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Estero

Chi vuole essere il prossimo sovrano d'Inghilterra e succedere a Elisabetta II? Nessuno. Parola del principe Harry che in un'intervista esclusiva a Newsweek  ha comunque assicurato che chiunque indosserà la corona lo farà con tutti gli oneri e gli onori che comporta. Quinto in linea di successione al trono dopo il padre Carlo, il fratello William e i nipotini George e Charlotte, il 32enne Harry spiega che nessuno dei reali scalpita per prendere il posto della regina, ma quando arriverà quel momento nessuno si tirerà indietro. Le parole del secondogenito di Carlo e Diana, insomma, non annunciano la fine della monarchia britannica e di quell'aurea di mito che ruota intorno ai reali. 

Una monarchia più moderna

Tuttavia, assicura Harry, "è in corso un processo di ammodernamento e noi siamo direttamente coinvolti". E con "noi" si intende, oltre ad Harry, suo fratello William e sua cognata Kate Middleton. "La regina ha saputo creare e conservare per oltre 60 anni un'atmosfera positiva. Ma noi non 'calzeremo le sue scarpe'". 
 
Leggi anche l'articolo di Repubblica e della Stampa (qui).

La vita (quasi) ordinaria dei principi

Sia Harry che i duchi di Cambridge, William e Kate, hanno da tempo adottato uno stile più 'ordinario', per quanto possibile a un reale. Nella stessa intervista a Newsweek, Harry ha rivelato, ad esempio, di fare spesso la spesa da solo. Ma il principe ha anche il potere di chiedere al Museo di Storia Naturale di aprire a notte fonda per permettere a lui e alla sua fidanzata Megan Markle – un'attrice americana – di passeggiare tra i dinosauri in tutta tranquillità. "Ma tutto questa normalità non finirà per smitizzare la famiglia reale?", gli chiede il giornalista. "Bisogna trovare il giusto equilibrio. Non vogliamo diluire la magia. Il popolo inglese e il mondo intero ha bisogno di istituzioni come questa", risponde Harry. 
 

Una sensibilità 'reale'

Una cosa è certa, sia l'ex secondogenito ribelle che il pacato William, non hanno timore di mostrare i propri sentimenti. A dispetto del protocollo e del rigore imposto ai membri di Buckingham Palace che li costrinse da piccolissimi (Harry aveva solo 12 anni, William 15) a seguire il corteo funebre della mamma Diana, morta nel 1997 a soli 36 anni. "A nessun bambino bisognerebbe mai chiedere una cosa del genere", ha affermato Harry. Di recente il principe ha confessato che, dopo una giovinezza di eccessi legati alla difficoltà a elaborare il lutto, ha deciso di rivolgersi a uno psicologo. Da quelle sedute è nato un nuovo Harry, più equilibrato, riflessivo e impegnato in numerose attività benefiche. Proprio come mamma Diana. 
 
 
 

La magistratura di Pechino indaga anche sull'acquisto del Milan attraverso una 'società veicolo'. L'autorità cinese di controllo sul credito ha chiesto alle banche di verificare la loro esposizione verso cinque grandi imprese, a "rischio sistemico". Fra queste c'è la Rossoneri Investment di Zhejiang, società veicolo usata per l'acquisto del Milan, insieme a Dalian Wanda, Fosun, Hna e Anbang. Lo rivela il Financial Times, il quale è venuto in possesso di una mail inviata dalla China Banking Regulatory Commission in cui si citano i nomi delle cinque imprese, tutte reduci da una forte espansione all'estero. Il rischio sistemico riguarda il pericolo di un'esposizione eccessiva di una o più banche che potrebbe avere effetti contagiosi sul resto del sistema finanziario.

Leggi il servizio su questo argomento del Corriere della Sera.

I titoli delle tre aziende quotate coinvolte (Dalian Wanda, Fosun e Hna) sono tutti scesi fortemente in Borsa. Dalian Wanda e Fosun a Hong Kong hanno perso rispettivamente il 5,8% e il 6,2%. Hna il 7,5%. A Shenzen invece Dailan Wanda ha perso il 9,9%. Anbang e Zhejiang Rossoneri Investment, invece, non sono società quotate. Dalian Wanda è una conglomerata che opera nel settore immobiliare, turistico e delle vendite al dettaglio e che controlla il 20% dell'Atletico Madrid. Inoltre ha acquisito una quota di maggioranza di Infront, società svizzera che gestisce i diritti tv in Italia per la Lega Calcio.

Anche Business Insider si è occupata del caso.

