "tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali e la libera circolazione di tali dati" e i trattamenti di dati personali, sia nel settore privato che nel settore pubblico. Approvato nel maggio 2016, il Regolamento è per la verità già in vigore, la data del 25 maggio 2018 fissata da un Regolamento Europeo, il n. 679/2016, lo renderà definitivamente applicabile in tutto il territorio Ue, senza che siano richiesti atti di recepimento da parte dei singoli Stati membri.

Ad ogni modo l'Italia sta lavorando a un decreto legislativo con l'obiettivo di adeguare le norme italiane al GDPR che troverà comunque applicazione a prescindere dall'adozione del decreto entro due giorni. Pertanto niente proroghe o differimenti. La scadenza richiede di intraprendere un percorso consapevole finalizzato alla protezione dei dati trattati. Evitando di cadere nell'allarmismo ed evitando anche le trappole che anche in questa circostanza non mancano, come quelle di chi già si fa avanti proponendosi come esperto e in grado di far sì che, in cambio di un compenso – "a partire da 19,99 euro" -, ci si possa adeguare alle nuove regole. Ecco quindi una guida, una serie di 'istruzioni per l'uso' che AGI ha chiesto all'avvocato Ernesto Belisario, esperto di diritto delle tecnologie. Vediamo le novità principali che il GDPR introduce e con cui occorre avere da subito confidenza.

1. L'obbligo di nominare un Data Protection Officer

Il Regolamento prevede l'obbligo per alcuni soggetti di nominare un DPO – Data Protection Officer (ovvero il responsabile della protezione dei dati personali). Si tratta di una figura, interna o esterna alla struttura del titolare, che deve possedere dei requisiti specifici (ad esempio in termini di esperienza e competenza) e deve occuparsi della corretta applicazione della normativa, curando con particolare attenzione la formazione del personale.

Il DPO è obbligatorio quando il trattamento è effettuato da una pubblica amministrazione (eccezion fatta per le autorità giurisdizionali) e quando le attività di trattamento consistano nel monitoraggio su larga scala degli interessati oppure determinino il trattamento su larga scala di dati sensibili (dati che rivelino l'origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l'appartenenza sindacale, dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all'orientamento sessuale della persona). Il Garante Privacy ha chiarito che, anche quando non obbligatoria, la nomina del DPO è comunque sempre consigliata in quanto può rappresentare un valido supporto. 

2. La valutazione d'impatto e il registro dei trattamenti

Nel caso in cui i trattamenti posti in essere siano particolarmente rischiosi per i diritti e le libertà degli interessati (ad esempio, la videosorveglianza), il titolare è obbligato ad una valutazione preliminare di impatto sulla tutela dei dati (cosiddetta "privacy impact assessment"), con una precisa analisi dei rischi e delle contromisure poste in essere. Inoltre, tutte le organizzazioni con più di 250 dipendenti oppure che – indipendentemente dal numero dei dipendenti – pongano in essere trattamenti potenzialmente pericolosi sono tenute all'adozione di un "registro delle attività di trattamento" che contenga, tra le altre informazioni, la descrizione delle misure di sicurezza adottate.

3. Gli obblighi nei confronti degli utenti

Gli utenti devono essere informati in modo semplice e chiaro sulle finalità, modalità e ambito del trattamento. Le informative richieste agli utenti (dal form per una newsletter ai moduli per richiedere una fidelity card) devono quindi essere aggiornate, prevedendo alcune informazioni nuove (come la base giuridica del trattamento e il tempo di conservazione dei dati) e semplificando il testo in modo da renderle realmente comprensibili. Particolare attenzione è dedicata alla tutela dei minori che – per accedere ai servizi della società dell'informazione (come i social network) – devono avere almeno 16 anni per poter prestare autonomamente il consenso al trattamento.

4. Le misure tecniche da adoperare

Ogni titolare del trattamento è tenuto ad adottare misure tecniche e organizzative sin dal momento della progettazione oltre che nell'esecuzione del trattamento, che tutelino i principi di protezione dei dati. Non esiste un elenco di misure di sicurezza "minime" uguali per tutti. Spetta a ciascuno decidere e assumersi le responsabilità di quali siano le contromisure adeguate alla propria realtà (crittografia, controllo degli accessi, sorveglianza degli archivi, ecc.).

5. Venire a conoscenza delle violazioni dei propri dati 

Viene introdotto il diritto degli interessati di venire a conoscenza delle violazioni dei propri dati personali ("data breach"). Questo significa che – nel caso di incidenti di sicurezza relativi ai sistemi utilizzati per il trattamento (come lo smarrimento di una chiavetta Usb, il furto di un fascicolo oppure un attacco informatico) – il titolare del trattamento dovrà organizzarsi per procedere alla notificazione al Garante Privacy senza ritardo (e, comunque, entro le 72 ore). Inoltre, la comunicazione dovrà essere data a tutti gli interessati, se la violazione è suscettibile di presentare un rischio elevato per i diritti e le libertà delle persone fisiche (ipotesi assai probabile, ad esempio, nel caso dei dati sanitari o dei servizi di posta elettronica o messaggistica).

