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Estero

È accaduto di nuovo ma stavolta dall’altra parte del mondo. A due anni dagli attacchi “sonori” subiti a Cuba da alcuni diplomatici americani, un altro funzionario del governo, stavolta in Cina, ha denunciato di aver subito un’aggressione simile. Come racconta il Washington Post, l’uomo è stato raggiunto da “sensazioni di suono e pressione sottili e vaghe, ma anormali” che l’hanno costretto al ritorno in patria per alcuni accertamenti. Il periodo di malessere è iniziato alla fine del 2017 protraendosi fino alla fine di aprile e ha portato, infine, alla scoperta di un lieve, e inspiegabile, trauma cranico. Un responso che ha spinto l’ambasciata americana a diffondere un allarme sanitario rivolto a tutti i cittadini statunitensi presenti nel paese asiatico, con l’ammissione di non aver compreso ancora la natura degli attacchi e gli eventuali colpevoli: “Al momento non sappiamo cosa abbia causato i sintomi riportati e non siamo a conoscenza di situazioni simili in Cina, all'interno o all'esterno della comunità diplomatica”; e un invito “Se hai dubbi su eventuali sintomi o problemi medici che si sono sviluppati durante o dopo un soggiorno in Cina, consulta un medico”.

Il precedente cubano (in breve)

Il mistero è rimasto irrisolto nonostante il tempo trascorso, le indagini ufficiali e le inchieste giornalistiche, come quella dell’Associated Press. La vicenda, accaduta nel 2016, ha fatto il giro del mondo quando alcuni diplomatici americani e canadesi avevano riscontrato perdite di udito e difficoltà di pronuncia, vertigini e difficoltà nel mantenere l’equilibrio, stanchezza eccessiva e torpore prolungato. Malesseri, più o meno gravi, che si manifestavano senza apparenti spiegazioni. Il sospetto dell’FBI e del Dipartimento di Stato si era inizialmente concentrato su un'arma sonora che poteva essere stata usata dai cubani ma alcune lievi commozioni cerebrali, che un’arma del genere non avrebbe potuto causare, hanno riportato le indagini al punto di partenza.

Sono state raccolte ventuno testimonianze che raccontavano di un rumore continuo e insopportabile percepito solo in determinate posizioni di riposo. Quando il corpo, cioè, era immobile. Un rumore che cessava non appena la persona si alzava e si allontanava, e che veniva sentito in maniera diversa da persona a persona. Come riporta il New York Post, infatti, si passava dal fastidioso frinio di cicale e grilli a rumori più artificiali, e noti, come il suono fastidioso di una sveglia. Alcuni dipendenti, infine, hanno mostrato vari sintomi senza ricordare di aver sentito alcun rumore. AP ha interpellato Joseph Pompei, ex ricercatore del MIT di Boston ed esperto di psicoacustica, che ha confermato l’anormalità del fenomeno: “Per giustificare danni cerebrali di questo tipo qualcuno avrebbe dovuto immergere la testa dei funzionari in una piscina con trasduttori ad ultrasuoni molto potenti”. E se anche si accettasse l’ipotesi che fosse davvero stata un’arma a colpirli sarebbe stato molto difficile nasconderla, vista la potenza sprigionata.  .

L’indagine a Guangzhou

La portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert, ha detto che gli Stati Uniti sono pronti a inviare in Cina, entro la fine di maggio, un team medico che possa supportare tutti i diplomatici americani che volessero farsi visitare: ”Stiamo prendendo molto sul serio questo incidente e stiamo lavorando per cercare di capirne le cause”. I dettagli sul caso di Guangzhou non sono ancora tutti chiarissimi ma, come ha riferito al Congresso Mike Pompeo, Segretario di Stato americano “le indicazioni mediche di cui abbiamo riscontro sono molto simili e del tutto coerenti con quelle emerse a Cuba”.  Chi, e cosa, c’è dietro resta, ad oggi, un vero mistero.

Michael Rotondo, 30 anni, è quello che in Italia verrebbe chiamato “bamboccione”. Felice della sua vita priva di patemi e responsabilità a Camillus, piccolo centro non troppo distante da New York, aveva deciso di restare a vivere con i suoi genitori senza sforzarsi troppo per cercarsi un lavoro o dare un aiuto all’interno delle pareti domestiche. Peccato che i suoi coinquilini non erano dello stesso avviso. I suoi genitori, Christina e Mark, per convincerlo ad abbandonare il nido, le avevano provate tutte. Dall’offrirgli dei soldi alle lettere, ben cinque, di sfratto. Alla fine, esasperati dai litigi e da una situazione che non sembrava cambiare, lo hanno trascinato in tribunale.