Lo scorso 14 aprile Fininvest, in una nota, aveva confermato la cessione "alla Rossoneri Sport Investment Lux dell'intera partecipazione, pari al 99,93%, detenuta nell'AC Milan". Gli estremi dell'accordo – proseguiva la nota – sono quelli resi noti a suo tempo e prevedono una valutazione complessiva dell'AC Milan pari a 740 milioni di euro, comprensivi di una situazione debitoria stimata al 30 giugno 2016, come da intese fra le parti, in circa 220 milioni di euro. A quanto incassato da Fininvest si aggiungono 90 milioni di euro a titolo di rimborso dei versamenti in conto capitale eseguiti dalla stessa Fininvest a favore del Milan dal primo luglio 2016 ad oggi.

Leggi qui l'articolo di Milano Finanza.

La nascita dell'Isis risale a prima della proclamazione del califfato, ad aprile 2013, quando il gruppo si chiamava Stato Islamico dell'Iraq e del Levante. Ancora prima, nei primi anni 2000, si chiamava al Qaida in Iraq (AQI). Era stato il suo fondatore, Abu Musab al-Zarqawi, a proporre di creare un califfato provocando una guerra civile nel Paese. Nell'aprile del 2013 lo Stato Islamico ha poi cominciato a combattere anche in Siria. Il suo attuale capo è Abu Bakr al Baghdadi, 46 anni, originario di Samarra, salito al potere dopo la morte del suo predecessore, Abu Omar al Baghdadi, nell'aprile del 2010.

La nascita del Califfato

Il 29 giugno del 2014, il gruppo jihadista ha annunciato a Mosul, città nel nord dell'Iraq appena conquistata, la costituzione del Califfato, regime politico islamico scomparso da più di un secolo, designando alla sua guida al Baghdadi nelle vesti di califfo, capo dei musulmani nel mondo. Il califfato deve essere imposto sulle regioni conquistate in Iraq e in Siria, territori che si estendono da Aleppo, nel nord della Siria, al governatorato di Diyala, nell'Iraq orientale. Un territorio pari a 45.659 chilometri quadrati. In Iraq il gruppo ha il controllo di importanti città, Falluja, Tikrit, Mosul, Sinjar, mentre in Siria controlla Raqqa, che diventa la capitale del Califfato, alcune arterie importanti del Paese e ampie zone desertiche.

L'apogeo di Daesh

L'Isis arriverà a controllare circa metà della Siria e un terzo dell'Iraq. I confini del Califfato sono flessibili e il gruppo si accresce con 'province', o gruppi affiliati nel Sinai, in Algeria, in Libia, in Arabia Saudita e in Yemen. Lo scopo principale del gruppo è uno Stato Islamico che venga governato sulla base di un'interpretazione molto rigida della sharia. Il gruppo si autofinanzia con la vendita del petrolio ricavato dai pozzi nelle città controllate. Organizzato militarmente, dimostra inoltre una moderna padronanza nell'uso del web, e fa dell'efficacia della propaganda in rete uno dei suoi principali punti di forza. In pochi attimi fa il giro del mondo l'orrore dei video che mostrano il bigliettino da visita dell'Isis, le decapitazioni di ostaggi, in buona parte occidentali, ma non solo: i giornalisti americani James Foley e Steven Sotloff, l'ostaggio scozzese David Haines, il cooperante britannico Alan Henning, l'operatore umanitario americano Peter Kasig, il giornalista giapponese Kenji Goto, il croato Tomislav Salopek, 21 ostaggi copti egiziani.

Decapitazioni ma non solo: un video mostra bruciare vivo un pilota giordano, Muad Kasasbeah. La propaganda comprende una pioggia di filmati che esortano all'odio e allo sterminio dei 'crociati', minacciano le capitali europee, forniscono istruzioni su come fabbricare una bomba, esortano a colpire con ogni mezzo, coltelli, grossi veicoli sulla folla. 

Un anno dopo la proclamazione del califfato, il gruppo si estende ancora in Siria, a nord di Aleppo, strappando ampie aree ai curdi, ma anche nel centro e a ovest, avvicinandosi anche a Damasco. I jihadisti conquistano anche Palmira. Le sue fila si ingrossano vertiginosamente con decine di migliaia di cosiddetti foreign fighters, cittadini europei o che vivono nelle città europee, che, spesso passando attraverso la Turchia, riescono a raggiungere il gruppo per unirsi ai combattenti jihadisti nei fronti più caldi. 