6. Le sanzioni

Il sistema sanzionatorio previsto del GDPR è molto più severo rispetto a quello del Codice Privacy. Le sanzioni amministrative – che saranno inflitte dal Garante Privacy – possono arrivare fino a 20 milioni di euro o, se superiore, fino al 4% del fatturato mondiale totale. Le sanzioni non sono però l'unico spauracchio. In attesa di vedere se e quali saranno gli illeciti penalmente rilevanti previsti dal Decreto che il governo italiano si appresta ad adottare, è importante tenere a mente che chiunque subisca un danno da una violazione del GDPR ha il diritto di ottenerne il risarcimento dal titolare, a meno che quest'ultimo non dimostri che il danno non gli è alcun modo imputabile. E forse questa è alla fine la prova più difficile da dare se non sono state affrontate tutte le novità del GDPR. 

Arrivano i primi frutti dall'allentamento delle tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti: dal primo luglio Pechino ridurrà i dazi sulle importazioni di auto, passando dal 25% attuale al 15%, e taglierà quelli sulle importazioni di pezzi di ricambio. Dall'altra parte Washington è vicina a una soluzione sul caso Zte, il colosso tech cinese che rischiava la chiusura dopo il bando sulle vendite di componenti decise dagli Usa per motivi di sicurezza.

Giù i dazi su import auto dal 25 al 15%  

La misura è stata presa dal ministero delle Finanze di Pechino, che la definisce “un grande passo per espandere le riforme e le aperture” del sistema cinese e “in linea con la realtà dell’industria automobilistica” della Cina. La riduzione riguarderà 135 tipi di auto che oggi subiscono dazi del 25% e altri quattro tipi tassati oggi al 20%. Altri 79 prodotti di pezzi di ricambio per auto vedranno le tariffe doganali sulle importazioni ridotte al 6% rispetto ai livelli attuali, che vanno dall’8% al 46% a seconda del prodotto, riferisce l’agenzia Xinhua. La misura segue di pochi giorni la fine del secondo round di colloqui tra Cina e Stati Uniti sul commercio, che si sono tenuti a Washington e che hanno prodotto una distensione su questo fronte. 

L’intenzione di ridurre i dazi importazioni di auto era già stata espressa dal presidente cinese, Xi Jinping, in un discorso al Forum di Boao, sull’isola cinese di Hainan, il mese scorso, nel quale aveva promesso “dazi significativamente più bassi” di quelli attuali per le auto straniere sul mercato cinese. L’annuncio di Xi arrivava poche ore dopo un tweet del presidente Usa, Donald Trump, che criticava i dazi sulle auto straniere sul mercato cinese, definendole “un commercio stupido andato avanti per anni”. Nel suo discorso Xi non ha però menzionato Trump o direttamente gli Usa.

Il settore automobilistico sta andando incontro anche ad altre aperture. Il mese scorso, la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, l’ente di pianificazione economica del governo cinese, aveva annunciato aperture nel settore dell’automotive al capitale straniero, promettendo l’eliminazione dei limiti alle quote in possesso a investitori stranieri entro il 2022, una mossa che permetterà ai produttori di auto stranieri di non dovere sottostare alla regola di avere una partnership al 50% con i produttori locali. Entro il 2018, la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme prometteva anche l’eliminazione dei limiti alle quote che possono essere detenute dagli investitori stranieri nei settori delle auto alimentate a nuove fonti di energia, nella cantieristica e nella produzione di aerei.

Washington riabilita Zte

I dettagli devono essere ancora definiti, ma secondo il Wall Street Journal, in base a un primo accordo con Pechino l’amministrazione Trump rimuoverebbe la messa al bando della vendita di componenti tecnologici e software da parte delle aziende americane a Zte. In compenso, il produttore cinese di telefoni e apparati di rete apporterebbe modifiche al suo management e nel Cda, oltre al pagamento di alcune multe. Pechino avrebbe anche offerto di rimuovere dazi del valore di miliardi di dollari sui prodotti agricoli americani come parte del negoziato, anche se per la Casa Bianca non ci sarebbe alcun “baratto” politico in corso.

Nonostante la tregua, Zte teme perdite per venti miliardi di yuan (2,6 miliardi di euro). Lo rivelano fonti anonime a conoscenza delle trattative all’agenzia Bloomberg, secondo cui Zte conta di ottenere un accordo presto e di riprendere l’attività negli stabilimenti inattivi a distanza di poche ore dall’eliminazione del bando.  Trump ha dichiarato che un accordo non è ancora stato raggiunto ma che Zte potrebbe incorrere in una multa di 1,3 miliardi di dollari, essere soggetta a un cambiamento del proprio management fino ai più alti livelli e a un aumento delle regole di sicurezza, e a dovere acquistare una larga parte delle proprie forniture da gruppi statunitensi.  

Zte è il quarto maggior venditore di smartphone negli Stati Uniti e compra gran parte dei suoi componenti da aziende americane. A metà aprile il governo Usa ha proibito per sette anni alle aziende statunitensi di vendere prodotti e servizi al colosso cinese perché avrebbe violato precedenti accordi con gli Stati Uniti sulla vendita di tecnologia all’Iran e alla Corea del Nord. 

 

Potrebbe diventare il primo ministro dell'Economia ad aver fondato una startup. Paolo Savona, 81 anni, scelto da Movimento 5 stelle e Lega come nome ideale per il Tesoro, è stato, fino alle dimissioni arrivate mercoledì 23 maggio, il presidente di Euklid, startup fintech che ha creato un fondo di investimento basato sulla tecnologia blockchain e l'intelligenza artificiale. L'incontro con queste tecnologie è avvenuto intorno al 2009 quando alla università Luiss di Roma ha incontrato uno studente di economia che se ne stava cominciando a occupare, Antonio Simeone, oggi amministratore delegato di Euklid.

