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Economia

La crisi spaventa gli italiani, il denaro non circola. Le aziende non investono e le famiglie non spendono, preferendo accumulare: in banca aumentano le riserve, cresciute in un anno di oltre 50 miliardi di euro. In aumento di 26 miliardi i salvadanai delle famiglie, su di oltre 21 miliardi i fondi delle imprese. Questi i dati principali che emergono dalle ricerca del Centro studi di Unimpresa sull'andamento delle riserve delle famiglie e delle imprese italiane, secondo la quale, in totale, negli ultimi 12 mesi nei conti correnti sono stati accumulati 78 miliardi in più rispetto all'anno precedente.

Leggi anche: Dieci anni dopo l'inizio della grande crisi economica quali sono i Paesi guariti?

Sono 26 i miliardi lasciati in banca

Da maggio 2016 a maggio 2017 il totale dei depositi di cittadini, aziende, assicurazioni e onlus è aumentato di oltre il 4% passando da 1.248 miliardi a 1.299 miliardi. Le famiglie non spendono e hanno lasciato in banca 26 miliardi in un anno (+3%), le aziende non investono e i loro fondi sono cresciuti di oltre 21 miliardi (+9%), le imprese familiari hanno visto crescere i loro fondi di 4 miliardi (+7%). Le riserve delle assicurazioni sono calate di 1 miliardo (-4%). In aumento i fondi delle onlus di quasi 1 miliardo (+3%). Si registra anche il boom dei conti correnti, cresciuti di oltre 78 miliardi negli ultimi dodici mesi, passando da 915 miliardi a 993 miliardi.

"A frenare consumi, investimenti e credito sono rispettivamente la paura di nuove tasse, l'assenza di certezze sul futuro", commenta il vicepresidente di Unimpresa, Maria Concetta Cammarata, secondo la quale "i nostri dati sono in linea con quelli diffusi dall'Istat relativi al commercio al dettaglio, in calo nell'ultimo anno". Secondo lo studio di Unimpresa, che incrocia i dati della Banca d'Italia relativi alla raccolta delle banche, il totale dei depositi è passato dai 1.248,03 miliardi di maggio 2016 ai 1.299,1 miliardi di maggio 2017 con un incremento di 51,07 miliardi (+4,09%). I salvadanai delle famiglie sono cresciuti da 919,1 miliardi a 945,1 miliardi con una impennata di 26,01 miliardi (+2,83%); i conti delle imprese familiari sono passati da 51,9 miliardi a 55,8 miliardi in salita di 3,9 miliardi (+7,56%). "I dati mostrano che le disponibilità finanziarie delle aziende e delle famiglie italiane sono congelate. Se i cittadini accumulano per timore di nuove tasse, le imprese non investono perchè non hanno fiducia nel futuro", conclude Cammarata.

Una bella notizia per 21 milioni di italiani: tra la fine di questo mese e l'inio di settembre incasseranno circa 20 miliardi di euro (19 miliardi 604.410) di rimborsi irpef 2016. Lo rende noto la società UHY Italy, che ha effettuato un'analisi sulle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche. Secondo questa ricerca il l'importo medio che sarà restituito si aggira intorno ai 950 euro a persona. La stessa UHY Italy informa in una nota che "Negli ultimi 5 anni i crediti Irpef sono passati dai 15,5 miliardi per il 2011 ai 19,6 del 2015 (+26%), fino ai 20 miliardi stimati per il 2016. In totale nel quinquennio 2011-2015 i contribuenti hanno recuperato oltre 90 miliardi di imposte pagate in eccesso. L'importo medio restituito è salito da 850 euro del 2011 a 940 del 2015. La platea dei creditori e salita da 18,2 milioni per il 2011 a 20,8 per il 2015. Le somme derivano in gran parte da oneri deducibili (spese mediche, interessi su mutui per la casa, polizze vita e infortuni, etc) e dal bonus per la ristrutturazione".

Scrive Repubblica: "Quello che arriva è dunque un bonus sempre più "pesante", se così si può dire: non bisogna infatti dimenticare che si tratta pur sempre di cifre che sono state trattenute dalle buste paga, ma in eccesso rispetto a quanto dovuto al conteggio complessivo di redditi e deduzioni. Si tratta dunque di "soldi dei contribuenti" che tornano a loro. Ma non si può negare che, dopo averli visti svanire dall'assegno di fine, fa piacere vederli ritornare, tutti insieme, in un periodo dell'anno magari complicato perché coincide con il rientro dalle ferie che potrebbero aver asciugato il conto corrente di molti".

