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Estero

Non ci sarà nessun processo per i soldati francesi accusati, tre anni fa, di aver violentato dei bambini mentre erano di stanza in Repubblica Centrafricana. Tre anni dopo le prime accuse, la giustizia transalpina ha deciso di non procedere dopo una delicata indagine che lascia molte domande senza risposta e delude le parti civili. In conformità con le richieste dell'ufficio del procuratore di Parigi, i giudici inquirenti hanno ordinato la chiusura del fascicolo per mancanza di "accuse sufficienti".

"Gli abusi ci sono stati". Ma…

Il caso, esploso nel 2015, aveva offuscato la reputazione dell'esercito francese schierato nel Paese sotto gli auspici dell'Onu per ripristinare la sicurezza in una nazione straziata da violenze interconfessionali. Il quotidiano britannico The Guardian riportò un memo interno dell'ONU che documenta le interviste di sei ragazzi di età compresa tra i 9 ei 13 anni che accusavano i soldati di averli violentati tra il dicembre 2013 e il giugno 2014, nel campo profughi dell'aeroporto M'Poko di Bangui, in cambio di denaro e cibo. Il pubblico ministero sottolinea che "non si può dire (…) che non siano stati commessi abusi sessuali", ma ritiene che le incongruenze e "la variazione delle testimonianze non consentano per stabilire fatti dettagliati e circostanziati contro i militari".

La Procura di Parigi aveva aperto un'indagine nel luglio 2014, che era rimasta segreta. Da allora, sono scoppiati altri scandali che hanno coinvolto contingenti di altri Paesi e le Nazioni Unite sono state spesso criticate per la loro mancanza di reattività. I 2.000 uomini impiegati nella missione Sangaris sono stati dispiegati tra il 2013 e il 2016 nella Repubblica Centrafricana, un paese minato dalle violenze tra ribelli musulmani e militanti cristiani in seguito al rovesciamento dell'ex presidente Francois Bozizé.

"Abbiamo assistito dall'inizio delle indagini alla cronaca di un non luogo annunciato", ha risposto Rodolphe Constantino, avvocato dell'associazione Childhood and Sharing, che ha annunciato appello. I giudici hanno fatto riferimento a indagini "particolarmente complesse" e sottolineato le difficoltà legate alla raccolta di prove nel bel mezzo del conflitto armato e alla complessità dell'ottenerle dalle Nazioni Unite.

I dubbi degli inquirenti

Nelle prime testimonianze non filmate, i bambini hanno fornito dettagli come soprannomi o caratteristiche fisiche dei soldati – come un tatuaggio – per individuare una dozzina di possibili assalitori, che sono stati auditi. I giudici francesi hanno ascoltato nuovamente i bambini a Bangui nel 2015 e nel 2016. Ma queste audizioni, condotte molto tempo dopo gli eventi, hanno sollevato dubbi. Un bambino ha detto di aver riconosciuto il suo aggressore in un uomo che non era un soldato. Un altro ha ammesso di aver mentito. Un altro ha detto di aver letto il nome di un soldato sulla sua uniforme, ma un test ha dimostrato che non poteva decifrare la parola "mamma".

Alcuni soldati hanno detto di aver dato razioni di cibo ai bambini, in un contesto di grande povertà, ma hanno negato qualsiasi abuso sessuale e le intercettazioni non hanno individuato nulla. Nel telefono di uno di loro sono state trovate dozzine di video porno, tra cui otto di pedopornografia, una cifra troppo bassa per caratterizzare un profilo pedofilo, laddove i download accidentali sono comuni su siti pornografici, secondo una fonte vicina all'inchiesta. 

