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Economia

Loro Macron, noi micron. Sarebbe il titolo perfetto per raccontare la distanza tra noi e la Francia in tema di startup. Su Agi.it Riccardo Luna ha scritto questo post "Startup, sveglia Italia! Siamo fermi al palo". La nostra è una vera "Emergenza Innovazione", che da oggi proviamo a indagare, coinvolgendo i massimi esperti sull'argomento. Ma ci piacerebbe coinvolgere tutti, anche quelli che massimi esperti non sono. Se volete contribuire scriveteci qui: dir@agi.it A presto.

"Il venture? Un passatempo. La politica smetta di guardare alle startup come ammortizzatore sociale, non può essere così". Renato Gianlombardo è un'avvocato milanese. Di recente ha costituito un gruppo di lavoro specializzato nel venture capital (GOP4 Venture), e si occupa di raccolta di capitali, assistenza agli imprenditori, ai centri di ricerca. Ha commentato ad Agi i risultati sugli investimenti italiani nel primo semestre. 

 

Sono stati 75 milioni nel primo semestre gli investimenti in startup primo calo del 13% dopo 3 anni. Che succede? 
“Succede che il settore del venture capital non è ancora stato preso sul serio. Schiacciato da una cultura bancaria che finanzia l’impresa con un solido track record o con solide garanzie e dal fatto che gli operatori finanziari non sono interessati alle micro-operazioni. E nel settore l’operazione di maggior valore del 2016 è stata di 7 milioni di euro. Insignificante per il mondo della finanza. Inoltre, l’interesse degli operatori con grandi disponibilità finanziarie è assente e spesso è un passatempo per coloro che operano da business angels. 

Un passatempo? 
“E’ un po’ come giocare al casino. Il settore finanziariamente è del tutto irrilevante. Quanto all’intervento pubblico, dopo alcune iniziative, invero molto limitate nell’ammontare messo a disposizione del settore, il flusso di investimenti in fondi si è fermato e le risorse dei venture capital si stanno prosciugando”.

Si parla molto di startup come volano per la crescita economica, ma serve a poco. Quali sono le cause secondo lei? 
“Una seria politica sulle startup e sull’innovazione richiede misure ed incentivi che insistano per un lungo periodo di tempo sia sui sistemi principali che a livello di sottosistema. Gli operatori e gli investitori li devono conoscere, ne devono apprezzare i benefici e si devono fidare che non vengano rimessi in discussione l’anno successivo. Nel Regno Unito ci sono voluti vent’anni. Le startup immettono nella nostra società una nuova cultura d’impresa che è indiscutibilmente parte integrante del terzo millennio. Piuttosto bisogna capire cosa si sa fare senza inseguire illusioni o immaginare di avere un ruolo dove invece ci sono già giganti planetari”. 

Ci fa un esempio di "illusione"?
“E il caso dell’ICT dove largamente importiamo idee che spesso non sono innovative ma comunque utili ad un aggiornamento del livello dei servizi del nostro Paese. Credo invece che si possa giocare un ruolo nel settore degli spin off di ricerca. Purché si avvii in tempi rapidi un processo di riforma normativa, disinnescando il conflitto di interesse che condiziona lo spin off accademico”. 

Quale conflitto di interesse? 
“Mi spiego. Vanno rese autonome le unità di valorizzazione della ricerca in modo che i migliori brevetti siano disponibili per il mercato degli investitori in tempi compatibili con le loro aspettative. Oggi invece il processo di valorizzazione è lento è troppo spesso sottoposto a logiche accademiche allineate più alla ricerca di base che alla creazione di un’impresa. Insomma nella nostra università si coltivano ancora principalmente due o tre cose: il sogno di concorrere per il Nobel, il posto fisso del ricercatore e, in qualche caso,  anche l’esigenza di finanziare le proprie cattedre. Comprende che con questi presupposti il mercato degli spin off è assolutamente incapace di esprimere le potenzialità pur rilevanti che possiede. Sono stato recentemente in Silicon Beach nel sud della California dove stanno implementando un modello di startup che valorizza le vocazioni culturali e imprenditoriali, sociali di quel territorio: gaming, entertainment, social media company. Ecco questo può essere un modello. Evitare di inseguire i fasti della Silicon Valley e concentrarsi sulle proprie competenze e sulle vocazioni del proprio territorio”.

Come mai è così difficile trovare investitori per sviluppare un'infrastruttura di venture capital adeguata al mercato italiano?
“I capitali viaggiano insieme alla credibilità di chi li usa. Se non abbiamo un ecosistema che dimostra di avere le idee chiare non avremo investitori che affideranno le proprie risorse al sistema Italia. La comunità del venture capital si è fino ad oggi sviluppata essenzialmente tramite attività pro-bono, di soggetti visionari che hanno immaginato di poter supportare gli startupper agendo come menthor, tutor, incubatori, angels, legali, advisor finanziari. Quanto all’intervento pubblico abbiamo forse la legge sulle startup più avanzata in Europa, crowdfunding incluso. Ciononostante non riusciamo ad essere attrattivi. Questa è la prova il pubblico può essere una condizione necessaria ma non sufficiente. Anzi questa tipologia di intrvento può essere controproducente se comincia a giocare la partita in concorrenza con i venture capital o con gli altri operatori finanziari. Comunque a mio parere le difficoltà sono analoghe a quelle che vedono l’Italia in difficoltà nell’attrazione degli investimenti. Con un’aggravante. Il nostro Paese negli ultimi vent’anni non è mai stato percepito come una start up nation neanche in Italia”.

