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Economia

Nei giorni scorsi ha tenuto banco una polemica sulla riduzione, registrata a maggio, degli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Bce. I numeri sono chiari: Francoforte il mese scorso ha acquistato bond tricolori per 3,6 miliardi, in calo rispetto ai 4 miliardi di aprile.

Una flessione che ha riguardato anche il debito di Francia, Austria e Belgio ed è stata compensata da acquisti più massicci di bund tedeschi. Il risultato è stato un allargamento del famoso spread, ovvero la differenza tra il costo che paghiamo noi per indebitarci e quanto paga la Germania che, per via delle sue solide finanze, ha costi di indebitamento bassissimi e viene quindi presa come punto di riferimento.

La deputata del M5s Laura Castelli aveva sottolineato la variazione, lasciando intendere che la Banca Centrale Europea avesse così voluto manifestare la propria ostilità nei confronti del governo giallo-blu allora in via di formazione. A sostenere questa tesi non era stata però la sola Castelli, bensì nientemeno che Peter Spiegel, firma di punta del Financial Times.

A rispondergli, su Twitter (perché la disintermediazione​ vale anche per le banche centrali) è stato Michael Steen, il capo della comunicazione dell'Eurotower, che ha spiegato come si trattasse di un calo di natura tecnica, dovuto alla necessità di rifinanziare numerosi titoli tedeschi in scadenza. Peraltro la Bce aveva comprato una quantità ancora minore di titoli italiani (3,4 miliardi) anche a gennaio e a marzo, senza causare scossoni sui mercati. Nondimeno, in termini percentuali sul totale degli acquisti è stato il dato più basso dall'avvio del 'Qe': il 15%.

Non solo, il terremoto finanziario era avvenuto nei giorni del mandato a Carlo Cottarelli e le acque si erano placate con il nuovo incarico a Conte. Perché, molto banalmente, quel che temevano gli investitori non era l'esecutivo Lega-M5s, per quanto permangano i dubbi sul come manterrà impegni elettorali così costosi, ma la fase di estrema incertezza che si sarebbe aperta con un governo tecnico senza sfiducia che avrebbe dovuto traghettare il Paese a elezioni anticipate, magari in ottobre.

Un vertice cruciale

Guardare con preoccupazione all'istituto guidato da Mario Draghi è però decisamente giustificato: sulla carta il programma di quantitative easing è destinato a terminare il prossimo settembre. L'ammontare degli acquisti di titoli di Stato di Paesi dell'Eurozona previsti dal programma, avviato nel marzo 2015 al ritmo prima di 60 e poi di 80 miliardi di euro complessivi al mese, era già stato ridotto a 30 miliardi di euro mensili. Ma a settembre potrebbero essere chiusi del tutto. E decidere se rispettare la scadenza prevista o estendere ulteriormente le operazioni sarebbe esattamente il tema sul tavolo del prossimo consiglio direttivo della Bce, che si terrà il 14 giugno a Riga, rivela Bloomberg

Ciò spiega benissimo perché gli investitori guardassero con tanto nervosismo a elezioni anticipate in autunno. C'era il serio rischio che Draghi chiudesse i rubinetti con un'Italia ancora senza un governo nel pieno delle sue funzioni in grado di elaborare una strategia per convincere i mercati a continuare a finanziare il terzo debito pubblico del mondo senza il salvagente del 'quantitative easing'. Spetterà ora al governo Conte studiarla. Perché è assai probabile che non ci sarà nessuna estensione e a settembre ognuno dovrà cavarsela senza Francoforte. E i segnali giunti in questi giorni da alcuni alti dirigenti della Bce non promettono nulla di buono.

La parola ai falchi

I Paesi che più guardavano con ostilità al 'quantitative easing' e ne ritardarono il lancio – a partire dalla Germania – non sembrano intenzionati a fare sconti. Non solo il 'Qe' potrebbe finire a settembre ma i tassi di interesse potrebbero non essere destinati a rimanere ai livelli attuali, cioè zero, "molto oltre" la fine del programma, come ha promesso Draghi. Due 'falchi' come il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, e il suo collega olandese, Klaas Knot, si sono detti convinti che l'attuale incremento dell'inflazione (farla salire è l'obiettivo formale del 'Qe') consenta di aumentare il costo del denaro già a metà dell'anno prossimo, che le aspettative dei mercati di una chiusura del 'Qe' entro fine anno sono "plausibili" e che il programma andrebbe in ogni caso chiuso "il prima possibile". Il capo economista di Francoforte, Peter Praet (considerato invece una "colomba") ha poi confermato che il prossimo direttivo "dovrà valutare se i progressi sono stati finora sufficienti per garantire un graduale smantellamento degli acquisti". 

Leggi anche: Cosa succederà all'Italia se Draghi inizia a chiudere i rubinetti

Perché tanta fretta?

Secondo alcuni analisti questo sì è un messaggio per Roma. Un messaggio molto chiaro, a fronte del dispendioso programma giallo-blu (flat tax, reddito di cittadinanza, niente aumento dell'Iva, almeno 5 miliardi all'anno per modificare la legge Fornero): iniziate subito a darvi una regolata perché tra poco la festa finisce. "La mia prima reazione alle parole di Praet è stata domandarmi il perché di tanta fretta", dichiara a Bloomberg Gilles Moec, un'economista di Bank of America Merrill Lynch, "non vogliono correre il rischio di vedere la loro politica monetaria presa in ostaggio. Quindi stanno dicendo che è finita". "Il deficit sembra destinato a salire e l'Italia ha bisogno di attrarre nuovi investitori", afferma Christoph Rieger, strategist dello stesso istituto, "i mercati dovrebbero prepararsi all'annuncio del 'tapering' (ovvero, la progressiva chiusura del 'Qe', nda) già dalla prossima settimana. L'allargamento dello spread di mercoledì ci da un assaggio di quel che ci aspetta". Ecco, cosa ci aspetta? Senza piani convincenti per un drastico taglio di debito e deficit, gli investitori chiederanno all'Italia tassi di interesse più alti per comprarne i titoli, il che significa un aumento della spesa pubblica per il debito. E le banche italiane, che di buoni del Tesoro hanno la pancia zeppa, saranno molto probabilmente costrette a cederne parte. Il risultato sarebbe un ulteriore aumento dell'offerta di titoli italiani sul mercato e un nuovo incremento di tassi e spread. Una spirale potenzialmente pericolosissima.

