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Economia

C’è un articolo che ha tenuto banco sul mondo dell’innovazione lo scorso mese, e la cui eco è arrivata fino alle sale, agli stand del Web Summit di Lisbona. L’era delle startup è finita, sintetizzata il titolo del pezzo apparso su TechCrunch, da molti considerata la bibbia della digital economy, magazine online con sede a San Francisco e che dal 2005 racconta al mondo le nuove frontiere dell’innovazione.

Poteva passare come una provocazione. Ma a scriverlo è Jon Evans, giornalista (e ingegnere) piuttosto navigato e autorevole, che ha avuto l’abilità di percepire un sentimento diffuso e raccogliere alcune inquietudini in un articolo che ha avuto un’eco enorme. La sua tesi è: i giganti della digital economy (Google, Facebook, Amazon, Microsoft, Apple) hanno raggiunto dimensioni tali che sono in grado di soffocare le opportunità di crescita delle nuove startup, assorbendole con operazioni di acquisizione, o impedendone lo sviluppo facendo leva proprio sulla loro posizione di dominanza del mercato.

Non solo, Evans elenca una serie di tecnologie che promettono di essere le prossime grandi rivoluzioni, dall’intelligenza artificiale alla Blockchain all’Internet delle cose. Ma sarebbero a suo avviso tecnologie troppo poco accessibili per le startup, diversamente da quanto lo sono state il web e le app per gli smartphone nella prima ondata di digitale a cavallo tra la fine degli anni Novanta e il 2010.

“Alphabet, Amazon, Apple, Facebook e Microsoft sono diventate le cinque aziende più capitalizzate al mondo. Il futuro appartiene a loro”.

Startup, game over insomma, come suggerisce un altro articolo che sostiene una tesi analoga pubblicato qualche settimana fa su The Guardian.

L'era delle startup è finita? Cosa dicono i dati

 

Ma è davvero così? Non c’è davvero molto altro da inventare, innovare, non c’è più alcuna possibilità di far crescere un’azienda in questo settore? Le startup sono aziende che o cercano di innovare mercati già esistenti con nuove tecnologie o modelli di business (Uber per il trasporto su gomma nelle città) o che inventano nuovi mercati e dimostrano di saper crescere (Facebook e la sua piattaforma di connessione tra le persone).

Da quando parliamo di startup il mercato degli investimenti in queste aziende è cresciuto costantemente negli anni: l’Europa nel 2016 ha battuto il suo record di sempre con 4,3 miliardi, la Cina anche con 31 miliardi, gli Usa invece hanno registrato una flessione del 12% con 69 miliardi. Quest’anno gli analisti si aspettano un nuovo record, con 7 miliardi in Europa, 43 in Cina, 53 negli Usa, che registreranno una nuova flessione.

I dati ci dicono quindi che il mercato degli investimenti negli Usa sta percorrendo una strada diversa rispetto al resto del mondo. Certo, rimangono il punto di riferimento globale di questo settore, e patria eletta e forse inalienabile dell’innovazione. Ma se i trend dovessero essere confermati, nei prossimi due, tre anni la Cina supererà gli investimenti in innovazione degli Usa. Ed è frutto di una strategia politica precisa che impegna direttamente il governo di Pechino. 

Cosa succede in Cina. Il caso Ofo Bike, da poco in Italia

La Cina è un buon contraltare della tesi della bibbia statunitense delle startup e della sua tesi sulla fine dell’era delle startup. Un caso lo racconta bene. Ofo, la startup pechinese che ha creato un servizio di bike sharing che consente all’utente di lasciare la bici ovunque voglia, senza necessità di recarsi ai totem sparsi in città. Ofo è nata nel 2014. Nell’università di Pechino. Oggi è presente in 20 città, anche in Europa, e in Italia a Milano.

Il suo cofondatore Zhang Yanqi, 30 anni, sul palco del Web Summit si è riservato quest’anno un posto di assoluto rilievo. La sua startup è già un caso mondiale: è l’azienda che sta crescendo di più al mondo, complice un round di investimento da oltre un miliardo di dollari sottoscritto da giganti come Alibaba e Didi Chuxing: “Noi abbiamo creato un prodotto guardando alle esigenze del cliente, e abbiamo cercato di soddisfarlo al meglio, credo che gli investitori guardino soprattutto a questo”, ha detto sul palco del Web Summit.