Molti lamentano l'assenza di investitori istituzionali, è vero? 
“Ci sono. Ma dobbiamo intenderci altrimenti generiamo confusione. Questi, sono investitori che impiegano le loro risorse in funzione degli scopi istituzionali dell’ente. E’ di tutta evidenza come ci sia una differenza tra gli investimenti di una banca e gli investimenti di una cassa di previdenza o di un fondo pensione. Se non si comprende che la prima tende a generare profitto per i propri azionisti e i secondi mirano a mantenere il capitale per pagare le pensioni non abbiamo chiaro il quadro di riferimento”. 

C'è un'idea che comincia a diffondersi: le startup italiane non valgono molto, sono scarse. Quanto c'è di vero? 
"Una startup può valere poco, molto o anche nulla. Dipende da vari fattori e dagli obiettivi che ci si propone. Se si immagina di investire ogni volta in una potenziale Google, allora le startup italiane valgono quasi tutte nulla, ma se si immagina di farle fare un dignitoso percorso imprenditoriale con politiche di marketing corrette e una visione imprenditoriale adatta al nostro mercato con una proiezione internazionale, ove possibile, allora può valere il giusto o anche molto rispetto al capitale iniziale. Il dato culturale più complicato da superare nel nostro Paese è l’insuccesso”. 

Ovvero?
“Chi ha insuccesso è bannato, messo fuori gioco, isolato. Mentre, il fallimento è un elemento naturale delle startup. Tutte le classifiche o i report non parlano mai di quante start up sono fallite e di cosa hanno fatto i founders nell’esperienza successiva. Questo sarebbe il dato più significativo anche per esorcizzare la paura del fallimento e credo sia anche utile per poter investire proprio su coloro che hanno imparato di più dagli errori. Una frase celebre recita: non perdo mai, o vinco o imparo”.

Piccola sintesi: cosa manca secondo lei all’Italia? 
“Abbiamo detto che la legislazione e all’avanguardia e la politica fiscale può essere una leva ma non sarà il motivo principale per il quale investire. Parlare di barriere culturali in questo Paese è come parlare di frigoriferi al polo nord. Il resto non ha un valore rilevante. Io penso invece che ci siano alcune cose da fare o evitare. La politica deve evitare di immaginare che le startup siano un ammortizzatore sociale ed evitare di creare ecosistemi in modo randomico. Ci sono due poli che si stanno cominciando lentamente ad affermare Roma e Milano".

Milano ok, ma anche Roma? 
“Certo. Roma comincia ad essere attraente per startup e investitori e mentre Milano esercita la sua vocazione finanziaria. Si pensi che a fronte della quasi totale presenza di venture capital sulla piazza di Milano, nel 2016 nel Lazio si sono realizzati 16 investimenti in start up mentre in Lombardia solo 30. Quindi si tratta di puntare e qualificare e far conoscere l’offerta di start up. Per invertire la tendenza bisogna offrire un prodotto di elevata qualità sia sul piano tecnologico o innovativo sia sul piano delle risorse e del capitale umano disponibile. Inoltre penso che si debba decisamente puntare sugli spin off accademici o di ricerca. Nel 2016 si sono registrati 92 deals per un ammontare complessivo di 200 milioni, l’85% dei quali sono private enterprises, il 5% corporate venture e il 10% university spin off. Abbiamo settori di grande valore nei quali dovremmo cominciare a specializzarci e farci conoscere a livello internazionale e nei quali l’università e i centri di ricerca possono dare un contributo essenziale. Cito i settori a maggior crescita nel 2016 (ICT escluso): filiera della salute, alimentazione, robotica e meccatronica, turismo”.   

Nei primi 5 mesi dell'anno frenano i contratti a tempo indeterminato, sono solo 1 su 4, e scendono di quasi il 37% rispetto allo stesso periodo del 2016. E' boom di contratti di lavoro a chiamata a tempo determinato che segnano un incremento di oltre il 116%, aumento dovuto "alla necessità delle imprese di individuare strumenti sostitutivi dei voucher", cancellati dalla metà dello scorso mese di marzo.

I dati emergono dall'Osservatorio Inps sul precariato. Scende il numero complessivo dei licenziamenti (pari a 235.000), in riduzione rispetto al dato di gennaio-maggio 2016 (-2,6%) ma aumentano quelli disciplinari: quelli per giusta causa o giustificato motivo soggettivo salgono del 5,4%. In lieve aumento invece le dimissioni (+1,3%). Entrando nel dettaglio nei primi 5 mesi dell'anno (gennaio-maggio 2017) i datori di lavoro privati hanno stipulato 529.412 nuovi rapporti di lavoro, le trasformazioni a tempo indeterminato sono state 116.540 e 33.642 gli apprendisti trasformati a tempo indeterminato, mentre le cessazioni sono state 636.129, per un saldo positivo di 43.465 unità.

I contratti stabili crescono solo nel privato

Il numero è inferiore del 36,7% rispetto al saldo positivo di 68.706 contratti stabili registrato nello stesso periodo del 2016. Nei primi cinque mesi del 2017, nel settore privato, prosegue l'Inps, si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +729.000, superiore a quello del corrispondente periodo sia del 2016 (+554.000) che del 2015 (645.000). Su base annua, il saldo consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro. Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi), a maggio 2017, risulta positivo e pari a +497.000.

Tale risultato cumula la crescita tendenziale dei contratti a tempo indeterminato (+21.000), dei contratti di apprendistato (+48.000) e, soprattutto, dei contratti a tempo determinato (+428.000, inclusi i contratti stagionali e i contratti di somministrazione). Queste tendenze sono in linea con le dinamiche osservate nei mesi precedenti e attestano il proseguimento della fase di ripresa occupazionale.