Dal Giornale di Sicilia: "Il rimborso nella gran parte dei casi transita attraverso il datore di lavoro o l'ente che eroga la pensione. Il pagamento perciò avviene fra luglio e settembre. 'Il notevole peso delle imposte ha spinto i contribuenti diventare molto più scrupolosi. Conservano scontrini e documenti e si informano sulle agevolazioni – osserva Mario Rendina, partner UHY Italy – ed una spinta decisiva è venuta dalla immediatezza dei rimborsi rispetto al passato, in cui occorrevano anni per recuperare le tasse pagate in più'. I contribuenti che chiudono le dichiarazioni a debito sono invece sono 5,3 milioni, per un importo dovuto di oltre 7 miliardi di euro (1.370 euro a testa). Il credito fiscale medio più alto spetta ai contribuenti del Trentino Alto Adige: 1.340 euro a testa in provincia di Bolzano e 1.160 in provincia di Trento".

Una buona notizia, che era seguita ad un'altra meno buona, e che ha riguardato i ritardi registrati da molti lavoratori dipendenti e pensionati che non hanno trovato nella busta paga di inizio agosto e nel cedolino della pensione i suddetti rimborsi irpef. 

 

In oltre 7 anni in Italia sono stati chiusi quasi 7.000 sportelli bancari: il 26,22%. Dal 2009 al settembre del 2016 sono passati da 26.431 a 19.500, con 6.931 chiusure. E' il pesante taglio imposto dagli istituti di credito e illustrato da Repubblica che rilancia l'Agi. Analizziamo cosa prevedono i piani industriali dei grandi gruppi.

I numeri della crisi

  • Oltre 22.000 esuberi già definiti
  • 3.600 nuove assunzioni. 

Cosa fanno le grandi banche

Unicredit (2019-2024)

  • 3.900 uscite volontarie usando il Fondo di solidarietà fino a 54 mesi.
  • 2.000 nuove assunzioni

Gruppo Intesa/Popolari venete (2017/2019)

  • 3.900 uscite volontarie
    • 1.000 nelle Popolari venete
    • Fondo fino a 84 mesi per la prima parte da 1.000 esuberi e a 60 mesi per la seconda tranche da 2.900 uscite
  • 600 sportelli chiusi. 

Monte Paschi di Siena (2017/2021)

  • 5.500 uscite volontarie
    • 1.800 già concordate con i sindacati.

Gruppo Ubi (2017-2020)

  • 2.750 uscite volontarie
  • 1.500 uscite dalle 3 good bank (ex banca Marche, Banca Etruria e Carichieti).

Gruppo Banco Popolare Bpm (2016-2019) 

  • 1.800 uscite
  • 400 nuove assunzioni.

Gruppo Bnl (2017/2020)

  • 783 uscite
    • 650 nel Gruppo Carige
    • 585 in Bper.

 

Nel 2016 la Guardia di finanza ha denunciato 27.500 evasori fiscali con un recupero, secondo il Centro studi della Cgia di Mestre, di 55,7 miliardi di euro di imponibile.

Da settembre si potrà fare la spesa con i buoni pasto nei mercatini e negli spacci aziendali, ma anche negli agriturismo e spendendo fino a otto ticket in una volta sola. Lo prevede il decreto del ministero dello Sviluppo economico 122 del 7 giugno 2017, che entrerà in vigore dal 9 settembre prossimo (in effetti l'11 perché il 9 è un sabato). Saranno utilizzabili per l'intero "valore facciale", ovvero non ci sarà il resto.

Chi li può usare e come

  • Lavoratori subordinati a tempo pieno o parziale, anche qualora l'orario di lavoro non preveda una pausa per il pasto
  • Chi ha instaurato con il cliente un rapporto di collaborazione anche non subordinato
  • I ticket non sono cedibili nè cumulabili oltre il limite di 8 buoni,
  • Non possono essere convertiti in denaro
  • Sono utilizzabili solo dal titolare.
  • Sono utilizzabili esclusivamente per l'intero valore
  • Il buono pasta cartaceo va datato e firmato.
  • Per il buono elettronico "l'obbligo di firma del titolare è assolto in via digitale

Dove si potranno usare

  • Mense aziendali e interaziendali
  • Bar, ristoranti e alimentari
  • Mercati e mercatini
  • Spacci aziendali
  • Agriturismi e ittiturismi.