C'è da dire che spesso i falchi fanno la faccia feroce per lanciare un avvertimento che non viene poi seguito subito da una stretta. Ma questa volta potrebbe non essere così. "Pensavamo che le preoccupazioni sui dati del Pil italiano del primo trimestre avrebbero portato a un'estensione", spiuega Jennifer McKeown, capo economista di Capital Economics, "i membri del Consiglio sembrano abbastanza impassibili di fronte alle notizie economiche negative e determinati a non farsi influenzare da quelli che ritengono gli irresponsabili piani fiscali di un governo". Ancora più diretta Lisa Abramowicz di Bloomberg che, in un podcast, ha dichiarato che "la Bce di fatto sta dando il dito medio all'Italia". È ovviamente possibilissimo che al termine del direttivo, in conferenza stampa, Draghi comunichi che nessuna decisione è stata presa e che la discussione richiederà tempo. Ma un avvertimento resta un avvertimento. 

Dopo l'esordio assoluto segnato dall'incontro con i rider, il vero debutto da ministro (e non un ministro qualsiasi: due dicasteri di peso – Sviluppo Economico e Lavoro – sulle spalle di una sola persona) di Luigi Di Maio a un meeting di una grande sigla del mondo produttivo italiano avviene all'assemblea di Confcommercio.

Aziende e sindacati guardano con curiosità e tanti interrogativi al governo del cambiamento e per la prima volta hanno l'opportunità di guardare negli occhi e ascoltare dal vivo uno dei suoi leader. Che ha chiarito alcuni loro dubbi e si è posto tra i primi obiettivi una sfida antica: semplificare e sburocratizzare il Paese. Per Di Maio, la ricetta per far decollare le imprese che creano lavoro è lasciarle in pace". 

"Non bisogna bombardare i cittadini di leggi perché ce ne sono già troppe", afferma il ministro, ricordando che proviene da una famiglia di piccoli imprenditori e promettendo che "è finito il tempo in cui lavoratori e imprenditori erano l'uno contro l'altro". La risposta della platea di imprenditori e commercianti, dopo mezz'ora di discorso, è una standing ovation. 

"Basta spesometro, siete tutti onesti fino a prova contraria"

Il Movimento 5 stelle viene spesso definito giustizialista ma le parole di Di Maio sanno di garantismo: "Siete tutti onesti fino a prova contraria. Èonere dello Stato trovare chi delinque ma dobbiamo invertire l'onere della prova". Il ministro promette di "abolire" tutti gli strumenti anti-evasione come lo spesometro, lo split payment e gli studi di settore: "Sono tutti strumenti che dovevano servire a punire i disonesti e ad aiutare gli onesti ma che hanno reso schiavo chi crea valore in Italia e le tasse le ha sempre pagate".

Salario minimo per chi è fuori dalla contrattazione

Sul salario minimo arriva un chiarimento che verrà molto apprezzato dal presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Non riguarderà le categorie che hanno una contrattazione collettiva nazionale per stabilire lo stipendio ma chi non gode di queste tutele, come appunto i rider. 

"Appena mi sono insediato al ministero del Lavoro lunedì mattina ho deciso di ricevere i riders, simbolo di una generazione abbandonata. La cosa che scopri incontrando queste persone, che devono consegnare le pietanze nelle case, è che in realtà, sebbene siano pagati, anzi sottopagati, non hanno alcuna tutela assicurativa e molto spesso non hanno alcun tipo di contratto. Sono semplicemente alla mercé di un'app che dice loro se sono stati bravi o cattivi in base al tempo di consegna. Ecco, io penso che per queste persone, che non appartengono a professioni regolate da una contrattazione collettiva nazionale, vada garantito un salario minimo finché non si arriva ad una contrattazione nazionale anche per loro".

"Questo concetto può sembrare un po' statalista, ma riguarda tanti giovani e dei lavori che saranno sempre più emergenti", ha aggiunto, "il salario minimo è uno strumento che riguarda tutta l'Europa e va in quella direzione. Il lavoro nobilita l'uomo se però gli consente di arrivare a fine mese o anche alla metà del mese per le persone che hanno la mia età o sono piu' giovani". 

"Non siamo il governo del no alle infrastrutture"

"Chi sta raccontando l'idea che questo sia il governo del 'no' alle infrastrutture sbaglia", ha proseguito il ministro. Per far sviluppare l'Italia, "soprattutto regioni in difficoltà come quelle del Sud, si devono fare gli investimenti. Ma per farli, occorre semplificare il codice degli appalti. Ormai gli amministratori hanno paura di toccare qualsiasi atto, anche una votazione in Consiglio comunale sta diventando un problema". Più tardi, a margine di una visita a Pomigliano d'Arco, parlerà di "un codice complicato, illeggibile, paradossalmente scritto per diminuire la corruzione e che oggi sta bloccando il Paese e non combattendo i corrotti".

Importante il chiarimento sull'Iva, che "non aumenterà". "Le clausole di salvaguardia saranno disinnescate", annuncia Di Maio. Si tratta di un altro chiarimento importante, perché in molti hanno sostenuto che il ministro dell'Economia Tria puntasse a lasciar scattare l'incremento dell'imposta per compensare il varo della flat tax.

Le aspettative di Confindustria "sono alte"

"C'è stata una grande apertura del ministro dello Sviluppo e del Lavoro che crea chiaramente aspettative. Lasciamoli lavorare", dice a a margine dell'assemblea Vincenzo Boccia, "ci auguriamo quanto prima di confrontarci. È un governo che vuole cambiare le cose in meglio. Cercheremo di contribuire perché il cambiamento sia migliorativo e non peggiorativo". Il progetto sul salario minimo, per il presidente di Confindustria, "è una cosa interessante. Il ministro ha chiarito che una cosa sono i contratti firmati dalle grandi associazioni di rappresentanza, altra cosa sono le elusioni di fatto di contratti che invece non rispettano le regole e usano dei termini economici non legati a dimensioni di rappresentanza". Sul cambiamento di posizione rispetto al passato, Boccia ha risposto che "sembra una strada di tattica utile per costruire dei fini comuni e su questo si aprirà un confronto. A volte saremo d'accordo a volte no. Le aspettative sono alte".