"Quando ho cominciato a lavorare a un nuovo modo di intendere la finanza basata sulla trasparenza della blockchain e sull'intelligenza artificiale la cosa lo ha subito stupito", ha detto Simeone ad Agi. "Lo affascinava l'idea di una finanza trasparente. Aveva già intuito che le nuove tecnologie avrebbero cambiato il mondo degli investimenti finanziari e che l'intelligenza artificiale e la blockchain potevano essere uno dei modi per cambiarlo".

Simeone, che descrive Savona come un "esploratore, un uomo dall'intelligenza acuta e il cervello giovane", ricorda che dopo quell'incontro l'ex direttore generale di Confindustria e ministro dell'Industria del governo Ciampi ha cominciato a studiare questi temi: "Da allora ci siamo sentiti quasi tutti i giorni, sono stato io ad introdurlo a questi argomenti. Leggeva molti libri sull'intelligenza artificiale e la blockchain, e più ne leggeva più comprendeva che l'econometria classica non avrebbe più funzionato. Ha capito che il nostro progetto sarebbe stato in qualche modo legato al futuro della finanza e ci ha investito tempo ed energia. Fa parte di un'altra generazione di economisti, vero, ma gli va dato atto che è stato tra i primi a parlare in maniera coerente e competente di fintech. In diverse occasioni ha chiesto una regolamentazione più leggera sulle startup finanziarie, di sicuro è tra quelli che più hanno spinto in Italia su questo settore dell'innovazione".

La fascinazione per la trasparenza della blockchain

Ma cosa ha affascinato tanto Savona della blockchain e dell'intelligenza artificiale? "La trasparenza. è un convinto sostenitore della trasparenza in generale e nella finanza in particolare. Non gli piacevano le commissioni di gestione dei fondi in entrata e in uscita, il fatto che molti dei dipendenti dei fondi fossero più concentrati sulle proprie remunerazioni che sull'andamento effettivo degli investimenti. Il mondo della finanza è ancora legato a queste logiche, blockchain e algoritmi lavorano in modo completamente diverso".

La trasparenza promessa dalla tecnologia blockchain è dovuta al fatto che consente di trascrivere su una catena di informazioni, criptate e immutabili, tutte le transazioni finanziarie attraverso un registro condiviso e aperto. Ognuno ha la possibilità di controllare in qualsiasi momento quali titoli sono stati acquistati, quali venduti, e a quale prezzo, azzerando così le zone d'ombra delle alchimie degli operatori. La totale trasparenza della blockchain è stata l'intuizione fondamentale del Bitcoin, nato proprio a ridosso della crisi economica del 2007, causata da uno scandalo finanziario, come risposta, dal basso, alla crescente sfiducia nei confronti degli operatori e delle istituzioni centrali. Euklid, fondata nel 2016 e di cui Savona è stato presidente per un anno e mezzo, però non lavora con Bitcoin ma ne utilizza solo la tecnologia. Lo stesso Savona è stato più volte critico delle criptovalute, definendo ad esempio Bitcoin come "il nulla che ha radici nell'abilità di pochi e nella credulità dei molti". Per Savona, Bitcoin è sempre stata una bolla finanziaria, paragonabile a quella dei tulipani del XVII secolo, e ha duramente commentato le incredibili oscillazioni di prezzo che ha avuto la criptovaluta durante il 2017, passando da meno di mille a 20 mila dollari, per poi crollare in 30 giorni a 6 mila.

Blockchain e sovranità monetaria nazionale

Ma le critiche a Bitcoin le ha sempre affiancate al riconoscimento della potenza della blockchain e della mente di chi l'ha creata, Satoshi Nakamoto, definito "un ingegno pari a quello di Ulisse". Arrivando a chiedere che gli Stati, compresa l'Italia, comincino a occuparsi seriamente di questa tecnologia per la creazione di una criptovaluta di Stato, sulla falsa riga del progetto russo di 'criptorublo' annunciato lo scorso gennaio.

Scriveva Savona in un articolo che ne enunciava le funzioni: "La sovranità monetaria passa dalle mani dello Stato a quelle dei privati, che secoli di storia indicano non abbiano capacità di autocontrollo; abbandonata la moneta in forma metallica (oro e argento), quella cartacea (il circolante che abbiamo in tasca) e scritturale (i depositi bancari), essa è ora in forma telematica (bit di computer) e può essere creata in quantità infinita; perciò deve essere controllata da autorità che operano su delega dai Parlamenti, some le banche centrali o i Ministri del Tesoro". Proprio il dicastero che oggi potrebbe occupare, in un governo che si autodefinisce "del cambiamento" e che chissà se vedrà proprio in questo uno dei cambiamenti più radicali.

@arcangeloroc

Domanda di elettricità in aumento in Italia ad aprile. Secondo quanto rilevato da Terna, il dato si è attestato a 24,1 miliardi di kWh, in crescita dell’1,5% rispetto ai volumi dello stesso mese del 2017. La performance della domanda, spiega una nota della società che gestisce la rete elettrica nazionale, ha risentito dell’effetto calendario e temperatura: quest’anno, infatti, aprile ha avuto un giorno lavorativo in più (19 vs 18) ma ha fatto registrare una temperatura media mensile superiore di quasi due gradi centigradi rispetto ad aprile del 2017. 

