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Economia

La Cina apre i settori dell’automotive, della cantieristica e dell’aviazione al capitale straniero. Il governo cinese ha annunciato oggi che eliminerà i limiti alle quote in possesso di investitori stranieri nel settore dell’automotive entro il 2022. Lo ha reso noto la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, l’ente di panificazione economica del governo cinese. Entro il 2020 saranno eliminati i vincoli per le aziende produttrici di veicoli commerciali, mentre entro il 2022 verranno eliminate le restrizioni per gli altri gruppi che producono vetture per il trasporto dei passeggeri.

Con l’apertura annunciata oggi, i produttori di auto stranieri non dovranno più sottostare alla regola di avere una partnership al 50% con produttori locali, che ha generato malcontento da parte di alcuni produttori per i timori di violazioni della proprietà intellettuale. Entro quest’anno, scrive la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, verranno poi eliminati i limiti per le aziende che producono auto alimentate a nuove fonti energetiche. Sempre entro la fine del 2018, la Cina prevede anche l’eliminazione dei limiti alle quote in possesso di investitori stranieri nei settori della cantieristica e della produzione di aerei.

Maxi tariffe su sorgo importato da Usa 

La Cina annuncia che imporrà dazi antidumping provvisori sul cereale sorgo importato dagli Stati Uniti. Si aggiunge così un'altra pressione alle già accresciute battaglie commerciali tra le due principali economie del mondo. Le tariffe sul sorgo danneggerebbero gli agricoltori in Stati come Kansas, Texas, Colorado e Oklahoma, che sono anche i principali Stati repubblicani che costituiscono la base del presidente Donald Trump. 

 "C'era dumping di sorgo importato e coltivato negli Stati Uniti e l'industria del sorgo domestico ha subito danni ingenti", ha detto il ministero del commercio in una nota. Il ministero ha detto di aver ordinato agli importatori di pagare alla dogana cinese un deposito pari al 178,6 per cento del valore del sorgo importato.  Il ministero prenderà una decisione definitiva dopo ulteriori indagini, che potrebbero portare a tariffe antidumping. 

Gli Stati Uniti hanno spedito 4,8 milioni di tonnellate di sorgo in Cina l'anno scorso, con un incremento di quattordici volte rispetto alle 317.000 tonnellate del 2013, ha affermato Wang Hejun, direttore del ministero del commercio e del servizio investigativo.

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La polemica tra Cina e Stati Uniti ha visto nel mirino anche lo yuan, la valuta cinese. Nei giorni scorsi, dal Forum di Boao, sull’isola cinese di Hainan, il governatore della banca centrale cinese, Yi Gang, aveva smentito le voci secondo cui la Cina stava prendendo in considerazione gli effetti di una svalutazione dello yuan, la valuta cinese, in risposta alle tensioni commerciali con gli Stati Uniti.

La politica monetaria di Pechino è tornata ieri al centro dell’attenzione dopo che su Twitter, il presidente Usa, Donald Trump, ha accusato Cina e Russia di manipolazione delle rispettive valute, in un momento in cui gli Stati Uniti continuano ad alzare i tassi di interesse. “Non è accettabile!, ha concluso Trump nel tweet, che contraddice, però, l’ultimo rapporto del Dipartimento del Tesoro di venerdì scorso, nel quale non venivano segnalati partner commerciali di prima grandezza degli Usa che, nella seconda metà del 2017, avessero manipolato la propria valuta.

La replica alle accuse di Trump è arrivata oggi dalla portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, che ha definito “un po’ caotiche” le informazioni in arrivo da Washington, sottolineando che la Cina continuerà nella riforma del tasso di cambio del renminbi, altro nome della valuta cinese.

Cresce esposizione a bond Usa a febbraio

La Cina aumenta la propria esposizione al debito Usa a febbraio scorso, ai massimi degli ultimi sei mesi. Secondo gli ultimi dati del Dipartimento del Tesoro di Washington, la Cina ha acquistato buoni del Tesoro Usa per 8,5 miliardi di dollari, portandosi a quota 1180 miliardi di dollari, e rimanendo il primo creditore degli Stati Uniti, seguita dal Giappone che ha lievemente ridotto la propria esposizione sul mese precedente, e che oggi detiene bond Usa per un totale di 1060 miliardi di dollari.