L'era delle startup è finita? Cosa dicono gli esperti

Ma quello di Ofo è solo un caso tra centinaia di startup che crescono e aprono nuovi mercati, ne cambiano altri. E raccolgono miliardi di investimenti nel mondo. “Se guardiamo i dati e i trend di oggi, solo se guardiamo i numeri ci accorgiamo che è davvero fuori luogo parlare di fine delle startup. Avremo sempre bisogno di innovazione, si chiuderà un modo di farla ma se ne aprirà un altro”. Paolo Cellini, professore di marketing digitale all’università Luiss di Roma, ha attraversato da manager e da studioso gli ultimi 30 anni di innovazione. “Questa tesi sembra dimenticare che le startup sono un modello di innovazione, non una parola usa e getta. È basato su un feroce approccio darwinista, dove nove ne muoiono e una ce la fa. Ma è il senso di questo mondo che chiamiamo startup, piaccia o meno”. Insomma, noi siamo abituati a considerare ‘startup’ una parola, sembra suggerire Cellini. Ma è invece un modo di fare impresa. “Chiamiamole pure in un altro modo, il loro approccio al mercato rimane”.
 

“La Silicon Valley non è più il centro di tutto, se ne stanno accorgendo”

Chi lavora con le startup in Italia non crede a questa tesi. L’unanimità più che suggerire una voglia di non credere all’inevitabile, o di difendere il proprio lavoro, sembra invece marcare la distanza tra due mondi. “Forse è la centralità della Silicon Valley oggi ad essere messa in discussione. È stata sempre l’epicentro di tutto, adesso lo è meno” commenta Gianluca Dettori, imprenditore e fondatore della società di venture capital Dpixel. “Io penso che la tecnologia continuerà a creare nuovi mercati, che imprenditori continueranno a trovare soluzioni a problemi che oggi non sappiamo nemmeno di avere”. E continua: “È vero che il mercato Internet è sempre più polarizzato su alcuni mega operatori, e forse Techcrunch si scorda di citare alcune 'startup' cinesi tipo Alibaba e Tencent solo per citarne un paio che sono colossi impressionanti, non Silicon Valley”.

Augusto Coppola, direttore del programma di accelerazione di Luiss Enlabs, confessa invece che “si tratta di un punto di vista su cui, nel mio piccolo, ragionavo da tempo” ma “la cosa che, sembra sfugga a TechCrunch è che esiste uno spazio immenso legato alle asimmetrie dei sistemi paese”. Ovvero? “Ad esempio l'Italia non solo non è la Silicon Valley, ma ad occhio e croce direi che in Europa non c'è nulla che sia neanche NYC. In sostanza, quindi, esiste uno spazio per aziende giovani ed agili che partono da risolvere problemi locali, che sfuggono ai radar USA, ma che possono avere un impatto su scala internazionale”.

“Le startup non sono il digitale, ma uno strumento per migliorare l’esistente”

Stessa opinione per Andrea Di Camillo, managing partner di P101: “L’era delle start up non è finita e non finirà mai. E ci mancherebbe pure. A volte assumono l’area del fenomeno lyfestile a volte crea distorsioni nella nostre percezioni, ma è comunque l’economia ad aver sempre bisogno di nuovi attori e nuove tecnologie da sfruttare per le aziende". E il presidente di Roma startup Gianmarco Carnovale ad esempio bolla come “Cassandre” questo genere di tesi. Il motivo? “I fatti dimostrano che il “modello startup” è fatto di processi fissi ed altri in continua evoluzione, e che si applica ad ogni settore economico o sociale. Le startup migliorano l’esistente – non il digitale, il software, il web – ma tutto l’esistente, passando attraverso onde settoriali, semplicemente mettendo in contatto persone di talento dotate di visione e disposte a mettersi in gioco, con capitale di rischio”. E conclude: “Le startup non sono una moda, sono un modo diverso di fare impresa, più democratico e basato sulla condivisione del valore tra molti soggetti. Sono un modo che è arrivato per rimanere”.

L'era delle startup è finita? Cosa dice l'Europa

Quanto invece alla tesi che è la posizione di ‘monopolio’ sul mercato di queste aziende a poter impedire o soffocare la nascita e lo sviluppo di nuove imprese innovative, il tema è sicuramente sentito. A fare un esempio, è stato forse il senso più politico di tutto il Web Summit di Lisbona quest’anno, con il numero uno dell’antitrust europeo Margrethe Vestager a bacchettare per due volte in due giorni i giganti del tech americano che sfruttano il loro potere per azzerare la concorrenza: “Ogni volta che vado negli Usa sono felice di essere Europea” ha detto Vestager sul palco di Lisbona, “I giganti del tech devono imparare che il libero mercato con i loro monopoli non è più libero, e l’Europa lo impedirà”. Ancora una volta quindi, sembra una prospettiva ‘locale’ quella della fine delle startup, che si gioca su una serie di piani ancora apertissimi: il mercato, la politica, i paesi di riferimento. E sembriamo lontanissimi dal mettere il cappello ‘fine’ ad alcunché.