Aumentano le assunzioni, ma a tempo determinato

Complessivamente le assunzioni, sempre riferite ai soli datori di lavoro privati, nei mesi di gennaio-maggio 2017 sono risultate 2.736.000, in aumento del 16,0% rispetto a gennaio-maggio 2016. Il maggior contributo è dato dalle assunzioni a tempo determinato (+23,0%), mentre sono diminuite quelle a tempo indeterminato (-5,5%). A livello generale, oltre all'incremento dei contratti di somministrazione a tempo determinato (+14,6%), appare particolarmente significativa la crescita vigorosa dei contratti di lavoro a chiamata a tempo determinato, che, sempre nell'arco temporale gennaio-maggio, passano da 76.000 (2016) a 165.000 (2017), con un incremento del 116,8%.

Questi andamenti hanno portato ad un'ulteriore riduzione dell'incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (25,9%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l'esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato.Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (ivi incluse le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti) sono risultate 150.000, con una lieve riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016 (-1,8%). Le cessazioni nel complesso sono state 2.007.000, in aumento rispetto all'anno precedente (+11,2%): a crescere sono soprattutto le cessazioni di rapporti a termine (+18,4%) mentre quelle di rapporti a tempo indeterminato sono leggermente in diminuzione (-1,3%). Quanto infine alla composizione dei nuovi rapporti di lavoro in base alla retribuzione mensile, si registra, per le assunzioni a tempo indeterminato intervenute a gennaio-maggio 2017, una riduzione della quota di retribuzioni inferiori a 1.750 euro (55,0% contro 57,9% di gennaio-maggio 2016). 

Tanto tuonò che piovve. L'addio annunciato di Flavio Cattaneo dalla carica di amministratore delegato di Tim è ora ufficiale. Nominato nel marzo 2016, Cattaneo aveva di recente smentito le voci su un suo 'addio' ma probabilmente le frizioni con il nuovo azionista di maggioranza, la francese Vivendi, sono state determinanti per un cambiamento al vertice della società.

Il perché di un addio

A determinare la tensione con Vivendi, secondo indiscrezioni riportartate da La Stampa, sarebbero state le frasi con le quali l’ad ha aspramente criticato i bandi Infratel, aprendo un ulteriore scontro con il governo sulla banda larga. Tensioni di cui Vivendi – scrive il quotidiano torinese – avrebbe fatto volentieri a meno visto i numerosi fronti su cui è già esposta, a partire dal contenzioso con Mediaset. La situazione sarebbe precipitata dopo l'attacco sferrato dal manager al piano del governo per la banda ultralarga nelle aree a fallimento di mercato e anche alla luce delle polemiche sollevate dall'acquisizione di Metroweb da parte di Enel. 

Avrebbe inoltre pesato anche il non di sicuro brillante andamento del titolo (nonostante gli ottimi risultati ottenuti sul fronte dei costi e sul recupero dei ricavi), recentemente protagonista di trionfi e tonfi in Borsa.

Chi è Flavio Cattaneo

Classe 1963, laureato in Architettura al Politecnico di Milano, dopo aver ricoperto varie cariche dirigenziali, nel 2003 (fino all'agosto 2005) Cattaneo – prima di approdare alla carica di ad di Tim – è stato direttore generale della Rai. Della tv pubblica è stato il più giovane direttore generale, e questa esperienza è stata particolarmente significativa per lui al punto che in seguito così commentò: "Due anni in Rai equivalgono a venti in un'altra azienda". 

E' poi approdato a Terna, azienda proprietaria della rete di trasmissione elettrica, dal primo novembre 2005 al 27 maggio 2014, confermato per tre mandati consecutivi, durante i quali ha curato l'espansione in Sudamerica e nei Balcani. Dal dicembre 2014, è entrato poi nel cda di NTV come consigliere indipendente per diventare amministratore delegato all'inizio dello scorso anno. Nominato Cavaliere del Lavoro nel 2011, è famoso alle cronache anche per il suo matrimonio con l'attrice Sabrina Ferilli. 

Recentemente, il suo nome era stato suggerito in occasione della scelta del successore di Mauro Moretti alla guida delle Ferrovie dello Stato. Ma la candidatura era stata smentita dallo stesso manager.

Un addio da 25 milioni

Il consiglio di amministrazione di Tim convocato per lunedì prossimo, dopo che il Comitato nomine avrà espresso il proprio parere sulla risoluzione del contratto con l'amministratore delegato, Flavio Cattaneo, si limiterà a ratificare l'intesa raggiunta tra le due parti. Pertanto, secondo quanto si apprende, l'ad resterà in carica almeno fino al cda del 27 luglio convocato per approvare i conti relativi al primo semestre del 2017.

Il giorno successivo Cattaneo terrà anche l'usuale conference call con gli analisti. Quindi l'addio e la buonuscita milionaria che ammonterebbe a circa 25 milioni di euro perché la naturale scadenza sarebbe stata tra tre anni, cioè nel 2020..

Il 2017 sarà un anno di cambiamenti, alcuni positivi con l’acquisizione di nuovi sbocchi commerciali altri con perdite di quote di mercato, per il sistema-vitivinicolo nazionale.  “Per il mercato del vino si profila un anno di sorpassi, con l’Italia che rischia di cedere alla Francia lo storico scettro nel mercato più importante al mondo – gli Usa – mentre è in netto recupero in Cina, dove si appresta a scippare il quarto posto alla Spagna. Complessivamente l’Italia esce malconcia dai primi 5 mesi di export nei Paesi terzi rispetto ai competitor francesi e ai cileni, i primi perché riescono a impiegare meglio di noi le risorse Ue per la promozione, i secondi invece cominciano a monetizzare al massimo gli accordi di libero scambio, come in Giappone e Cina”. Lo ha detto la Ceo di Business Strategies, Silvana Ballotta, a commento dei nuovi dati elaboratii dall'osservatorio Paesi terzi di Business Strategies – realizzato in collaborazione con Nomisma Wine Monitor – sulle importazioni dei principali mercati di sbocco (Usa, Cina, Giappone, Svizzera, Brasile, Norvegia e Sud Corea) che hanno aggiornato le proprie statistiche doganali ai primi cinque mesi di quest’anno.