L’ultimo dato sull’aumento dell’esposizione cinese giunge in un momento di forti tensioni commerciali con gli Stati Uniti, e sull’onda delle speculazioni di una possibile ritorsione di Pechino nella battaglia dei dazi con gli Usa, proprio sui bond. La Cina si è dichiarata, in diverse occasioni, “un investitore responsabile”, anche se il mese scorso l’ambasciatore cinese a Washington, Cui Tiankai, non aveva escluso la possibilità di una riduzione dell’esposizione cinese al debito Usa, durante un’intervista all’agenzia Bloomberg. 

La Cina chiede agli Stati Uniti di gestire correttamente la questione riguardante il gigante delle telecomunicazioni Zte, dopo che ieri il Dipartimento del Commercio del Commercio di Washington aveva vietato le vendite di componenti per sette anni al gruppo cinese, accusato di aver violato l’accordo raggiunto dopo essere stato pizzicato a esportare illegalmente tecnologia statunitense verso l'Iran e la Corea del Nord. Lo ha reso noto oggi il Ministero del Commercio di Pechino in una nota comparsa sul suo sito web. 

Il Ministero cinese ha assicurato che “presterà molta attenzione” alla questione e si dice “pronto ad adottare le misure necessarie” per salvaguardare i diritti e gli interessi legittimi delle aziende cinesi. Dopo il divieto, reso noto nelle scorse ore, il gigante della telefonia cinese ha deciso la sospensione delle contrattazioni sulla piazza di Hong Kong. “Al momento, il gruppo sta valutando la gamma di potenziali implicazioni sul gruppo di questo evento ed è in comunicazione con le parti in questione per rispondere di conseguenza”.

Zte è l’ultima vittima della guerra commerciale tra le due principali economie del mondo, che non accenna a placarsi. Il gruppo cinese, nato a Shenzhen come il concorrente Huawei, tra le prime quattro società di telecomunicazioni al mondo, con un valore di 20 miliardi di dollari, in Italia sta realizzando reti 5G e smart cities con partner locali attraverso la creazione di centri di ricerca. Ma negli Usa, entrambi i colossi sono da anni sotto lo scrutinio dei parlamentari federali, che li considerano potenziali attori di cyberintelligence contro gli interessi nazionali americani.

Il divieto alle aziende americane di vendere componenti al colosso cinese non è una buona notizia per società come Dolby e Qualcomm; quest’ultima potrebbe andare incontro a perdite consistenti giacché la fornitura a Zte negli Stati Uniti è soggetta a restrizioni. Anche i servizi mobile di Google, come Google Play App, rischiano di finire nel mirino. Ma il bando potrebbe essere catastrofico soprattutto per ZTE: le compagnie Usa riforniscono il 25-30% dei componenti utilizzati negli equipaggiamenti del gruppo cinese.

L’anno scorso, Zte era stata giudicata colpevole di aver ceduto illegalmente equipaggiamento per le tlc a Corea del Nord e Iran. Nel marzo del 2017, il gruppo cinese e l’amministrazione statunitense aveva siglato un accordo, che imponeva alla società sanzioni per 1,1 miliardi di dollari, oltre a prevedere tagli dei bonus ai dipendenti giudicati colpevoli. Oggi l’amministrazione accusa il gruppo di aver mentito all’ufficio per la sicurezza e l’industria (qui la ricostruzione di Milano Finanza). Zte, riporta l’agenzia Reuters, si sarebbe limitata a licenziare quattro dirigenti, pagando regolarmente i bonus ai 35 dipendenti coinvolti nelle operazioni illecite. Puntuto il commento del segretario al Commercio, Wilbur Ross: “Zte –  ha detto – ha ingannato il dipartimento. Anziché procedere contro lo staff e il management, li ha premiati. Si tratta di un comportamento vergognoso che non possiamo ignorare”.