Il professore del politecnico di Torino Marco Cantamessa e presidente dell’incubatore universitario i3P è d’accordo sul fatto che questo è il vero tema: “TechCrunch ha ragione dove nota come gli ‘Over the top player’ costituiscano dei monopoli radicati. “Possiedono i dati” ed è particolarmente problematico perché, nella prossima ondata di innovazione, basata su Big Data, la futura “materia prima”, e Intelligenza Artificiale, la futura “fabbrica” che usa questi dati, il monopolio rischia di diventare impossibile da scalzare (e questo senza contare il tema dell’influenza dei social network sui processi sociali e politici). Ma questo è uno dei classici casi dove gli Stati possono e devono entrare con forza nei settori economici con le armi della regolazione, imponendo misure anche drastiche (purché ragionate) laddove sia necessario. Altro che webtax”.

“La Silicon Valley non è più l’ombelico della terra”

C’è poi un’altro aspetto: la sensazione da ‘fine del mondo’ che sembra promanare da quella tesi, che pure racconta un po’ lo spirito del tempo. Almeno in Silicon Valley: “È sempre difficile predire il futuro. La verità è che il modello industriale dell’innovazione attraverso le startup è in fase espansiva e non recessiva” ha commentato il presidente di Italia Startup Marco Bicocchi Pichi. “Gli scenari su cui sviluppare il futuro possibile devono considerare bisogni più ampi – acqua, cibo, salute, ambiente. L’articolo mio vedere ha una vista limitata, oso dire provinciale, di quelle che fanno chiamare agli americani un campionato World Series anche se è solo il campionato USA”.

Insomma, sembra suggerire Bicocchi Pichi, il mondo di AGAF (Amazon, Google, Apple, Facebook) è già sfidato da BAT (Baidu, Alibaba, Tencent) e c’è ancora spazio dalle tecnologie di ieri per “creare unicorni domani ma non solo. I settori industriali che possono essere “disrupted” da startup non sono finiti e la concorrenza delle startup globali sta iniziando solo ora. The game is not over. Il mondo ha appena iniziato a giocare e la Silicon Valley non è più l’ombelico della Terra”.

Eidoo è una startup svizzera fondata da italiani. È un'app che promette di facilitare la gestione delle criptovalute, come bitcoin ed ethereum, e ha raccolto 21 milioni di dollari in meno di due settimane. Nel panorama del digitale italiano (allargato agli italiani all'estero) è una cifra notevole. Equivale più o meno a quella incassata da Satispay nel suo recente aumento di capitale, che rappresenta (di gran lunga) la più ricca operazione del 2017. Eidoo, però, non ha raccolto le risorse da venture capital e business angel. Lo ha fatto con un'Ico: la società ha messo in vendita dei gettoni digitali (i token) che, in futuro, daranno accesso ai servizi dell'app. In cambio ha ricevuto Ethereum (la criptovaluta più diffusa dopo i Bitcoin). In questo modo ha avuto a disposizione risorse fresche in poco tempo, da investire sullo sviluppo.

Le Ico sono "la più grossa truffa finanziaria di sempre"?

Le Ico sono state additate come una bolla. Jordan Belfort, l'uomo che ha ispirato The Wolf of Wall Street, le ha definite “la più grossa truffa finanziaria di sempre”. Alla raccolta, fulminea e abbondante, non corrispondono infatti adeguate protezione per gli investitori: il gettone digitale acquistato può apprezzarsi (se la startup ha successo) o perdere valore (in caso contrario). Se qualcosa andasse storto, gli investitori non hanno paracadute. Mentre la startup, in una modalità di raccolta senza regole, può incassare subito le criptovalute, convertirle e usarle. Il token di Eidoo, per ora, ha perso valore: al momento della vendita valeva 2,30 dollari. Oggi è a quota 2,13.

