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Economia

Dopo le indiscrezioni di inizio gennaio, ora è ufficiale: Ferrero acquisisce il business dolciario di Nestlé negli Stati Uniti, diventando il terzo gruppo del settore nel Paese. L'operazione vale 2,8 miliardi di dollari in cash (circa 2,3 miliardi di euro) e dovrebbe essere finalizzata intorno alla fine del primo trimestre 2018.

Il gruppo di Alba comprerà più di 20 storici brand americani estremamente conosciuti, tra cui marchi di cioccolato iconici come Butterfinger, BabyRuth, 100Grand, Raisinets, Wonka e il diritto esclusivo sul marchio Crunch negli Stati Uniti, così come i brand di caramelle SweeTarts, LaffyTaffy e Nerds.

Ferrero acquisirà gli stabilimenti produttivi statunitensi di Nestlé a Bloomington, Franklin Park e Itasca, in Illinois, con i dipendenti collegati alla divisione confectionery, continuando ad operare attraverso gli uffici di Glendale, in California, e le altre sedi proprie in Illinois e in New Jersey.

Ferrero, fondata come azienda a conduzione familiare ad Alba, in Italia nel 1946, è la terza più grande azienda nel mercato globale del cioccolato confezionato con vendite mondiali di oltre 12 miliardi di dollari (10,3 miliardi di euro), distribuzione in oltre 170 Paesi e oltre 30.000 dipendenti in tutto il mondo. Questa transazione rafforzerà la sua posizione.

Inoltre con questa operazione, Ferrero aggancia il terzo posto nel mercato statunitense dove è meglio conosciuta per i Tic Tac, le praline Ferrero Rocher, Nutella, oltre ai marchi di cioccolato Fannie May e Harry London e per Ferrara Candy Company, acquisita recentemente da una società affiliata, con un portafoglio di marchi che comprende le caramelle Trolli, Brach's e Black Forest​.

"Siamo entusiasti di aver acquisito il business dolciario di Nestlé negli Stati Uniti d'America, che porta con sé un portafoglio eccezionale di marchi iconici ricchi di storia e di grande riconoscibilità – commenta Giovanni Ferrero, presidente esecutivo del gruppo – ciò, combinato con l'attuale offerta Ferrero sul mercato americano, garantirà un'offerta più vasta di prodotti di alta qualità per i consumatori, oltre a nuove entusiasmanti opportunità di crescita nel più grande mercato dolciario del mondo. Non vediamo l'ora di accogliere il talentuoso team di Nestlé in Ferrero e di continuare a investire e far crescere tutti i nostri prodotti e marchi in questo mercato strategico e attraente".
 

“Abbiamo superato il monopolio Siae”. Davide D'Atri, fondatore di Soundreef, società per la gestione dei diritti d'autore, e Fedez (il primo cantante di grande richiamo ad aver sostenuto la startup) ne sono convinti.

Il superamento arriva con un accordo con Lea (Liberi editori autori), una neonata società no-profit che raccoglierà in Italia i diritti degli iscritti Soundreef. Ma come si è arrivati a questo punto? E come cambia lo scenario adesso?

A cosa serve l'accordo con Lea 

Soundreef s'infila così nelle pieghe normative concesse dall'articolo 19 del decreto fiscale collegato alla Legge di Stabilità 2018. Entrato in vigore il primo gennaio, rappresentava una risposta all'Unione europea e (anticipando possibili sanzioni) una prima liberalizzazione del settore.

Ma a metà: afferma infatti che la raccolta dei diritti non spettasse più esclusivamente a Siae. Ma apriva solo ad altre società che, al contrario di Soundreef, non avessero scopo di lucro. Una soluzione di compromesso, dovuta al ministro della Cultura Dario Franceschini, passato – come confermato in un'audiozione alla Camera – dalla volontà di abolire il monopolio a quella di riformare la Siae.