Non solo. Scrive The Verge che il gruppo all’epoca si era detto d’accordo a rinunciare alla posizione vantaggiosa nell’export qualora non fosse riuscita a rispettare gli accordi. Esattamente lo scenario che si sta delineando in queste ore.

Zte è nel mirino anche delle autorità anglosassoni. Il National Cyber Security Centre (gestore della cybersicurezza), ha caldamente invitato le aziende delle telecomunicazioni locali a non utilizzare equipaggiamenti o servizi forniti dal gruppo, considerati una minaccia alla sicurezza nazionale. La lettera indirizzata alle compagnie nazionali, anticipata dal Financial Times, sottolinea che la presenza di Zte nel mercato, che va ad aggiungersi a quella già pervasiva di Huawei, renderebbe ancora più difficile “mitigare il rischio di interferenze esterne”.

Telefoni, computer e fibra ottica: gli Stati Uniti si sentono osservati da Pechino, e per questo vogliono limiutare la diffusione delle tecnologie per le telecomunicazioni cinesi nel Paese. Il 13 febbraio, durante una seduta della Commissione del Senato sull’intelligence, i direttori delle sei principali sigle dei servizi segreti americane hanno espresso la loro preoccupazione per il successo di aziende provenienti dalla Repubblica Popolare.

Huawei, terza al mondo per volumi di vendita dopo Samsung e Apple, a gennaio dello scorso anno, si era vista saltare l'accordo con il gestore AT&T per la vendita degli smartphone negli Stati Uniti. Un articolo apparso il 17 aprile sul New York Times, suggerisce che il recente licenziamento di 5 dipendenti americani, tra cui William Plummer, principale responsabile dei contatti con la Casa Bianca, potrebbe essere il segnale che sotto la guida di Zhang Ruijun, arrivato nove mesi fa dopo aver diretto il gruppo in Messico a in Russia, la strategia del colosso nel mercato a stelle e strisce stia per cambiare.

Washington slega le sanzioni contro Zte dalle crescenti tensioni commerciali con Pechino. Trump è esasperato dal surplus commerciale con la Cina e dalla necessità di proteggere le tecnologie americane dai presunti furti cinesi, come dimostra la recente proposta di applicare dazi sull’importazione di merci cinesi, legati alla tutela della proprietà intellettuale.

La Cina replica alle accuse del presidente degli Stati Uniti di manipolazione della valuta, definendo “caotiche” le informazioni provenienti da Washington. Ieri, su Twitter, Trump aveva accusato Cina e Russia di manipolazione delle rispettive valute, nonostante l’ultimo rapporto del Dipartimento del Tesoro di solo tre giorni prima avesse escluso la presenza di Paesi manipolatori di valuta a sostegno delle esportazioni tra i maggiori partner commerciali di Washington. 

“Sembra che le informazioni rilasciate dagli Stati Uniti siano un po’ caotiche”, ha dichiarato nella conferenza stampa odierna la portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying. “Non importa quello che dicono gli altri, continueremo stabilmente a promuovere la riforma del meccanismo del tasso di cambio del renminbi”, altro nome della valuta cinese. Ieri intanto la People’s bank of China ha rafforzato leggermente lo yuan nei confronti del dollaro.

Aperture e chiusure: il governo cinese ha annunciato che eliminerà i limiti alle quote in possesso di investitori stranieri nel settore dell’automotive entro il 2022, ma ha contestualmente reso noto che imporrà dazi antidumping provvisori sul cereale sorgo importato dagli Stati Uniti. Si aggiunge così un'altra pressione alle già accresciute battaglie commerciali tra Pechino e Washington. Le tariffe sul sorgo danneggerebbero gli agricoltori in Stati come Kansas, Texas, Colorado e Oklahoma, i principali Stati repubblicani che costituiscono la base del presidente Donald Trump. 