 La domanda dei primi quattro mesi del 2018, pari a 105,6 miliardi di kWh, è in crescita dell’1,7% rispetto al corrispondente periodo del 2017. A parità di calendario il valore è +1,5%.

A livello territoriale, la variazione tendenziale di aprile 2018 è stata ovunque positiva: +2,3% al Nord, +1,2% al Centro e +0,1% al Sud. In termini congiunturali, il valore destagionalizzato della domanda elettrica di aprile 2018 ha fatto registrare una variazione negativa rispetto al mese precedente (-1,6%). Il profilo del trend si porta su un andamento stazionario.

Ad aprile la domanda di energia elettrica è stata soddisfatta per l’84,8% con produzione nazionale e per la quota restante (15,2%) dal saldo dell’energia scambiata con l’estero. In dettaglio, la produzione nazionale netta (20,7 miliardi di kWh) è diminuita dello 0,8% rispetto ad aprile 2017. In forte aumento la fonte di produzione idrica (+72%), in flessione le altre (geotermica -0,6%; fotovoltaica -2,6%; eolica -11,3%; termica -14%). 

Dai braccialetti e turni di lavoro "massacranti" ad un accordo definito dai sindacati "storico". È quello raggiunto nella sede del centro logistico Amazon di Castel San Giovanni, nel piacentino. La sperimentazione coinvolgerà i dipendenti stabilizzati, scrive Wired. Gli interinali, che nei mesi di shopping impazzito possono raggiungere le quattromila unità, potenzieranno le fasce scoperte. Amazon prosegue con la campagna di assunzioni nel magazzino di Piacenza, “un’astronave“, come la definiscono i sindacati della zona, grande quanto dodici campi di calcio. E questo nonostante apra nuovi magazzini per servire più capillarmente il territorio, come quelli annunciati nelle province di Bergamo e Monza.

Leggi anche: Come guadagna davvero Amazon (e quanto un suo magazziniere)

Massimo Mensi della Filcams ritiene si tratti di un "piccolo pezzo di storia sindacale moderna" e aggiunge, leggiamo su Repubblica, di augurarsi che "sia un momento di apertura che porti ad affrontare ad altri temi importanti quali la sicurezza sul lavoro". Dall'azienda rispondono però che "non si tratta di un precedente: in ogni Paese in cui siamo presenti dialoghiamo con le rappresentanze dei lavoratori. Riteniamo fermamente che il dialogo e il rapporto diretto con i lavoratori sia il modo più efficace per rispondere alle loro esigenze".

L'intesa, ricostruiscono i sindacati, è stata trovata sulla tematica dell'organizzazione dei turni di lavoro ed è stata sottoposta a un referendum che ha raccolto quasi 500 voti, poco meno di un terzo dei lavoratori, e ha incassato il 68,6% dei consensi. "Siamo stati ispirati – spiegano i sindacati – da principi di uguaglianza ed equità, superando l'obbligo dei turni notturni e dei turni pomeridiani, con un'organizzazione che garantirebbe una copertura lavorativa dei weekend simile per tutti".

Ecco cosa prevede l'intesa:

Un anno sperimentale

L'accordo, in vigore per un anno in via sperimentale, a partire dal prossimo 17 giugno, prevede il superamento dei turni fissi pomeridiano e notturno e la ridefinizione dei turni di lavoro, articolati su tre fasce orarie per complessive 40 ore di lavoro prestato su cinque giorni alla settimana.

Turni

Il turno del mattino inizia alle 7 e termina alle 15. Il turno del pomeriggio inizia alle 15.30 e finisce alle 23.30. Il turno notturno inizia alle 20 e finisce alle 4 ed è fisso e su base volontaria (come già accadeva in passato). Tra le 22 e le 4 i dipendenti riceveranno una maggiorazione del 25% rispetto alla paga oraria. Qualora non si raggiungesse il numero necessario per fare fronte alle esigenze aziendali sul turno di notte verrà messa in atto una rotazione che coinvolgerà in modo omogeneo i lavoratori dei differenti reparti. Nell'ambito di 8 settimane, i lavoratori presteranno servizio durante un fine settimana lungo un sabato e una domenica e garantiranno 2 weekend di lavoro con prestazione di sabato e 1 weekend di lavoro con prestazione di domenica, a fronte di 4 weekend consecutivi di riposo oltre a un riposo di 3 giorni consecutivi comprendenti il weekend.

Aumenti

L'incremento economico mensile e' stimabile da 70 euro a 97 euro euro a seconda del periodo lavorato. Da Amazon dicono che "dal momento che continuiamo a crescere, dobbiamo assicurarci che i turni di lavoro possano venire incontro sia alle esigenze dei dipendenti, che soddisfare le aspettative dei clienti".

Leggi anche il fact checking di Agi sui guadagni dei magazzinieri di Amazon.

Quattro milioni e mezzo di proprietari di iPhone hanno presentato un’azione collettiva contro Google, accusata di aver raccolto informazioni dal browser Safari senza autorizzazione. A far partire l’iniziativa è Richard Lloyd, ex direttore dell’organizzazione per la tutela dei consumatori britannica Which?, secondo cui nel periodo tra agosto del 2011 e febbraio del 2012 Google avrebbe aggirato le impostazioni di privacy del browser di casa Apple per consentire la profilazione degli utenti. Secondo quanto riportato dal Guardian, Google potrebbe essere costretta a pagare oltre 3,6 miliardi di euro.