L'accordo con Lea (che è una no-profit) consente quindi alla società di D'Atri di percorrere l'ultimo miglio che la divideva dalla possibilità di agire legalmente sul mercato italiano. Soundreef affida a Lea il suo catalogo di 11.000 autori, tra i quali Fedez, Gigi D'Alessio, Fabio Rovazzi e (da pochi giorni) J-Ax, Enrico Ruggeri e 99 Posse. L'associazione percepirà un aggio per la riscossione, ma utilizzerà i sistemi digitali di rendicontazione di Soundreef.

Breve storia di Soundreef

“È stata una lunghissima lotta, partita nel 2011 con 85 mila euro d'investimento di un piccolo gruppo di persone”, racconta D'Atri. Da allora, si è aperta una lunga storia di cause e ricorsi, passate dai tribunali, dall'Antitrust e dal Parlamento italiano e da quello europeo.

Crepa dopo crepa, però, qualcosa si è aperto. Decisiva è stata la direttiva Barnier, approvata dal Parlamento europeo nel febbraio 2014: diventa il nuovo riferimento comunitario per il diritto d'autore e consente agli autori di affidare la tutela dei propri diritti alla società che preferiscono all'interno dell'Unione europea.

L'Italia si dimostra lenta nel recepire la direttiva, nonostante la spinta di Soundreef. Il primo spiraglio è una sentenza del 2014 nella quale si autorizzava una società estera come Soundreef ad operare in Italia (anche se solo per la musica d’ambiente nei centri commerciali e per gli artisti stranieri).

L'Antitrust ha poi riconosciuto il caso italiano come una rarità in Europa, ricordando la direttiva Barnier e aprendo un'istruttoria (su segnalazione di Soundreef) nei confronti di Siae per presunte condotte escludenti nella gestione e intermediazione dei diritti d'autore.

Il 19 luglio 2017 il tribunale di Milano, con un decreto ingiuntivo ordina all'organizzatore di un concerto di Fedez di versare non solo a Siae ma anche a Soundreef il compenso dovuto all'artista. Prese singolarmente, nessuna di questi elementi è decisivo. Ognuno però rappresenta un tassello.

Nel frattempo Bruxelles, vista la mancata applicazione della direttiva Barnier, era tornata a bussare a Palazzo Chigi per spingere verso una maggiore liberalizzazione. Il governo ha risposto con la norma entrata in vigore l'inizio dell'anno: sì all'abbandono del monopolio Siae ma no alla gestione da parte di società private. Per Sondreef, quindi, l'unica soluzione era passare da nuovi enti no-profit (come Lea).

D'Atri contro Siae, adesso

D'Atri chiede adesso di “abbassare i toni” dello scontro con Siae. Tutto risolto? Non è detto. Poche ore dopo arriva la replica dell'ex monopolista, non proprio conciliante: Siae esprime “sconcerto” per una “evidente finzione”. D'Atri, raggiunto da Agi, afferma che “il mercato è cambiato e che serve sedersi a tavolo tecnico coordinato istituzioni. Un'interlocuzione dura va prima di tutto a scapito di autori, editori e utilizzatori”.

Siae definisce Lea “un'organizzazione telecomandata da una società a scopo di lucro che non rispetta la trasparenza, i controlli e gli obblighi imposti dalla legge”. Lea sarebbe “improvvisata” e “in evidente conflitto d'interessi – di cui Soundreef è cliente e fornitore – e presieduta da un consigliere di amministrazione di Soundreef stessa” (l'avvocato Guido Scorza).

“Chi si permette di dire che Lea non è indipendente ne risponderà nelle sedi opportune”, afferma D'Atri. “La legge è molto chiara e permette ai soggetti no-profit di operare in Italia”.

Serve però, sottolinea il fondatore di Soundreef, un intervento delle istituzioni in due direzioni: “Devono essere loro a definire le regole d'ingaggio tra vecchi e nuovi operatori in questa fase di transizione del mercato, per non lasciare soli autori ed editori. E deve finire da subito con la quale Siae continua a pretendere compensi per autori non più iscritti deve finire”.