Il presidente direttore generale della società di stato algerina Sonatrach, Abdelmoumem Ould Kaddour, e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, hanno firmato a Orano una serie di accordi che mirano a rafforzare l’integrazione tra le due società nelle attività operate congiuntamente nel Paese. Ciò avverrà attraverso importanti sinergie che porteranno a significativi risparmi di spesa e in una migliorata efficienza operativa.

Particolare importanza rivestirà il lancio di un programma ambizioso di esplorazione e sviluppo nel bacino del Berkine, che porterà alla messa in produzione di nuove riserve gas attraverso l’utilizzo e ottimizzazione delle infrastrutture esistenti. Eni e Sonatrach hanno inoltre sancito accordi specifici per proseguire la collaborazione nel settore Ricerca e Sviluppo, dando seguito agli accordi conclusi a novembre 2016. La firma di questi importanti accordi è avvenuta nell’ambito dell’evento tecnico scientifico “11èmes journées scientifiques et techniques”, organizzato da Sonatrach per promuovere il valore del partenariato e dell’innovazione in un contesto mondiale di transizione energetica. 

Descalzi: "La rinnovata collaborazione tra le nostre società, sancita dagli accordi di oggi, permette a Eni di realizzare un ulteriore importante passo in avanti in un paese chiave come l'Algeria e di consolidare ulteriormente la partnership strategica con Sonatrach. Inoltre, la prossima realizzazione di un laboratorio per le energie rinnovabili e di un impianto fotovoltaico nel sito produttivo di BRN sono un ulteriore tassello nel percorso di decarbonizzazione di Eni che prevede, tra le altre cose, lo sviluppo dei business green attraverso l’impegno crescente nelle energie da fonti rinnovabili e l’impegno in attività di ricerca scientifica e tecnologica".    

Eni è presente in Algeria dal 1981 e partecipa oggi in 32 permessi minerari con una produzione netta nel Paese di circa 100.000 barili di olio equivalente al giorno, che ne fanno il principale player internazionale del Paese.

Il primo Oscar, conti in salute, investimenti miliardari in contenuti e crescita degli utenti oltre le attese. Netflix​ chiude un trimestre che dimostra tutta la sua forza. Tanto da potersi permettere di snobbare il Festival di Cannes, abbandonato senza troppi rimpianti.

La crescita degli utenti

Le aspettative erano alte. Il rischio, pur in presenza di conti positivi, era non rispettarle. E invece Netflix continua a correre. Le stime diffuse a gennaio indicavano una crescita netta di 6,35 milioni di utenti. Ne sono arrivati molti di più: 7,4 milioni, con una crescita anno su anno del 43%. Merito di un mercato sempre più globale che però non dimentica gli Stati Uniti.

Per la piattaforma di streaming è una conferma doppia: l'espansione internazionale spinge la crescita e il ritocco dei prezzi di fine 2017 non ha messo in fuga gli utenti nei mercati più maturi. Tutt'altro. Il numero di utenti è il dato che più ha sorpreso (in positivo) i mercati. Ma non sfigura neppure il conto economico: il fatturato del primo trimestre (3,7 miliardi dollari e un progresso anno su anno del 40,4%) ha rispettato le stime di Netflix.

L'utile netto è salito a 290,1 milioni contro gli attesi 282 milioni. Il margine operativo, che era stato indicato dalla società come dato prioritario, è salito dal 9,7 al 12,1%. Per il prossimo trimestre, la piattaforma punta a 6,2 milioni di nuovi utenti (1,2 negli Stati Uniti e 5 milioni all'estero). Il fatturato dovrebbe sfiorare i 4 miliardi di dollari e l'utile atteso è di 358 milioni.

Adesso è (davvero) internazionale

Da un parte il Paese d'origine resta il più remunerativo (ha margini più alti ed è da lì che arriva ancora la maggior parte del fatturato). Ma allo stesso tempo si dimostra non ancora saturo: nell'ultimo trimestre ha guadagnato 1,96 milioni di utenti, 510 mila in più del previsto. Per platea e prospettive di crescita, però, Netflix punta molto sui mercati internazionali. Fuori dagli Usa, ha guadagnato 5,46 milioni di abbonati contro i 4,9 milioni previsti.

