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Economia

Elon Musk non è Superman e Steve Jobs non era Batman. Sono imprenditori. Geniali, ricchi, prolifici. Ma pur sempre imprenditori. Quindi, per cortesia, basta trattarli come se fossero eroi infallibili. Basta, perché anche i semidei della tecnologia sbagliano. E perché a rimetterci potrebbero essere le loro aziende e i loro azionisti. Un articolo del Wall Street Journal firmato da Christopher Mims sottolinea che “la Silicon Valley ha un problema di responsabilità che affonda le radici dell'idolatria del fondatore-ceo”.

L'ascesa dei super-ceo

L'idea di un super-ceo non è solo una questione di costume. Si traduce in una gestione che affida a un solo uomo poteri sproporzionati rispetto al numero di azioni che possiede. Tradotto: condividono il rischio con gli altri azionisti, ma decidono tutto loro, come in una monarchia. “Trattare l'amministratore delegato come se fosse nato sul pianeta Krypton – sottolinea Mims – porta, tra le altre cose, nella concessione di più soldi e più potere”. In un'impresa normale il ceo dovrebbe rispondere a un consiglio di amministrazione, eletto dagli investitori. In sostanza, c'è qualcuno che può assumere o licenziare un ceo. Formalmente è così anche in Facebook, Tesla, Google, Snap. In realtà no.

È il fondatore, grazie a una struttura che concentra nelle sue mani i poteri decisionali, che si sceglie i membri del consiglio di amministrazione più graditi. Sia chiaro: gli azionisti non sono vittime. Anzi, sono spesso complici inconsapevoli. Perché, come spiega il Wall Street Journal, in questa idolatria collettiva “tutti vogliono un pezzo del mito”. I motivi che hanno portato a questa “crisi di rappresentanza” affondano in un passato molto più antico della Silicon Valley. Ma è in California che esplode. Perché? L'esempio di scuola potrebbe essere quello di Steve Jobs. Un uomo che, tra lupetti neri, jeans e liturgie ha saputo creare il mito di se stesso. Ma anche un imprenditore che ha creato il proprio culto per reagire all'incubo di ogni fondatore: essere estromesso dalla propria azienda, prima del grande ritorno.

Le prime crepe in Silicon Valley

Nel caso di Apple l'uomo solo al comando ha funzionato. Ma, secondo Mims, utilizzare Cupertino come argomentazione a favore della concentrazione dei poteri nelle mani del ceo-supereroe “è ridicolo”. Il motivo di un giudizio così tranciante è semplice: quante Apple esistono al mondo? In altre parole: ci sono società che hanno galoppato anche grazie alla venerazione dei propri amministratori delegati. Ma dovrebbero essere reputate l'eccezione e non buone ragioni per seguirne le orme. Va bene l'ambizione, ma l'altare potrebbe non essere il punto di partenza migliore.

I fondatori ceo non hanno mai avuto così tanto potere come in questo momento. Si trovano in una congiuntura favorevole, fatta di mitologia tecnologica e abbondanti capitali da venture capital che si saldano con meccanismi di governance capaci di trattenere il controllo della propria società. I supereroi diventano così “dittatori a vita” e a ogni costo. Anche se a farne le spese è proprio l'impresa. La domanda, a questo punto, è: fino a quando durerà? Secondo il Wall Street Journal potremmo essere vicini a un punto di rottura.

I super-ceo sarebbero arrivati in vetta e potrebbero presto iniziare la discesa. Gli esempi che indicherebbero le prime crepe non mancano. Gli azionisti di Snap, contrariati dagli scarsi risultati, stanno mettendo in discussione Evan Spiegel. Il caso Cambridge Analytica ha messo sotto pressione Mark Zuckerberg. Il fondatore di Uber Travis Kalanick è stato sostituito da un manager esterno (Dara Khosrowshahi). Theranos è collassata, trascinando con sé Elizabeth Holmes, definita per carisma e look, la “Steve Jobs donna”.

Il caso Tesla

Un'azienda e un episodio raccontano meglio di altri sia la mitologia del ceo sia la nascita di alcune (per ora piccole) crepe. Poche compagnie come Tesla sono il proprio fondatore: Elon Musk. Le sue promesse sono parte del business quanto le portiere e le batterie elettriche. Non a caso, nel momento più grigio della società (con il titolo in calo e la produzione di Model 3 in ritardo) Musk ha puntato su se stesso con un piano decennale di premi in azioni che azzera lo stipendio e àncora il guadagno agli obiettivi finanziari.

Come a dire: credo in quello che faccio, resto qui per un paio di lustri e se le cose andranno bene avrò un crescente controllo sulla società. Nella recente assemblea di Tesla, però, un azionista ha proposto di spezzettare i poteri di Elon Musk, che da dieci anni combina i ruoli di ceo e presidente. Una struttura che – si legge nelle proposta – garantisce leadership ma che potrebbe non essere adatta a un settore sempre più complicato e competitivo. In sostanza: l'idea di un uomo solo al comando non funzionerebbe. Si trattava di fatto di una proposta kamikaze.