Il governo britannico dà il via libera all’acquisto di Sky da parte della 21st Century Fox di Rupert Murdoch, a condizione che il magnate si liberi della divisione giornalistica dell’azienda. La notizia arriva dopo che ad aprile il colosso della tv via cavo statunitense Comcast ha formalizzato un’offerta d’acquisto, lasciando il futuro di Sky nell’incertezza.

Il futuro di Sky News

Fox, Disney, Comcast. La lotta per espugnare il comparto televisivo del Regno Unito è ufficialmente iniziata, dopo l’apertura del Ministro per la cultura e i media, Matt Hancock, che ha approvato la possibilità di vendita di Sky alla Fox, secondo quanto riportato dalla Cnbc.

Ma per conquistare “il vero gioiello della corona”, come lo ha definito l’anno scorso il Ceo di Disney Bob Iger, Murdoch dovrà rinunciare a Sky News. Il timore è che il magnate delle telecomunicazioni acquisisca troppa importanza nel settore dell’informazione britannica, nel quale già possiede The Sun, Times e Sunday Times.

Ma l’accordo è già pronto, come ha fatto sapere la stessa Fox, e prevede che Sky News vada proprio alla Disney. A essere preoccupata per il futuro del comparto informativo dell’azienda è anche l’opposizione: il ministro ombra delle telecomunicazioni, Tom Watson, ha dichiarato alla Bbc che la priorità del Partito Laburista è di “proteggere il futuro di Sky News”, che è “faro del giornalismo indipendente e autonomo”.

Comcast offre di più

I piani di Fox sono però minacciati da Comcast, azienda con una capitalizzazione di oltre 143 miliardi di dollari, la cui offerta per entrare nel Regno Unito rimette in discussione il futuro di Sky. Con un’offerta di 12,50 sterline ad azione (14,27 euro), contro le 10,75 sterline ad azione offerte da Fox (12,27 euro), Comcast potrebbe acquisire il controllo della multinazionale al costo di 22 miliardi di sterline – di poco superiori ai 25 miliardi di euro -, senza dover neanche vendere la divisione news.  

Amazon e Netflix 

A spingere grandi aziende statunitensi sul mercato europeo è la sempre più pressante competizione di aziende tecnologiche come Amazon e Netflix, i cui investimenti nel campo dell’intrattenimento digitale minacciano il dominio degli omologhi televisivi, come sottolineato da numerosi analisti.

La sola Netflix quest’anno ha raggiunto 118 milioni di iscritti, e pianificato un investimento di 8 miliardi di dollari – quasi 7 miliardi di euro – per creare settecento nuovi contenuti originali in ottanta lingue diverse. Dall’altra, Amazon Studios acquista e produce nuove serie come The Expanse e Il Signore degli Anelli.

Il futuro di Sky verrà quindi deciso in una serie di incontri che dovrebbero iniziare immediatamente, come ha fatto sapere Hancock, “così che tutti possano essere certi che Sky News venga ceduta in un modo funzionale nel lungo termine”, per dare un risultato entro due settimane. E nel caso in cui non si dovesse arrivare a un compromesso, rimarrebbe in piedi l’opzione sollevata anche dall’Autorità per la competizione e il mercato: bloccare completamente l’acquisizione di Sky da parte di chiunque.

Per Tesla e per i suoi investitori arrivano buone notizie dall'assemblea degli azionisti. In questo mese, la società si gioca molto perché ha fissato a giugno il traguardo, già più volte rimandato, delle 5.000 Model 3 prodotte a settimana. In attesa dei dati ufficiali, secondo le parole del ceo Elon Musk, l'obiettivo sarebbe alla portata. Non è stata l'unica novità rivelata nel corso del meeting.

Produzione della Model 3

Tesla è arrivata a produrre 500 Model 3 al giorno. Cioè 3.500 unità a settimana. Quota 5.000 non è ancora vicinissima, ma il dato segna un progresso significativo rispetto al recente passato. Elon Musk, negli ultimi mesi punito dal mercato per aver fissato scadenza poi non rispettate, non si sbilancia. Ma resta "ottimista" e definisce "estremamente probabile" che Tesla possa raggiungere il proprio target entro la fine del mese.

"Un mese infernale"

L'atteggiamento di Musk è parso molto diverso rispetto a quello sprezzante dei mesi scorsi. Per celebrare il pesce d'aprile, si era fatto fotografare con il cartello "bancarotta" per prendere in giro le Cassandre. A margine dell'ultima presentazione dei dati trimestrali si era rifiutato di rispondere agli analisti, definendo le loro domande sulla Model 3 "noiose". Davanti agli azionisti, invece, la voce di Musk si è incrinata. Il ceo ha definito l'ultimo mese "il più atroce e infernale che io abbia mai avuto, ma penso che adesso ci siamo". Affermazione non da poco, se si considera che in passato Musk aveva rivelato di essere arrivato vicino a un esaurimento nervoso quando il progetto di Space X (dopo il fallimento dei primi lanci) sembrava vicino al capolinea.

Rassicurazioni per mercati e clienti

Le parole di Musk hanno rassicurato i mercati, che premiano il titolo con un progresso del 3%. Ma potrebbero avere un impatto anche sui clienti che, ormai un anno fa, hanno prenotato la loro Model 3 versando un deposito di mille dollari. Secondo una recente analisi pubblicata da Second Measure, Tesla ha dovuto rimborsare circa un quarto degli anticipi incassati. I clienti avevano esaurito la pazienza. Le buone prospettive esposte da Musk potrebbero convincere i piu' scettici ad aspettare ancora. 