 

Come nella celebre favola di Esopo, a furia di gridare “Al lupo! Al lupo!” agli Sms antimissilistici non ci crederà più nessuno. Il sedici gennaio la società del servizio pubblico radiotelevisivo giapponese Nhk ha diramato per errore un allarme missilistico sugli smartphone dei cittadini. L’episodio si è verificato a due giorni dal falso allarme delle Hawaii, che ha fatto cadere nel panico i cittadini delle isole del Pacifico e sollevato aspre polemiche sul clima di terrore causato delle tensioni con la Corea del Nord.

Il messaggio, ricevuto dai telefoni nei quali è installata la app della Nhk, riportava l’avviso: “La Corea del Nord potrebbe avere lanciato un missile. Il governo invita a trovare rifugio negli edifici o sottoterra”, secondo quanto riportato dalla Cnn, che ha anche reperito i messaggi di affetto inviati dalla popolazione nella convinzione che un ordigno si stesse veramente dirigendo verso le isole. Un secondo messaggio con il quale la compagnia si scusava per l’errore è seguito in pochi minuti, a differenza dell’allarme diramato nelle Hawaii, che è stato smentito dopo trentotto minuti causando grande angoscia nella popolazione.

Leggi anche Cosa è successo alle Hawaii per un avviso di attacco nucleare partito per errore

Intanto anche le autorità hawaiane si sono scusate per l’allarme che sabato ha letteralmente paralizzato gli abitanti delle isole del Pacifico, chiarendo che l’errore è dovuto alla distrazione di un operatore che ha “Premuto il bottone sbagliato”. Il presidente della Commissione federale delle comunicazioni Ajit Pai aveva definito l’errore “Inaccettabile”, ammettendo che “In base alle informazioni raccolte, sembra che il governo delle Hawaii non avesse predisposto protocolli tali da evitare errori”. Un’altra criticità del sistema di avvisi hawaiano, resa evidente dal falso allarme, è che molti cittadini si sono lamentati di non aver ricevuto alcuna comunicazione sul proprio smartphone.

Il Manchego, nella regione spagnola della Mancia – quella dei mulini a vento e don Chisciotte – è un formaggio di pecora a pasta compatta, caratterizzato da una stagionatura che può raggiungere i ventiquattro mesi. Novemila chilometri più a ovest, in Messico, lo stesso nome campeggia sugli scaffali dei supermercati e indica le fette di formaggio di mucca, molto più economiche, spesso utilizzate per farcire le quesadillas, cioè le tortillas di mais.

Un nome solo per due prodotti, molto differenti, di cui uno – quello spagnolo – si può vantare della denominazione di origine protetta da più di vent’anni.

Il nocciolo della questione sta proprio qui, nell’utilizzo della stessa etichetta per i due prodotti caseari. E la Spagna sta cercando di proteggere la sua specialità dalle imitazioni, un po’ come in passato ha fatto l’Italia nei confronti del parmigiano e del prosciutto di Parma. La questione oramai è al centro di una disputa che coinvolge l’intera Unione Europea. A Bruxelles, a fine anno, il segretario messicano all'economia Ildefonso Guajardo ha infatti incontrato Cecilia Malmstroem, commissario europeo per il commercio, per trovare un accordo commerciale tra i due partner che aggiornasse quello in vigore dal 2000. Le trattative vanno avanti dal dicembre 2016, ma anche l’ultima settimana di colloqui si è conclusa senza arrivare alla firma.

Quello messicano è insipido”

In attesa di raggiungere l’accordo commerciale, la polemica prosegue su toni che si fanno sempre più accesi. Ismael Álvarez de Toledo, il presidente della Fratellanza del Manchego, un’associazione spagnola che tutela questo formaggio, ha attaccato l’omonimo messicano: “È insipido, l’unica cosa che condivide con il nostro è il nome. Ma è un nome falso”.