Il consiglio di amministrazione è gestito da Musk, che su una delle poltrone ha anche piazzato suo fratello. E qualsiasi variazione deve passare da una maggioranza qualificata dei due terzi. Molto difficile da raggiungere senza la quota di Musk, pari al 22%. Tradotto: non si muove foglia che Musk (azionista forte, presidente e ceo) non voglia. E infatti il board ha detto no: “Il successo della compagnia non sarebbe possibile” se la società fosse guidata da un'altra persona. Proposta respinta e pieni poteri al grande capo. La saga dei super-ceo non è ancora finita.

L'accordo su Tim e il futuro di circa 30 mila lavoratori c'è. Contratto di solidarietà al posto della cassa integrazione e uscite solo volontarie. Questi i risultati strappati dai sindacati all'azienda al termine di una lunga trattativa conclusasi nella notte, con la partecipazione all'ultimo minuto anche del neo ministro del Lavoro e vice premier Luigi Di Maio.

Più nel dettaglio, la cassa integrazione di 12 mesi per 29.736 lavoratori a rotazione per 26 giornate anno su base mensile è stata tramutata in “solidarietà difensiva” pari al 10 % e medesimo meccanismo di una tantum precedente; 4.500 esuberi strutturali sono completamente sono assorbiti dall’utilizzo di strumenti volontari di uscita.

Le uscite volontarie – spiega La Repubblica – sono complessivamente 5.0000 e sono state così articolate:  

  • circa 1.000 lavoratori saranno collocati in prepensionamento già nel 2018 con l'isopensione (un trattamento a cui accede il lavoratore che sottoscrive un accordo di esodo con prepensionamento a carico dell'azienda. Dal momento in cui smette di lavorare fino a quando matura la decorrenza della pensione, percepisce un importo mensile pagato dall'ex datore di lavoro),
  • nel biennio 2019-2020 potranno essere prepensionati i lavoratori che maturano il diritto a pensione entro il 31 dicembre 2024-2025 rispetto ad una base esodabile individuata di massimo 4.000 unità

Contestualmente – riporta Il Fatto quotidiano – è stato preso dalle parti un impegno ad aprire a settembre 2018 un confronto per superare l’attuale regolamento aziendale unilaterale e definire un secondo livello in maniera pattizia mettendo immediatamente al centro la situazione dei livelli inquadramentali, il part time, le dinamiche economiche e normative della parte on field, lo smartworking. 

Di Maio "La parola ai lavoratori"

"Ci sarà massima attenzione nel seguire le conseguenze di questo accordo, che dovrà essere approvato anche dai lavoratori con un referendum interno, un principio che sta alla base dei valori della forza politica che rappresento" – è quanto ha detto il ministro dello Sviluppo e del Lavoro Luigi Di Maio, secondo il Corriere della Sera

"Riteniamo importante che siano state accolte le richieste delle sigle sindacali e che l’azienda si sia resa disponibile ad accettare un compromesso soprattutto, siamo soddisfatti del fatto che ci sia la disponibilità a individuare una formula per azzerare gli esuberi e, in ultima istanza, utilizzare strumenti non traumatici così da evitare di far piombare i lavoratori in situazioni difficili. Ancora – ha concluso il ministro del Lavoro – è importante il fatto che saranno creati tavoli per valutare la buona attuazione dell’accordo. Oggi abbiamo affrontato e risolto uno degli aspetti del nuovo piano industriale dell’azienda, sarà nostra priorità verificare la sostenibilità di questo piano industriale collaborando con le parti”.

Genish ringrazia il ministro

A Di Maio si è rivolto direttamente l'ad della compagnia telefonica, Amos Genish, scrive ancora Repubblica: "Siamo particolarmente soddisfatti per questo accordo raggiunto con le associazioni sindacali. Voglio ringraziare i rappresentanti nazionali e territoriali delle associazioni che hanno dimostrato una volta di piu' di avere a cuore le sorti dell'azienda e del piano strategico digitim come dei lavoratori. Un particolare ringraziamento va al ministro Luigi Di Maio per il sostegno che ha dimostrato nelle fasi finali del negoziato. Spero di poterlo incontrare quanto prima per affrontare i vari temi di impegno comune".

Italia come la Grecia, uno spettro che in molti hanno agitato – o temuto – nei giorni apicali della crisi che ha portato alla nascita del governo Conte. Quando cioè si prevedeva quasi da ogni parte un riscorso alle elezioni anticipatissime di agosto, la Borsa cedeva e lo spread schizzava in su come il fiotto di una fontana appena inaugurata.

A dire il vero, anche dopo non tutti si sono tranquillizzati, soprattutto perché anche dopo la nascita del governo lo spread ha continuato a fluttuare su valori attorno, se non oltre, i 200 punti.

Perché la Grecia fa paura

L’accostamento della situazione italiana a quella greca evoca paure quasi ancestrali in tutti i settori della società, perché la crisi deflagrata ad Atene nel 2011 (ma in realtà aperta già nel 1009, con l’ammissione che qualcuno aveva truccato i conti per riuscire ad entrare nell’euro) ha avuto costi finanziari estremamente ingenti, e sociali spaventosi.

Il Paese solo ora sta uscendo dal tunnel, ma il miglioramento dei conti pubblici dopo tre duri piani di salvataggio messi a punto da Fmi e Ue non può nascondere che i costi sociali sono stati altissimi e non ancora superati.

Più deboli della Grecia?