Nel complesso, il dato italiano nei 7 mercati – che è certamente ancora parziale ma già indicativo sull’anno – segna un incremento delle proprie quote di mercato solamente in 2 Paesi (Cina, dal 5,6% al 6,2%; Brasile, dal 9,2% al 10,5%), mentre perde in Usa, Giappone, Svizzera, Norvegia e Corea del Sud. Assieme alla Francia, che migliora le proprie quote di mercato in 5 Paesi su 7 (con perdite in Cina e Corea del Sud), è invece ottima anche la performance del Cile, che grazie ai Free trade agreement vola in Cina, a +24,3% e in Giappone (+15,6%), dove attualmente i dazi sul vino europeo sono i più alti tra i top buyer. E se nel gigante asiatico il Belpaese mette la freccia sulla Spagna grazie a una crescita del +13% in valore (a 57 milioni di euro), negli Usa la battuta d’arresto italiana (-0,1% sul pari periodo 2016 con il dollaro come valuta) pesa ancora di più perché è a tutto vantaggio della Francia, che segna un incremento del 14,2%. A oggi – secondo le elaborazioni dell’Osservatorio – il valore in dollari delle importazioni di vino italiano è di circa 727 milioni di dollari, contro i 674 milioni di quello transalpino: se il trend dovesse rimanere tale, entro il prossimo autunno potrebbe avvenire lo storico sorpasso nel principale ‘feudo’ italiano del vino.

Altro sorpasso, ancora più imminente, può verificarsi in Norvegia, e in ballo c’è la leadership di mercato che ancora una volta l’Italia rischia di cedere alla Francia. Qui il made in Italy, che cede il 22,3% in valore, ha esportato per 36,4 milioni di euro, con i cugini a 33,9 milioni. Altro rischio arriva da un mercato terzo importante come quello della Svizzera: qui la Francia (+23,9%) insidia la leadership italiana, ferma a +0,8% e un controvalore di 144milioni di euro, contro i 138 dei francesi. Infine, in Brasile l’Italia (+45,3%) prova il recupero di una posizione – questa volta ai danni della Francia al quarto posto – mentre in Corea del Sud il sorpasso è appena stato effettuato dagli Usa (+14,2%) ai danni dell’Italia (-6,7%), che scende dal podio.

I POSSIBILI SORPASSI

Vola l’export ma il mercato interno vale il 30%

Quella del vino biologico in Italia è una storia di successo: 1 italiano su 4 nel 2016 ha avuto almeno un’occasione di consumo – a casa o fuori casa –  di vino biologico e la percentuale è in continua crescita (nel 2015 era pari al 21% e, solo nel 2013, il 2%). Ma a crescere non è solo la quota di consumatori: nel 2016 le vendite di vino biologico hanno raggiunto complessivamente 275 milioni di euro, registrando un +34% rispetto al 2015. Il mercato interno (considerando tutti i canali: GDO, canali specializzati in prodotti biologici, enoteche, ristorazione/wine bar, vendita diretta …) vale il 30% del totale (83 milioni di euro, +22% rispetto al 2015). La fetta più grossa del giro d’affari complessivo è realizzata sui mercati internazionali: 192 milioni di euro, con un’impennata del +40% rispetto al 2015 (a fronte di un più tenue +4% dell’export di vino totale).  E’ quanto emerge dalla ricerca Wine Monitor Nomisma realizzata in occasione del VINO BIO DAY per ICE-Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane.

Fonte: Survey Wine Monitor Nomisma 2017 per ICE-Agenzia©

L’export di vino biologico italiano pesa per il 3,4% sul totale dell’export di vino dall’Italia, ma il trend è in continua crescita (1,9% nel 2014 e 2,6% nel 2015), grazie anche a una forte propensione all’export delle aziende bio: dall’indagine Wine Monitor Nomisma per ICE-Agenzia, emerge che, presso le aziende italiane intervistate, l’export di vino bio “pesa” per il 70% sul fatturato complessivo (contro una propensione all’export del 52% del comparto del vino italiano nel complesso). Nel 2016 il 79% delle aziende che producono vini biologici ha esportato la qualità e l’eccellenza del vino italiano fuori dai confini nazionali. Per quanto riguarda i principali mercati presidiati, l’Unione Europea rappresenta la principale destinazione (66% a valore) e come per l’agroalimentare, la Germania rappresenta il mercato di riferimento per i vini italiani bio (33% del fatturato estero realizzato nel 2016), seguita dagli Stati Uniti (12%).

Fonte: Survey Wine Monitor Nomisma 2017 per ICE-Agenzia©

Punti di forza e di debolezza delle nostre aziende? Le carte vincenti di chi esporta sono innanzitutto la qualità dei vini bio (il 30% ritiene che questo sia il principale punto di forza), un marchio aziendale apprezzato e l’affidabilità dell’azienda (17%); fondamentali anche le garanzie offerte dalla tracciabilità del prodotto (14%). Le imprese italiane che oggi non esportano non hanno a disposizione gli strumenti per commercializzarli (lo dichiara l’85% delle imprese non export-oriented). Dimensioni ridotte, quindi, – il 27% non possiede adeguate risorse finanziarie per conquistare i mercati esteri, un ulteriore 23% non ha le capacità in termini di volumi – ma anche mancato interesse da parte dell’impresa stessa (8%) o del mercato estero (8%). Tra i principali ostacoli di sistema che contribuiscono a frenare la presenza delle imprese vitivinicole sui mercati esteri vi sono vincoli doganali e tariffari (27%), e la mancanza di un’adeguata capacità di promozione dell’azienda (19%).