Una platea (e, in prospettiva, è una buona notizia) non ancora del tutto valorizzata: gli utenti internazionali sono 68,29 milioni e fruttano 1,78 miliardi. Negli Stati Uniti gli abbonati sono meno (56,7 milioni) ma fanno incassare di più (1,82 miliardi). Il prossimo trimestre, Netflix dovrebbe definitivamente abbandonare lo status di impresa “domestica”: secondo le previsioni della società dovrebbe arrivare dai mercati esteri oltre il 50% del fatturato (il sorpasso per numero di utenti si è già consumato nel secondo trimestre 2017).

Gli investimenti in contenuti

Netflix conferma il suo imponente piano di investimenti: punterà sui contenuti tra i 7,5 e gli 8 miliardi di dollari. Cui si aggiungono 2 miliardi per il marketing e 1,3 miliardi in tecnologia. Significa che gli investimenti del 2018, dollaro più dollaro meno, equivalgono all'intero fatturato del 2017. La società guidata da Reed Hastings ha sottolineato i successi dei propri prodotti. Nel primo trimestre 2018, Netflix ha infatti vinto il suo primo Oscar, con il documentario Icarus.

E ha ribadito l'impegno a produrre serie internazionali. Come la spagnola “La Casa de Papel” (“La casa di Carta” nella versione italiana), diventata la più vista di sempre tra quelle non in lingua inglese. Il primo trimestre si è poi rinnovata la campagna acquisti: a febbraio Netflix ha strappato alla 21st Century Fox (con un contratto di 5 anni da 300 milioni di dollari) Ryan Murphy, il creatore di Glee, American Horror Story e Nip/Tuck.

La frecciata a Cannes

I numeri e i premi dimostrano che Netflix è ormai un protagonista della cinematografia mondiale. Non più solo un distributore ma un produttore di peso. Tanto da potersi permettere di saltare la Croisette: quest'anno infatti non ci sarà alcuna pellicola prodotta dalla società al Festival di Cannes. Ma, precisa Netflix, non per scarsa qualità: “Ci spiace che i nostri film non abbiano potuto competere quest'anno, ma il Festival ha adottato nuove regole che impongono ai film in concorso di non essere diffusi su Netflix in Francia per i successivi tre anni. Non faremmo mai una cosa del genere ai nostri abbonati. Continueremo – continua Netflix – a celebrare i nostri film e i nostri registi in altri festival in tutto il mondo, ma sfortunatamente dovremo farlo per il momento lontano da Cannes”.

Dopo Trony, anche Mercatone Uno cede sotto i colpi della crisi (e dell’e-commerce). E a rischiare grosso sono le tremila persone che lavorano nei 74 negozi (di cui 59 attivi) sparsi in tutta Italia. I commissari straordinari e i sindacati potrebbero aver trovato soluzione, escludendo l’ipotesi spezzatino. Ma cosa sta succedendo nello specifico?

In crisi da tre anni

Nato nel 1983 su iniziativa dell’imprenditore Romano Cenni, il Gruppo Mercatone Uno si è affermata come azienda italiana specializzata nella grande distribuzione organizzata di mobili e complementi d’arredo a un costo competitivo e accessibile a tutti. Negli anni la società si è ampliata sempre di più, vantando una presenza capillare su tutto il territorio. Fino ad ora. Il gruppo, infatti, è in amministrazione straordinaria dal 7 aprile 2015. E il rischio è che dopo 3 anni di crisi possa chiudere le saracinesche.