Per questi motivi quando, sul Corriere della Sera, Federico Fubini lancia l’allarme in molti deglutiscono con difficoltà. “Almeno sulle scadenze a breve termine, i titoli di Stato greci hanno iniziato a offrire un rendimento più basso di quelli italiani”, rivela la prima firma del Corriere in materia economica, “Il premio richiesto dagli investitori per il rischio di comprare un Buono ordinario del Tesoro rimborsabile a marzo 2019 era più alto di quello di un governo espulso da anni dal mercato dei capitali come quello di Atene”. Più alto è il rendimento, più alta è la percentuale di rischio; quindi più alto il rendimento, minore è la fiducia dei mercati nel Paese che gli emette (in questo caso l’Italia).

In altre parole, mettiamo paura. Noi, non la Grecia.

C’è chi dice no

Rispondono piccati Claudio Borghi Aquilini e Alberto Bagnai. Il primo è il responsabile economico della Lega e ha insegnato per anni economia prima di abbracciare la politica, il secondo è docente universitario. Entrambi sono parlamentari del Carroccio, nonché molto scettici in materia di euro.

“Peccato non sia vero”, scrivono insieme al Corriere. “Basta aprire un qualsiasi sito di borsa per sincerarsi che né i Bot a 3 mesi né quelli a 6 hanno un prezzo di mercato inferiore a quello degli omologhi greci”.

La controrisposta

Fubini ribatte con lo stesso tono. Elenca numeri e cifre, nota che “il 29 maggio i Bot semestrali sono stati collocati al rendimento di 1,213 percento, mentre la stessa settimana i pari titoli greci allo 0,85 percento”. E prosegue: “Lo mostra un semplice grafico Bloomberg. Forse i due esponenti politici (Borghi Aquilini e Bagnai, ndr) dovrebbero mandare le precisazioni a quell’agenzia”. E aggiunge anche l’indirizzo di New York, prima di concludere: “Il crollo di valore dei titoli italiani dell’ultimo mese si spiega con il timore per le posizioni che i due propugnano: l’uscita dall’euro”.

Il problema è sempre quello

Insomma, se per Borghi e Bagnai il problema non esiste, per Fubini esiste eccome e consiste proprio nell’essere questo governo giallo-verde retto da un sostanziale credo euroscettico.

Ma proprio ieri lo spread è sceso (anche se a quota 236) e, soprattutto, la Borsa ha guadagnato più di tre punti. Con questo governo giallo-verde.

Ma la cosa, nota qualcuno, deve essere messa direttamente in relazione con un’intervista rilasciata sempre al Corriere della Sera da ministri dell’economia, Giovanni Tria. In cui il titolare di via XX Settembre dice due cosa. La prima: l’euro no si tocca. La seconda: massima attenzione ai conti pubblici. E alla fine Milano è la migliore d’Europa. I maligni potrebbero pensare che qualcun altro, al posto di Tria, non sarebbe riuscito allo stesso modo a rassicurare i mercati.

Dialogare con le istituzioni, le associazioni, le aziende  e le persone. E’ l’obiettivo dell' incontro "Parole a confronto", con i rappresentanti dell'Eni, moderati  dal giornalista Mario Sechi – direttore del periodico "Orizzonti, idee dalla Val d'Agri" – sul futuro dell'industria e  la transizione energetica, che si è svolto a Potenza.

“Anche la Basilicata fa parte del Progetto Italia di Eni che riguarda lo sviluppo delle energie rinnovabili – ha detto Walter Rizzi, responsabile coordinamento Progetti Val d'Agri della compagnia energetica – infatti, l'azienda sta  progettando un impianto fotovoltaico di 7 megawatt a Ferrandina (Matera), nell'area della Valbasento". Un passaggio  quindi verso la produzione da fonti green e un passo verso l'economia circolare dato che al momento sono in corso le attività di risanamento ambientale dell'area. All’incontro ha preso parte anche il fondatore di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, che nel suo intervento ha ricordato che lo scorso anno in Italia sono  aumentati i consumi di gas e petrolio, e soprattutto il gas può rappresentare un valido sostegno alla "decarbonizzazione", e quindi al passaggio di lungo periodo verso le rinnovabili: un prodotto meno inquinante in un Paese che resta uno dei pochi, in  Europa, ad aver toccato il 17% di produzione "verde", ma ancora  poco per parlare di transizione. E il 30% della produzione  lucana dell'Eni è di gas, ovvero tra i quattro e i 4,5 milioni  di metri cubi di gas al giorno, gas associato all'olio.

Per Giuseppe Sammarco di Eni “gli impianti a gas possono giocare  un ruolo da supplenti, e il percorso di decarbonizzazione  dell'Eni punta quindi su quattro pilastri: riduzione delle  emissioni, "Portafoglio oil and gas, low carbon", "Business  green" e ricerca e sviluppo. La Basilicata rientra quindi in uno  scenario energetico europeo per la produzione di gas e greggio”. Il programma delle iniziative  organizzate da Eni andrà avanti nei prossimi mesi. “Siamo soddisfatti dell’esito di questo primo incontro, che ha visto grande partecipazione ed interazione” ha evidenziato Sechi che ha anche sottolineato la partecipazione del presidente della Fondazione “Matera Basilicata 2019”, Salvatore Adduce che ha sottolineato come oggi sia possibile mettere d'accordo ambiente ed estrazioni. 