Cosa prevedono le aziende per i prossimi anni? Per il prossimo triennio a trainare le vendite italiane all’estero saranno soprattutto i mercati terzi, primo fra tutti quello statunitense (lo pensa il 28% degli operatori); ottime aspettative anche per il mercato UE, su cui si manterrà alto l’interesse. La maggior parte delle imprese sono ottimiste anche per il futuro: 1 su 4 prevede un forte aumento (di oltre il +10%) del proprio fatturato sui mercati esteri nei prossimi 3 anni, un ulteriore 54% prevede comunque una crescita (seppur compresa tra +2% e +10%). Più dei 2 terzi delle aziende scommette sulla crescita dell’export e le imprese rimanenti non prevedono per il futuro variazioni sostanziali del proprio giro d’affari, ma nessuna si attende una diminuzione delle vendite futuro.

Vino Bio italiano all’estero piace

Il successo del vino biologico oltrepassa quindi i confini nazionali: come ben testimoniano i risultati della Survey Wine Monitor Nomisma realizzata per ICE-Agenzia che analizza le abitudini e i comportamenti di acquisto di due mercati rilevanti per i vini biologici: Germania e Regno Unito. Questi mercati presentano grandi prospettive per il nostro paese essendo innanzitutto perché sono tra i primi importatori di vino italiano (il 22% del vino importato in UK è italiano, il 36% in Germania). In UK, secondo i dati Global Snapshot NIELSEN le vendite di vino bio nella GDO nel 2016 si attestano a 21 milioni di Euro, con uno share di biologico dello 0,4% sul totale dei vini venduti. La crescita sul totale dei vini venduti nell’ultimo anno è significativa e si attesta intorno al +24% a fronte di un lieve decremento del vino in generale, -0,1%. Dall’analisi delle vendite della GDO deriva un altro elemento positivo per il vino bio: in UK un quarto delle bottiglie bio vendute è italiano.

Fonte: WINE MONITOR Nomisma su dati Global Snapshot NIELSEN per ICE-Agenzia©

L’interesse per il vino bio è confermato anche dall’opinione e dalle preferenze del consumatore, sia nel Regno unito sia in Germania: la quota di consumatori che negli ultimi 12 mesi ha bevuto almeno una volta un vino biologico è del 12% in Germania e del 9% in UK (dove è molto più alta la quota di chi lo consuma fuori casa: il 34% dei wine user bio rispetto al 18% in Germania). Come per l’Italia, la preferenza sul vino bio ricade soprattutto su rossi e bianchi fermi in entrambi i mercati, seguono in UK il rosso frizzante e in Germania il bianco frizzante. In entrambi i mercati i vini bio vengono acquistati principalmente in Iper e supermercati (38% in UK, 33% in Germania). In UK il consumatore di vino bio spende in media per una bottiglia da 750 ml intorno alle 13 sterline, in Germania 8 euro. Secondo i consumatori (42% in UK e 40% in Germania), i vini bio Made in Italy hanno qualità mediamente superiore rispetto ai vini bio di altri paesi. Qualità che ricorre nuovamente tra gli attributi evocativi: in entrambi i mercati, nel pensare al vino biologico italiano il 19% indica “alta qualità”, mentre un ulteriore 15% individua nell’ autenticità il principale valore. Senza dubbio il vino biologico Made in Italy gode di un’ottima reputazione oltre i confini nazionali, con un potenziale ancora non del tutto valorizzato: l’84% dei consumatori di vino – sia in UK che in Germania – è interessato ad acquistare un vino biologico Made in Italy se lo trovasse presso i ristoranti/negozi abituali.

(AGI) – Roma, 21 lug. – E' stato siglato oggi il Protocollo d'Intesa tra Ufficio Scolastico Regionale per l'Emilia Romagna, Ufficio V – Ambito Territoriale di Bologna e Confagricoltura Bologna, finalizzato a promuovere attivita' di collaborazione, scambio di esperienze e arricchimento dell'offerta formativa, inclusa la promozione di percorsi di alternanza scuola-lavoro. Le azioni saranno co-progettate con le Scuole del territorio dello specifico settore, quali gli Istituti Tecnici "A. Serpieri" di Bologna e "Scarabelli-Ghini" di Imola.
La firma del protocollo di intesa consente di strutturare e promuovere fattivamente la realizzazione di attivita' didattiche (seminari, progetti), attivita' sperimentali congiunte, stage aziendali, tirocini formativi.
Strategico e' ritenuto anche l'investimento sulle opportunita' di orientamento, di supporto all'inserimento lavorativo e di promozione dell'imprenditorialita'.
Si ricorda, peraltro, che i percorsi di alternanza scuola-lavoro sono obbligatori per tutti gli studenti dell'ultimo triennio delle scuole di grado superiore [Legge n. 107 del 2015 (La Buona Scuola)].
La collaborazione appena siglata e' mirata a mettere a disposizione, con il supporto di Confagricoltura, attivita' e aree di progetto concepite ad hoc per sviluppare una progettazione con gli Istituti Tecnici della provincia, da realizzarsi presso le aziende associate dell'ambito agroalimentare-ambientale o presso l'associazione medesima.
Le attivita' didattiche e di tirocinio potranno essere ispirate al massimo aggiornamento tecnologico e alla valorizzazione del potenziale tipico del territorio nel comparto agro-alimentare, sempre letti attraverso la coscienza del prioritario tema della tutela dell'ambiente.
Il Presidente di Confagricoltura Bologna, Guglielmo Garagnani, ha spigato: "Abbiamo deciso di investire nella formazione di una nuova generazione di imprenditori agricoli raccontando ai ragazzi degli Istituti cosa significhi davvero lavorare nei campi, consapevoli che esista un considerevole divario tra percezione e realta'. Lo faremo insegnando loro a fronteggiare le difficolta' del fare impresa oggi, perche' l'agricoltura ha bisogno di giovani preparati e pronti ad affrontare le sfide del comparto con idee innovative, grande professionalita' e business plan orientati al mercato. E' quindi necessario un patto tra agricoltori e scuole del territorio e noi ci impegneremo offrendo saperi, esperienza e progettualita'".
In termini operativi, le attivita' partiranno con l'imminente Anno Scolastico e saranno progettate e coordinate sotto la guida di uno specifico Tavolo di Coordinamento, cui siederanno i Dirigenti Scolastici degli Istituti "A. Serpieri" e "Scarabelli-Ghini", rappresentanti di Confagricoltura e dell'Ufficio Scolastico Regionale – Ufficio V. (AGI)
Bru