L'arretramento sul campo di battaglia

Il 2016 è l'anno del ridimensionamento territoriale: il 27 settembre 2014 gli Usa hanno formato una coalizione internazionale con circa 60 paesi, tra cui l'Italia, che comincia a bombardare posizioni del gruppo jihadista. L'intervento in Siria nel giugno 2016 di Russia, Iran e Hezbollah in aiuto del presidente Bashar al-Assad porta l'Isis a perdere terreno sia a vantaggio delle forze di Damasco, che dei curdi che si avvicinano alla capitale Raqqa. In Iraq l'esercito di Bagdad riconquista man mano tutte le città perse. L'ultima a cadere è Falluja, a metà giugno. Lunedi' 17 ottobre scatta la grande offensiva per liberare la parte est di Mosul, seconda città del Paese. La liberazione completa della parte orientale è annunciata il 18 gennaio 2017. Circa un mese dopo scatta l'offensiva finale su Mosul ovest, e ora le forze regolari irachene stano assediando la città vecchia. Nel frattempo a novembre 2016 è stato annunciato l'inizio di una offensiva su Raqqa delle Forze democratiche siriane, una alleanza curdo-araba appoggiata dagli Usa. Una offensiva meno massiccia di quella su Mosul, ma che comunque all'inizio di questo mese ha visto le milizie annunciare l'inizio della "grande battaglia" per la liberazione della capitale del califfato. 

L'offensiva in Europa

Nel frattempo però si allunga la scia di sangue causata dagli attentati rivendicati dal gruppo, che a volte ordina direttamente gli attacchi, altre ispira lupi solitari che si improvvisano terroristi, ma che dimostra poi nel novembre 2015 a Parigi e a marzo del 2016 a Bruxelles di saper colpire anche con cellule organizzate.

  • Nel 2014, 4 morti nel museo ebraico a Bruxelles; un soldato di guardia ucciso al Memorial nazionale della guerra di Ottawa con conseguente assalto al parlamento canadese; 2 persone uccise in una cioccolateria a Sydney.
  • Nel 2015 il 7 gennaio 2015 a Parigi un uomo uccide una poliziotta in centro e quattro persone in un supermercato ebraico Kosher, sincronizzando i suoi attacchi con l'attentato alla sede del settimanale satirico Charlie Hebdo, 17 morti. Mentre quest'ultimo viene rivendicato da Al-Qaeda nella Penisola Arabica, gli altri portano la firma dell'Isis; a Copenaghen 2 morti e tre feriti in un convegno sulla libertà di espressione e vicino una sinagoga; a Tunisi i terroristi colpiscono prima il museo del Bardo, 22 morti tra cui 4 italiani, e la spiaggia di Susa, 39 morti; a Ankara 128 morti per un kamikaze durante una marcia curda per la pace; il 13 novembre a Parigi una serie di attacchi coordinati in vari punti della città portati a termine da un commando formato da nove esecutori materiali e da fiancheggiatori uccidono 130 persone (una italiana) e ne feriscono 350. Vengono colpiti da sparatorie a colpi di Kalasnikov il teatro Bataclan e vari ristoranti e locali nel centro parigino, tre kamikaze si fanno saltare in aria all'esterno dello Stade de France durante l'amichevole di calcio Francia-Germania; 14 persone uccise in un centro per disabili a San Bernardino, California. 
  • Nel 2016 il 22 marzo a Bruxelles due distinti attacchi colpiscono dapprima l'Aeroporto di Zaventem e poi la metropolitana tra le stazioni di Maelbeek e Schuman, a pochi passi dal Parlamento Europeo: 32 morti e 300 i feriti; a giugno 4 israeliani uccisi in un ristorante a Tel Aviv; il 14 luglio a Nizza un uomo a bordo di un camion si scaglia contro la folla lasciando 86 morti e 303 feriti; a luglio in Francia due uomini armati di coltelli entrano nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray e sgozzano il parroco Jacques Hamel; il 19 dicembre a Berlino un uomo alla guida di un camion si scaglia contro un mercatino di Natale, 12 morti e 48 feriti.
  • Il 2017 inizia con la strage di capodanno in una discoteca a Istanbul, 39 morti; a Londra 5 morti e 36 feriti sul ponte di Westminster; a Stoccolma 5 civili morti investiti; in Egitto, a Tanta e Alessandria, 44 morti in chiesa nella domenica delle Palme; poi Manchester (22 morti) e gli attacchi del London Bridge e di Borough Market: 11 morti e 48 feriti. E sono solo gli attentati che ci hanno toccato più da vicino.