Nel frattempo, però, Eidoo ha iniziato a utilizzare quei 21 milioni. Come da programma, ha creato una funzione, la prima nel suo genere, che permette di organizzare e gestire un'Ico direttamente dall'app. Ma il team guidato dal veneto Thomas Bertani si è distinto anche per delle iniziative collaterali. Il 10 ottobre ha acquistato (non con i soldi raccolti, che sarebbero stati sbloccati solo sei giorni dopo) un'intera pagina del Wall Street Journal per promuovere l'app e l'Ico (allora in corso). Per farlo ha scelto di prendere di mira Jamie Dimon, il ceo di Goldman Sachs che, qualche giorno prima, aveva definito i bitcoin “una frode”, assicurando che avrebbe cacciato i suoi dipendenti beccati a scambiare criptomonete. “Forse Jamie potrebbe licenziarti – diceva il messaggio – ma tu sarai libero di fare affari nel crypto-mondo”.

Chiasso vuole diventare Cryptopolis

Ci sono sempre gli italiani trapiantati in Svizzera di Eidoo (e dalla società collegata Digital Identity) dietro il tentativo di trasformare Chiasso in “Cryptopolis”, la città delle monete digitali. Il 7 settembre il comune ticinese ha confermato che, dal 2018, permetterà di pagare una parte delle imposte in bitcoin, con un limite massimo di 250 franchi. Dice di averlo fatto dopo aver incontrato “un gruppo di imprenditori e di esperti sviluppatori” che “hanno scelto Chiasso come base operativa”. Erano Natale Ferrara, Andrea Benetton e Paolo Barrai, fondatore, coo e consulente di Eidoo e tra gli animatori di Cryptopolis, un'associazione nata per promuovere il fintech nel Canton Ticino.  

 
 
 

Secondo il bookmaker britannico Ladbrokes, Milano è ancora favorita per l'assegnazione dell'Agenzia Europa dei Medicinali (Ema) in vista del voto di lunedì 20 novembre per trasferire la sede delle agenzie comunitarie con base a Londra dopo la Brexit. Ma la corsa è incerta, con Bratislava e Amsterdam che in tre giorni sono riuscite a recuperare terreno sul capoluogo lombardo. La quota assegnata a Milano è ancora di 2/1, la stessa del 14 novembre. Bratislava è passata da 5/1 a 3/1. Amsterdam ha superato Lille con una quota di 7/1 contro il 10/1 di tre giorni fa. La quota per le altre città candidate a ospitare l'Ema (Lille, Copenaghen, Vienna, Barcellona, Dublino, Helsinki, Porto Stoccolma, Bonn, Varsavia, Zagabria, Atene, Bruxelles, Bucarest, Sofia e Malta) oscilla tra i 10/1 e i 50/1. 

Chi deciderà e come

La decisione verrà presa dal consiglio Affari generali. I 27 dovranno decidere quale delle 19 città che si sono candidate a ospitare l'agenzia è la più adatta. Ogni Paese avrà a disposizione 6 voti, di cui 3 andranno alla sua prima scelta, 2 alla seconda e 1 alla terza. Vince chi riceve 3 voti da almeno 14 Paesi. Altrimenti le tre candidature che avranno ottenuto il maggior numero di voti complessivi andranno al secondo turno, dove ogni Paese avrà 1 voto ciascuno e quindi vince chi ne avrà almeno 14. In caso contrario, terza votazione con ballottaggio finale fra le prime due classificate o fra 3 (o più) in caso di parità.

"Siamo tutti in attesa, mi auguro che ci sia una risposta positiva. Milano è una città europea che svolgerebbe molto bene questo ruolo", ha dichiarato la presidente della Camera, Laura Boldrini parlando ieri a margine di un convegno a Milano. "Sarebbe una buona opportunità per questa città che è già molto aperta e che ha delle 'expertise' riconosciute". "Milano ha le carte in regola e la sua candidatura è forte", ha aggiunto il premier Paolo Gentiloni. 

Leggi qui chi sono le 4 principali concorrenti di Milano e quali chance hanno

Lunedì, oltre alla sede dell’Ema, verrà decisa anche quella dell’Eba, l’Autorità bancaria europea, che vede Francoforte grande favorita. Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri tedesco Sigmar Gabriel ha detto a titolo personale di ritenere Milano una scelta eccellente per l'Ema, anche se al primo voto il suo governo sosterrà Bonn, la candidata ufficiale del Paese.