Loro Macron, noi micron. Sarebbe il titolo perfetto per raccontare la distanza tra noi e la Francia in tema di startup. Su Agi.it Riccardo Luna ha scritto questo post "Startup, sveglia Italia! Siamo fermi al palo". La nostra è una vera "Emergenza Innovazione", che da oggi proviamo a indagare, coinvolgendo i massimi esperti sull'argomento. Ma ci piacerebbe coinvolgere tutti, anche quelli che massimi esperti non sono. Se volete contribuire scriveteci qui: dir@agi.it A presto.

 

Roberto Magnifico è uno dei cosiglieri di LVenture Group, attivo a Roma, dove lavora a Luiss Enlabs, l'acceleratore di startup nato a Termini. Investitore, buisiness angel, di formazione anglosassone prova da anni a portare un po' di quella 'cultura' dell'innovazione che ha fatto grandi le startup inglesi ma che in Italia ancora non è riuscita a decollare. 

Se saranno confermati i dati del primo semestre (75 milioni), quest'anno potrebbe essere il primo dove gli investimenti in startup in Italia diminuiscono sull'anno precedente (-13%). Cosa non va?
"Una educazione adeguata alla cultura del Venture Capital ed un maggior coinvolgimento dell'imprenditoria italiana che deve uscire dai suoi campanilismi ed apprezzare (capire) l'impatto che hanno ed avranno i modelli di business digitali sulle loro imprese per rimanere competitivi sui mercati. Inoltre devono essere molto più attivi sul fronte del M&A, fronte sul quale sono penosamente carenti rispetto alle imprese concorrenti estere".

Quanto il legislatore ha fatto finora, dagli incentivi alla politica fiscale, basta? 
"I risultati deludenti della crescita delle startup e degli investimenti in Italia sono da imputare solo alla politica? In una parola si. Tocca alla politica avviare piani di sviluppo industriale. Tanto è stato fatto, indubbiamente. Ma lo strumento principe che manca è un fondo dei fondi che investa a fianco dei VC italiani, ma non solo, prospetticamente anche a fianco di VC stranieri che sarebbero attirati in Italia per investire sulle startup italiane se vi fosse un piano del governo serio, più semplicemente paragonabile a quelle messe in atto in Francia piuttosto che in israele. Facendo un "copia e incolla", senza cercare di re-inventarsi la ruota".

Una volta in una conferenza hai detto che quando andate a parlare con privati e altri investitori delle vostre startup 'parlate lingue differenti', non vi capiscono. Ci spieghi meglio cosa intendevi? 
"Che la cultura del venture capital non è ancora adeguatamente diffusa. Manca anche una conoscenza dei modelli di business digitali". 

Alcuni cominciano a pensare dopo anni al palo che le startup italiane non siano in grado di scalare perché 'non sono buone'. Che ne pensi?

"Non vi alcuna differenza nella maniera più assoluta fra una startup italiana ed una straniera. Certo è che se un team ambisce più allo stipendio (fisso) che a costruire una sua impresa, azienda ed a conquistare il mondo con essa, è un'altra storia. Ma non è una questione di nazionalità. Coloro che sostengono il contrario esprimono mere opinioni da bar. Ruolo degli investitori è saper individuare talenti imprenditoriali adeguati a perseguire i loro obbiettivi, e non mancano. Leggo ogni giorno di startup all'estero che non ce la fanno o che falliscono. Ne più ne meno come in italia. Noi siamo qua per assistere imprenditori ambiziosi con mete ambiziose. Gli altri non hanno nulla che noi non abbiamo. Poi si può parlare di ecosistema adeguato ecc. ecc. ma noi abbiamo di fronte una opportunità pazzesca e di cui vogliamo e stiamo cogliendone l'occasione".

Nel 2016 gli investimenti di venture capital in seed e startup italiane hanno finanziato 92 società, per un valore pari a 181,4 milioni di euro. Entrambi i dati sono in crescita rispetto allo scorso anno. Del 19% il primo (le società finanziate nel 2016 erano state 77) e del 51% il secondo (120 milioni nel 2016). Si conferma così il tasso di crescita dello scorso anno. È quanto emerge dal Rapporto Venture Capital Monitor, presentato dalla LIUC-Università Cattaneo, Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt (Aifi) ed Eos Investment Management.

Se si allarga il perimetro ai busines angel, il totale delle società finanziate arriva a 129 (con un progresso anno su anno del 10%) e 202 milioni. Gli investiori informali costituiscono un decimo del mercato dell'early stage italiano. Il rapporto ha censito, per la prima volta, anche i cosiddetti follow on (cioè i round successivi al primo compiuti dalle società già presenti nel capitale). Sono dieci e aggiugno al conto altri 38,9 milioni di euro: la cifra sale quindi a 220,5 milioni. Ma qui, essendo un dato inedito, non c'è la possibilità di un confronto con il passato. Con alcuni grandi deal a concentrare buona parte delle risorse: i primi dieci dell'anno hanno attirato 98 milioni, più della metà del totale. Nel monitor dell'Aifi vengono considerate le società con sede italiana ma anche startup con sede all'estero ma direttamente riconducibili a fondatori italiani.  