Lea e la rete di Siae

Al di là delle norme, Siae ha dalla sua parte una caratteristica che un'organizzazione neonata come Lea non può avere: la capillarità. Cioè un'ampia rete di agenti sul territorio, definita anche da D'Atri “insostituibile e preziosa” per la musica ambientale, nei piccoli esercizi commerciali e nelle discoteche. Si tratta di una fetta che, secondo Soundreef, vale circa l'8% del mercato.

E sarà difficile che Lea riesca a coprirla (anche per questioni normative). Per il resto, afferma D'Atri, “abbiamo verificato se l'accordo avrebbe cambiato il nostro modo di lavorare, le nostre rendicontazioni e le nostre tempistiche. Pensiamo che Lea possa fare un buon lavoro sin da subito”.  

 

Il valore di Bitcoin è crollato del 18% martedì, raggiungendo così il suo valore minimo del 2018, dopo dodici mesi da record. Il motivo? La diffusione della notizia che la Corea del Sud potrebbe vietare il trading in criptovalute. 

Il crollo di Bitcoin, che alle 20 del 16 gennaio è scambiato a a circa 11 mila dollari (il prezzo in tempo reale su Coindesk), ha innescato di conseguenza una massiccia vendita su tutto il mercato dell criptovalute. Bitcoin Cash, il rivale di Bitcoin nato da una sua scissione, nel pomeriggio di martedì perde il 22%, scambiato a 2 mila dollari, Ethereum perde il 23% ed è scambiato a 1,1 mila dollari, Ripple, che è stata la moneta rivelazione del 2017 perché quella che ha permesso i guadagni più alti a chi li ha comprati, ha perso quasi un terzo del suo valore, scambiato a 1,3 dollari. Ma sono solo alcuni esempi, i più famosi. 

Cosa ha causato il martedì nero di Bitcoin 

Il crollo è cominciato dopo che l'agenzia di stampa sudcoreana Yonhap ha riferito che il ministro delle Finanze Kim Dong-yeon aveva detto a una radio locale che il governo avrebbe proposto una serie di misure per "reprimere la mania degli investimenti in criptovaluta", considerata del tutto irrazionale e pericolosa per i risparmiatori.

Lunedì scorso il governo della Corea del Sud aveva rivelato l'intenzione di vietare la compravendita di monete virtuali, anche se un piano preciso non era ancora stato definito. Ma quello che a Seul pensano di Bitcoin e delle altre criptovalute è piuttosto chiaro. Oggi alla radio coreana solo l'ultima conferma che ha fatto intimorire gli investitori.

La Corea del Sud è uno dei Paesi dove si è diffusa più fortemente la cripto-mania, e da quanto riporta la Cnbs oltre 200 mila persone avrebbero già sottoscritto una petizione per impedire al governo di bloccare il mercato delle criptovalute. 

La Cina blocca il tradig centralizzato delle criptovalute, altro crollo

Ma non è l'unico Paese che in questi giorni sta inquietando i possessori di criptovalute. Secondo quanto riportato dalla Reuters, il vice Governatore della banca centrale cinese, Pan Gongsheng le autorità dovrebbero vietare il trading centralizzato delle criptovalute. Il trading centralizzato è quello che si realizza attraverso piattaforme come Coinbase o Kraken, i canali dove più facilmente è possibile acquistare e vendere elettroniche (La Repubblica).

L'indicazione arriverebbe da una memo inviata dal vice Governatore a un incontro tra le autorità di controllo su Internet. Le autorità cinesi hanno già vietato il trading dalle piattaforme di scambio, hanno limitato l'attività delle miniere di criptovalute, anche se lo scambio e le operazioni in Bitcoin proseguono attraverso canali alternativi.

La Francia prepara un osservatorio per difendere i risparmiatori, la Germania plaude

E qualcosa comincia a muoversi anche in Europa. Dopo la decisione di Macron di portare il tema del Bitcoin al G20 per una maggiore tutela dei risparmiatori, la Francia ha cominciato a muovere i passi annunciando un osservatorio nazionale sulle criptovalute, ritenute un potenziale pericolo per l'economia dei propri cittadini.