L'economia italiana è ancora lontana dai livelli pre-crisi. E con Grecia e Portogallo, il nostro è uno dei tre Paesi dell'Eurozona il cui prodotto interno lordo resta inferiore a quello del 2007. L'analisi del Financial Times mostra i ritardi dell'Italia anche in tutti gli altri indici presi in considerazione: disoccupazione, prezzi degli immobili e mercati azionari. 

C'è chi sta peggio di noi

Secondo il Financial Times alla fine del 2017 il Pil italiano sarà 6,2 punti percentuali sotto il dato di dieci anni fa. In Eurolandia, a farci compagnia, sotto 'quota zero', sono solo altri due Paesi:

  • Portogallo, che segna un calo complessivo del 2,4%
  • Grecia, che ha perso un quarto del proprio prodotto interno lordo (-24,8%)

 

Ma tra i grandi siamo quelli che se la passano peggio

Tutte le principali economie mondiali analizzate dal Financial Times sono oltre "quota zero" e registrano un prodotto interno lordo superiore a quello del 2007. L'ultima a uscire dal buco nero della crisi è stata la Spagna, che ha raggiunto il pareggio quest'anno e, a fine 2017, guadagnerà il 2,1%. Se all'Italia non sono stati sufficienti dieci anni per tornare ai livelli pre-crisi, a Francia, Germania e Stati Uniti ne sono bastati quattro: il saldo è tornato positivo nel 2011. La ripresa britannica è stata più graduale: Londra ha raggiunto i livelli pre-crisi nel 2013. Ma da allora ha accelerato: chiuderà il 2017 con un progresso dell'11,1% rispetto a un decennio fa. Ancora più repentina è stata la risalita di Islanda e Irlanda. Hanno dovuto aspettare il 2014 prima di raggiungere il pareggio, ma da allora la crescita è stata rispettivamente del 18,1% e del 38,5%.

Guardando all'Asia, anche il Giappone recupera, seppure a un ritmo meno elevato (+4,7%). Mentre la Cina merita un discorso a sé: Pechino è l'unica grande economia mondiale a non aver risentito della crisi. Dal 2007, il Pil è più che raddoppiato (+119,9%). Se la rappresentazione grafica del prodotto interno lordo di altri Stati è una curva rotta da cambi di direzione, per la Cina somiglia molto a una linea retta. 

Come sta l'occupazione

Il record negativo è della Grecia, con una disoccupazione superiore del 14,6% rispetto al 2007. Ma il mercato del lavoro, che tende a ritardare la propria ripresa rispetto a quella del Pil, resta debole anche negli Stati che si sono riaffacciati oltre il pareggio.

  • Spagna: la disoccupazione resta del 10,2% più alta rispetto a dieci anni fa
  • Stati Uniti: che solo nel 2017 raggiungeranno lo stesso tasso di disoccupazione del 2007 nonostante una crescita del Pil già in doppia cifra.
  • Gran Bretagna: il tasso di disoccupazione è inferiore di appena lo 0,9% rispetto a dieci anni fa.
  • Germania: il tasso di senza lavoro è sceso del 4,6% rispetto al 2007.
  • Italia: il tasso di disoccupazione alla fine del 2007 era del 6,5%, quello registrato a giugno 2017 è stato dell'11,1%.

E il mercato delle case?

Il Financial Times confronta i dati con il 2005, anche per includere la bolla dei mutui subprime scoppiata nel 2006.

  • Stati Uniti: prezzi delle case sono cresciuti del 9,2%.
  • Canada: l'aumento è stato del 42,8%
  • Gran Bretagna: aumento del 50,6%
  • Australia: prezzi più che raddoppiati (+107,5%) 
  • Spagna: 9,5% al di sotto dei livelli del 2005.
  • Italia: dopo anni di flessione, i prezzi (secondo S&P, la stessa fonte utilizzata dall'Ft) inizieranno a rivedere terreno positivo solo nel 2017 (+0,5%) e nel 2018 (+1%).

Come vanno le borse?

Da anni Wall Street galoppa: +69% rispetto a dieci anni fa. Il Giappone corre: +19%. Tra le piazze che devono ancora recuperare il terreno perduto ci sono invece i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica): -10,3%. Milano è ancora più indietro: -45,2%. Peggio fa solo la Grecia (-83,1%).