La Brexit e gli attacchi terroristici a Londra e Manchester hanno preso in contropiede gli italiani che avevano in animo di trasferirsi in Gran Bretagna per ragioni di studio o di lavoro. Ma non – forse è questa la notizia – gli italiani che vivono già in una città inglese. Lo dicono i dati de ‘L’approdo’, l’iniziativa del Consolato di Londra per offrire assistenza e informazioni ai nuovi immigrati provenienti dal nostro Paese. Il servizio registrava una media di 60 persone a serata, ora il numero è crollato e si parla di 6 -7 italiani al giorno. A pesare è probabilmente l’incertezza sulla possibilità di poter restare nel Regno Unito anche dopo la Brexit. Forse più questo del nuovo rischio attentati. Comunque, il calo delle nuove richieste di trasferimento c'è.

C'è stata un'impennata di iscrizione all'Aire

Cosa diversa per chi già vive lì. A partire da giugno 2016 molti italiani già domiciliati in una città inglese che ancora non avevano regolarizzato la loro posizione hanno cercato di farlo. Il tasso di iscrizione all ’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) e di richieste di servizi consolari  è aumentato vertiginosamente, si parla – secondo fonti consolari – di 3000 italiani al mese. Ad oggi quelli ufficialmente registrati e che hanno una residenza inglese sono circa 330mila, ma i diplomatici stimano che il numero di immigrati che vive lì superi il mezzo milione. Si tratta della più grande comunità di italiani nel mondo. Il sottosegretario agli Affari Esteri, Vincenzo Amendola, intervenendo al Comitato per le questioni degli italiani all'estero del Senato, ha sottolineato che c’è stata un’impennata di iscrizioni. 

Per far fronte all’emergenza la Farnesina ha permesso al consolato a Londra di fare delle assunzioni temporanee. Stesso discorso a Manchester. Per dare una risposta all'aumento delle richieste dei servizi consolari provenienti dai cittadini residenti nel nord del Regno Unito – solo a Manchester si stima ci siano 50.000 italiani – il ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale sta valutando di aprire una sede consolare nella città. La corsa a regolarizzare la propria posizione burocratica, secondo l'Aire, dimostrerebbe da una parte l'incertezza in chiave Brexit per chi vive Oltremanica da italiano; ma dall'altra anche una volontà di restare lì, di non rientrare.

Leggi anche: "Già dal primo giorno si capisce che la Brexit sarà una lotta"

La paura degli attentati per ora non ha frenato il flusso turistico

L’estate è alle porte e la Gran Bretagna è considerata una meta abbastanza costosa, per questo già da diversi mesi in molti si sono affrettati a prenotare la vacanza o il periodo di studio all’estero per perfezionare la lingua inglese. Da un’ analisi condotta da Euromonitor Intenational, sembra che per il momento, nonostante i ripetuti attacchi terroristici non ci siano state cancellazioni. Ma la percezione del Regno Unito come destinazione non sicura potrebbe influenzare negativamente le prenotazioni dei prossimi mesi. Si tratta solo di un’ipotesi, sottolinea Euromonitor, perché dopo gli attacchi del luglio del 2005 nella metropolitana di Londra, il turismo in Gran Bretagna ha continuato a crescere del 9% rispetto all’anno precedente, nonostante il terrorismo. Tra l’altro dopo la Brexit e il conseguente calo della sterlina si è registrato un vero e proprio boom turistico. Sempre secondo l’analisi Euromonitor ci potrebbe essere un reale calo dei flussi tra la prossima estate e il 2020. 

"Il terrorismo non sta cambiando i piani di chi vive qui"

"Sì, certo, quando giri per strada ci pensi, stai più attento a quello che vedi, osservi con più attenzione. Ma l'idea di rientrare a Roma sinceramente non mi è mai venuta". Filippo Mei ha 28 anni, romano e romanista, a Londra da 8 anni, prima come studente alla London Metropolitan University, ora come organizzatore di concerti in una delle più importanti società inglesi di 'booking musicale', quella che segue gli eventi di Adele e Bob Dylan, per capirci. E' uno dei tanti italiani che vive a Londra e continuerà a farlo, malgrado il clima teso che si respira dopo gli ultimi attacchi terroristici. "No, non ho mai pensato di rientrare. In Italia non avrei mai le opportunità lavorative che ho qui. La vita un po' è cambiata, nelle piccole attenzioni quaotidiane che hai quando ti sposti nei luoghi molto affollati. Ma si vede anche tanta Polizia in giro. La città è presidiata, non si avverte una sensazione di pericolo costante come si potrebbe pensare". Eppure le presenze negli stati sono diminuite. "E' vero – prosegue Mei – anche i controlli sono molto cambiati. Si possono introdurre negli stati zaini molto più piccoli. Ma non c'è la psicosi collettiva che viene raccontata. Questa è e resta una splendida città dove studiare e lavorare. Non credo che la paura del terrorismo modifichi qui i comportamenti di vita più che in altre grandi città europee. Dobbiamo imparare a conviverci e a continuare la nostra vita di prima".