Musk resta alla guida

Nessuno ha realmente pensato che Musk potesse lasciare la guida della società. Ma di fatto una remota eventualità c'era: un azionista ha infatti proposto di rimuovere il fondatore, che da dieci anni combina i ruoli di ceo e presidente. Una struttura che – si legge nelle proposta – garantisce leadership ma che potrebbe non essere adatta a un settore sempre più complicato e competitivo. In sostanza: l'idea di un uomo solo al comando non funzionerebbe. La proposta è stata respinta, rinnovando la fiducia a Musk nel doppio incarico di ceo e presidente. "Il successo della compagnia – ha affermato il consiglio d'amministrazione – non sarebbe possibile" se la società fosse guidata da un'altra persona. L'addio di Musk, d'altronde, sarebbe stato in contraddizione con il piano di compensazione decennale varato nei mesi scorsi: Musk non percepisce uno stipendio ma ancora i suoi introiti al raggiungimento di una serie di traguardi industriali e finanziari.

No alle moto elettriche

Tesla sgombra il campo dall'ipotesi di un mezzo elettrico a due ruote. Uno degli azionisti ha chiesto a Musk se stesse progettando l'ingresso nel settore delle moto. Risposta chiara: "Usavo le moto quando ero un ragazzo. A 17 anni ne avevo una da strada e sono stato quasi ucciso da un camion. Quindi non produrremo motociclette".

Una fabbrica in Cina

Tesla ha rivelato il progetto di costruire la sua prima fabbrica fuori dagli Stati Uniti, a Shanghai, per produrre batterie e auto elettriche. Il nuovo centro servirà solo il mercato locale. L'ipotesi era discussa da tempo. E la conferma arriva in un momento particolarmente propizio, con il governo cinese che sta rendendo più semplice la collaborazione tra imprese locali e straniere e l'arrivo di compagnie estere nel settore automobilistico.

Economia circolare, blue economy e sharing economy. Tre parole, citate dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante il dibattito sulla fiducia alle Camere, che appaiono centrali nel programma dell'esecutivo di Lega e Movimento 5 stelle, in particolare in materia ambientale, come si evince dal passaggio seguente.

L’azione di governo sarà costantemente incentrata sulla tutela dell’ambiente, sulla sicurezza idro-geologica del nostro territorio, sullo sviluppo dell’economia circolare. Con le nostre scelte politiche ci adopereremo per anticipare i processi, peraltro già in atto, di “decarbonizzazione” del nostro sistema produttivo (…). Non siamo disponibili a sacrificare l’ambiente e il progetto di una blue economy per altri scopi. Dobbiamo misurarci da subito con i dilemmi della intelligenza artificiale e utilizzare i big data per cogliere tutte le possibilità della sharing economy.

Spieghiamo brevemente cosa significano. 

Economia circolare

Con questa locuzione si intende un sistema dove la produzione di rifiuti viene minimizzata, assicurando il riutilizzo più vasto possibile degli scarti di produzione. Scarti di due tipi: quelli biologici, che andrebbero reintegrati nell'ambiente, e quelli sintetici, che devono poter essere nuovamente impiegati per la produzione di altri beni. L'obiettivo ideale è un sistema in grado di rigenerarsi quasi completamente, con un continuo riciclo delle materie. Il termine "circolare" è in contrapposizione all'economia lineare, quella dei classici processi industriali che portano dalle materie prime al prodotto e quindi allo scarto. Si tratta di un concetto quindi strettamente collegato con quello di green economy, privilegiando fonti di energia con il più basso impatto ambientale possibile. Cambia anche la filosofia con la quale vengono progettati i prodotti, che devono avere una durata più estesa possibile (in contrasto all'obsolescenza programmata che è diventata uno dei cardini dell'attuale industria dei dispositivi tecnologici) e assemblati in maniera tale da agevolare il riciclo o il riutilizzo delle componenti.

All'economia circolare è dedicato il pacchetto di provvedimenti approvato lo scorso 20 aprile dal Parlamento europeo. Secondo gli obiettivi del piano, la quota di rifiuti urbani da riciclare dovrà passare dall'attuale 44% al 55% nel 2025, fino al 65% nel 2035. Entro il 2035 non più del 10% dei rifiuti potrà essere smaltito nelle discariche (in Italia è al 28% per il 2016). Il pacchetto stabilisce inoltre che i prodotti tessili e i rifiuti pericolosi provenienti dai nuclei domestici dovranno essere raccolti separatamente entro il 2025, così come i rifiuti biodegradabili che potranno essere riciclati anche direttamente nelle case attraverso il compostaggio.Il pacchetto stabilisce inoltre che i prodotti tessili e i rifiuti pericolosi provenienti dai nuclei domestici dovranno essere raccolti separatamente entro il 2025, così come i rifiuti biodegradabili che potranno essere riciclati anche direttamente nelle case attraverso il compostaggio.

Blue economy

Il termine 'blue economy' può avere due accezioni. La prima è in larga parte sovrapponibile a quella di economia circolare. A teorizzarla l'imprenditore belga Gunter Pauli, che vede però la green economy come un modello da superare e non come una componente del sistema, citando – ad esempio – il negativo impatto ambientale dei biocarburanti. Il concetto di base della blue economy di Pauli è la "biomimesi", ovvero lo sviluppo di processi produttivi che ricalchino il più possibile quelli naturali. Secondo la definizione dell'Unep, la blue economy è invece il modello di sviluppo sostenibile applicato a tutti i settori dell'economia marina, dal turismo alla pesca, dalla nautica allo sfruttamento delle risorse minerarie ed energetiche. Non è dato di sapere a quale delle due definizioni si riferisse Conte. Quel che è sicuro è che la gestione sostenibile dell'economia marina è una delle maggiori emergenze che si trova di fronte l'umanità, a partire dall'eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche è del sempre più grave inquinamento da materie plastiche.

Sharing economy

La "sharing economy" è l'economia della condivisione. Il concetto di base è il seguente: se ho un bene inutilizzato o che utilizzo solo in parte, esso diventa un prodotto, come teorizzato da Rachel Botsman. Ho una stanza in casa che non utilizzo? La dò in affitto, come avviene con AirBnB. Devo fare un viaggio in macchina da solo? Cerco tre persone che occupino i posti vuoti e condividano con me le spese del carburante, che è il modello di BlaBlaCar. Il sistema diventa quindi non più verticale ma orizzontale: sono i consumatori che si incontrano per condividere l'utilizzo di un bene. Un ruolo centrale nel meccanismo lo svolgono le app, in quanto la valutazione dei servizi offerti o di colui che li offre consente di creare una comunità il più possibile affidabile e coesa. E il "consumo collaborativo" può anche non essere a scopo di lucro. Anche i tanti gruppi Facebook dove si pubblicano annunci per beni dati in regalo a chi se li viene a prendere rientrano nel perimetro della sharing economy. Cosa c'entrino i Big Data, però, Conte non lo ha ancora spiegato. 