È stato il ministro dell'Economia Bruno Le Maire, in occasione del suo discorso alle forze economiche, ai funzionari e alla stampa, ad annunciare di aver preso la decisione di istituire una commissione ad hoc, per arginare "I rischi delle speculazioni, legate in particolare ai bitcoin".

A guidare la commissione sarà Jean-Piere Landau, ex governatore della Banca di Francia – e già ribattezzato Monsieur Bitcoin – che nel 2014 aveva espresso diffidenza verso i bitcoin, definendoli "I tulipani del XXI secolo", in riferimento alla speculazione avvenuta quattrocento anni fa proprio intorno ai bulbi del fiore.

"Lo scopo di questa missione sarà di ripensare i regolamenti a favore dello sviluppo, impedendone l'utilizzo per finalità quali l'evasione fiscale, il riciclaggio di denaro o il finanziamento di attività criminali e terrorismo", ha dichiarato il ministro. Per ora non è  ancora stata annunciata una strategia precisa ed e' probabile che ci vorranno mesi prima che la commissione sia in grado di produrre un regolamento. 

Nelle stesse ore anche Joachim Wuermeling, presidente della Bundesbank, ha dichiarato che la creazione di regolamenti nazionali contro le criptovalute sarebbe inutile senza un coordinamento internazionale "quanto piu' ampio possibile".

L'Europa ha mosso il suo primo passo in tal senso con l'approvazione della Direttiva contro il riciclaggio di denaro, che comunque non risulta essere sufficiente per mettere le redini alla nuova valuta, pensata per essere utilizzata anonimamente e senza l'intermediazione di istituti bancari.

Il dubbio sul futuro delle cripto se le autorità si muovono 

Proprio a tal scopo il ministro Le Maire ha chiesto la cooperazione della presidenza argentina del G20.

Alla fine del 2017, l'anno boom delle criptovalute, diversi analisti finanziari e esperti di cripto hanno fatto le loro previsioni su quello che sarà il prezzo del Bitcoin 12 mesi dopo. Tutti, o quasi, prevedevano un boom che l'avrebbero portata almeno a 50 mila dollari. Ma il dubbio principale riguardava proprio il ruolo delle istituzioni e quello che avrebbero fatto. Finora il mercato delle cripto si è mosso in un regime di quasi totale anarchia.

Un intervento dei legislatori, come prevedibile, sarebbe stato l'ostacolo più grande per Bitcoin. E dopo qualche settimana da quelle previsioni, questo scenario si sta cominciando a profilare.  

 

Airbnb lancia Pay Less Up Front, opzione di pagamento che consente di pagare una parte del viaggio al momento della prenotazione e il resto alcuni giorni prima del check-in. Il portale di home sharing determina l'importo che può essere pagato in anticipo e quello successivo. In precedenza si doveva pagare per l'intero viaggio al momento della prenotazione.

La nuova opzione di pagamento è disponibile da oggi su iOS, Android, Web mobile e desktop. Per utilizzare la funzione, però, il viaggio deve costare non meno di 250 dollari (200 euro) ed essere prenotato almeno 14 giorni prima della data di check-in. Airbnb ha testato la funzione con utenti selezionati e ha rilevato che il 40% degli ospiti ha optato per pagare meno in anticipo e che lo strumento ha portato a ulteriori prenotazioni in anticipo. 

 La mossa segue altri aggiornamenti recenti alla piattaforma di Airbnb. Da novembre la società consente agli utenti di dividere i pagamenti con un massimo di 16 persone. Secondo Airbnb, il 30% delle prenotazioni in cui si è utilizzato lo strumento di suddivisione dei pagamenti ha portato a uno o più nuovi utenti sulla piattaforma.

Il giorno di Natale del 2016, il ceo Brian Chesky aveva chiesto agli utenti quali funzionalità desiderassero di più su Airbnb. Secondo la società, la suddivisione dei pagamenti era una delle principali richieste. Le nuove funzionalità fanno parte degli sforzi di Airbnb per attirare più clienti. L'anno scorso ha acquisito Accomable, startup in grado di aiutare i viaggiatori disabili a trovare opzioni di noleggio più accessibili. 