L'Ema intanto si prepara a collaborare fin da subito con la nuova città che l'accoglierà, dopo il trasloco da Londra per la Brexit, scrive Il Sole 24 Ore. A partire da lunedì Ema avrà meno di 17 mesi per concludere il suo trasferimento ed essere operativa per fine marzo 2019. Sotto il profilo pratico si dovranno trovare posti negli istituti scolastici per i circa 600 figli dei dipendenti dell'Agenzia Ue. Inoltre da febbraio 2018 la città ospitante dovrà diffondere informazioni sulle soluzioni abitative, visto che serviranno 890 alloggi di qualità, a costi accessibili, e ben collegate col trasporto pubblico. La scelta di Milano ha il vantaggio di offrire una sede già pronta – il Pirellone – e infrastrutture all'avanguardia, tali da non far perdere neppure un giorno di lavoro ai dipendenti dell'agenzia.

Valutazioni sui benefici per l'indotto

La posta in palio è altissima, scrive Il Corriere della Sera. "Con i suoi oltre 600 funzionari, il suo potere di controllo e regolazione dell’intera industria farmaceutica europea, l’Ema è perno del mercato unico dei medicinali e catalizzatore della ricerca biomedica. Di più, secondo stime conservative, l’agenzia genera un indotto per la città ospite pari a oltre 1,5 miliardi di euro l’anno".

Indotto economico stimato che potrebbe sfiorare anche i 2 miliardi di euro, secondo Money.it. "Innanzitutto, si stima che gli investimenti nel settore farmaceutico italiano – secondo in Europa con una valore di circa 30 miliardi di euro – risentirebbero di una crescita di circa l’8%. Questo perché le multinazionali del farmaco, la maggior parte delle quali hanno già sedi logistiche e commerciali nel nostro Paese, sarebbero invogliate a trasferire qui anche laboratori e parte della loro produzione. Tradotto: più investimenti sul territorio e più posti di lavoro. Nella sede dell’Ema, inoltre, sono impiegate circa 800 persone, che ovviamente dovrebbero trasferirsi nel capoluogo lombardo con le rispettive famiglie, le quali – secondo uno studio dell’Università Bocconi – potrebbero arrivare a spendere circa 40 milioni di euro all’anno, con un impatto positivo sui consumi. A questo dato, dovrebbero aggiungersi anche un indotto occupazionale di oltre 900 unità e le ricadute economiche dirette sulle aziende che potrebbero anche superare i 30 milioni annui. Infine, c’è da considerare anche l’impatto che l’Agenzia avrebbe sul turismo: grazie alle centinaia di eventi che organizza ogni anno, l’Ema porterebbe a Milano 60 mila visitatori l’anno per un giro d’affari stimato in circa 25 milioni di euro".

"L’Italia fin qui ha fatto un percorso netto – aggiunge il quotidiano di via Solferino – La candidatura di Milano è stata giudicata quella tecnicamente migliore: rapidità dell’entrata in funzione, accessibilità, scuole, sanità, accesso al mercato del lavoro e servizi sociali per figli e partner dei dipendenti, collegamenti, fattore geografico, su ognuno dei criteri di valutazione la capitale lombarda è risultata al top. Per una volta, abbiamo fatto sistema. Anche il Financial Times e Le Monde hanno riconosciuto che Milano ha messo insieme il miglior dossier del lotto. Mentre i bookmaker londinesi la danno ampiamente favorita. In realtà non basta".

L'Antitrust ha sanzionato, deliberando la chiusura di tre procedimenti istruttori per pratiche commerciali scorrette, UniCredit (5 milioni di euro), Banca Nazionale del Lavoro (4 milioni di euro) e Intesa San Paolo (2 milioni di euro) per un ammontare complessivo di 11 milioni di euro. "Le tre banche – informa una nota dell'Autorità – hanno adottato condotte aggressive, in violazione degli articoli 24 e 25 del Codice del Consumo, aventi ad oggetto la pratica dell'anatocismo bancario, ovvero il calcolo degli interessi sugli interessi a debito nei confronti dei consumatori".

Leggi anche l'articolo del Fatto quotidiano

Le banche, nell'adottare tali politiche, sottolinea l'Antitrust, hanno fatto attenzione nell'informativa fornita ai clienti a rilevare solo le possibili conseguenze negative in caso di mancata autorizzazione, evidenziando gli effetti in caso di mancato pagamento degli interessi in termini di interessi di mora e di segnalazione alle banche dati finanziarie e creditizie sui cattivi pagatori, e non accennando alle conseguenze dell'autorizzazione connesse con l'applicazione di interessi anatocistici.