Per chi telefona, manda sms o naviga mentre è in viaggio all'estero sono molti, nonostante la cancellazione del roaming avvenuta un anno fa, i rischi di trovarsi addebitati sul conto corrente costi imprevisti. Le sorprese possono arrivare nei momenti più inaspettati, ad esempio nel breve viaggio per raggiungere le isole in traghetto. Lo scrive oggi il quotidiano La Stampa.

In mare si rischiano brutte sorprese

Le 'minacce' più grosse per gli addebiti arrivano dai viaggi in mare. Sono infatti i traghetti o le navi da crociera a nascondere le insidie più pericolose. In alto mare, molto spesso, scattano i collegamenti satellitari che sono ben più costosi. Le tariffe lontane dalla costa – spiega La Stampa – sono gestite da società diverse dai gruppi italiani del telefono che poi si rifanno sulle compagnie di telefonia. Si arriva a pagare anche 6 euro per ogni minuto di conversazione. Si tratta di una modalità che esisteva già prima dell’addio ai costi extra per l’uso del telefono all’estero. 

Occhio alla destinazione della vacanza

Ma occhio anche per i viaggi via terra, quando cioè si attraversano Paesi vicini a quelli comunitari, ma esclusi dall’abolizione del roaming. Massima attenzione quindi quando si passa vicino, o attraverso, la Svizzera, San Marino, Montenegro e l’Albania, oltre che la Repubblica turca di Cipro del Nord. Tutti paesi che non fanno parte dell’area franca dal roaming. Vuol dire che si paga, e tante volte senza averne la percezione perché il nostro smartphone continua a scaricare dati anche mentre è in tasca. Compresi nella nuova tariffazione ci sono invece il Regno Unito (nonostante la Brexit) e i Paesi dello spazio economico europeo come Norvegia, Islanda e Liechtenstein.

Internet, meglio verificare

Il rischio di ritrovarsi senza credito sul telefono arriva soprattutto da Internet: se prima dell’addio agli extra-costi si prestava attenzione, una volta usciti dall’Italia, a verificare che il blocco del traffico dati fosse operativo, adesso si è portati a pensare che sia tutto libero. Non sempre si può utilizzare Internet in un Paese europeo – spiega La Stampa – come se fossimo in Italia. Molti operatori hanno infatti messo dei tetti massimi ai gigabite all'estero, val a dire al traffico dati e quindi all'utilizzo della Rete e dei social mentre si è in vacanza fuori dai confini italiani. Meglio quindi accertarsi e verificare quali sono i proprio limiti rima di mettere piede sul'aereo.

Leggi anche: Occhio alle promozioni attive all'estero

“La posizione del governo è netta e unanime. Non è in discussione alcun proposito di uscire dall’euro. Il governo è determinato a impedire in ogni modo che si materializzino condizioni di mercato che spingano all’uscita. Non è solo che noi non vogliamo uscire: agiremo in modo tale che non si avvicinino condizioni che possano mettere in discussione la nostra presenza nell’euro. Come ministro dell’Economia ho la responsabilità di garantire, su mandato del governo, che queste condizioni non si verifichino. Le dichiarazioni del presidente del Consiglio sono su questa linea e il governo nel complesso è responsabile verso il Paese”.

Sono le parole, chiare e rassicuranti, di Giovanni Tria, 69 anni, ministro dell’Economia del governo guidato da Giuseppe Conte. Parole pronunciate durante una intervista concessa al Corriere della Sera, nella quale per la prima volta dopo il giuramento del 2 giugno, Tria spiega quali saranno le prime mosse e dell’esecutivo sulla politica economica. Parole che hanno forse l’intento non dichiarato di rassicurare i mercati e scoraggiare gli speculatori che nelle ultime settimane hanno cominciato a scommettere sulla crisi dell’Italia, creando non pochi problemi alla nostra economia come a quella dell’Europa. Alla vigilia di una nuova settimana di fermenti borsistici, il titolare del ministero di via XX Settembre mette alcuni puntini sulle i. (leggi qui l’intervista integrale). 

Cosa ha detto Tria al Corriere

“L’aumento del prezzo del rischio e della volatilità ovunque. Su questo sfondo è normale che ci possano essere apprensioni in un momento di forte svolta politica in Italia. Ma i fondamentali della nostra economia sono a posto”. Alcune delle principali affermazioni del ministro:

“Negli ultimi 25 anni, l’Italia ha un avanzo primario(prima di pagare gli interessi, ndr) fra i più alti d’Europa. Non ci si può accusare di politiche di bilancio avventurose. Ci portiamo dietro un debito che viene da lontano, certo. Ma abbiamo una posizione finanziaria netta con l’estero ormai quasi in equilibrio, quasi tanti crediti quanti debiti, e di questo passo saremo creditori netti sul resto del mondo in pochi anni. Vantiamo un avanzo significativo negli scambi con l’estero. Sono elementi oggettivi da crisi finanziaria? Direi di no. Mi spiego questa fase con i normali interrogativi che accompagnano una transizione politica”.

(…) "La legislazione sul sistema pensioni richiede di guardare non solo al breve, ma anche al medio e soprattutto al lungo termine. Credo che la nostra legislazione pensionistica possa essere migliorata, ma lo si farà con l’attenzione alla sostenibilità. Anche quella di lungo termine. Studieremo dei miglioramenti, sapendo che su queste materie non si improvvisa".