Passa per gli investimenti pubblici la crescita economica italiana. Ne è convinto il neoministro dell’Economia Giovanni Tria che, in un lungo articolo pubblicato dal sito Formiche, spiega la sua personale ricetta, insieme all’economista Pasquale Lucio Scandizzo. 

Il declino degli investimenti in Europa

“Il fattore chiave in ogni ‘accomodante’ politica di bilancio è l’investimento pubblico”, si legge nell’estratto dell’articolo inedito e in corso di pubblicazione su una rivista economica internazionale. “Attualmente l’investimento è ben al di sotto della parità in quasi tutti i Paesi avanzati, certamente in Europa, in Italia come in Germania”. In quasi tutti i Paesi avanzati “gli investimenti reali, in particolare quelli nell’area dell’euro, hanno rallentato dopo il 2008 e rimangono tuttora inferiori alle medie dei periodi precedenti”. Il problema più grave è che il continuo declino dell’accumulo di capitale è un fattore che “non solo alimenta la mancanza di domanda aggregata ma mina anche la crescita a lungo termine”.

Due facce della stessa medaglia

La stagnazione negli investimenti e nella produttività sono due facce della stessa medaglia, sostiene Tria. Infatti “la creazione di nuovi posti di lavoro associati alle nuove tecnologie, alcune delle quali caratterizzate da un minore rapporto capitale/manodopera, scaturiscono dal tipo di trasformazione strutturale delle economie che richiedono ampi investimenti in infrastrutture di rete, ricerca e istruzione”. Non solo: “Non ci può essere aumento dell’occupazione e della produttività del lavoro, e quindi del reddito, con una crescita nulla o negativa di capitale sociale”.

Va infatti tenuto presente che, “secondo il modello di riferimento standard di crescita economica, nella traiettoria di equilibrio, un livello più elevato di reddito pro-capite è associato ad un livello più elevato di capitale sociale pro capite in tutte le sue forme (includendo cioè anche il capitale umano e il capitale naturale).  In queste condizioni, la prospettiva rischia quindi di essere quella di un continuo declino verso salari più bassi e minore produttività, sullo sfondo di una evoluzione che favorisce gli investimenti in sistemi e dispositivi di risparmio di lavoro in settori che utilizzano le nuove tecnologie, soprattutto nell’area dei servizi. Questa tendenza non può che essere controbilanciata dalla creazione di nuovi prodotti e servizi. Ma ciò può accadere solo dove c’è una domanda effettiva da parte del mercato”.

Ripartire dagli investimenti pubblici

Tria esclude che in generale in contesti simili la crescita possa essere affidata a investimenti privati. “Non vi è alcun motivo per cui gli investimenti privati dovrebbero prevalere senza la parallela aspettativa di un forte aumento degli investimenti produttivi guidati da innovazione, guadagni di produttività e rendimenti attesi più elevati sul capitale che consentono più occupazione e redditi”.

Ed “è improbabile che ciò avvenga nell’ambito del piano Junker a livello europeo”. Una soluzione allora potrebbe essere quella secondo cui “ogni Stato membro dovrebbe cercare di prevedere il proprio investimento pubblico alla luce del mercato europeo, o addirittura globale, cercando di attirare significativi finanziamenti privati a livello globale attraverso la garanzia di rendimenti più sicuri a lungo termine. In questi termini, e per questi scopi, anche un temporaneo aumento del deficit destinato a far partire questi programmi dovrebbe essere considerato accettabile.

Il (non) nodo del deficit

Per Tria “un vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali potrebbe essere attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici attraverso un finanziamento monetario palesemente condizionato a livello europeo. Condizionato in quanto temporaneo e soggetto a solidi comportamenti fiscali da parte degli Stati membri dell’eurozona volti a perseguire la riduzione del debito. Questo obiettivo sarà più facilmente raggiunto grazie all’aumento del PIL nominale, che è lo scopo specifico del programma. Molti dettagli tecnici del programma, e le sue esigenze condizionali, possono essere progettati in modo adeguato con il concorso degli altri governi e delle istituzioni europee”.

Leggi qui l'articolo integrale su Formiche.net

Superare la mancanza di capacità operativa del pubblico

Tuttavia, almeno in Italia, “vi è certamente un serio ostacolo al perseguimento di questo programma di investimenti pubblici: il progressivo deterioramento della capacità del settore pubblico di progettare ed eseguire progetti di investimento, sia a livello di governo centrale che locale”. Gli anni Ottanta, osserva Tria, “hanno visto forse l’ultimo tentativo di un programma di investimenti pubblici basato su un’analisi costi-benefici estesa ed approfondita, (il cosiddetto FIO, o “fondo investimenti per l’Occupazione”).

La mancanza di capacità operativa nella progettazione, analisi e valutazione degli investimenti “è di per sé il risultato di una mancanza di investimenti nella costruzione di capacità nel settore pubblico. Una politica miope che è stata perseguita con notevole costanza, e che ci lascia oggi a contarne i costi. Ma non è affatto una tendenza irreversibile, e dovrebbe invece essere il fulcro di una riforma complessiva del settore pubblico”.

Pace fiscale: sarà questo il primo provvedimento del governo Conte. Lo ha assicurato il ministro dell’Interno e voce premier Matteo Salvini, spiegando che in attesa della flat tax, il nuovo esecutivo inizierà a lavorare sulla pace fiscale contenuta nel contratto di governo. Ma in cosa consiste nello specifico? Definita da Carlo Cottarelli “l’ennesimo condono”, la misura rappresenta “l’occasione per rifondare il rapporto fra Stato e contribuenti, all’insegna della buona fede e della reciproca collaborazione tra le parti”, ha detto il premier. “Mi piace ragionare di alleanza finanziaria come si parla di alleanza terapeutica tra medico e paziente”. In altre parole, osserva il Corriere della Sera, si tratta di una “sorta di super rottamazione dei debiti con il Fisco” in tutte quelle situazioni definite da Conte “eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica”.