La soluzione: vendita a un unico soggetto

Domenica 15 i commissari straordinari del gruppo (Stefano Coen, Ermanno Sgaravato e Vincenzo Tassinari) hanno incontrato, al ministero dello Sviluppo economico, i rappresentanti nazionali e territoriali delle organizzazioni sindacali e delle regioni interessate. Obiettivo del tavolo, trovare ovviamente una soluzione che punti a salvaguardare gli interessi dei lavoratori e della Mercatone Uno. E una soluzione sembra essere arrivata: i commissari hanno spiegato di aver valutato sette offerte vincolanti d’acquisto, e di essere giunti a un’ipotesi di vendita unitaria. Si esclude quindi l’ipotesi spezzatino, con l’obiettivo di mantenere una presenza in tutte le regioni. La procedura dovrebbe concludersi nell’arco di 4/6 settimane e poi dovrebbe partire la trattativa sindacale. A metà aprile, inoltre, è in programma un nuovo incontro al Ministero in cui si entrerà nel dettaglio dell’ipotesi di aggiudicazione.

Leggi anche: Ecco la mappa delle 12 aziende italiane del commercio e del turismo in crisi

Soddisfatti i sindacati

Per la Fisascat Cisl, "la soluzione individuata consentirebbe sia la continuità aziendale che la significativa salvaguardia dei 74 negozi della rete commerciale e dei livelli occupazionali che si attesterebbero oltre le tremila unità nei 59 punti vendita attualmente attivi". I sindacati, inoltre, hanno condiviso la necessità di dotarsi di un piano straordinario di attività che consenta ai negozi di poter operare nel periodo nel quale si svolgerà il trasferimento di ramo aziendale, al fine di preservare la continuità gestionale in tale delicatissimo passaggio. "Il nostro auspicio – ha dichiarato il segretario nazionale della Fisascat Cisl, Vincenzo Dell'Orefice – è quello di arrivare a una celere definizione dell'epilogo della procedura amministrativa nel rispetto dell'obiettivo, peraltro dichiarato sempre anche dai commissari straordinari e dagli enti locali, della maggior salvaguardia possibile dei livelli occupazionali". 

(AGI) – New York, 16 apr. – L'utile netto di Netflix e' salito a 290,1 milioni nel primo trimestre terminato lo scorso 31 marzo, pari a 64 centesimi per azione da 178,2 milioni (40 centesimi per azione) nello stesso periodo di un anno prima. La societa' guidata da Reed Hastings aveva annunciato di voler investire 8 miliardi di dollari in contenuti quest'anno per sbaragliare la concorrenza delle altre piattaforme streaming, Amazon Prime Video e Hulu. Netflix ha definito l'aumento annuo dei ricavi del 40% il piu' sostenuto della sua storia.(AGI)Ril

Cauto ottimismo sull'economia di Pechino, da cui sono attesi domani i dati della crescita del primo trimestre 2018, segnato nell'ultima parte dalle forti tensioni commerciali con gli Stati Uniti.

Le attese degli analisti Bloomberg sono per una crescita al 6,8% per i primi tre mesi dell'anno, in linea con i risultati dei due trimestri precedenti, e l'ottimismo sui numeri dei primi tre mesi dell'anno è condiviso anche dal governatore della banca centrale cinese, Yi Gang: i risultati dovrebbero essere un po' meglio delle previsioni, ha dichiarato il capo della politica monetaria cinese a un forum che si è tenuto a Pechino settimana scorsa. 

Per domani, martedì 17 aprile, alle dieci del mattino, le quattro del mattino in Italia, sono attesi dall'Ufficio Nazionale di Statistica anche i dati su investimenti fissi, vendite al dettaglio e produzione industriale per il mese scorso. L'obiettivo di crescita per il 2018 fissato il mese scorso dal primo ministro, Li Keqiang, rimane identico a quello dello scorso anno, "attorno al 6,5%", ampiamente superato a fine 2017, con una crescita del 6,9%.

L'ottimismo delle previsioni è stato parzialmente oscurato dagli ultimi dati sul commercio, pubblicati venerdiì scorso. Nel mese di marzo, la bilancia commerciale di Pechino ha segnato un deficit commerciale di 4,98 miliardi di dollari, contro un'aspettativa che dava invece in crescita il surplus di Pechino per oltre 27 miliardi: le esportazioni sono calate del 2,7%, contro un'aspettativa di crescita del 10%, mentre le importazioni sono cresciute del 14,4%.