 

Sheep cheese! Mmm #sheep #cheese #manchego

Un post condiviso da Michelle (@sweetpeafarmny) in data: Gen 12, 2018 at 9:43 PST

Il problema, naturalmente, non è soltanto terminologico.  Álvarez è convinto che questa confusione arrechi un danno consistente all’economia spagnola, come riporta il Guardian: “Se proviamo a vendere il nostro Manchego a Miami, o in un altro posto dove la comunità messicana è forte, al prezzo di 15 dollari al chilo, la gente non lo comprerà perché potrà trovarlo a 7 dollari”.

“I due prodotti possono coesistere”

Dall’altra parte dell’oceano non la pensano allo stesso modo.  Miguel Ángel García Paredes, il presidente del Canilec, la Camera che protegge gli interessi degli industria del latte messicana, difende il suo formaggio: “Chi vuole consumare il Manchego spagnolo andrà direttamente in un negozio di specialità gastronomiche, e non potrà confondersi con quello messicano. Sono due prodotti completamente diversi che condividono un nome. Secondo noi possono coesistere”.

Le dimensioni del mercato

Secondo Santiago Altares, il segretario dell’ente che protegge la denominazione Dop del Manchego, la Spagna esporta in Messico circa 80 tonnellate di formaggio all’anno. La Canilec, dall’altra parte, assicura che la quota di mercato è in mano ai produttori locali: “Il 97% del Manchego consumato nel nostro paese è quello messicano, per un valore complessivo di 5.000 milioni di pesos”, riporta El Pais. Tradotto in euro, qualcosa come 215 milioni. 

Scoperta una casa degli orrori in California dove una coppia, marito e moglie, ha tenuto per anni 13 fratelli – dai 2 ai 29 anni – in ostaggio in condizioni miserevoli: malnutriti, senza acqua e cibo in quantità sufficiente, legati ai loro letti con catene e lucchetti al buio in una stanza maleodorante. A dare l'allarme domenica la figlia più grande, di soli 17 anni, riuscita a scappare miracolosamente e a chiamare la polizia. Senza di lei i terrificanti abusi sarebbero andato avanti chissà per quanto.

Le vittime sono così malridotte che la polizia non è stata in grado di capire subito che molti erano maggiorenni. La stessa 17enne che ha salvato da un destino terribile i fratelli e le sorelline, secondo gli agenti, dimostra appena 10 anni. Gli inquirenti hanno aperto un'inchiesta per tortura e fissato una cauzione di 9 milioni di dollari per i due, David Allen Turpin, 57 ani e Louise Anna Turpin, 49. Teatro di questa autentica storia dell'orrore Perris, California.

Dai registri della contea di Riverside è emerso che Turpin aveva ricevuto un'autorizzazione da parte dello Stato per gestire una scuola privata, la "Sandcastle Day School" nella sua casa degli orrori a Perris. Scuola che ufficialmente aveva accolto quest'anno sei studenti. La coppia aveva dichiarato bancarotta nel 2011 e aveva un debito tra i 100.000 ed i 500.000 dollari, nonostante Turpin avesse lavorato come ingegnere al colosso della Difesa Usa Northrop Grumman con un salario da 140.000 dollari l'anno.

470 militari quando la missione sarà a regime, 120 nella prima fase. Questi i numeri, comunicati dal ministro della Difesa Roberta Pinotti alle commissioni congiunte Esteri e Difesa, del contingente italiano che verrà dispiegato in Niger. Una missione la cui preparazione ancora lo scorso maggio era stata smentita e che è stata approvata dal governo a fine dicembre, dopo la richiesta formulata il mese prima dal governo di Niamey. L'obiettivo dichiarato è arginare i flussi migratori diretti dall'Africa subsahariana verso la Libia, flussi che hanno in Niger uno snodo fondamentale. I nostri soldati si inseriscono però in un gioco ben più ampio, in un'area, quella del Sahel​, dove la Francia, nel ruolo di ex potenza coloniale, esercita ancora una grande influenza e dove elevatissima è la presenza dei jihadisti. Anche per questo alcuni analisti hanno espresso perplessità nei confronti della missione, sostenendo che finirebbe per essere utile soprattutto a Parigi (che libererebbe così risorse da spostare su altri fronti) ed esporrebbe i militari italiani a enormi rischi.