Chi è andato in galera e chi no

Negli Stati Uniti la crisi finanziaria del 2008 ha lasciato in 'eredità', insieme a milioni di posti di lavoro bruciati, 150 miliardi di dollari di multe comminate e qualche centinaio di agenti immobiliari, erogatori di prestiti e consulenti condannati. Ma nessun 'pezzo grosso' di Wall Street è finito dietro le sbarre in questo decennio. Una circostanza, come riporta il Financial Times, che alimenta la rabbia popolare. Le autorità americane hanno sempre sottolineato che non sono mancati gli sforzi quanto piuttosto le prove di reato. 

Un'anomalia se si guarda al resto del mondo: l'Islanda ha perseguito i responsabili di tre grandi istituti, insieme ad altri 23 rappresentanti del mondo bancario. Nel Regno Unito nel giugno scorso per la prima volta è stato incriminato l'amministratore delegato di una banca mondiale, John Varley, e altri tre dirigenti della Barclays.

Esempi che non si ritrovano negli Stati Uniti dove l'unico esponente di peso condannato è stato Lee Farkas, il responsabile della Taylor Bean & Whitaker, una banca ipotecaria della Florida, e in carcere c'è andato solo Kareem Serageldin della Credit Suiss, dopo aver riconosciuto le sue colpe. 

I 324 finora ritenuti responsabili di qualche accusa sono tutti agenti immobiliari, erogatori di prestiti e mutui, consulenti, mentre chi si trovava dall'altra parte della catena, le grandi banche 'troppo grandi per fallire' che vendevano derivati tossici agli investitori, non è stato toccato. 

A livello dirigenziale di banche piccole e medie ci sono state sentenze, ma non per i pesci grossi. Come ha sottolineato nel 2016 alla Cnn Christy Goldsmith Romero, ispettore generale speciale per il Troubled Assets Relief Program (SIGTARP), "capisco chiaramente la frustrazione delle persone che vogliono vedere la gente che ha portato avanti la crisi finanziaria essere chiamata a rispondere. In alcune di queste istituzioni dove abbiamo riscontrato condotte criminali, il livello di responsabilità si ferma ai livelli inferiori e non sale". "Vorrei però aggiungere finora", ha sottolineato, ricordando che il suo ufficio continua a indagare centinaia di casi che riguardano istituti di tutte le dimensioni. 

Viviamo nell'era del "total work", in cui il lavoro non solo occupa gran parte delle nostre giornate, ma influenza tutte le nostre attività. In modo negativo. La soluzione? Sembrerà strano, ma per migliorare la nostra vita fuori e dentro l'ufficio, non è necessario ridurre l'orario, ma preoccuparsi meno del lavoro. E' la ricetta raccomandata dal filosofo Andrew Raggart su Quartz.
 

Dal total work alla riscoperta dell'io

 
Il termine "total work" fu coniato dal filosofo tedesco Josef Pieper all'indomani della Seconda Guerra mondiale per descrivere "il processo attraverso il quale gli essere umani sono stati trasformati in lavoratori", e con loro l'intera esistenza. L'apice lo si raggiunge quando l'intera vita umana è incentrata sul lavoro e tutte le altre attività non solo sono subordinate ad esso, ma in suo servizio". Persino il relax e il cibo "sono finalizzati a diventare più produttivi". Ma alla lunga, ciò crea insoddisfazione e sofferenza. Tra i diversi modi per reinvertire la rotta, il migliore – sostiene Raggart – è quello di "attribuire al lavoro meno importanza". Ma non si tratta di negligenza, né di disinteresse: "semplicemente in questo modo apriamo noi stessi ad altri aspetti della vita più importanti". 

Ma come fare?

 
Per iniziare, sostiene Raggart, "dobbiamo distaccarci dalla nostra concezione del lavoro". Ma soprattutto "del successo" la cui lotta per la realizzazione a volte genera solitudine e sofferenza. "Una volta separati i concetti di felicità e i successo, bisogna cercare altrove l'appagamento e la soddisfazione". Ma come fare? Il filosofo scomoda un mostro sacro della materia: Socrate. "Chiediamoci costantemente: se non sono solo un lavoratore, chi altri sono?". "Lasciate sedimentare per qualche settimana questa domanda nella vostra testa prima di provare a rispondere". Chiedetevelo mentre siete in ufficio, mentre siete a casa, mentre fate jogging. "Questa domanda filosofica, posta in continuazione, vi aiuterà a far emergere le vostre più profonde ambizioni e i più grandi interrogativi dell'esistenza". Ridimensionando l'occupazione. Perché "preoccupandoci di meno del lavoro, possiamo permetterci esperienze davvero significative". 