Alla fine anche la Rossa ha ceduto. Dopo marchi prestigiosi come LamborghiniPorsche e Maserati, tra un paio d'anni per le strade del mondo circolerà il primo suv Ferrari. Lo ha annunciato l'amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne, durante il salone dell'auto di Detroit. Del progetto si sa praticamente nulla, se non che il motore dovrebbe essere un V12 aspirato con una potenza di 800 cavalli, Un mostro, insomma. 

Perché è una notizia

Nei suoi 70 anni di storia la Ferrari non ha mai costruito nemmeno una berlina quattro porte ricorda Repubblica. L'unica ipotesi fu la celebre Pinin del 1980, prototipo di ricerca presentato dalla Pininfarina come concept car di ricerca. Poi basta. Tante berlinette 4 posti, dalle 250 alle 330, passando per le 365, 400 e poi 456, Scaglietti, FF e GTC4 dei giorni nostri, ma mai vere e proprie quattro porte.

Non solo suv…

Non è l'unica novità in vista a Maranello: "Se qualcuno fa la supercar elettrica la farà Ferrari. La faremo perché è dovuto" ha aggiunto Marchionne. "O siamo Ferrarti o non siamo Ferrari. Non prendiamo lezioni dagli altri: quello che è importante è essere i primi".

Leggi anche: quando Marchionne disse – sbagliando – che le auto elettriche inquinano più di quelle a benzina

La Ferrari elettrica, non da corsa, consentirebbe alla casa del cavallino di competere direttamente con Elon Musk che lancerà sul mercato la nuova elettrica del lusso Tesla Roadster nel 2020. "Non è che ci tiriamo indietro da quella battaglia, la faremo. Nel 2016 Marchionne aveva definite "osceno" il solo pensiero di una Ferrari elettrica. E poiché nel nuovo piano strategico saranno incluse vetture ibride, per quanto ci sia molto lavoro da fare, passere dall'ibrido all'elettrico, ha sottolineato Marchionne, "non e' complicato". 

Airbnb, il portale online che mette in contatto persone in cerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi con persone che dispongono di uno spazio extra da affittare, generalmente privati, ha lanciato una campagna promozionale da 100.000 dollari, invitando gli americani a visitare quelli che il presidente Donald Trump ha recentemente definito "Paesi di merda".

Nei giorni scorsi, ad alcuni parlamentari riuniti nello Studio Ovale per un incontro sui programmi di protezione per gli immigrati, Trump, ha detto, più o meno, "perché gli Stati Uniti dovrebbero prendersi tutta questa gente che arriva da questi Paesi di merda?". 

Airbnb fa sapere che intende spendere i soldi previsti per la promozione per favorire il turismo ad Haiti, El Salvador e nei Paesi africani, cioè nei Paesi insultati da Trump. "Circa 2,7 milioni di persone su Airbnb – ha detto il ceo della compagnia, Brian Chesky – hanno deciso che Haiti, i Paesi africani ed el Salvador sono bellissime nazioni da visitare. Noi che abbracciamo tutto il mondo li consigliamo per la loro bellezza".

Non è la prima volta che il colosso americano si schiera apertamente contro Donald Trump. Quando il presidente americano decise di abolire il Daca, fu il loro uno dei commenti più accesi: "Abbiamo fondato Airbnb con l’idea che le nostre vite e il nostro mondo sono migliori quando accettiamo gli altri. Questo non è solo qualcosa legato ai profitti e all’economia. Sono valori che devono legare tutti gli americani”. 

La Francia si prepara a mettere sotto osservatorio le criptovalute, ritenute un potenziale pericolo per l’economia dei propri cittadini. È stato il ministro dell’Economia Bruno Le Maire, in occasione del suo discorso alle forze economiche, ai funzionari e alla stampa, ad annunciare di aver preso la decisione di istituire una commissione ad hoc, per arginare “I rischi delle speculazioni, legate in particolare ai bitcoin”.