Un favore a Parigi?

"L’intervento italiano sarà inquadrato nella più ampia operazione euro-africana varata al vertice di Celle Saint Claud dal presidente francese Emmanuel Macron ma che non ha ancora raggiunto i 423 milioni di euro di finanziamenti necessari", spiega sul Sole 24 Ore Gian Andrea Gaiani, direttore del portale specializzato Analisi Difesa, "la Ue ne stanzierà 50 come gli Usa e i 5 Paesi africani coinvolti (Mali, Burkina Faso, Mauritania, Niger e Ciad), 8 la Francia, 100 i sauditi e 30 gli Emirati arabi uniti che sostengono il contrasto ai jihadisti del Sahel sostenuti dal rivale Qatar. Grazie ai contingenti tedeschi, italiani, spagnoli e belgi, Parigi potrà alleggerire gli organici dell’operazione Barkhane che da quattro anni combatte i jihadisti nel Sahel. Macron potrà quindi ridurre l’impegno nazionale (4mila uomini con oltre 500 veicoli e più di 30 velivoli) pur mantenendo il comando delle operazioni nelle ex colonie francesi".

Combattere i trafficanti significa combattere i jihadisti

"L’operazione rischia quindi di vedere gli italiani relegati al ruolo di gregari o “ascari” di quella Francia che continua a essere il peggior rivale dell’Italia in Libia", sostiene Gaiani, il quale sottolinea che contrasto all'immigrazione clandestina e contrasto al terrorismo in Niger sono due facce della stessa medaglia, in quanto sono i jihadisti a gestire i traffici illegali.Il capo di Stato Maggiore, generale Claudio Graziano, ha spiegato che "non sarà una missione combat" e il nostro contingente (guidato – pare – dai parà della Folgore) avranno il compito di addestrare le forze armate locali. Numerose fonti sostengono però che ai nostri militari sarà assegnato il compito di pattugliare i 600 chilometri di confine tra Niger e Libia e che, quindi, è assai probabile vengano schierati nella base francese della Madama. 

470 militari bastano?

"Lo schieramento in questa base comporterà elevati costi logistici poiché mezzi, rifornimenti, truppe e materiali dovranno giungere per via aerea", prosegue Gaiani, "inoltre pattugliare quest'area desertica significa effettuare operazioni di contrasto a jihadisti e trafficanti che non possono escludere azioni di combattimento. Anzi, la presenza di militari 'infedeli' sul suolo islamico rischia di attirare i jihadisti che potrebbero colpire le forze italiane con attentati, attacchi con razzi e mortai alla base Madama e con mine e ordigni stradali disseminati sulle piste battute dai veicoli italiani". "In questo contesto per assicurare le necessarie autonomie al contingente occorrerebbero una decina di elicotteri da attacco e trasporto, almeno un paio di aerei cargo, mortai, forze speciali, radar controfuoco e un ospedale da campo: cioè quasi un migliaio di militari con un costo della missione superiore ai 150 milioni annui". Non solo, secondo Gaiani il dispiegamento sarebbe inutile perché "non sarebbe difficile per i trafficanti aggirare il dispositivo italiano sconfinando in Algeria" e "per bloccare i flussi migratori illeciti sarebbe sufficiente consegnare alla Guardia costiera libica i migranti illegali soccorsi nel Mediterraneo per affidarne il rimpatrio alle agenzie dell’Onu".

Un test per la difesa europea?