 

Le liti con il Fisco costano 50 miliardi

Ma quanto costano le liti col Fisco? Secondo quanto riporta il Sole24Ore, il Consiglio di presidenza della giustizia tributaria in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario in Cassazione ha reso noto che le pendenze tributarie nel grado di legittimità sono il 49% del totale delle cause civili e addirittura un ricorso nuovo su tre presentato nel 2017 riguarda materie fiscali. Cause pendenti per 50 miliardi di valore: 25,3 miliardi in primo grado e altri 25 circa sono in appello.

Leggi anche: La Flat Tax non sarà esattamente una Flat Tax, funzionerà a scaglioni

 

Numeri a confronto

A giudicare dalle cifre ufficiali dell’Agenzia delle Entrate e dall’andamento delle ultime “rottamazioni“, osserva il Fatto Quotidiano, gli introiti che lo Stato può realisticamente totalizzare sono molto inferiori rispetto ai non meno di 35 miliardi sperati da Siri. E sembra difficile riuscire a coprire con quei soldi il buco di circa 60 miliardi di euro che si aprirebbe – al netto dell’eventuale maggior recupero di evasione – tagliando le aliquote dell’Irpef e quella dell’Ires ai livelli promessi dal contratto di governo. “Ma i calcoli delle Entrate sono basati su criteri diversi”, argomenta il senatore della Lega Armando Siri al Fatto. “Considerano una cartella “lavorabile” solo se il debitore ha uno stipendio, una casa, dei beni aggredibili… al contrario noi chiederemo di pagare aliquote ragionevoli mettendo in condizione di pagare anche chi vuole ma ora non può”.

 

I punti lacunosi del contratto

Nel contratto anche su questa proposta mancano i dettagli: si legge solo che l’obiettivo della pace fiscale è lo “smaltimento della mole di debiti iscritti a ruolo, datati e difficilmente riscuotibili per insolvenza dei contribuenti” mediante “un saldo e stralcio dell’importo dovuto in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica“. Siri però ha le idee chiare: “Ci saranno tre diverse aliquote, pari al 25%, 10% e 6% della somma dovuta, a seconda delle condizioni in cui si trova il contribuente. Fisseremo anche un limite massimo all’ammontare della cartella sanabile. Molti aspetti, tra cui come valutare la “difficoltà economica”, vanno ancora decisi. Ma sicuramente uno dei criteri fondamentali sarà il reddito”.

 

Cottarelli: “L’ennesimo condono”

Fresco di rinuncia, l’ex commissario alla spending review del governo Letta e premier incaricato da Mattarella, ha commentato così qualche giorno fa la “pace fiscale”: “Ci sono parti di programma che mi vanno benissimo, come la parte sulla corruzione e la lotta all’evasione fiscale. Ma lo strumento è sbagliato, si chiama pace fiscale ma si parte dall’ennesimo condono, tra l’altro molto molto generoso, credo sia un errore. E c’è questa idea fondamentale che per crescere di più si deve fare più deficit pubblico, ma per un paese che ha un debito pubblico già alto è troppo rischioso”. 

Compie 10 anni la “Sant’anna Bio Bottle”, la prima bottiglia di acqua minerale da 1,5 litri, ossia nel  formato più venduto, completamente biodegrabile. A lanciarla a fine 2008 l’azienda piemontese “Fonti di Vinadio Spa”, indissolubilmente legata al marchio “Sant’Anna”, leader nel settore delle acque minerali. “Siamo stati pionieri – ricorda il presidente Alberto Bertone – e allora pensavamo che altri ci avrebbero seguiti, invece continuiamo ad essere stati gli unici a proporre questo prodotto , realizzato in bioplastica con un particolare biopolimero che si ricava dalla naturale fermentazione degli zuccheri contenuti nelle piante”.

Nel suo ufficio di Torino, seduto ad un tavolo in cui sono esposti i diversi prodotti che in poco più di 20 anni hanno portato l’azienda cuneese ad entrare nella classifica top 25 nazionale delle maggiori aziende del food & beverage,  Bertone, 52 anni, dal 1996 presidente ed amministratore delegato della società, racconta la sua avventura fatta anche da intuizioni come appunto quella legata ad una politica imprenditoriale che punta sempre più all’ecosostenibilità. Un’avventura, la sua, ora descritta anche nel libro “I custodi della sorgente”, scritto con il giornalista Adriano Moraglio, per le edizioni “Rubettino”.

Come nasce l’azienda “Fonti di Vinadio?

Nasce per un’intuizione di mio padre, Giuseppe Bertone, imprenditore edile che da tempo aveva deciso di diversificare la propria attività anche nel settore del food & beverage.  Nel 1995 viene a conoscenza della qualità superiore dell’acqua che sgorga nelle valli sopra Vinadio. Decide quindi di entrare nel settore delle acque e, in breve tempo, mi coinvolge, nonostante io fossi allora molto riluttante in quanto avrei voluto percorrere la carriera nell’edilizia di mio papà. Quasi una sfida, quella che mi propone, che io da vero ‘leone ascendente leone’ decido di accettare. E in poco tempo questa avventura diventa la mia vita e i risultati arrivano. Se mi guardo indietro posso dire che è stata la mia ignoranza, ossia la non conoscenza di questo settore a consentire di buttarmi in questo modo in un business che non conoscevo e che già allora era praticamente tutto in mano alle multinazionali”.

Come si colloca, oggi, l’azienda nel panorama nazionale ed internazionale?

Siamo l’unico marchio nel settore delle acque minerali ad essere italiano al 100% e proprietà di un’azienda familiare. Negli anni la nostra è stata una crescita costante: nel 2017 il gruppo ha chiuso con un fatturato di circa 300 milioni di euro, e vendite per 1,1 miliardi di pezzi venduti tra bottiglie di acqua minerale e bevande, the freddo e mix di frutta e verdura.

Quanto ha contato nella vostra crescita aziendale l’attenzione all’ecosostenibilità?