A guidare la commissione sarà Jean-Piere Landau, ex governatore della Banca di Francia – e già ribattezzato Monsieur Bitcoin – che nel 2014 aveva espresso diffidenza verso i bitcoin, definendoli “I tulipani del XXI secolo”, in riferimento alla speculazione avvenuta quattrocento anni fa proprio intorno ai bulbi del prezioso fiore.

"Lo scopo di questa missione sarà di ripensare e riorientare i regolamenti a favore dello sviluppo, impedendone l'utilizzo per finalità quali l’evasione fiscale, il riciclaggio di denaro o il finanziamento di attività criminali e terrorismo", ha dichiarato il ministro. Per ora non è ancora stata annunciata una strategia precisa ed è probabile che ci vorranno mesi prima che la commissione sia in grado di produrre un regolamento.

Nelle stesse ore Joachim Wuermeling, presidente della Bundesbank, ha dichiarato che la creazione di regolamenti nazionali contro le criptovalute sarebbe inutile senza un coordinamento internazionale “Quanto più ampio possibile”. L’Europa ha mosso il suo primo passo in tal senso con l’approvazione della Direttiva contro il riciclaggio di denaro, che comunque non risulta essere sufficiente per mettere le redini alla nuova valuta, pensata per essere utilizzata anonimamente e senza l’intermediazione di istituti bancari. Proprio a tal scopo il ministro Le Maire ha chiesto la cooperazione della presidenza argentina del G20. 

Dopo Syncronika, Creact, Mobixee, Patrick David e Bit2Be, anche l’agenzia digitale toscana Open-Box entra a far parte di Comunicatica, gruppo internazionale con sede a Milano, fondato da Jacopo Paoletti e specializzato in soluzioni digitali in outsourcing.

Open-Box ha chiuso il 2017 con un 1 milione di euro di fatturato. L’accordo ha l’obiettivo di valorizzare il know-how di Open-Box e di potenziare l’offerta di Comunicatica nell’ambito del content marketing e, in particolare, dell’attività strategica sui social media. Simone Carusi e Matteo Pogliani, rispettivamente CEO e Digital Strategist di Open-Box, entrano come Partner e Key Figure in Comunicatica. Mentre Jacopo Paoletti entra in Open-Box come partner e CMO. 
 

Una holding nato da 5 società. Il modello Comunicatica

Comunicatica è una holding del digitale di respiro europeo, fondata a giugno 2017, con l’obiettivo di riunire marketer, developer, designer ed esperti nel digitale, con esperienza in multinazionali nel marketing, nella comunicazione e nell’informatica. Il gruppo è nato dall’accordo di 5 società: la creative agency di Belluno Patrick David, la software factory italo-albanese Bit2Be, la digital agency milanese Syncronika, la web agency napoletana Creact e la mobile agency londinese Mobixee.

Cinque realtà, ora sei, ma un unico soggetto in grado di fornire alle aziende e alle agenzie di comunicazione soluzioni che vanno dall'ideazione alla progettazione, dalla realizzazione dell'UX allo sviluppo di Frontend & Backend, dal Sito Web all'App Mobile fino alle Nuove Tecnologie. Comunicatica ha anche partecipazioni in startup. Tra cui, Moovenda e PrestoFood.it (food delivery), Userbot (soluzione chatbot in ambito CRM), Classup (marketplace sull’educazione).

“Open-Box è la sesta realtà che entra nel nostro gruppo – ha spiegato Jacopo Paoletti – portando in dote alla nostra holding quasi 1 milione di euro di fatturato nel 2017, aggiunge oltre 100 nuovi clienti nel portfolio del network e più di 20 persone sono diventate parte del nostro team integrato. Con l’ingresso di Open-Box. La nostra holding – ha aggiunto – ora ha 6 società partner e 5 startup partecipate, presenti in 3 Paesi europei e in 8 città, di cui 6 italiane; 10 membri del board, di cui 8 partner, con oltre 60 collaboratori da tutta Europa, e più di 30 solo in Italia”. 