"Sulla pace fiscale dobbiamo fare i conti e simulare ciò che è possibile ottenere. Finché non si definisce la norma non si possono definire le coperture o il gettito. Per deduzioni e detrazioni, ho già avviato un’analisi e simulazioni. Per alcune di queste tax expenditures bisogna vedere bene cosa sono per valutarne l’impatto sociale. Altre sono parte della politica industriale e hanno impatto sulle imprese. Bisogna vedere la situazione nel complesso".

(…) "L’obiettivo è la crescita e l’occupazione. Ma non puntiamo al rilancio della crescita tramite deficit spending. Abbiamo un programma imperniato su riforme strutturali e vogliamo che agisca anche dal lato dell’offerta, creando condizioni più favorevoli all’investimento e all’occupazione. Nella nota di aggiornamento al Def vi invito a non guardare solo i conti, ma anche al piano nazionale di riforme".

(…) "L’attenzione a tenere i conti in ordine e a far scendere il debito non è opportuna perché ce lo dice l’Europa, ma perché non è il caso di incrinare la fiducia sulla nostra stabilità finanziaria. Quella fiducia è il presupposto della nostra strategia".

Il ministro si è soffermato anche sul tema dello sviluppo e della crescita. "È centrale il rilancio degli investimenti pubblici, decisivi per rafforzare la competitività complessiva del Paese. Non rilanciano solo la domanda, ma aiutano a far crescere il rendimento atteso del capitale privato, dunque portano anche più investimenti privati".

“Confermo che questo è l’obiettivo (un calo del debito nel 2018 e nel 2019, ndr) . Per quest’anno è già tutto determinato e presidierò perché nulla cambi. L’obiettivo per il 2019 è di proseguire. Ovviamente sul modo in cui si rispetterà l’impegno conteranno anche le nuove stime sull’andamento dell’economia”.

Martedì mattina il ministro incontrerà il presidente Conte di ritorno dal Quebec e all'ordine del giorno c'è la messa a punto di una risoluzione di maggioranza sul Def. "Matteo Salvini punta ad alzare la posta con Bruxelles – scrive La Stampa – spingendo il deficit fino al limite massimo del 2,9 per cento in rapporto con il Pil: un decimale in meno del limite fissato a Maastricht, lo stesso progetto esposto da Matteo Renzi nel suo ultimo libro. I Cinque Stelle si mostrano più cauti e non sembrano voler strappi. È probabile che il compromesso si trovi a metà strada, ma occorrerà fare i conti con quel che l’Unione stessa dirà. Gentiloni aveva promesso nel 2019 un deficit pari ad appena lo 0,8 per cento. Fra Roma e Bruxelles si vocifera che la Commissione sarebbe disponibile a concedere all’Italia circa mezzo punto di disavanzo in più, permettendo di fermare l’asticella dell’anno prossimo attorno all’1,3 per cento. Sarebbe meno di quanto fatto quest’anno (1,6 per cento), abbastanza per finanziare almeno una parte della cancellazione Iva con deficit. Per il momento l’Ue chiede un aggiustamento dei conti per circa dieci miliardi, dunque per convincerla a concedere margini molto dipenderà dai contenuti della manovra stessa".  

Che posizione prenderà il ministro Tria? Le sue parole di assoluta fermezza sulla permanenza nell'euro dell'Italia e sugli obiettivi di riduzione del debito da parte del governo nel biennio 2018-2019 saranno coerenti con le promesse elettorali dell'asse Lega-M5s (reddito di cittadinanza, flat tax, riforma della legge Fornero)? Lunedì mattina si potrà capire qual è l'opinione in merito dei mercati finanziari.

Gli italiani sono sempre più consapevoli delle loro tracce digitali, ma ancora poco inclini a leggere i termini di servizio delle app che utilizzano. A rivelarlo è una ricerca sui Big Data realizzata dall'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, dall'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e dal Garante per la Protezione dei Dati Personali, presentata a Roma l’otto giugno. Secondo i dati raccolti, un sesto degli italiani è al corrente del fatto che le proprie informazioni sono utilizzate dalle aziende. Tuttavia ancora il 33 per cento degli intervistati non legge le condizioni di utilizzo delle app, mentre il 54 per cento le legge solo parzialmente.
 

Ogni volta che installiamo un’app sui nostri smartphone, questa richiede delle autorizzazioni per accedere a dati o funzioni dei dispositivi. Dalla ricerca sui Big Data emerge che gli utenti hanno acquisito maggiore confidenza con questo tema, e infatti sei su dieci sono al corrente che la funzione di geo-localizzazione consente a un software di identificare precisamente la posizione del dispositivo. Il 49,2 per cento degli intervistati invece dichiara di essere al corrente che tali app possono accedere a funzioni particolarmente sensibili del dispositivo, come la fotocamera, il microfono e la rubrica.

Acquisizione, elaborazione e cessione a terzi: secondo l’indagine tre quarti circa degli intervistati ha manifestato la propria disponibilità a rinunciare ad alcuni servizi e app gratuite per tutelare i propri dati. Tuttavia solo la metà accetterebbe di pagare per servizi e app a fronte di un minore utilizzo dei propri dati.