I 10 round di investimento a doppia cifra del 2016

  • FaceIt 13,5 milioni – Londra 
  • Sysdig 13,5 milioniSan Francisco
  • Talent Garden 12 milioni Milano
  • Nouscom 12 milioniBasilea
  • Yewno 10 milioni Redwood, CA
  • AnaBios 9 milioni San Diego
  • Rigenerand 8,7 milioni –  Medolla, Modena
  • SilkBiomaterials 7 milioni Como
  • BeMyEye 6,5 milioni Milano
  • MoneyFarm 6,3 milioni – Londra – Milano

In Italia attivi 82 investitori

Il numero degli investitori attivi (coloro che hanno fatto almeno un’operazione durante l’anno) si attesta a 82 (business angel esclusi): +71% rispetto al 2015, quando erano 48. Sono ancora in gran parte italiani (solo il 18% è straniero). Ma lo scenario cambia se si guarda il peso dei round: circa la metà della cifra complessiva arriva dall'estero.

“Il venture capital sta crescendo e i dati lo dimostrano", afferma il presidente di Aifi Innocenzo Cipolletta. "Ci sono tutte le condizioni perché possa decollare: siamo un Paese con buona ricerca, capacità imprenditoriale ed elevato risparmio". Cui si sono aggiunti "dal governo Monti in poi – afferma Cipolletta – semplificazione e agevolazioni", con il sostegno "degli operatori di secondo livello come Cassa depositi e prestiti".

'Lieve crescita ripetto al 2016'

Le cifre complessive, anche se in progresso, restano comunque lontane dalle medie europee. E (obiettivo tutt'altro che scontato) andranno confermate. Francesco Bollazzi, responsabile dell'Osservatorio Venture Capital Monitor si attende “un 2017 in linea o in lieve crescita rispetto al 2016”. Nonostante un primo semestre non proprio brillante. E resta (anche in questo caso nonostante i passi avanti) un problema di taglia. L’investimento medio in seed capital è di 950 milioni di euro per l’acquisizione di quote del 19%. Nelle operazioni di startup, l’ammontare medio è stato di 2,7 milioni di euro per rilevare una quota media di partecipazione pari al 21%.

'Servono obiettivi più alti'

“Dobbiamo porci obiettivi più alti – afferma Anna Gervasoni, direttore generale Aifi e professore Ordinario alla Liuc – e lavorare per la crescita degli operatori e lo sviluppo di un ecosistema più incisivo, dando un peso maggiore alle Università e ai centri di ricerca che sono e possono essere ancor di più traino della ricerca e dell’innovazione così come accade nei contesti più virtuosi”.

Settori e geografia hanno assetti costanti. Come per gli anni passati, la Lombardia è la regione in cui si concentra il maggior numero di operazioni: costituisce un terzo del mercato. Seguono Lazio, con il 17%, ed Emilia Romagna, con il 5%. L’Ict monopolizza l’interesse dei venture capital, convogliando il 37% dei round.

(AGI) – New York, 19 lug. – Avvio positivo per Wall Street, anche grazie ai buoni risultati della banca Morgan Stanley, che avanza del 3,6%. Il Dow Jones cresce dello 0,01% a 21.576 punti, lo S&P guadagna lo 0,23% a 2.466 punti e il Nasdaq sale dello 0,47% a 6.374 punti. Sui mercati pesa l’incertezza politica dopo lo stop del Congresso Usa al Trumpcare. (AGI)
Gaa

(AGI) – Roma, 19 lug. – Al via l’innovativa Certificazione di Sostenibilita’ dell’Olio Extravergine di Oliva, promossa da Oleificio Zucchi e garantita da CSQA. Il progetto, presentato a Roma, nasce come evoluzione di una precedente idea sviluppata da Zucchi con Legambiente e con le organizzazioni di produttori olivicoli Aipo, Cno – Consorzio Nazionale Olivicolo, Confoliva, Unapol, Unaprol e Unasco, e si fonda su quattro pilastri: oltre ai tradizionali ambiti di valutazione Ambientale (agricoltura a produzione integrata, ciclo di vita, impatto ambientale, biodiversita’) e Sociale (rispetto dei lavoratori e della comunita’, lotta al caporalato, formazione), questo progetto vede aggiungere l’aspetto Economico (prezzo equo, generazione e distribuzione della ricchezza, redditivita’, efficienza) e, grazie al supporto di Unaprol, anche quello Nutrizionale per portare sulle tavole un olio con specifici parametri merceologici, nutrizionali e salutistici.
A rendere possibile questo percorso e’ la prima Certificazione di Sostenibilita’ per la filiera dell’Olio Extravergine di Oliva, uno strumento che garantisce quindi l’eccellenza della produzione italiana, attraverso un lavoro comune per la sostenibilita’ e la trasparenza, che porti sulle tavole un olio extravergine di oliva buono, salutare, rispettoso dell’ambiente e del territorio. Cinquecento cultivar riconosciute per una biodiversita’ che non ha eguali al mondo, un fiore all’occhiello del Made in Italy agroalimentare che merita di essere valorizzato attraverso un impegno condiviso.
Dalle associazioni dei produttori olivicoli, rappresentate da David Granieri, Presidente Unaprol, Gennaro Sicolo, Presidente CNO, Tommaso Loiodice, Presidente Unapol e Paolo Mariani, Confoliva, e’ “forte la volonta’ di fare sinergia per cambiare approccio e lavorare per la valorizzazione degli aspetti di qualita’ e sostenibilita’. Per far questo e’ necessario il contributo di tutti i produttori, ai quali pero’ va un riconoscimento economico per il valore aggiunto di una produzione che garantisca l’eccellenza”, spiegano.
Per Giovanni Zucchi, Vice Presidente di Oleificio Zucchi, la Certificazione e’ “una preziosa occasione di dialogo fra le parti e, auspichiamo, il primo passo verso un cambiamento radicale, che possa finalmente portare tutti i player della filiera a impegnarsi per raccontare in modo piu’ efficace l’unicita’ della biodiversita’ olivicola e il saper fare della produzione italiana”.(AGI)