Quello del mese scorso è stato il primo deficit commerciale da febbraio 2017, anche se per molti è ancora presto per parlare di un'inversione di tendenza. Nel primo trimestre, le esportazioni verso gli Usa sono cresciute del 14,8%, nonostante un calo del 5,6% a marzo; le importazioni dagli Stati Uniti sono cresciute dell'8,9% nei primi tre mesi del 2018, e del 3,2% il mese scorso, con il risultato di ridurre il surplus commerciale con gli Stati Uniti a 15,43 miliardi di dollari, contro i 20,9 miliardi di febbraio 2018.

Le esportazioni sono state lo scorso anno una delle voci che ha maggiormente contribuito al risultato finale della crescita, ma per quest'anno, le tensioni commerciali con Washington potrebbero complicare la situazione, soprattutto nel settore dell'alta tecnologia, nel mirino dei dazi proposti dagli Usa, nonostante gli ultimi messaggi del presidente, Donald Trump, lascino intravedere una possibile distensione con Pechino. 

Tante crisi di piccole e medie aziende diffuse sull'intero territorio nazionale, che non sempre conquistano la ribalta della cronaca ma impattano comunque fortemente sul territorio. I settori del commercio e del turismo stanno pagando le conseguenze di gestioni poco oculate, della concorrenza spietata dei giganti dell'e-commerce, dell'indifferenza della politica.

Alcune vertenze sono giunte ai tavoli del ministero dello Sviluppo economico, ma nessuna ha trovato finora una vera e propria soluzione. Dalla chiusura di una serie di negozi a marchio Trony a quelli Auchan; dalla crisi di Tuodì a quella di Mercatone Uno; dai licenziamenti di Mediamarket ai contratti di solidarietà di Conforama; dalle cessioni di Dico alla ristrutturazione di Limoni-Douglas. Fino alla cessione del marchio Valtur in ambito turistico. Sono migliaia i lavoratori a rischio, di cui dovrà occuparsi il nuovo governo.

Ecco la mappa sintetica delle situazioni più critiche 

1. Trony

Saracinesche abbassate per 35 negozi di Dps Group in fallimento in Puglia, Basilicata, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto; 466 lavoratori prima sospesi senza retribuzione (avvertiti con un messaggio telefonico che il punto vendita aveva chiuso) poi coinvolti nella procedura di licenziamento collettivo. Al momento è stata presentata un'offerta di acquisto per 8 negozi. Prossimo incontro entro fine mese al Mise ma non è stato ancora programmato.

2. Mediamarket (Mediaworld e Saturn):

Chiusura dei punti vendita di Grosseto e Milano stazione Centrale; trasferimento della sede di Curno (Bg) a Verano Brianza; soppressione del bonus presenza e della maggiorazione economica del 90% per il lavoro domenicale (riconoscendo solo il 30% previsto dal contratto nazionale); interruzione del contratto di solidarietà in 17 punti vendita (in Liguria, Piemonte, Lazio, Campania, Puglia e Sardegna) per 115 'full time equivalent' corrispondenti a circa 200 dipendenti. Dopo l'incontro al Mise del 12 aprile, non è stata fissata una nuova data.

3. Todì 

Presentata richiesta di concordato preventivo in continuità e avviata procedura di trasferimento di 61 punti vendita in Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Piemonte dove sono occupati 324 addetti. Ipotesi cessione di complessivi 99 punti vendita. Per i sindacati vi è il rischio di dumping contrattuale nei passaggi del personale a nuove proprietà. Prossimo incontro al Mise entro il mese di giugno.

4. Auchan 

Chiusura degli ipermercati di Napoli Argine e Catania La Rena, dove sono occupati complessivamente circa 260 addetti. I lavoratori sono in agitazione. Contratti di solidarietà sono in corso nel gruppo che nel 2015 aveva avviato la procedura di licenziamento collettivo per 1.400 dipendenti. Prossimo incontro l'8 maggio.