“Google you owe us”: Google, ce lo devi. Questo è il nome scelto dai promotori dell’azione di classe, che protestano contro l’acquisizione non dichiarata di dati aggregati, che sarebbero stati usati per dividere gli utenti per razza, salute fisica e mentale, orientamento politico, classe sociale, disponibilità economica, orientamento sessuale e posizione geografica. Hugh Tomlinson, rappresentante di Lloyd, ha detto al Guardian che i dati raccolti, “attraverso sistemi abusivi di tracciamento e collazione”, sono stati utilizzati per suddividere gli utenti in base ai loro interessi.

Google may have taken millions of iPhone users' personal data illegally from Google You Owe Us on Vimeo.

L’attività di Google era stata denominata “Safari workaround” dal ricercatore di dottorato che l’aveva scoperta nel 2012. Nello stesso anno Google aveva pagato negli Stati Uniti 39,5 milioni di euro, di cui 22,5 milioni per la multa stabilita dalla Federal Trade Commission e 17 milioni di risarcimento a trentasette Stati americani.

Ma la società americana si giustifica, e ritiene che l’azione collettiva non debba proseguire. I legali di Google hanno detto al Guardian che non c’è alcuna prova che il “Safari Workaround” abbia avuto come conseguenza la diffusione di informazioni a terze parti. Diversamente sostengono che Lloyd abbia intrapreso questa iniziativa per promozione personale e per trarne un profitto.

La contestazione arriva a pochi mesi dal caso Cambridge Analytica, nel quale una società ha utilizzato le informazioni di 87 milioni di utenti Facebook per condizionare le opinioni politiche degli elettori.

Leggi anche: Cosa domanderà e cosa dovrebbe domandare l'Ue a Zuckerberg

Dopo le discussioni e i picchi speculativi, stanno arrivano gli investimenti. Dall'inizio del 2018, le startup che si occupano di blockchain e criptovalute hanno raccolto 1,3 miliardi di dollari in poco meno di 250 operazioni. La cifra segna un'accelerazione verticale rispetto allo scorso anno: in meno di cinque mesi, infatti, venture capital business angel hanno investito più di quanto non abbiano fatto nei precedenti 18 mesi (tra luglio 2016 e dicembre 2017). Sono i risultati raccolti da TechCrunch attingendo da quell'enorme serbatoio di dati che è Crunchbase.

Quanto corre la blockchain

Si tratta, comunque, di dati parziali. E che con tutta probabilità raccontano solo una parte del mercato. Sono infatti inclusi nel conteggio solo i round di venture capital e business angel, mentre sono escluse le Ico (che raccolgono dollari o criptovalute mature in cambio di monete digitali di nuova emissione), che spesso finanziano progetti legati alla blockchain. TechCrunch ha poi preso in considerazione solo le operazioni con cifre note, escludendo i round con ammontare non chiaro. 

Circle, il terzo crypto-unicorno

La corsa degli investimenti era attesa. A febbraio, Crunchbase aveva previsto il sorpasso del 2018 sul 2017. Ma quello che colpisce sono i tempi stretti in cui si è consumato e la forza dello slancio. Tra i passaggi chiave degli ultimi mesi, c'è il round da 110 milioni incassato da Circle. La startup che applica la blockchain ai pagamenti online, grazie a una valutazione che sfiora i 3 miliardi di dollari, è entrata nel ristretto gruppo dei crypto-unicorni: affianca Coinbase e Robinhood tra le società del settore con una valutazione superiore al miliardo di dollari.

La nuova geografia delle startup

Tra le altre operazioni di peso, TechCrunch ricorda i 118 milioni ottenuti da Orbs: la startup si propone come una “blockchain per i consumatori”. Offre cioè diversi servizi pensati per un mercato di massa. La terza operazione più abbondante riguarda i 75 milioni di dollari incassati da Ledger, società specializzata nello sviluppo di hardware sicuri per blockchain e criptovalute. Tre round che non raccontano solo tre storie di successo ma anche una geografia dell'innovazione fatta di blockchain ma non solo, di vecchie e nuove “startup nation”. Circle ha sede a Boston, Stati Uniti. Orbs a Tel Aviv, Israele. E Ledger a Parigi, in Francia. Forse è solo una coincidenza. Forse.

Questa mattina uno dei principali filoni battuti dai retroscenisti dei quotidiani ha riguardato le ragioni della pausa di riflessione che Sergio Mattarella si è preso prima di conferire un eventuale incarico a Giuseppe Conte, designato da Lega e Movimento 5 stelle come premier del governo giallo-verde. Numerosi sarebbero i dubbi del Quirinale sulla squadra di governo presentata da Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Alcuni sono piuttosto ovvi: facile prevedere che il Colle non voglia vedere alle Infrastrutture quella Laura Castelli che entrò in Parlamento con il fazzoletto dei No Tav al collo e deliziò l'Aula con il gesto dell'ombrello dopo essersi espressa sulla ratifica dei trattati Italia-Francia. Così come è naturale che, per placare le ansie di Bruxelles, Di Maio e Salvini siano pronti a compromessi sorprendenti (secondo il Corriere, nell'esecutivo potrebbe entrare nientemeno che Enzo Moavero Milanesi, ex ministro degli Affari Europei del governo Monti). Suscita invece più discussioni la tesi secondo la quale il veto di Mattarella si concentri sulla possibilità che al ministero dell'Economia arrivi Paolo Savona, ex direttore generale di Confindustria e ministro dell'Industria del governo Ciampi, lunghi anni a fianco di Guido Carli, che da ministro del Tesoro firmò per l'Italia il trattato di Maastricht.