“Digitalizzazione” e “globalizzazione”: sono le due parole chiave che la Lego ha consegnato a Niels B. Christiansen affidandogli il timone della barca otto mesi dopo l’ultimo cambio al vertice del Gruppo. Investito ufficialmente oggi, il nuovo ceo si insedierà a tutti gli effetti dal primo ottobre prossimo.

Perché sia stato scelto lui lo spiega con chiarezza un comunicato del Gruppo danese, marchio icona dagli anni Trenta del Novecento. Grazie ai suoi mattoncini eresse un edificio che perse molti pezzi nei primi anni Duemila, ma superata la crisi si consolidò coniugando tradizione e innovazione: fu una infilata decennale di esercizi positivi, che macinarono fatturato e utili, conseguiti anche grazie alle licenze per la realizzazione di set da “Star Wars”, “Harry Potter”, “Batman”, ai film d’animazione e ai videogiochi.

Come dare futuro (senza stravolgerle) alle imprese familiari

Nel 2016 l’ulteriore svolta, quando Lego ha rallentato la crescita del giro d’affari al +6% (cinque miliardi di euro in termini assoluti) e dell’utile netto al +2%, cioè i livelli più deboli del decennio. Il mercato suggeriva la ricerca di nuove strategie, ma nell’attesa – finiva l’anno – il gruppo mise nel ruolo di ceo Bali Padda, 61 anni, di origini indiane, conoscitore della macchina grazie a una esperienza interna di 15 anni e ricordato per essere il primo non danese a capo della Lego. Oggi il comando torna a un danese e a un manager più giovane: Christiansen ha dieci anni meno di Padda (che conserverà un incarico nel gruppo).

Soprattutto, però, Christiansen ha due caratteristiche: conosce la struttura di una impresa familiare – la Lego lo è per eccellenza, poiché i Kirk Kristensen discendenti dal fondatore Ole controllano ancora il 75% del capitale – e in secondo luogo sa come trasformarla in una compagnia all’avanguardia tecnologica.

Christiansen ha dimostrato queste doti al timone del colosso danese Danfoss, tenuto per nove anni fino al giugno scorso. “Ha trasformato una compagnia industriale tradizionale in un leader tecnologico. La sua esperienza nella digitalizzazione e globalizzazione, con l’attuazione di una strategia di trasformazione e la costituzione di un team internazionale flessibile e dalle elevate performance, beneficerà il Gruppo Lego”, ha spiegato Jørgen Vig Knudstorp, direttore esecutivo Lego: “Il cda è fiducioso – ha aggiunto – che sotto la guida di Niels il Gruppo continuerà a prosperare e a portare le esperienze del gioco a un numero maggiore di ragazzi in tutto il mondo”.

Danfoss (prodotti energetici) ha raddoppiato le dimensioni, rinnovato il portafogli e aumentato la presenza internazionale sotto la guida di Niels B. Christiansen, il quale ha raccontato che da bambino giocava anche lui alle costruzioni con i mattoncini Lego, e al termine degli studi cominciò la carriera alla McKinsey & Co.

Film, app e videogiochi

Come catturerà nuovi fan la compagnia danese? C’è nei programmi immediati il lancio di un nuovo film di animazione con la Warner, “Lego Ninjago” a settembre, l’apertura della ‘Lego House’ a Billund in Danimarca (12 mila metri quadrati per 23 metri di altezza) e lo sviluppo della nuova entità Lego Brand per le diversificazioni produttive, mentre avanzerà nel settore digitale, con app per smartphone e videogiochi. Christiansen è avvantaggiato da una posizione che non è un dettaglio: nell’annuale classifica stilata da ‘Brand Finance Global 500’, Lego nel 2017 è il marchio più potente al mondo, precedendo Google e Nike.

 Attualmente le vendite sono solide in Europa e hanno segnato considerevoli progressi in Cina, mentre meno soddisfazioni arrivano dall’altra sponda dell’Atlantico, dove pesa la concorrenza della Mattel più che altrove.

 

In Italia tornano ad esserci ‘posti di lavoro vacanti’. Il dato è stato diffuso oggi dall’Istat che stima che la quota di posti di lavoro vacanti è salito allo 0,9%, un incremento di un decimale rispetto allo ai primi tre mesi dell’anno, riporta Repubblica

Ma cosa sono i posti di lavoro vacanti? Secondo la definizione dell’istituto di ricerca sono “quei posti di lavoro retribuiti che siano nuovi o già esistenti, purché liberi o in procinto di diventarlo, per i quali il datore di lavoro cerchi attivamente un candidato adatto al di fuori dell'impresa interessata e sia disposto a fare sforzi supplementari per trovarlo". Posti di lavoro che sarebbero stati creati, o che vengono ad oggi cercati nei settori dell’industria e dei servizi. E’ il miglior dato dal 2010, anno in cui è iniziata la serie storica. 