L'Autorità ha dunque ritenuto scorrette le modalità utilizzate, tali, nell'insistenza e nella forma con cui sono state richieste le autorizzazioni, da condizionare indebitamente i consumatori e da far assumere loro decisioni che non avrebbero altrimenti preso in considerazione dell'applicazione, in caso di addebito degli interessi in conto, dell'anatocismo bancario. Nel corso dell'istruttoria sono stati svolti accertamenti ispettivi con l'ausilio del Nucleo speciale Antitrust della Guardia di Finanza.

Leggi anche l'articolo di Repubblica

Tali condotte, spiega l'Antitrust, sono state poste in essere in un quadro normativo in evoluzione che attualmente ne consente l'applicazione solo ed esclusivamente per gli interessi che il cliente autorizzi preventivamente ad addebitare sul conto corrente. In tale contesto, ad esito dell'attività istruttoria è emerso che le banche hanno attuato una politica di forte spinta all'acquisizione delle autorizzazioni all'addebito in conto corrente nei confronti della clientela adottando varie strategie con le quali i clienti sono stati sollecitati a concedere l'autorizzazione, nel presupposto che l'addebito in conto corrente degli interessi debitori fosse il modus operandi ordinario e senza considerare le conseguenze di tale scelta in termini di conteggio degli interessi sugli interessi debitori.

Tale strategia, prosegue l'Authority, è stata sostenuta da varie azioni finalizzate all'acquisizione delle autorizzazioni da parte della clientela che ancora non aveva effettuato la scelta, attraverso sollecitazioni e monitoraggio da parte della rete e delle funzioni/strutture interne coinvolte, sia sui canali fisici (posta e filiali), sia sull'internet banking. Ciò è avvenuto con l'uso di comunicazioni personalizzate precompilate, email e pop-up nella homepage delle aree clienti volti all'attivazione delle procedure di autorizzazione on line preventiva all'addebito in conto degli interessi debitori che non consentivano al consumatore di fornire il diniego espresso all'autorizzazione. 

Vendite e acquisti tracciati su blockchain, in modo da avere al sicuro e in tempo reale la lista dei proprietari di asset. È una delle strade che proverà a percorrere il Nasdaq, l'indice americano dei titoli tecnologici. La società cui fa capo il mercato ha chiesto allo U.S. Patent and Trademark Office, l'ufficio brevetti americano, l'approvazione di un "sistema che consenta di registrare su un database distribuito, come la blockchain, informazioni relative al possesso e ai movimenti degli asset". Ogni investitore e ogni società avrà così un proprio portafoglio digitale, con il quale potrà gestire anche il proprio diritto di voto (garantito dal possesso di alcune azioni).

Nasdaq sta, già da tempo, esplorando le possibili applicazioni della blockchain agli scambi azionari. Il 15 novembre ha anche lanciato un indice che misura le performance delle società che stanno investendo o supportando questo tipo di tecnologia. La richiesta di brevetto è un passo ulteriore, anche se, come si legge nello stesso documento, "il database distribuito ha un potenziale enorme ma richiede ancora miglioramenti a livello di performance ed efficienza".

Con uno scarto di soli 22 voti, 227 a favore e 205 contrari, la Camera ha approvato la sua versione della riforma fiscale voluta dal presidente Usa Donald Trump. Il testo passa ora all'esame del Senato dove le cose sono più complicate perché la Camera alta sta lavorando ad una sua versione del testo ed anche perché alcuni senatori dello stesso Grand Old Party (Gop) non concordano con il principio. 
Il testo passato alla Camera prevede in sintesi un taglio delle tasse entro la fine dell'anno per 1.500 miliardi di dollari. Tagli che secondo i critici aiuteranno principalmente i piu' ricchi

Il Tribunale di Roma ha accolto il ricorso di 153 lavoratori di Almaviva dichiarando l'illegittimità del loro licenziamento. Lo riferisce la Cgil, sottolineando che il Tribunale ha inoltre prescritto la reintegra nel posto di lavoro.  "Le motivazioni della sentenza – afferma il sindacato – restituiscono una fotografia fedele della realta', dove e' finalmente chiaro chi ha subito un ricatto e chi ha scelto di esercitarlo.  Dal canto suo l'azienda rivendica la legittimità dei licenziamenti e annuncia ricorso. – "Ottima notizia il reintegro dei 153 lavoratori Almaviva e l'ordinanza del giudice che dichiara discriminatorio il loro licenziamento. Siamo con voi", scrive su Twitter la sindaca Virginia Raggi.