Moltissimo. Come racconto anche nel mio libro, già nel 2008 ero convinto che occorresse trovare un’alternativa all’utilizzo della plastica anche nel consumo di acqua minerale. Venuto a conoscenza del lavoro che stava portando avanti un’azienda americana, la Natureworks, nel realizzare un biopolimero 100% vegetale e commercializzato con il nome di Ingeo, decido di tentare questa avventura. Anche in questo caso, come molte volte mi è capitato , capisco poco della materia, non ho molte conoscenze, ma voglio realizzare questa idea. In realtà poi le difficoltà non sono mancate, nell’introdurre sul mercato la biobottle, c’è stato un certo scetticismo da parte della grande distribuzione. E forse anche per questo fino ad oggi siamo stati gli unici a muoverci in questa direzione.

Pioniere dunque anche nella lotta alla plastica?

In un certo senso, io ho cannibalizzato la plastica anche se sono convinto che questo materiale con le giuste politiche di riciclo potrebbe diventare una grande risorsa. Sarebbero necessarie leggi che impongono il giusto riciclo, anche dal punto di vista economico. Allo stesso modo ci vorrebbe una legislazione che obblighi, ad esempio, la grande distribuzione ad avere una quota di prodotti ecosostenibili sui propri scaffali. E’ facile abbracciare battaglie che, specie per quanto riguarda l’ambiente, rischiano di essere molto ideologiche ma  forse con un atteggiamento più razionale si potrebbero ottenere maggiori risultati ed aiutare chi si impegna realmente in questo campo, a partire dalle imprese.

E dopo la bio bottle avete pensato ad altri prodotti ‘no plastica’?

Abbiamo realizzato anche l’etichetta della bottiglia in materiale biodegrabile e ora stiamo studiando di fare lo stesso anche con il tappo e il collarino, ultimi step per arrivare al primo pack del settore 100% biodegrabile. Inoltre, stiamo studiando il cosiddetto ‘fardello invisibile’ , ossia sostituire la plastica che avvolge le confezioni da sei bottiglie con un semplice filo di raccordo in materiale biodegrabile , in grado di abbattere notevolmente il consumo di materiali da smaltire. Allo stesso tempo abbiamo cercato di organizzare lo stabilimento e il lavoro all’insegna di questa filosofia. Lo stabilimento di Vinadio è stato, infatti, ristrutturato con scelte architettoniche ecocompatibili con l’ambiente , con materiali di legno e pietra e, ad esempio, il magazzino e tutta la movimentazione delle merci sono gestiti da robot a guida laser elettrici e sono stati introdotti robot fasciatori che consentono un risparmio consistente di plastica negli imballi. E’ un impegno cresciuto  sempre più in maniera convinta, tanto da coinvolgere anche i fornitori. Con i partner della logistica, ad esempio, abbiamo inserito nell’ultimo anno 11 mezzi LNG, molto più ecologici del normali Tir. E’ un aspetto che si può sempre migliorare. In generale, ritengo sia necessario fare crescere ancora di più una cultura su questi temi affiancata però da una giusta legislazione.

Per i prossimi anni quali obiettivi vi proponete?

Ci stiamo guardando attorno, soprattutto all’estero per continuare a crescere. E lo stabilimento, come dico nella chiusura del libro, “sarà sempre più tecnologicamente avanzato, con un obiettivo sopra tutti: arrivare nel giro di cinque-sei anni a sostituire interamente le bottiglie in plastica con la nostra bio-bottiglia. Un gesto d’amore verso l’ambiente”.

Dare ai consumatori un'alternativa pienamente rispettosa dell'ambiente ai bioshopper​ utilizzati per i prodotti ortofrutticoli. È questa la proposta di Legambiente e NaturaSì, insieme per una nuova iniziativa che si è svolta questa mattina a Roma con lo scopo di ribadire l'importanza della riduzione della plastica usa e getta. Un modo, inoltre, per aumentare, alla vigilia della Giornata mondiale dell'Ambiente dedicata quest'anno alla lotta contro la plastica monouso, la responsabilità e la consapevolezza dei cittadini. L'iniziativa, la prima in assoluto sul territorio nazionale, prevede la distribuzione di 100 mila sacchetti riutilizzabili per l'ortofrutta nei negozi del gruppo EcorNaturaSì. I sacchetti riutilizzabili, adatti al contatto con gli alimenti, pesano 8 grammi, quanti quelli monouso biocompostabili; sono di poliestere, lavabili, traspiranti e costano 1,85 euro l'uno. Si tratta di un progetto ambizioso che parte nei negozi specializzati del biologico NaturaSì e Cuorebio, ma che vuole diventare esempio per tutta la grande distribuzione italiana. 

La possibilità di riciclo non basta

"Il biologico e il biodinamico hanno da sempre nella loro missione la cura della salute della Terra e delle persone. Per far questo non è sufficiente produrre un prodotto sano, ma è necessario intraprendere tutte quelle pratiche che hanno il minor impatto ambientale possibile", ha detto Fabio Brescacin, presidente di EcorNaturaSì, nel corso dell'evento. "Il tema imballaggi a questo proposito diventa cruciale. Nei nostri negozi – ha precisato – abbiamo iniziato con i sacchetti riciclabili e compostabili molti anni fa ma reputiamo che, se la possibilità di riciclo è un buon punto, ancora migliore e a minor impatto ambientale è il riutilizzo dell'imballaggio. Perciò introduciamo questi sacchetti che sono un minimo, ma a nostro avviso significativo, contributo, anche culturale, per ridurre il pesantissimo impatto ambientale. E in futuro abbiamo in programma di affiancare a questi sacchetti anche quelli in cotone riutilizzabili".

In vista della nuova direttiva europea contro l'inquinamento da plastica, l'iniziativa ha lo scopo di andare oltre le polemiche legate ai sacchetti biocompostabili a pagamento per contenere ortofrutta, polemiche che hanno finito con il generare – non si sa quanto indirettamente – una caduta del volume di vendite dello sfuso e un'impennata, per contro, degli acquisti di ortofrutta fresca confezionata. L'Italia è il settimo Paese produttore di rifiuti plastici in Europa, secondo gli ultimi dati Eurostat, e negli ultimi sedici anni la produzione pro capite è aumentata leggermente passando da 34.19 chili a 35,05 all'anno. Secondo l'ultimo rapporto Beach Litter di Legambiente, solo sulle spiagge italiane il 31% dei rifiuti censiti riguarda materiale gettato immediatamente o poco dopo il suo utilizzo. Si tratta di imballaggi di alimenti, carte dei dolciumi, bastoncini per la pulizia delle orecchie, assorbenti igienici, barattoli, mozziconi di sigaretta. I rifiuti plastici usa e getta sono stati rinvenuti sul 95% delle spiagge monitorate, a conferma della gravità del problema.