Un agente di polizia è stato accoltellato da un uomo nell'aeroporto internazionale di Flint, nel Michigan.

 

 

Lo riferiscono i media americani. L'aeroporto, afferma un tweet della società che lo gestisce, è stato evacuato. Il poliziotto, secondo una testimonianza, "aveva sangue sulle mani e sul collo". L'assalitore sarebbe stato arrestato. L'Fbi sta conducendo l'indagine

Il centro di Bruxelles è stato in buona parte evacuato dopo che un individuo, dotato di uno zaino e di una cintura apparentemente esplosiva, è stato "abbattuto" dopo aver provocato una piccola esplosione nella Stazione Centrale della capitale belga.

 

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Secondo quanto riferito dalla polizia, l'uomo sarebbe rimasto gravemente ferito dopo aver fatto scattare il meccanismo nel momento in cui "i militari si stavano portando su di lui". Poco dopo la situazione è stata data come "sotto controllo", mentre sono arrivati gli artificieri perché dal corpo spunterebbero dei fili. Evacuata anche la Grand Place, mentre si esclude che vi siano altre vittime. Circolazione interrotta anche nelle stazioni ferroviarie di Bruxelles Nord e Bruxelles Midi.

 

 

Tentativo di attentato a Bruxelles dove la Grand Place e la Stazione centrale sono state evacuate a seguito di un'esplosione. Un individuo, si legge sulla stampa belga, con una cintura esplosiva sarebbe stato neutralizzato e seriamente ferito ma non sarebbe morto.

La polizia belga non conferma i dettagli dell'accaduto. Numerosi testimoni hanno detto di aver udito alcuni colpi di arma da fuoco all'interno della stazione. La zona intorno alla Grand-Place è stata chiusa, così come le stazioni della metro. Nella zona stanno arrivando i militari e le forze speciali.

Troppo caldo per volare: a Phoenix, in Arizona, sono stati cancellati una cinquantina di voli a causa di una temperatura al suolo che ha sfiorato i 50 gradi, oltre il limiti massimo consentito per l'operatività di molti aerei.  American Airlines ha annunciato la cancellazione di decine di voli dall'aeroporto Sky Harbor nelle ore più calde del giorno, tra le 15 e le 18. La maggior parte delle cancellazioni ha riguardato i bimotori Bombardier CRJ, utilizzati su tratte a medio raggio, che hanno una temperatura massima per operare di 48 gradi. I Boeing e gli Airbus possono decollare fino a 52-53 gradi. Il record assoluto di temperatura per Phoenix è di 50 gradi, registrati il 26 giugno 1990.

Quando la temperatura si fa rovente, l'aria diventa rarefatta, ha una densità più bassa e questo riduce la forza di portanza generata dalle ali, necessaria a sostenere gli aerei, in particolare in fase di decollo. Questo impone a temperature particolarmente elevate di ridurre il carico degli aerei (meno passeggeri e meno bagagli) o di predisporre piste più lunghe per il decollo. Già un rapporto del 2016 della International Civil Aviation Organization (Icao) ha avvertito che i cambiamenti climatici e l'innalzamento delle temperature avranno "gravi conseguenze sulle performance degli aerei in fase di decollo". Non a caso molti Paesi mediorientali e anche alcuni aeroporti in alta quota dell'America latina fanno partire i voli intercontinentali la sera, quando le temperature si abbassano.

L'immagine è agghiacciante: un bambino tenuto sospeso nel vuoto, al quindicesimo piano di un edificio. Lo sguardo del piccolo è di paura, ma non di terrore. E' qualcosa di diverso, di più profondo, venato di stupore. Perché la mano che lo tiene per la maglietta è quella del padre. E non lo sta salvando. Al contrario: sta mettendo in pericolo la sua vita. Sta minacciando di ucciderlo. E per cosa? Per un un pugno di 'like'.