"Il sistema sta fallendo". Parola di chi l'ha inventato. Tim Berners-Lee, l'uomo che ha concepito il web, ha raccontato al Guardian la sua visione di internet e delle ultime derive. Si dice ancora "ottimista", ma con una metafora che descrive la difficoltà di rimanerlo: "Sono un ottimista che sta in cima a un collina, aggrappato a una staccionata mentre una brutta tempesta mi soffia in faccia". E le cose "stanno andando sempre peggio". Berners-Lee, però, non molla. E continua con la sua metafora: "Dobbiamo stringere i denti e restare aggrappati al recinto, senza dare per scontato che la rete ci porterà cose meravigliose".

"Fatturare con clickbait non aiuta l'umanità a promuovere verità e democrazia"

Non è la prima volta che il padre del web lancia l'allarme. Lo scorso marzo aveva scritto una lettera in cui sottolineava il pericolo di un modello di business basato su algoritmi, clic facili e cessione dei dati personali in cambio di gratuità. "Ho immaginato il web come una piattaforma aperta che permettesse a chiunque e ovunque di condividere informazioni, avere accesso a opportunità e collaborare al di là dei confini geografici e culturali", aveva scritto Berners-Lee. "In molti modi, il web è stato all'altezza di questa visione. Ma negli ultimi 12 mesi sono stato sempre più preoccupato". È lo stesso aggettivo che usa oggi: "Preoccupato". Perché, spiega, "il modo in cui si fattura online, con il clickbait, non aiuta l'umanità a promuovere verità e democrazia". "Questa – aggiunge – non è democrazia. È un sistema che ci sta mettendo nelle mani delle compagnie più manipolative che esistono". Il problema di base è la visione degli utenti, ormai "distorta". "Siamo così abituati a essere manipolati che pensiamo che internet funzioni così. E invece dovremmo pensare a come internet dovrebbe essere".

"La libertà e la neutralità della rete è compromessa"

Continua nella sua analisi Tim Berners-Lee: "Uno dei problemi del cambiamento climatico è stato far realizzare alle persone che era stato originato dall'uomo. Adesso c'è lo stesso problema con i social network". La pubblicità mirata e l'uso disinvolto dei dati, in altre parole, non sono internet ma un sistema "creato dall'uomo". I social network e le altre grandi piattaforme starebbero tradendo il motivo per cui sono nati (ed è nato il web): "Se non sono al servizio dell'umanità, allora dovrebbero cambiare". La concentrazione del potere nelle mani di poche, enormi, società, mette a rischio anche la neutralità della rete. Cioè la possibilità di accedervi (per utenti e imprese) senza discriminazioni. E invece ci sono dei "guardiani" (così li definisce Berners-Lee) che decidono chi sta dentro e chi sta fuori. E così facendo "ostacolano l'innovazione" perchè sono in grado di decretare "vincitori e vinti". La connettività invece, conclude, "è un bene pubblico, come l'acqua potabile". 

Dopo 125 anni di ‘matrimonio’, General Electric dice addio alla lampadina, il suo prodotto più iconico. È quanto emerge dalla nuova road map illustrata dall’amministratore delegato, John Flannery, che ha specificato come nel futuro gli affari del colosso si concentreranno nei settori della salute, dell’energia e dell’aviazione. In realtà non si tratta di notizia scioccante: già a luglio scorso la società aveva annunciato l’intenzione di vendere il comparto dell’illuminazione, che già oggi rappresenta la divisione più piccola del gruppo e che porta nelle casse della società appena il 2% dei profitti totali.  Senza contare che quest’anno le vendite di lampadine sono crollate del 66%.

Semplicemente il mercato è cambiato. Il boom delle vendite, General Electric, lo ha registrato tra il 2007 e il 2014 quando le persone hanno iniziato ad acquistare le lampadine (più costose) a LED per sostituire le vecchie a incandescenza. Ma c’è un problema in questo cambio di modello: le lampadine a LED durano anni. Decenni. Eliminando la probabilità di restare senza luce, le vendite di nuove lampadine ne hanno risentito. E così anche i profitti. Superata questa fase inziale, sostiene Jamie Fox, analista di IHS, pare che tra il 2018 e il 2022 le vendite delle lampadine saliranno tra il 6 e il 7% all’anno trainate dalla domanda estera di Led. La pensa così, nonostante tutto anche GE secondo cui le vendite saliranno del 5% il prossimo anno. Ma la crescita sarà guidata soprattutto da Current, che rifornisce i sistemi di illuminazione delle aziende per conto di GE.

Fu Thomas Edison, nel 1879, a inventare la prima lampadina a incandescenza commerciale. Un anno dopo, fondò la Edison Lamp Company con cui iniziò a produrre lampadine per la vendita. Entro il 1892 la Edison General Electric si fuse con la Thomson-Houston Electric Company. La nuova nata non era altro che la General Electric che tutti conosciamo.