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Ma oltre al comportamento degli utenti nel mondo delle app, dall’indagine emerge anche un rapporto tra il costo di queste e la quantità di dati raccolti. Come dimostrato, esiste una correlazione diretta fra il costo delle app e la loro invasività nella sfera digitale dell’utente. Se sul totale delle app gratuite distribuite sul Google Play Store (quasi un milione, per un 84 per cento del totale), i permessi richiesti sono in media 6,4, le app a pagamento richiedono in media 3,8 permessi. Questo risultato, sottolinea Agcom, “mostra con chiarezza, e in modo statisticamente significativo, l’esistenza di uno ‘scambio implicito’ del dato tra utenti da un lato e sviluppatori App e piattaforma dell’altro, circostanza che incide sulle scelte del modello di business e, in particolare, sul dato come bene economico”.

È stato uno dei sequestri più consistenti nella storia italiana delle criptovalute. Nei giorni scorsi l’equivalente di 15 milioni di euro in bitcoin sono stati fisicamente spostati dalla piattaforma di cambio italiana di criptovalute BitGrail su un nuovo indirizzo, in attuazione del provvedimento dello scorso maggio del tribunale di Firenze, che disponeva il blocco della piattaforma, il sequestro del suo patrimonio, e la nomina di un curatore e custode dello stesso. 

Il sequestro dei bitcoin 

Così il 5 giugno, senza clamore, sono stati mossi – come ha notato AGI a partire dalla stessa analisi della blockchain, il registro distribuito delle transazioni bitcoin, e dalle segnalazioni online o via chat fatte nelle scorse ore da vari utenti dell’exchange – ben 2295.077523 bitcoin (BTC). Che hanno lasciato l’indirizzo di BitGrail per dirigersi su un altro wallet (portafoglio) creato appositamente per l’autorità giudiziaria dal curatore, Tommaso Ariani, e dal coadiutore tecnico, Paolo Dal Checco, incaricati dalla sezione quinta fallimentare (Presidente Patrizia Pompei) del Tribunale di Firenze di sequestrare in via cautelare l’ingente quantità di bitcoin. Le chiavi – come da prassi in questi casi – sono state depositate in un luogo terzo e sicuro e chi ha operato il sequestro non ne tiene copia né ha la possibilità di ricostruirle.

“È stato creato un wallet (portafoglio) bitcoin la cui proprietà è del tribunale, e nell’atto di creazione del wallet sono state prese misure per evitare che chi ha partecipato potesse usare, visionare o ricostruire a posteriori le chiavi, che sono state depositate in un luogo sicuro intestato al tribunale – lo stesso posto in cui vengono tenuti lingotti d’oro od opere di valore”, commenta ad AGI Paolo Dal Checco, esperto in perizie informatiche forensi anche in ambito di valute digitali, che preferisce non parlare del sequestro ma ha accettato di spiegare questo aspetto tecnico. “Abbiamo ricondotto un sequestro digitale di criptomonete alle modalità di un sequestro fisico di contante o preziosi, per il quale l'autorità giudiziaria possiede metodi consolidati di conservazione e controllo”.

 A breve è probabile che saranno spostati dal portafoglio dell’exchange a quello gestito dai curatori anche 4 milioni della criptovaluta Nano (XBR), equivalenti oggi a circa 13 milioni di euro, ma molti di più al tempo del furto subito da BitGrail, poiché la quotazione era più elevata.

 La storia di BitGrail 
 

BitGrail è infatti una piattaforma di cambio di criptovalute aperta a Firenze nell’aprile 2017 dal programmatore 32enne Francesco Firano. Il servizio permetteva di scambiare varie criptovalute, bitcoin, ethereum, litecoin e anche un token digitale meno noto e diffuso, i Nano (XBR), sviluppati negli Stati Uniti e per i quali la piattaforma fiorentina era diventata uno degli snodi principali. 
 
“Al momento di picco avevamo il 60 per cento dei Nano in circolazione depositati su BitGrail; eravamo stati i primi a scoprire questa criptovaluta”, commenta ad AGI Firano. All’inizio valeva poco. Poi tra novembre e dicembre c’era stata l’esplosione del suo prezzo. Ma a febbraio qualcosa non torna. Firano si reca alla postale e denuncia un attacco informatico che avrebbe prodotto un furto di 17 milioni di Nano dalla sua piattaforma. All’epoca equivalevano a circa 160 milioni di euro.  
 
“Solo le Nano sono state oggetto del furto, che si è svolto sotto forma di prelievi ripetuti che sembravano legittimi”. Per Firano il problema, la vulnerabilità da cui avrebbe mosso l’attacco, sarebbe nel software del portafoglio ufficiale sviluppato per la criptomoneta. All’epoca BitGrail aveva 220mila utenti; di questi – calcola Firano – 57mila sarebbero stati coinvolti dalle perdite dei Nano trafugati. Le attività dell’exchange a quel punto si fermano.

Nel mentre gli sviluppatori di Nano, a febbraio, rispondono che il problema, la falla che avrebbe permesso il furto, non riguarderebbe la criptovaluta ma sarebbe legata al software di BitGrail. Aggiungono di aver rifiutato la proposta di Firano di ripianare le perdite degli utenti con una modifica al registro delle transazioni di Nano. E infine lo accusano di aver sviato la comunità sull’effettiva solvibilità di BitGrail.

Ad aprile l’exchange propone sul suo sito un piano di rientro per le vittime del furto, annunciando una imminente riapertura. Nello stesso periodo lo studio legale BonelliErede, che rappresenta circa tremila creditori di BitGrail, annuncia di aver presentato un’istanza di fallimento nei confronti della piattaforma.