Ancora più dura l'analisi proposta da Difesa Online, che parla senza mezzi termini di "trappola": "Il rischio di vedere il contingente italiano relegato ad un ruolo gregario, ma non per questo meno rischioso, è più che fondato, e proprio a favore ed a supporto di quella potenza – la Francia – che continua ad essere il peggior rivale italiano in Libia". E ancora: "lo schieramento di truppe sul campo aumenterà di certo anche i bersagli a disposizione delle forze jihadiste, alla luce anche del fatto che non è ancora chiaro quali e quanti Stati autorizzeranno l’impiego dei propri militari in azioni di combattimento. Se è vero che il Sahel costituirà un test per le capacità belliche della difesa europea, è però altrettanto vero che sarà inevitabile il manifestarsi di confronti di interessi ed egemonie". In un contesto nel quale "i francesi continueranno a giocare in casa e "la missione italiana indica una nostra nuova debolezza ed un successo francese". "Ha un significato esporsi per un alleato che nell’area ha interessi che, ancorché rilevanti, non gli hanno impedito di inerire negli affari italiani in Libia?", si domanda Difesa Online, "Quel che è certo è che l’Italia muoverà i suoi uomini ed i suoi mezzi per alleggerire compiti e responsabilità di chi, in quell’area, contribuendo di proposito alla sua destabilizzazione, ha intaccato i nostri interessi nazionali continuando a considerarci competitors di rango inferiore".

Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha lanciato un appello ai cittadini e al governo britannici a "cambiare idea" sulla Brexit. "Se il governo britannico rispetterà la sua decisione di uscire, la Brexit avverrà il 29 marzo del 2019 con tutte le conseguenze, a meno che non i nostri amici britannici non cambino idea", ha detto Tusk in un dibattito all'Europarlamento. "Se una democrazia non può cambiare idea, cessa di essere una democrazia", ha spiegato il presidente del Consiglio europeo, citando il ministro britannico per la Brexit, David Davis.

"Qui sul continente non abbiamo cambiato i nostri sentimenti. I nostri cuori sono ancora aperti a voi", ha detto Tusk, sottolineando che nei negoziati sulla Brexit "il lavoro più difficile è ancora davanti a noi e il tempo e' limitato". Per il presidente del Consiglio europeo, c'è "bisogno di più chiarezza" da parte del Regno Unito sulle relazioni future. 

Dalle elezioni italiane arriverà una "nuova scossa alla Ue". È la previsione della presidente del Front National, il partito dell'ultradestra francese, Marine Le Pen, in una intervista al Corriere della Sera, nella quale l'ex candidata all'Eliseo manifesta il suo sostegno al segretario della Lega Matteo Salvini e sintonia con le idee del M5S. 

"Il voto in Italia potrebbe essere l'inizio di una nuova Europa"

L'Unione europea nella sua visione va sostituita con una "Unione per le Nazioni Europee" e una delle prime tappe di avvicinamento potrebbero essere le elezioni italiane del 4 marzo, una settimana prima del congresso Fn. "Il voto in Italia potrebbe rappresentare l'inizio di una nuova Europa, certamente. Una dimostrazione supplementare che i popoli sono opposti all'Unione europea per il modo in cui funziona oggi. Una prova che i popoli vogliono ritrovare la libertà, la sovranità, insomma disporre di nuovo di loro stessi. Questa Unione europea non può continuare, le sue decisioni sono quasi sistematicamente nefaste per la sicurezza e la prosperità, e oltretutto vengono applicate a colpi di ricatti o di minacce". Sul segretario della Lega, "il mio alleato al Parlamento europeo, Matteo Salvini – dice – sta lavorando per costruire una coalizione allargata, cosa che mi fa molto piacere. Si rivolge a tutti coloro che mettono la lotta contro l'Unione europea al cuore del loro progetto".