 

 

Le prescrizioni per le terapie a base di cannabis contro il dolore saranno a carico del Servizio sanitario nazionale, stop alla fatturazione delle bollette ogni 28 giorni per tlc e pay-tv, l'equo compenso viene esteso a tutti i professionisti e arriva la sanatoria fiscale per gli ex residenti all'estero e i transfrontalieri.

Sono alcune delle principali novità del decreto fiscale collegato alla manovra. Ma quali sono le misure che dovrebbero semplificarci (o complicarci) la vita? 

STOP BOLLETTE 28 GIORNI PER TLC MA NON GAS E LUCE: stop alla fatturazione delle bollette ogni 28 giorni per la telefonia, le pay tv, e internet ma non per luce e gas. Il periodo mensile o suoi multipli diventa lo "standard minimo" dei contratti . Gli operatori dovranno adeguarsi entro 120 giorni e, in caso di violazione è previsto un rimborso forfettario di 50 euro per ogni utente, maggiorato di 1 euro per ogni giorno successivo alla scadenza del termine imposto dall'Autorità. Raddoppiano anche le sanzioni che vanno da un minimo di 240mila euro ad un massimo di 5 milioni.

CANNABIS TERAPEUTICA A CARICO SSN: le preparazioni prescritte dal medico per la terapia contro il dolore saranno a carico del Servizio sanitario nazionale e sarà possibile lo sviluppo di nuove preparazioni a base di cannabis per la distribuzione nelle farmacie, dietro ricetta medica non ripetibile.

EQUO COMPENSO ESTESO A TUTTI I PROFESSIONISTI: la disciplina dell'equo compenso prevista per gli avvocati viene estesa a tutti i professionisti, inclusi quelli non iscritti a ordini o albi. Anche la pubblica amministrazione sarà chiamata a ispirarsi agli stessi criteri.

I MINORI 14 ANNI POTRANNO USCIRE DA SCUOLA: i minori di 14 anni potranno uscire autonomamente da scuola al termine delle lezioni, previa l'autorizzazione dei genitori o dei tutori.

AUMENTA PLATEA SCONTI AFFITTI STUDENTI FUORI SEDE: aumenta la platea degli studenti universitari che potranno usufruire della detrazione sugli affitti. La distanza dal Comune di appartenenza si riduce da 100 a 50 chilometri per chi vive in zone montane o disagiate e salta il vincolo dell'ubicazione della sede di studio in una provincia diversa.

DETRAZIONE PER ALIMENTI SPECIALI: arriva la detrazione fiscale per le spese sostenute per alimenti, a esclusione di quelli per i lattanti, da persone affette da malattie metaboliche congenite, ovvero disturbi del metabolismo.

SISMA, STOP RATE MUTUI FINO AL 2020: cospicuo il pacchetto di misure del governo a favore dei territori colpiti dal sisma. Sospese fino al 2020 le rate dei mutui per le attività economiche e per le prima case inagibili o distrutte localizzate in una zona rossa, istituita a partire dal 24 agosto 2016. I beneficiari dei mutui possono optare tra la sospensione dell'intera rata e quella della sola quota capitale, senza oneri aggiuntivi per il mutuatario.

NORMA SALVA-NONNA PEPPINA: arriva la norma per 'sanare' la casa di Nonna Peppina. La 95enne di San Martino di Fiastra vittima del terremoto, sfrattata dalla sua casetta di legno in provincia di Macerata, perché priva della licenza edilizia, potrà tornare nel suo chalet, costruito dalle figlie su un terreno di famiglia. Si prevede che le case costruite per "obiettive esigenze contingenti e temporanee" in "edilizia libera" non vengano più rimosse nel termine dei "90 giorni", ma chi ci vive possa rimanervi finché la propria abitazione non sia completamente resa agibile e comunque non prima dell'assegnazione di una soluzione abitativa di emergenza.

STALKING: i reati di stalking non potranno più essere estinti con il risarcimento.

VACCINI, MENO ADEMPIMENTI PER SCUOLE: dal prossimo anno scolastico 2018/2019 le scuole dovranno trasmettere alla Asl territorialmente competente, entro il 10 marzo 2018, soltanto l'elenco degli iscritti e acquisire successivamente la documentazione comprovante la situazione vaccinale sui minori segnalati dalle Asl perché non in regola con gli obblighi vaccinali.

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