Nuovi mercati

Per Simone Carusi di Open-Box “social media, content e inbound marketing sono per noi una priorità, a cui rispondiamo con un miglioramento costante del team sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Un team focalizzato e di alto livello che ci ha permesso negli ultimi anni di lavorare a progetti di grande interesse, dimostrando le nostre capacità. Così come per l’influencer marketing che vede in Matteo Pogliani, nostro strategist, una delle figure più conosciute e preparate sul tema. L’entrata in Comunicatica ci permette di migliorare e poter affrontare le prossime sfide con ancora più energia e impatto, aprendo le nostre skills a mercati e brand nuovi”.

 
 
 
 
 

Che sia un libro, un abito o il regalo perfetto per una persona speciale, acquistarlo online è di gran lunga più comodo e veloce. Al punto che da tempo ormai l’ecommerce viaggia quasi di pari passo con le sfiaccanti passeggiate per negozi. Ma non è tutto oro quello che luccica, perché una volta effettuato l’acquisto i nostri dati personali viaggiano nella rete e finiscono per arricchire i database di commercianti che “condividono le informazioni sui clienti con una complessa rete di inserzionisti pubblicitari, società di marketing e altri ‘partner selezionati’”, si legge sul Sole24Ore. O almeno così sarà fino a maggio quando cambierà la normativa europea che di fatto si farà più stringente.

Il profilo del cliente

Ma dove finiscono i nostri dati? Varie società che ricevono i dati dei clienti di aziende di commercio al dettaglio e altre imprese sono coinvolte in vari modi nella raccolta e organizzazione delle informazioni personali per costruire profili online (quando e dove navigano le persone, che cosa guardano e se acquistano qualcosa). Questi profili, ulteriormente elaborati con l’aggiunta di altre informazioni raccolte da social media, app per cellulari, motori di ricerca e altri comportamenti telematici, possono essere vendute a concessionarie pubblicitarie e poi usate per promuovere prodotti mirati agli utenti del web.

Cosa cambierà a maggio

Dal 28 maggio 2018 nessuno potrà più incamerare informazioni su come ci muoviamo online a meno di non ricevere espressa autorizzazione. In altre parole, nessun sito potrà raccogliere e memorizzare i nostri dati – cosa compriamo, quali clic facciamo, quali sono le nostre ricerche, quanto tempo dedichiamo a cosa, e via discorrendo – né tantomeno cederli a terzi o utilizzarli per proporci offerte commerciali di vario genere. Il cambiamento, si legge su Business Insider,  “è figlio del regolamento europeo General Data Protection Regulation (abbreviato GDPR), numero 2016/679, e termina l’era in cui gli amministratori di siti web risolvevano la questione della riservatezza dei dati personali grazie a un singolo clic sull’informativa sui cookie: dando infine corpo al diritto alla privacy e all’oblio, infatti, il regolamento offre ai cittadini controllo sulle loro attività digitali”. Così se negheremo il consenso difficilmente troveremo sulla nostra bacheca di Facebook, ad esempio, quell’albergo o quel paio di scarpe cercato online poco prima.

Cosa dovranno fare le aziende

Nel complesso, spiega il Sole, le aziende dovranno rendere più chiare le richieste di consenso per la condivisione dei dati: per esempio, niente più caselle da spuntare alla fine di lunghi capoversi infarciti di gergo legale per negare il permesso al trasferimento di informazioni. Ci sarà anche una definizione più ampia del concetto di informazioni personali, che includerà i cosiddetti “dati pseudonomizzati”, come gli identificativi online e tutto quello che può rivelare l'ubicazione di una persona.

Tutto questo “sta creando grossi grattacapi per le imprese, costrette a eseguire esercizi di mappatura per stabilire con precisione dove finiscono i dati dei loro clienti, che in certi casi passano attraverso molteplici entità. Come se non bastasse, gran parte della condivisione di dati è gestita da algoritmi telematici e tecnologie automatizzate, e questo rende più difficile ricostruire a chi finiscono le informazioni”.