I sondaggi prevedono un buon risultato del Movimento Cinque Stelle, dove gli euroscettici non mancano. Ha contatti con il movimento di Beppe Grillo? "Che ci siano contatti o meno, le idee opposte all'Unione europea per come esiste oggi continuano ad avanzare. Vale anche per i danesi, per gli svedesi. Non abbiamo legami organici con loro ma tutti partecipano comunque alla stessa dinamica, che punta a rimettere in questione l'Unione europea attuale, difesa da Emmanuel Macron e Angela Merkel. Il loro e il nostro sono due progetti che si oppongono, è questa ormai la grande divisione politica a livello europeo. Da una parte ci sono loro, i post-nazionali, i 'mondialisti'. Dall'altra ci siamo noi, i 'nazionali', sempre più forti in ogni Paese. Guardate anche al voto austriaco". 

ll primo ministro romeno Mihai Tudose si è dimesso dopo un braccio di ferro con l'uomo forte del proprio partito, il Socialdemocratico, Liviu Dragnea, meno di sette mesi dopo l'uscita del suo predecessore. "Mi ritiro a testa alta" ha detto il premier, che intendeva procedere a un rimpasto di governo, dopo una riunione dei responsabili del Psd dopo la quale è stato ritirato l'appoggio al governo. 

Le dimissioni arrivano alla vigilia di una storica visita in Romania del primo ministro giapponese Shinzo Abe, che sarebbe stato accolto da Tudose per la prima tappa di un giro dell'Europa orientale del capo del governo giapponese. Ex titolare del portafoglio dell'Economia in due precedenti governi, Tudose era stato proposto alla posizione di Primo Ministro da Dragnea a giugno, ma i rapporti tra i due uomini si sono deteriorati rapidamente.

In un'intervista televisiva, Tudose ha recentemente accusato implicitamente Dragnea, che non può candidarsi alla carica di primo ministro a causa di una condanna con sospensione condizionale a due anni per frode elettorale, di prendere decisioni senza consultare altri funzionari del partito. Tre mesi fa Tudose aveva già provocato l'ira di Dragnea imponendo un rimpasto di sua iniziativa.

Il caso Dan

Le relazioni tra Tudose e Dragnea si sono ulteriormente deteriorate negli ultimi giorni intorno al caso del ministro dell'Interno Carmen Dan, vicino a Dragnea, di cui Tudose aveva chiesto dimissioni la scorsa settimana dopo un caso di pedofilia che ha colpito la polizia.

Con il sostegno di Dragnea, Dan aveva ignorato la richiesta di dimettersi, anche se il capo del governo aveva chiarito che non poteva più lavorare con lei, accusandolo di "mentirle". Dragnea aveva già abbattuto in giugno il governo del socialdemocratico Sorin Grindeanu, che era diventato "troppo indipendente" ai suoi occhi.

La partenza di Tudose è stata approvata dal presidente di centro-destra Klaus Iohannis. I socialdemocratici si incontreranno martedì mattina per proporre un nuovo primo ministro. In seguito a ripetute crisi politiche nella maggioranza, il Iohannis ha espresso dubbi in ottobre sulla "capacità di governo del PSD", suggerendo che potrebbe rifiutarsi di nominare un nuovo membro del partito per formare il governo. Tornato al potere a dicembre 2016 con una netta maggioranza, il PSD, erede dell'ex partito comunista, ha provocato un'ondata senza precedenti di protesta in Romania lo scorso inverno, quando ha cercato di allentare la legge anti-corruzione. Di fronte a gigantesche dimostrazioni, il governo aveva fatto marcia indietro.

La maggioranza, tuttavia, ha approvato a dicembre una controversa riforma della giustizia, temendo, secondo la critica, una riduzione dell'indipendenza dei giudici e una restrizione delle prerogative dell'Anti-Corruzione. 

Numerose persone, tra cui due poliziotti, sono rimaste uccise alla periferia di Caracas nella maxi operazione per la cattura di Oscar Perez, l'ex poliziotto (e attore) che lo scorso giugno sorvolò in elicottero il ministero dell'Interno e la Corte attaccando i due edifici a colpi di arma da fuoco e granate. Lo ha riferito il ministero dell'Interno, annunciando l'uccisione di "membri di una cellula terroristica che ha opposto resistenza", mentre cinque componenti sono stati arrestati. Non è chiara al momento la sorte di Perez. 