5. Dico Discount

Cede parte della rete e attende l'ok sul piano concordatario; l'acquirente sarà reso noto entro il prossimo 19 aprile (fatto salvo proposte più vantaggiose). Sindacati preoccupati per il possibile peggioramento delle condizioni salariali e per la salvaguardia dei livelli occupazionali. Prossimo incontro a fine maggio. 

6. Limoni Douglas

Tra giugno e luglio 2018 è prevista la fusione per incorporazione delle società La Gardenia e LLG in Limoni e a gennaio-febbraio 2019 la fusione di Limoni in Douglas. Le società hanno previsto la chiusura di 26 negozi e la vendita di una ventina di punti vendita (per prescrizione dell'Antitrust). Prossimo incontro il 30 aprile.

7. Conbipel 

Avviata procedura di licenziamento collettivo, seconda crisi nel giro di 5 anni: previsto contratto di solidarietà per i punti vendita di Novara. Alle lavoratrici del negozio Castelvetro Piacentino, che è stato chiuso, è offerta la ricollocazione a Cesano Boscone (Mi). Possibile ricollocazione anche da Palladio e Montecchio a Bassano.

8. Mercatone Uno 

Il gruppo è in amministrazione straordinaria dal 7 aprile 2015; i commissari straordinari hanno individuato un aggiudicatario che garantirebbe la continuità aziendale dei 74 negozi (59 attivi) con 3.000 dipendenti circa. Prossimo incontro entro il mese. 

9. Conforama

Annunciati 77 esuberi in Sardegna e Sicilia evitati con il ricorso ai contratti di solidarietà: la riduzione dell'orario di lavoro fino a marzo 2019 coinvolgerà 446 lavoratori.

10. Md e Maury's

Contratti trasformati da tempo indeterminato a tempo determinato a Latina, Fondi e Terracina e stipendi dati a singhiozzo.

11. Unieuro

Apertura di nuovi negozi e chiusura di altri; contratti di solidarietà in numerosi punti vendita. Prossimo incontro l'8 maggio.

12. Valtur 

Avviata liquidazione e procedura di licenziamento collettivo per 108 dipendenti a tempo indeterminato,a cui si aggiungono 123 lavoratori a tempo determinato; cessazione delle attività in 11 villaggi e ricerca di acquirenti. Al ministero sono pervenute notizie di interesse per l'acquisizione che mantenga l'integrità del marchio ma Investindustrial di Andrea Bonomi è interessata alla cessione anche 'a spezzatino'. La prossima settimana il ministro Carlo Calenda ha annunciato "un ultimo tentativo" anche se la situazione appare "compromessa" e le possibilità di intervento limitate vista la procedura. 

Il problema di Tesla sono i robot. Elon Musk ha ammesso che l’eccessiva automazione della produzione della Model 3 è tra le principali cause del rallentamento della produzione. Musk, che da qualche settimana ha preso in mano la direzione della produzione delle sue auto elettriche, ha detto alla Cbs che i robot hanno rallentato la produzione: “Abbiamo questo complesso e pazzo sistema di nastri trasportatori robotizzati che non sta funzionando, dobbiamo liberarci di tutto appena possibile” (The Guardian).

Il fondatore di Tesla ha detto inoltre che “L’eccessiva automazione della produzione è stata un errore. Anzi, per essere precisi è stato un mio errore”. L’intervista conferma alcune delle frasi dette da Musk su Twitter in questi giorni. “Gli esseri umani sono sottostimati”, aveva detto su Twitter. Lasciando intendere un loro impiego maggiore nella produzione delle Tesla. 

Musk più volte ha espresso il suo scetticismo nei confronti dei robot e dell'intelligenza artificiale. In questo caso per ragioni molto più pratiche, ma già in passato aveva espresso il suo scetticismo sull'uso massivo dei robot. Immaginando anche un futuro inquietante