"Quando a Carli tremò la mano"

L'ottantunenne economista cagliaritano viene definito "euroscettico" e, pertanto, il suo nome rischierebbe di suscitare il panico a Bruxelles. Si tratta di una parziale semplificazione. Affermare che l'ingresso nell'euro del nostro Paese fosse stato prematuro, oltre a non essere una tesi peculiare nel dibattito economico e accademico, è cosa diversa dal propugnare un'uscita disordinata dall'unione monetaria (per una ordinata, secondo Savona, dovremmo essere invece quantomeno pronti). Né le posizioni di Savona hanno radici ideologiche ascrivibili al sovranismo acritico: quei trattati – che l'esecutivo giallo-verde, se si farà, forse chiederà di ridiscutere – li conosce bene. E ne discusse a lungo con Guido Carli, esprimendogli la sua contrarietà quando decise di porre quella firma su regole che Savona giudicava arbitrarie e restrittive.

Quelle idee furono riassunte nel volume del 1996 'L'Europa dai piedi d'argilla'. E quei giorni sono stati ripercorsi nel recente pamphlet 'Quando a Carli tremò la mano', scritto a quattro mani con Carlo Panerai. "Nella vita di Governatore ho messo tantissime firme. Quando ho firmato il trattato la mano mi tremava", è la confidenza di Carli che Panerai sostiene di aver raccolto, "sapevo che era necessario far entrare l'Italia nel vertice dell'Europa, ma sapevo anche che l'Italia non è pronta. Speriamo che lo diventi".

"Non sono un'antieuropeista. Anzi"

Savona ha sempre cercato di respingere l'etichetta di euroscettico, che vede come frutto di un equivoco. "Passo per uno dei pochi economisti istituzionali anti-europeisti, ma non è così", disse in un'intervista a Libero dello scorso anno, "io sarei per l'Europa unita, per questo non posso che dire peste e corna di quello che vedo a Bruxelles. Le difficoltà dell'Ue sono colpa delle élite che la guidano: dicono di interessarsi del popolo ma si occupano solo di loro stesse e non ammetteranno mai il fallimento dell'Europa perché significherebbe autocondannarsi. E questo acuisce i problemi. La mancanza di diagnosi comporta l'assenza di terapia. Le élite italiane hanno voluto questa Europa, sbagliando. Si prendano la colpa o qualcuno gliela attribuisca". Uno smantellamento ordinato dell'unione monetaria, secondo Savona, andrebbe comunque almeno presa in considerazione: "Temo il lento degrado più dello choc forte negativo. L'euro ha portato più svantaggi che vantaggi a tutto il Continente".

"Un Piano A per l'Europa"

Interessante anche una lettera dello scorso aprile indirizzata al Sole 24 Ore, quando forse l'economista stava già venendo sondato come possibile ministro. "Di fronte all’impossibilità 'd’avere i numeri' perché si formi una coalizione di governo diversa, aleggia la possibilità che, per evitare una probabile crisi, il Paese sarà posto di fronte al dilemma di sottostare alla volontà europea di un’ulteriore perdita della sovranità fiscale in cambio di un’assistenza finanziaria (Grecia docet) che comporterà una tassazione massiccia e tagli salariali 'per rientrare nei parametri di bilancio pubblico'. Il risultato sarebbe una nuova caduta del PIL e dell’occupazione e il problema politico si tramuterebbe in uno di stabilità sociale, come già i risultati elettorali indicano stia accadendo", scrive Savona.

Il passaggio da sottolineare è però quello nel quale leggiamo: "La soluzione non può se non essere quella che il Presidente Mattarella non accetti un Governo che ponga il Paese in questa condizione, anche perché non rifletterebbe la volontà degli elettori, rinvii alle Camere il Governo Gentiloni e indica nuove elezioni inviando allo stesso tempo un messaggio al Parlamento in cui chieda chiarezza sulla collocazione dell’Italia nell’Unione Europea. Le proposte di approvare un reddito di cittadinanza (o come lo si chiami), di eliminare la legge Fornero e di attuare altre costose promesse vanno collocate realisticamente in questa scelta. È ciò che ho chiamato Piano A per restare in Europa. Se invece si seguono disegni velleitari, i partiti facciano sapere quale sia il loro Piano B per uscire dall’Europa". Questo endorsement per alcuni dei principali punti programmatici di Lega e M5s segue o precede contatti con Di Maio e Salvini?

"Tutt'altro che un pericolo"

A smorzare i toni di chi identifica Savona come un possibile spauracchio per Bruxelles è la stampa economica. Per Milano Finanza, l'accademico sardo è "tutt'altro che un pericolo": "Savona, è vero, è un euroscettico con razionalità assoluta. Tradotto in poche parole, il concetto del professor Savona è il seguente: il trattato di Maastricht ha stabilito degli obiettivi e di conseguenza sono stati stabiliti dei parametri all’economia dei paesi dell’Unione europea. È di tutta evidenza che gli obiettivi di Maastricht sono stati in larghissima parte mancati. Se si vogliono ottenere ancora validi per tenere l’Europa unita gli obiettivi di Maastricht, è indispensabile ridiscutere i parametri. È perfino offensivo, sia pure in un governo assai bizzarro e con fondamenta precarie, pensare che Savona possa essere un pericolo per l’Italia in Europa: al contrario, una personalità della sua razionalità, della sua esperienza, della sua dignità con capacità critica nei confronti di tutti è la migliore garanzia che ci possa essere per far sì che l’Unione europea non imploda".