Ma il problema sono le competenze

“Ma c’è anche un rovescio della medaglia”, scrive Il Sole 24 Ore. Potrebbe essere che in qualche caso “il valore possa indicare uno squilibrio tra domanda e offerta di lavoro”. Ovvero, le imprese cercano nuovi lavoratori ma in settori specifici, con competenze che le persone in cerca di lavoro non hanno. Ma al netto delle competenze disponibili, rimane un dato positivo per l’industria italiana che, se cerca nuovi lavoratori, vuol dire che cresce o è in procinto di farlo. Il minimo storico di questo dato, scrive ancora il Sole, è stato  toccato nel “periodo più nero della nostra storia recente in termini di occupati, tra il 2012 e il 2013”. 

Scheda: I 12 trend del lavoro digitale

Il 4 agosto l’istituto di ricerca nella sua nota mensile aveva decretato il consolidamento della crescita del Paese. “In Italia si consolida la crescita economica con segnali positivi diffusi a livello settoriale sul mercato del lavoro. Migliora anche la fiducia di consumatori e imprese” aveva decretato l’Istat.

I lavori e le professioni più richieste

Sempre il Sole 24 Ore stila un elenco delle professioni e delle competenze più ricercate dalle aziende con uno sguardo al futuro: "Si espandono le professioni qualificate, dalla progettazione di software all'analisi finanziaria.

Si riducono quelle più legate a lavori meccanici e di routine, come l'utilizzo di macchinari o l'immissione dati". Il quotidiano finanziario cita l'analisi su 'L'impatto sul mercato del lavoro della quarta rivoluzione industriale' presentata in un'audizione al Senato da Giorgio Alleva, presidente dell'Istat. L'indagine ha messo a confronto un campione di 27 professioni “vincenti” (in crescita di almeno 20mila unità) e “perdenti” (in calo dello stesso valore) nel mercato del lavoro 2011-2016. 

"A imporsi sono soprattutto le carriere ad alto tasso di qualifiche nel commercio e nei servizi (+403mila) e le professioni intellettuali e scientifiche a elevata specializzazione (+330mila), mentre diminuiscono le attività del gruppo di artigiani, operai specializzati e agricoltori (giù di 579mila unità) e dei profili «esecutivi di ufficio», come segreteria e contabilità: meno 109mila posizioni nell'arco di cinque anni. Nel mezzo, si fa largo la crescita delle carriere Ict (in rialzo a ritmi di quasi il 5%) e dei lavori classificati come «elementari» e a basso livello di istruzione: un incremento di 268mila unità, in favore di un segmento che già rappresenta la quota più robusta di attività lavorative in Italia (circa il 35%)".

Scheda: L'analisi completa sulla relazione del presidente dell'Istat

La Disney si appresta a rompere ogni rapporto con Netflix, il colosso Usa dell'intrattenimento in streaming (via web) presente in oltre 190 Paesi con 104 milioni di abbonati. Netflix cui al momento fornisce Disney contenuti. Dal prossimo anno invece il colosso di Burbank non solo farà da solo ma farà anche concorrenza diretta al colosso online. La società fondata da Walt Disney, che controlla già la rete Abc, realizzerà due canali in streaming.

Scheda: 38 numeri che spiegano l'incredibile ascesa di Netflix

Uno, dal prossimo anno, sarà la versione via cavo del suo canale sportivo ESPN, il secondo, dal 2019, riguarderà tutti i prodotti marchiati Disney, dai classi lungometraggi a cartoni animati ai telefilm più recenti. Secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, non avendo la tecnologia necessaria all'impresa, Disney verserà 1,58 miliardi di dollari per acquisire il controllo (con una quota ulteriore del 42%) della società BAMtecc LLc specializzata nella diffusione di canali streaming, di cui possiede già il 33%.

Netflix fattura 2,8 miliardi, ed è anche merito di Frank Underwood

Il britannico Financial Times sottolinea che l'iniziativa coincide con i primi segnali di abbandono negli Usa della tv via cavo – inesistenti in Italia ma il 'Sistema' per eccellenza negli Usa dove invece le parabole rappresentano un'eccezione – per passare ai servizi in streaming, ossia vedere programmi sul web. 

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