Le aziende più grandi, che monitorano già ora le informazioni online e hanno in organico dirigenti responsabili della protezione dei dati, probabilmente sono già pronte per attuare il nuovo regolamento. La John Lewis Partnership dice che l’azienda si “sta preparando da tempo per il regolamento" e lo considera "una priorità importantissima”. Ma numerose inchieste sul settore del commercio elettronico rivelano che “molte imprese non sono pienamente preparate alla nuova legge europea, specialmente su questioni come il consenso e la trasparenza”.

Entro il 2025 la metà delle auto prodotte al mondo sarà elettrificata e i veicoli a gas e a benzina cederanno il passo a quelli ibridi ed elettrici. È quanto ha sottolineato l'amministratore delegato di Fca, Sergio Marchionne, in un'intervista a Bloomberg. Secondo il top manager, "i produttori d'auto hanno meno di un decennio per reinventarsi" o rischiano di essere travolti dal cambiamento nel modo di alimentare, guidare e acquistare i veicoli".

E ha aggiunto: "le case automobilistiche dovranno affrettarsi a separare i prodotti che si trasformeranno in commodity da quelli che manterranno un brand". "Questo business non è mai stato adatto per i deboli di cuore" ha  continuato Marchionne, "i cambiamenti tecnologici che sono in arrivo lo renderanno probabilmente ancora più sfidante di quanto non lo sia mai stato".

Obiettivi Fca confermati, e Marchionne fuga i dubbi sull'Italia

Sergio Marchionne, in conferenza stampa al Salone dell'auto di Detroit, ha quindi confermato gli obiettivi di Fiat Chrysler Automobiles per il 2017 e per il 2018. "Non ho alcuna indicazione negativa per quanto riguarda il 2017 e confermo gli obiettivi dell'anno e, in gran misura, quelli che abbiamo detto per il 2018. C'è stato un adeguamento del valore del titolo che riflette il raggiungimento degli obiettivi che ci eravamo posti", ha aggiunto. 

Il nuovo piano strategico al 2022, assicura Marchionne, "eliminerà qualsiasi dubbio per quanto riguarda l'impegno di Fca in Italia e lo sviluppo della rete industriale". "Credo che il piano che si dovrà presentare entro il primo semestre deve per necessità affrontare la conclusione del processo della ristrutturazione industriale della rete italiana – ha osservato – dobbiamo completare lo sviluppo della Maserati e dell'Alfa Romeo. Sono cose che abbiamo cominciato a fare cinque o sei anni fa e che dobbiamo completare. Non possiamo lasciare l'Alfa che è un lavoro incompiuto, nonostante il successo che abbiamo avuto".

Marchionne ha poi assicurato che il piano "chiarirà tutta la vicenda italiana". In ogni caso l'obiettivo è quello del pieno utilizzo degli stabilimenti con con un piano sui prodotti. "In Italia non abbiamo perso niente: non abbiamo abbiamo perso dipendenti, abbiamo ancora tutti gli stabilimenti che avevamo prima e stiamo cercando di utilizzarli. Andrà confermato in maniera ufficiale come parte del piano. Poi dipenderà dal mercato – ha concluso – spero che il marcato globale ci offrirà abbastanza domanda da soddisfare".

E alla politica italiana, "Attenti a promettere riforme fiscali"

Sempre a proposito di Italia, il numero uno di Fca ha poi detto che le riforme fiscali, come negli Stati Uniti, "sono tutte cose da auspicare, ma l'Italia è il terzo Paese più indebitato del mondo" e "occorre fare i conti prima di annunciare queste cose". "Starei attento a promettere queste riforme fiscali senza guardare al deficit e al finanziamento del debito pubblico", ha rimarcato, riferendosi probabilmente al tema della flat tax che sta tenendo banco durante la campagna elettorale. 

Marchionne, ha inoltre escluso categoricamente di volersi comprare la Ferrari quando lascerà la guida di Fca. "Tutte menate", ha risposto Marchionne interpellato al salone dell'auto di Detroit sulle indiscrezioni di stampa in questo senso. "Vabbè che siamo ottimisti – ha osservato – cerchiamo di vincere il mondiale e di fare una barca di soldi e saremo tutti contenti".