Si arriva così a inizio maggio quando BitGrail prova a riaprire i battenti, ma il suo ritorno dura poche ore, dato che il Tribunale di Firenze interviene disponendo il sequestro, poiché la riapertura rappresenterebbe “il pericolo di depauperamento del patrimonio della fallenda e possibile dispersione dei mezzi di prova per l’accertamento delle cause e delle responsabilità alla base dell’ammanco di Nano”.

“Si tratta di un provvedimento cautelare”, commenta Firano, che attualmente ha congelati sia i fondi aziendali che quelli personali. “Il tribunale vuole capire se c’è rischio di fallimento. Spero ci possa essere un’istruttoria in cui potermi difendere dalla controparte”. Per ora i 15 milioni di euro in bitcoin restano sequestrati.

 

Non solo Apple Store. A Milano, nel centro commerciale più grande d’Europa, Il Centro, ha aperto il primo store monomarca (Mi Store). ​Così debutta sul mercato italiano Xiaomi. Il colosso cinese della telefonia da 18 miliardi di fatturato, in sette anni è ​diventato il​ quarto produttore a livello globale, dietro a Samsung, Apple e Huawei. Il gruppo è praticamente un esordiente in Europa, ma ha già venduto 2,4 milioni di smartphone, pari a una quota del 5,3%. L’espansione nel Vecchio Continente (20 store finora) è iniziata sei mesi fa in Spagna. La presenza in Polonia, Grecia e Francia (avviata in concomitanza con la presentazione di Milano) fa parte della scalata globale. I piani italiani sono ambiziosi: l’obiettivo è di aprire entro due anni 18-20 Mi Store su tutto il territorio. Di più: i cinesi vogliono assumere fino a 200 persone. Nel team del progetto c’è un giovane italo-cinese, Francesco Zhou Fei. “Il 26 maggio c’erano 8mila persone fuori dal negozio, neanche fosse il lancio dell’IphoneX”, dice in una intervista all’Agi. Qualcuno era lì dalle 4 del mattino di due giorni prima. Il cospicuo fan club (i Mi Fan) non ha nulla da invidiare alla community di Apple: la pagina Facebook conta già oltre 26 mila follower.  

Non solo smartphone. Xiaomi (Sciaomi) entra nel mercato italiano con oltre 120 articoli tra cellulari ed Ecosistema: 'device'​ connessi IoT (Internet of Things)​. Esordisce in particolare con due smarphone – ​il top di gamma della serie Mi Mix 2S ed il Redmi Note 5 sono tra i più venduti –  insieme al monopattino elettrico. La forza di questa azienda fondata nel 2010 a Pechino dal presidente Lei Jun (49 anni) con un gruppo di otto persone (sei ingegneri e due designer), è nella capacità di offrire prodotti di alta tecnologia a prezzi molto più bassi della concorrenza. Tecnologia super avanzata e prezzi accessibili: così Xiaomi ha conquistato il cuore dei fan. Il motto aziendale è “prodotti sorprendenti a prezzi onesti” e “innovazione per tutti”. 

​Il brand più amato dagli smanettoni

Mi Mix 2S “è strabello”, dice Francesco, “come prestazioni é paragonabile ai top di gamma di altri brands ma costa la metà (499 euro)”. Il top di gamma spicca per l’utilizzo di materiali pregiati come la ceramica, il display da 5,99 pollici FullHD+ (2160 x 1080 pixel), processore Qualcomm Snapdragon 845. “Lo apprezzano soprattutto i consumatori che capiscono di tecnologia”.​ Non male per un’azienda nata facendo sistemi operativi (MIUI). La strategia? Non tanto fare utili sulle vendite (i margini sui prodotti non superano il 5​%​) ma puntare sulla vendita di un ecosistema di servizi con al centro lo sviluppo dell'​Internet of things​: ​un settore che promette guadagni stellari a lungo termine per l’azienda cinese (Qui l’articolo di Repubblica).

L’azienda che vuole replicare il modello degli Apple Store si è già da tempo smarcata dalla forzata similitudine con la mela morsicata. Lei Jun non ha mai fatto mistero della sua ammirazione per Steve Jobs; furono i media cinesi a coniare per Xiaomi la definizione di “Apple d’Oriente”. Ma i paragoni finiscono qui. Del resto nel 2013 Xiaomi aveva già superato Apple nelle vendite in Cina (qui le differenze tra Apple e Xiaomi). 

La storia di Francesco Zhou Fei​

Francesco Zhou Fei ha 36 anni ed è general manager dei Mi Store in Italia. Cioè, gestisce gli store fisici di Xiaomi. Lo store di Milano è il punto di partenza di un progetto ​iniziato a febbraio. Il secondo è già pronto per l’inaugurazione, aprirà a fine giugno, sempre a Milano. “Non posso dirvi ancora dove”. Ha la bocca cucita, Francesco. Ordini dell’azienda: prima della imminente quotazione alla Borsa di Hong Kong, i vertici hanno imposto il silenzio stampa. Il Team di Milano, composto da 20 persone, per metà italiani e per l’altra sino-italiani (“volti noti della comunità cinese della capitale lombarda”), età media 30 anni, guiderà un massiccio piano di assunzioni: si prevedono 200 nuove posizioni, considerato che servono 10-12 risorse per ogni negozio. 