All'alba le forze di sicurezza, la polizia e la Guardia nazionale sono entrate nel quartiere di El Junquito, nella parte ovest della capitale venezuelana e poco dopo, Perez ha diffuso un video annunciando un negoziato con le autorità e assicurando di non cercare lo scontro. Più tardi però in un secondo video l'ex agente è comparso con la faccia sporca di sangue e ha denunciato "ci stanno uccidendo", mentre in sottofondo si udivano rumori simili a esplosioni. 

 

Un post condiviso da Oscar Perez (@equilibriogv) in data: Gen 15, 2018 at 5:15 PST

Oscar Perez è l'agente dissidente e paracadutista che la scorsa estate, nel periodo delle sanguinose proteste contro Nicolas Maduro, pilotò un elicottero della polizia scientifica da cui sparò diversi colpi di mitragliatrice e lanciò 4 granate contro la Corte Suprema venezuelana, accusata dall'opposizione di rinforzare con le sue sentenze il potere del presidente. Per questo era diventato una sorta di eroe per la piazza che chiedeva la caduta del governo. "Sono un uomo che esce in strada senza sapere se tornera' a casa perchè la morte è parte dell'evoluzione", scrisse in un suo autoritratto.

Tra i protagonisti ci sono anche funzionari attivi della polizia scientifica (Cicpc), di cui Perez faceva parte. L'obiettivo del film è mostrare ai venezuelani che il Cicpc (corpo d'elite poi screditato da scandali di corruzione) lotta ogni giorno "per sradicare la pratica criminale del sequestro, un cancro della società". 

Una ricerca dell'università di Oslo fatta, da quanto riporta la Bbc, in collaborazione con quella di Ferrara, ha riabilitato i ratti e le pantegane della fine del XIV secolo: non solo loro ad aver causato la diffusione della cosiddetta "morte nera", la peste che tra il 1347 ed il 1351 uccise 25 milioni di persone in Europa, riducendo di oltre un terzo la popolazione del vecchio continente.

I ricercatori dei due atenei, scrive la Bbc, attribuiscono la responsabilità alla scarsa – o meglio, del tutto assente – igiene degli esseri umani. Questo causo' che le pulci e i pidocchi di cui erano infestanti, tanto quanto i ratti, gli abitanti dell'Europa all'epoca furono il veicolo di contagio. Lo studio è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista "Proceedings of the National Academy of Science", e si basa sui registri delle vittime e sull'analisi della propagazione.

"Abbiamo buoni dati della mortalità dallo scoppio dell'epidemia in nove città europee", ha spiegato il professore Nils Stenseth di Oslo, "grazie ai quali siamo riusciti a realizzare la dinamica" della diffusione della Morte Nera 
Lui e i colleghi hanno simulato la diffusione della peste attraverso 3 'veicoli' di contagio: topi, trasmissione per via aerea, pulci e pidocchi che infestavano gli esseri umani ed i loro vestiti. 

In 7 delle 9 città studiate "la diffusione attraverso l'uomo" corrisponde molto meglio delle alternative alla propagazione della peste, prendendo in attenzione alla rapidità della diffusione del contagio e al numero della persone colpite. Dati che non combaciano che una propagazione attraverso il colpevole principe, il ratto di fogna, che può essere considerato al limite un complice, contro cui nella storia si sono concentrate le accuse. Stenseth ammette che lo studio ha una valenza non solo storica ma anche attuale perche la peste è ancora endemica in alcuni Paesi in Asia, Africa.

Per dare un'idea secondo L'organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) solo tra il 2010 ed il 2015 ci sono stati 3.248 casi di peste e di questi 584 sono morti. In sintesi: più ci si lava – ove se ne ha la possibilità ovviamente – meno rischi si corrono, ma non solo per la peste.