Secondo Italia Oggi, Savona è "il miglior candidato possibile": "Savona non prenderà certamente ordini, ma avendo scritto l’articolo 38 del piano collegato all’articolo 3 del trattato di Maastricht, sarà una garanzia per tutti. Pensare di imporre per quella posizione di ministro dell’economia un banchiere con scarse conoscenze internazionali, con nessuna esperienza di governo e per di più abituato a dire sempre sì invece che no quando serve, sarebbe un grave errore per l’Italia e per l’Europa. Se c’è una luce in un governo dai piedi d’argilla è sicuramente la prospettiva di Savona ministro dell’economia". Per Il Sole 24 Ore, infine, "Savona non può essere considerato un euroscettico, ma di fronte a chi chiede «più Europa» risponde che l’Europa così com’è congegnata oggi non va.

Chi è Paolo Savona

"Dopo la laurea in Economia e commercio nel 1961 Savona inizia la sua carriera presso il Servizio Studi della Banca d’Italia, dove raggiunge il grado di direttore", ricostruisce Il Sole 24 Ore, "nel 1976 vince il concorso a cattedra e lascia la Banca d’Italia per insegnare Politica economica prima all’università di Cagliari e subito dopo alla Pro Deo, che contribuì a rifondare come Luiss. Lo stesso anno Guido Carli diventa Presidente di Confindustria e Savona ne diventa Direttore generale. é stato ministro dell’Industria con delega al riordinamento delle partecipazioni statali nel Governo Ciampi (aprile 1993-aprile 1994) e poi nel biennio 2005-2006, durante il governo Berlusconi III, ha guidato il Dipartimento per le Politiche comunitarie di Palazzo Chigi. È presidente della Fondazione Ugo La Malfa e vice presidente vicario dell’Aspen Institute Italia".

 

Per Treccani significa “sostituire una persona o una cosa a un’altra con funzioni e usi corrispondenti o analoghi”. Surrogare, nel mondo delle banche, vuole invece dire cambiare l’istituto di credito con il quale si è stipulato un contratto di mutuo. La surroga del mutuo, quindi, altro non è che la possibilità di trasferire il proprio debito a una banca differente, alla ricerca di condizioni migliori. Negli ultimi giorni si è parlato molto della surroga della surroga. Che cosa significa?

Surrogatori seriali

La ragione principale per decidere di surrogare un mutuo è il tentativo di stipulare un nuovo contratto, presso una banca o un istituto di credito diverso da quello originario, che consenta al mutuatario (cioè chi domanda il prestito) di ottenere condizioni più vantaggiose per estinguerlo. Cioè rivedendo ad esempio il tasso, che può essere fisso o variabile, la durata del prestito e il peso delle rate.

La surroga, altrimenti chiamata portabilità del mutuo, è gratuita secondo quanto stabilito dalla legge 40 del 2 aprile del 2007, il cosiddetto decreto Bersani. Nel testo, all’articolo 8 comma 3, si legge che “è nullo ogni patto, anche posteriore alla stipulazione del contratto, con il quale si impedisca o si renda oneroso per il debitore l'esercizio della facoltà di surrogazione”. Negli ultimi giorni, come riporta Il Sole 24 Ore, “è arrivato il momento della surroga della surroga”.

Significa che “le banche stanno spalancando le porte anche ai surrogatori seriali, ovvero a coloro che hanno già effettuato in passato una (o due) surroghe ma che, non paghi nel giusto percorso di adeguare il proprio mutuo alle mutevoli condizioni di mercato sul fronte tassi, ci provano ancora”. In altre parole i mutuatari che hanno già esercitato il diritto di portabilità, che hanno cioè già cambiato la banca con la quale hanno un mutuo pendente, possono nuovamente rivolgersi ad un altro istituto di credito per strappare migliori affari.

Conviene a tutti, ecco perché

Le banche offrono mutui, prestano cioè denaro, perché al momento della restituzione della cifra guadagnano per via degli interessi. In questo momento però il tasso di interesse, cioè il costo del denaro, “è ai minimi storici”: una situazione conveniente per chi accede a un prestito, ma decisamente sfavorevole per i mutuanti, cioè per chi offre denaro.

Per quale motivo allora le banche dovrebbero essere interessate a caricarsi crediti con scarso rendimento? In primo luogo perché in questo momento “le compravendite immobiliari non sono effervescenti”, e di conseguenza è difficile riuscire a piazzare un mutuo. E poi perché, sempre secondo il quotidiano di Confindustria, “chi surroga ora difficilmente in futuro troverà condizioni migliori in giro perché a settembre termina il Quantitative Easing, il piano di espansione monetaria della Banca Centrale Europea (Bce), e ragionevolmente i tassi dovrebbero, seppur lentamente, salire”. Per le banche sarebbe quindi giunto il momento di incamerare contratti che garantiscono anche un piccolo margine, in vista di una seconda metà dell’anno caratterizzata da tassi più redditizi, ma meno facili da vendere.