I sacchetti usa e getta calati del 55% in 5 anni

"Grazie all'uso delle sportine riutilizzabili, i sacchetti per la spesa usa e getta in Italia si sono ridotti del 55% negli ultimi cinque anni – ha sottolineato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente -, lo stesso lo dobbiamo fare per i sacchetti per l'ortofrutta nei supermercati, grazie alla diffusione delle retine riutilizzabili". L'iniziativa di oggi "va proprio in questa direzione, nonostante l'incomprensibile latitanza del ministero della Salute al quale da sei mesi chiediamo di prendere una posizione ufficiale, sollecitando tutta la grande distribuzione a garantire ai cittadini un'alternativa riutilizzabile alle buste compostabili monouso. Grazie alle retine riutilizzabili per l'ortofrutta, e dopo le norme che hanno bandito le buste usa e getta di plastica tradizionale, i cotton fioc non compostabili e le microplastiche nei prodotti cosmetici, oggi l'Italia fa un nuovo passo in avanti – ha concluso il presidente Legambiente – per praticare concretamente la strategia europea per la lotta all'inquinamento da plastica".

I sacchetti oggi e domani sono distribuiti gratuitamente nei negozi NaturaSì a fronte di una spesa di 50 euro. Naturalmente, chi sceglierà i sacchetti riutilizzabili non sarà costretto a pagare i pochi centesimi previsti dalla legge a carico dei consumatori per i sacchetti di plastica compostabili. A realizzarli è una cooperativa sociale di Verona, la 'Quid Onlus'. 

Nel variegato mondo delle criptovalute​, con circa 1.500 prodotti presenti sul mercato internazionale, l'ultima novità arriva dall'Italia con Multiversum che, secondo il suo creatore, Andrea Taini, non ha fini speculativi ma punta a sviluppare un "Crypto database relazionale" a vantaggio di chi ha bisogno di gestire grandi volumi di persone e di dati. E, dopo aver raccolto attualmente oltre 10 milioni di euro (da investitori del Nord d'Italia e da diverse altre parti del mondo) la 'bitcoin' nostrana ha già un partner di peso: Ezio Luigi Fabiani, coordinatore di Forza Italia UK.

All'apparenza la vicenda sembra piuttosto singolare: un gruppo di italiani si inventa una criptovaluta emessa da una società con sede principale in Bielorussia e sede secondaria a Budapest, raccoglie oltre 10 milioni di euro da investitori dell'Italia settentrionale, dall'Asia e da altri parti del mondo e ottiene la partnership con il coordinamento britannico di Forza Italia per il progetto del voto elettronico. Esaminando i dati l'operazione non è poi così fumosa. L'emissione di un'ulteriore valuta virtuale è infatti una nuova formula di finanziamento per le startup definita Ico (Initial coin offering) ed è uno strumento in forte crescita utilizzato in misura rilevante dalle startup che propongono soluzioni basate sulla blockchain​ (in italiano "catena di blocchi", può essere definita come un processo in cui un insieme di soggetti condivide risorse informatiche per rendere disponibile alla comunità di utenti un database virtuale).

La maggior parte di queste operazioni, secondo un'analisi del quotidiano britannico 'The Guardian', e' considerata come una sorta di crowdfunding per le startup di cryptomonete. Il ritorno finanziario degli investitori, o meglio di coloro che per primi credono nelle potenzialità della startup, è essenzialmente legato a quanto il valore della nuova cryptocurrency, emessa dalla startup stessa, salirà nel tempo. Il meccanismo, secondo 'The Guardian', è quindi molto simile a quello di una Ipo (Initial public offering) tradizionale, quindi alla quotazione in Borsa con però due importanti differenze: la prima è che l'Ico avviene all'inizio della vita della startup e quindi è in grado di portare valore finanziario da subito; e la seconda è che non richiede, essendo non regolamentata, i tempi e i costi finanziari e burocratici tipicamente legati a una Ipo.

Cosa c'entra Forza Italia?

In questo quadro, Multiversum vorrebbe offrire la gestione organizzata dei dati complessi, candidandosi a diventare una tecnologia Blockchain evoluta (detta Blockchain 4.0) per offrire soluzioni al mondo della crypto validazione e distribuzione, in grado di essere utilizzata in qualsiasi ambiente: amministrativo, industriale, finanziario e governativo. E qui entra in gioco il coordinamento di Forza Italia nel Regno Unito.

La branch britannica, spiega Ezio Fabiani, coordinatore degli "azzurri" nel Regno Unito, "ha deciso di impegnarsi nell'elaborazione di una proposta sul voto elettronico degli Italiani all'estero. "Elio Riba, nostro militante e collaboratore di Multiversum, ci ha messo in contatto con la società visto che questa tecnologia blockchain può permettere il voto elettronico invisibile e immodificabile". La proposta consiste nell'applicare la Blockchain sia alla gestione del codice a barre sia nello spoglio delle schede, fino alla creazione di un sistema di voto interamente elettronico. "Questo lavoro, che non prevede alcun costo a nostro carico – prosegue Fabiani – è propedeutico ad una proposta politica che stiamo elaborando nel dettaglio ed abbiamo proposto agli organi nazionali di Forza Italia".

Insomma, la vicenda è quella di una startup che si finanzia con l'emissione di una criptovaluta e di un gruppo di militanti di un partito che vede in questa startup uno strumento per elaborare una proposta di miglioramento del sistema di voto dei residenti all'estero. Secondo l'azienda i punti di forza del progetto sono la capacità di poter 'processare' differenti transazioni parallelamente e quindi di aumentare all'infinito la capacità di processo aggiungendo nuovi processori senza sostituire quelli esistenti.