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Mercoledì di paura per i titoli azionari di Suning Commerce Group: il colosso dell’elettronica proprietario di maggioranza dell’Inter ha visto crollare del 6,5% le azioni alla Borsa di Shenzhen, dopo che un programma televisivo trasmesso martedì sera dalla CCTV (l’ente televisivo statale cinese) ha definito l’acquisto nel maggio dello scorso anno del 68,55% del club nerazzurro per 270 milioni  di euro “un esempio degli investimenti irrazionali” che da tempo preoccupano le autorità finanziarie; e che hanno portato Pechino a imporre da dicembre scorso una stretta sulla fuoriuscita dei capitali e – più di recente –  restrizioni ai prestiti per acquisizioni all'estero. “Questo famoso club calcistico ha accumulato perdite per cinque anni per un totale di 275,9 milioni di euro. Per quale motivo una società cinese avrebbe dovuto comprarlo?”, ha chiesto in trasmissione Bai Yansong, il conduttore di News 1+1(新闻1+1), programma di approfondimento di venticinque minuti andato in onda martedì sera dopo il tg delle 19. Alla domanda di Bai ha risposto il suo ospite, Yin Zhongli, un ricercatore dell’Accademia delle Scienze Sociali:  “Alcune aziende cinese sono già pesantemente indebitate a casa loro eppure spendono in modo sconsiderato all’estero con prestiti bancari –  ha detto Yin – Penso che molte operazioni di acquisizione all’estero abbiano poche possibilità di generare liquidità e non posso escludere che si tratti di riciclaggio”. Così scrive il South China Morning Post. Negli ultimi tre anni le aziende cinesi hanno speso decine di miliardi di euro per comprare club calcistici nel Regno Unito, in Spagna, in Francia, in Italia e in Germania. 

Sono tempi duri per gli investimenti cinesi all’estero in settori che Pechino considera pericolosi quali calcio, industria dell’intrattenimento e real estate; cioè quei settori che rischiano di prestarsi a operazioni speculative o spesso usati per mascherare fughe di capitali all’estero. La China Banking Regulatory Commission (Cbrc), l'ente di regolamentazione del settore bancario, ha ordinato ai sei maggiori gruppi bancari a livello nazionale di procedere a uno scrutinio estremamente attento delle acquisizioni all'estero di diversi gruppi cinesi. Nell’occhio del ciclone delle autorità finanziarie sono finiti Wanda, il gruppo del magnate Wang Jianlin, Fosun, Anbang, Hna e altri grandi gruppi, tra cui Caixin cita la Rossoneri Zhejiang Investment (uno dei primi veicoli utilizzati per l'acquisto del Milan da parte di Rossoneri Sport Investment Lux.).

Le banche cinesi, confermano diverse fonti che hanno parlato al South China Morning Post di Hong Kong, hanno ricevuto il 20 giugno scorso l'ordine di non concedere ulteriori prestiti a Wanda da parte della Cbrc sia per gli accordi già chiusi che per quelli ancora da concludere (in tutto sei operazioni, di cui quattro concluse e due in fase di chiusura). 

Suning è forte e credibile. Ma l'investimento sul calcio è stato bocciato

Suning, investitore da sempre considerato solido e credibile,  non è finito nel mirino delle autorità. Eppure Bai Yansong non ha risparmiato critiche in diretta. Accuse pesanti che hanno provocato un vero e proprio capitombolo in Borsa: le azioni della Suning sono crollate del 6,5% toccando il valore settimanale più basso di 10,22 yuan (1,51 dollari), prima di risalire a 10,55 yuan, chiudendo a -2,7%. In trasmissione non è mancato un accenno a un’altra operazione calcistica giudicata “irrazionale”: l’acquisto cinese del Milan. Proprio la stretta sui capitali aveva inciso sui ritardi dei pagamenti delle rate a Fininvest per l’acquisizione del 99,93%  (740 milioni) del club da parte del misterioso uomo d’affari Li Yonghong, operazione che dopo diversi rinvii si è conclusa il 13 aprile scorso attraverso un nuovo veicolo offshore (Rossoneri Sport Investment Lux.) e con un prestito da 303 milioni dell’hedge fund americano Elliott.

"Miriamo a migliorare l'influenza del nostro marchio"

Come riporta il sito Fcinter1908 ill vicepresidente di Suning Sun Weimin ha commentato il presunto blocco del governo cinese degli investimenti esteri, illustrando la strategia di mercato della proprietà: “Ho visto il report di CCTV (la tv statate cinese, ndr.), Suning sostiene fermamente la politica nazionale sugli investimenti all’estero. La strategia di Suning si è sempre basata sullo sviluppo del mercato interno, con la volontà di espandere i mercati esteri e di soddisfare le esigenze di sviluppo del mercato domestico. Investendo sull’Inter si possono studiare le esperienze straniere nel settore calcistico, migliorando il livello di quello cinese introducendo tecniche avanzate di gestione e formazione. Basandosi sull’Inter, Suning mira a migliorare l’influenza del proprio marchio a livello internazionale, spinto da una forte rete commerciale di espansione all’estero”.

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