La carriera di globe-trotter inizia a 5 anni, quando con la famiglia ​cinese ​si trasferisce in Italia. Gli bastano pochi anni per diventare milanese a tutti gli effetti. Dopo la laurea alla Bocconi in economia aziendale, Francesco si affaccia nel mondo del lavoro. Sono anni in cui le aziende italiane guardano a Oriente. Scopre di avere un’abilità che gli tornerà utile in futuro: cavalcare l’onda giusta. Sale a bordo di Crif, azienda bolognese con piani di espansione nella Terra di Mezzo. 

In un paio d’anni Francesco si ritrova catapultato a Pechino, dove apre l’ufficio della casa madre. Nel 2012 decide che è tempo di cambiare aria. “Avevo notato che gli espatriati costano un sacco di soldi e non capiscono niente del mercato, anche se parlano cinese, come me. Oggi le aziende lo hanno capito e assumono soprattutto manager locali, molto più qualificati di prima; i pochi espatriati rimasti sono quelli davvero super bravi”. Per capirci qualcosa Francesco fa un sacco di gavetta. Apre un ristorante italiano vicino Central Park con un gruppo di soci, lo chiamano “Milano Cafè” (“un nome non particolarmente originale” ironizza). “Ho capito davvero come avviare un business in Cina”.

Francesco è vorace, impara e si butta nell’esperienza successiva. Vende il ristorante a un cinese: “Se lo compra il proprietario del supermercato adiacente, che aveva deciso di diversificare il business” (Che ci azzecca? “Non so, so che ha chiuso dopo un anno”).  Con il ricavato della vendita Francesco va a fare un MBA alla Peking University. Ora si sente davvero corazzato: è diventato “più cinese”. Forte delle sue capacità e di una solida rete di contatti, Francesco fa il primo passo nella internet economy.  Sviluppa l’espansione in Cina di una start-up di Londra, “sorta di Linkedin per laureandi e laureati”, e poi arriva la proposta di aprire negozi fisici di Xiaomi. Francesco cavalca l’onda al contrario. “Due anni fa capii che il trend si era invertito; ora erano le aziende cinesi a puntare all’internazionalizzazione”. Francesco intercetta la prima ondata di aziende cinesi che andavano all’estero. E oggi eccolo qui .

Amazon ha violato le quote di lavoratori somministrati che poteva utilizzare sulla base del contratto collettivo e dovrò quindi assumere 1.300 lavoratori interinali nel suo centro logistico di Castel San Giovanni, nel piacentino. Lo ha stabilito l'Ispettorato nazionale del lavoro, al termine dell'accertamento avviato nei confronti della società. I magazzinieri potranno essere assunti a tempo indeterminato sin dal primo giorno del loro incarico. A costoro si allargheranno dunque le tutele garantite il mese scorso ai dipendenti stabilizzati, un accordo definito "storico" dai sindacati e che arrivò dopo una battaglia durissima. Il centro era stato teatro lo scorso anno di vigorose proteste sindacali per chiedere un salario e – soprattutto – condizioni di lavoro più dignitose. Propri in quei giorni di scioperi, che interessarono il 'Black Friday', scattarono gli accertamenti. E le autorità furono costrette a una riflessione sulle sfide che i mutamenti tecnologici pongono ai diritti dei lavoratori, controllati in modo sempre più capillare e gestiti dall'efficienza inumana degli algoritmi.

"Si è concluso, con notificazione del verbale di contestazione del 30 maggio u.s., l'accertamento iniziato nei confronti della ditta Amazon Italia Logistica lo scorso 7 dicembre – si legge nella nota dell'Ispettorato – È stato contestato all'azienda di aver utilizzato, nel periodo da luglio a dicembre 2017, i lavoratori somministrati oltre i limiti quantitativi individuati dal contratto collettivo applicato". L'Ispettorato evidenzia che "l'impresa, a fronte di un limite mensile di 444 contratti di somministrazione attivabili, nel periodo suindicato, ha invece sensibilmente superato tale limite, utilizzando in eccesso un totale di 1.308 contratti per lavoratori somministrati".

L'iniziativa ispettiva "potrà consentire la stabilizzazione degli oltre 1.300 lavoratori interinali utilizzati oltre i limiti, i quali pertanto potranno richiedere di essere assunti, a tempo indeterminato, e a far data dal primo giorno di utilizzo, direttamente dalla società Amazon". L'Ispettorato precisa infine che "in esito ad altri profili oggetto di accertamento non sono invece emerse irregolarità, né sono state accertate violazione in tema di controllo a distanza dei lavoratori".

Leggi anche: Cosa prevede lo storico accordo tra Amazon e i sindacati di Piacenza

La Filcams: "Confermate le nostre denunce"

"Le risultanze della visita dell'Ispettorato nazionale del lavoro hanno confermato ciò che come Filcams Cgil abbiamo rilevato e denunciato più volte: l'iper-utilizzo del lavoro interinale, sottolinea il segretario generale della Filcams Cgil di Piacenza, Fiorenzo Molinari. "Finalmente, grazie alle denunce del sindacato e dei lavoratori coinvolti, l'Ispettorato del lavoro ha accertato la grave lesione dei diritti per 1300 dipendenti di Amazon", afferma la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti, "dopo l'importante accordo di Piacenza, continueremo a batterci per far rispettare i diritti e estenderli ai nuovi lavori".