Mille, per l'esattezza: tanti ne chiedeva ai suoi 'amici' su Facebook quest'uomo che nel cuore di Algeri si è affacciato al balcone e ha messo in scena la sua sfida al mondo. "Datemi mille like o lo lascio cadere".

Prima ancora dei like ha ottenuto un fiume di insulti e l'intervento della polizia che lo ha arrestato. Poi è arrivata la condanna del Tribunale, che non cancella però lo sguardo di terrore negli occhi di quel bambino.

Quasi esattamente un anno dopo il referendum shock che ha cambiato il corso della storia europea, e in un periodo particolarmente sfortunato per il Regno Unito, è partito a Bruxelles il negoziato politico sulla Brexit. Un governo britannico indebolito dalle elezioni politiche di inizio mese, che hanno segnato la sconfitta dei Tories della premier, Theresa May, ha accettato le priorità definite dalle istituzioni comunitarie (la protezione dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna e di quelli britannici residenti in Ue, gli aspetti finanziari dell'uscita, il confine in Irlanda), ma anche la tempistica (prima i colloqui sul divorzio, e in un secondo momento quelli sulla nuova relazione bilaterale).

Leggi anche Il Sole 24 ore: Sarà una Brexit meno hard del previsto.

Ottimismo di facciata

Il segretario di Stato per la Brexit, David Davis, ha ribadito a fine giornata l'intenzione del Regno Unito di uscire dal mercato unico e dall'Unione doganale: "Solo così", ha spiegato nella conferenza stampa congiunta con il capo negoziatore Ue, Michel Barnier, "potremo negoziare trattati di libero scambio con il resto del mondo". Partendo dalle priorità, da parte britannica, c'è ottimismo sulla soluzione per garantire ai rispettivi cittadini gli stessi diritti di cui godono ora. Si tratta di oltre tre milioni di europei nel Regno Unito e di circa un milione e mezzo di britannici nell'Unione europea.

"Si dovrebbe trovare una soluzione in tempi ragionevoli", ha detto Davis, che ha aggiunto di voler presentare una proposta di soluzione su questo aspetto già lunedì prossimo. Più difficile la soluzione del problema sul confine irlandese: "L'obiettivo è mantenere una frontiera flessibile fra nord e sud ma ci vorrà tempo", ha osservato.

Il primo giorno non si parla di soldi

Durante la conferenza stampa non si è invece parlato della questione finanziaria, su cui le posizioni sono lontanissime. Secondo l'Unione europea, Londra dovrà rispettare tutti i suoi impegni economici nel restante ciclo finanziario (che si concluderà nel 2020) oltre a dover sostenere i costi del negoziato e dell'uscita stessa: anche se non sono mai state fatte cifre precise, si tratta di decine di milioni. Il Regno Unito dovrà poi uscire da 11 istituzioni e una quarantina di agenzie comunitarie. 

Leggi anche Wired: Che cosa negozia il Regno Unito.

"Non sono nello spirito di chiedere o fare concessioni – ha sottolineato Barnier – è il Regno Unito che ha chiesto di uscire, una decisione grave. In ogni caso, cercherò di lasciare l'emozione da parte per trovare soluzioni e lavorare con il Regno Unito, certamente non contro. Un accordo equo è possibile – ha aggiunto – ed è meglio di nessun accordo".

Davis ha posto l'accento sulla necessità di "togliere l'incertezza sulle priorità e i tempi" e sulla volontà di trovare un accordo "rapidamente", per poter ripartire da una nuova relazione bilaterale. Intanto domani, a Lussemburgo, i rappresentanti dei 28 affronteranno la questione del trasferimento da Londra delle due agenzie europee Eba ed Ema, su cui i 27 sono divisi. E' possibile che la questione arrivi sul tavolo del Consiglio europeo di giovedì e venerdì. 

Tra Barnier e Davis sfida sulle citazioni

Per sintetizzare lo spirito con cui affronteranno il prossimo difficile negoziato, i due interlocutori sono ricorsi a citazioni illustri. "Qualcuno ha chiesto a Jean Monnet se era ottimista o pessimista", ha cominciato Michel Barnier riferendosi al politico francese che fu tra i padri dell'integrazione europea. "La sua risposta, che sottoscrivo con l'umiltà del caso, è stata 'non sono ottimista né pessimista, sono determinato'". Il segretario di Stato del Regno Unito, David Davis, gli ha risposto citando Winston Churchill: "L'ottimista vede un'opportunità in ogni pericolo, il pessimista un pericolo in ogni opportunità". 

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