Come e quando muoversi se si ha un mutuo

Per chi ha un mutuo da estinguere, la nuova surroga consente di risparmiare alcune migliaia di euro. La simulazione de Il Sole 24 Ore – un mutuo iniziale di 120mila euro e durata 25 anni stipulato negli anni che vanno dal 2012 al 2017 – rivela che in caso di tassi variabile il risparmio può oscillare dai 5 ai 23 mila euro. In caso di tassi fissi, il taglio della rata è generalmente più corposo, potendo superare anche i 68 mila euro.

Attenzione, però. Con i prossimi movimenti della Bce "la finestra temporale di convenienza avrà verosimilmente una durata limitata, da un minimo di 6 ad un massimo di 12 mesi – chiarisce Stefano Rossini, amministratore delegato di MutuiSupermarket.it". Tutti i mutuatari che vogliono ottimizzare fino all'ultimo euro la propria situazione finanziaria odierna, riducendo al massimo il peso della propria rata mensile, hanno tempi abbastanza ridotti per valutare una nuova surroga".

Sì alla sospensione dei lavori per la TAV Torino-Lione. Anzi, no. Nelle bozze del contratto di governo Lega-M5s il tema dello stop dei lavori in corso del tunnel italo-francese è durato il tempo di una bozza. Nel documento finale, dopo tensioni, polemiche e correzioni di rotta, i due leader si impegnano a "ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia". Luigi Di Maio ha insistito anche negli ultimi giorni: un'opera che forse andava bene 30 anni fa. "Leggetevi il contratto – la replica di Salvini – da nessuna parte c’è scritto che verranno bloccati lavori e cantieri. Alcuni grandi progetti fondamentali andranno avanti, alcuni potranno essere ridiscussi".  Una posizione comunque non chiara è piaciuta Oltralpe. 

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I richiami della Francia e dell'Unione europea

La prima reazione seccata è arrivata da Bruxelles. "È difficile – ha detto la commissaria ai Trasporti, Violeta Bulc – speculare su cosa farà il nuovo governo, finché non presenta ufficialmente le sue richieste, ma è molto chiaro che il governo italiano nel 2014 ha firmato impegni per completare i corridoi Ten-T di cui fa parte la Tav". "Aspettiamo e vediamo cosa propongono", scrive il Sole 24 Ore.

​Sulla questione è intervenuto anche Etienne Blanc, vicepresidente (Les Républicains) della regione Auvergne-Rhône-Alpes con delega a seguire e sostenere i lavori della Lyon-Turin. In un'intervista rilasciata al Corriere della Sera, Blanc afferma che sarebbe assurdo fermarsi ora, dopo aver cominciato a scavare, ma soprattutto sottolinea che per "l’Italia sarebbe più costoso interrompere i lavori che proseguirli fino alla fine, come concordato".

Non solo ingenti conseguenze economiche

Sarebbe dunque impossibile sospendere i lavori senza pagare un costo rilevante in termini di risorse spese inutilmente, fondi da restituire all’Unione europea, costi di ripristino dei luoghi, eventuali penali per i contratti in corso. Le prime stime parlano di due miliardi di euro, ma queste cifre non tengono conto né della perdita dei contributi della Ue (circa 2,4 miliardi), né del danno in termini di prestigio per l'Italia che straccerebbe unilateralmente un trattato internazionale con la Francia e azzererebbe una delle opere prioritarie previste dai programmi infrastrutturali europei. 

"La Sezione transfrontaliera della Torino-Lione – si legge sul quotidiano La Repubblica – è un enorme cantiere in corso in cui sono già stati investiti oltre 1,4 miliardi in studi, progetti ed opere finanziati per metà dall'Unione Europea e al 25 per cento a testa tra Italia e Francia". Lo scrive in un comunicato il presidente dell'Osservatorio per l'Asse ferroviario Torino-Lione, Paolo Foietta, che aggiunge: "L'Europa ha inoltre già assegnato una prima tranche di 813 milioni di euro di finanziamento, nell'ambito del programma Tent-T 2015-2019, per i lavori definitivi a finanziamento del 40 per cento dei costi sostenuti nel periodo".

L'eventuale recesso dagli accordi per costruire la Tav Torino-Lione "avrebbe effetti inediti e costi enorme di complessa quantificazione" e il solo "costo diretto complessivo da restituire a Ue e Francia risulterebbe senz'altro superiore a 2 miliardi": si tratterebbe di "un precedente assolutamente nuovo nelle relazioni europee e sarebbe necessario un nuovo trattato per dettagliare le penalità".

A che punto sono i lavori

La realizzazione è attualmente in corso sulla base di quattro trattati stipulati con la Francia nel 1996, 2001, 2012 e 2015, integrato nel 2016. Il costo complessivo dell'opera è di 8,6 miliardi suddiviso fra Unione europea (40%), Italia (35%) e Francia (25%). La grande infrastruttura è lunga 65 chilometri di cui la parte principale è il tunnel di base del Moncenisio di 57,5 chilometri, di cui 45 in territorio francese e 12,5 in territorio italiano. Il 21 marzo scorso il Cipe ha dato il via libera definitivo alla variante che prevede la realizzazione dell’opera da Chiomonte invece che da Susa. A oggi sono stati realizzati il 14% dei 160 chilometri previsti in galleria. Entro il 2019 è previsto l’affidamento di appalti per 5,5 miliardi divisi in una ottantina di lotti.