La lettera di sfratto

La madre e il padre di Micheal hanno agito spinti dalla preoccupazione per il futuro del figlio. Non erano infastiditi dalla sua presenza all’interno dell’abitazione ma dall’assenza di ambizione e dal timore che non avrebbe mai conquistato un’indipendenza economica e lavorativa. Con la lettera di sfratto, ad esempio, avevano allegato un documento con dei consigli da seguire in questa difficile transizione. Eccone 4, pubblicati dalla CNN.

1) Organizzati per portare via tutto quello che ti può servire per lavorare e gestire un tuo appartamento. Fissa una data e un orario in modo che tuo padre possa aiutarti con il tuo futuro coinquilino.

2) Vendi le altre cose che hanno un valore e che non ti servono (es. stereo, alcuni strumenti musicali ecc.). Avrai bisogno di soldi

3) Ci sono posti di lavoro disponibili anche per quelli che non hanno alcuna esperienza come te. Accettane uno – devi lavorare!

4) Se ti serve una mano per trovare un nuovo posto sappi che tua madre si è offerta di aiutarti

La sentenza

Davanti al diniego del figlio, i due genitori hanno ottenuto il sostegno del giudice della Corte Suprema dello Stato di New York che si è espresso in loro favore. Michael ha risposto dicendo che negli ultimi otto anni non era affatto previsto che lui contribuisse alle spese della famiglia o alle faccende domestiche. Ha poi chiesto l’archiviazione del caso per non aver ricevuto i sei mesi necessari di preavviso, come dice la legge statale, in caso di sfratto.

Il giudice Donald Greenwood ha invece ritenuto più che sufficiente il tempo concesso dai genitori per lasciare casa. Ora, volente o nolente, il giovane dovrà fare i conti con quel cambiamento che ha sempre evitato. A meno che il ricorso, che ha già detto di voler portare avanti, non ribalti la sentenza. 

I sogni del Milan si fermano a Nyon. L’Uefa ha negato al club rossonero il settlement agreement, vale a dire il patteggiamento delle sanzioni per la “violazione delle norme del Fair Play Finanziario”. La camera investigativa del Club financial control body aveva già deciso a dicembre scorso di non concedere il voluntary agreement. Non è stata sufficiente l’ambizione dell’ad Marco Fassone che sperava di incassare un giudizio positivo contando sui dati positivi della semestrale.

Prossima tappa: il processo. Il Milan andrà a giudizio, all’incirca a metà giugno. Quel giorno, i tre giudici del consiglio decideranno come sanzionare il club per aver sforato il bilancio nel triennio precedente (2014-2017). Il ventaglio delle possibili sanzioni è ampio. A fronte di un deficit di oltre 100 milioni, tra le ipotetiche punizioni – stop al mercato, restrizioni della rosa, multe – non è esclusa la più severa: l’esclusione dalle Coppe. Cioè, addio Europe League.

La notizia è di per sé eclatante: in genere l’Uefa e i club calcistici riescono a raggiungere un accordo.  Nel caso del Milan, ricostruisce Gazzetta dello Sport, la (tacita) strategia di Nyon era stata di concedere tempo al Milan nella speranza che arrivassero elementi positivi in merito al rifinanziamento, alla proprietà, ai ricavi futuri. Ma nessuna buona notizia è giunta a cambiare la decisione finale.

Perché l’Uefa ha bocciato il Milan? I motivi del rinvio a giudizio, scrive Gazzetta, sono gli stessi del no al voluntary (qui il comunicato ufficiale dell’Uefa).

Troppe incertezze sul rifinanziamento del debito (non ancora completato) di 303 milioni – contratto con il fondo americano Elliott –  e “sugli effetti passivi da pagare entro ottobre 2018”. A pesare, scrive il Corriere della Sera, i troppi dubbi sulla affidabilità finanziaria del principale azionista del Milan, Li Yonghong, e sulla continuità della gestione economica.

Hanno indiscutibilmente nuociuto al Milan i continui rinvii del rifinanziamento da parte del misterioso uomo d’affari, a rischio default. Il patron del Milan, 48 anni, è al centro di numerose inchieste giornalistiche per numerose truffe e il millantato impero (recente la notizia del fallimento della sua cassaforte, la società Jie Ande). Non solo: la procura di Milano ha aperto un’inchiesta sulla cessione del club all’imprenditore cinese,  

Non è bastata la garanzia di continuità aziendale da parte del fondo Elliott. Le incertezze permangono anche nell’eventualità che alla scadenza del debito (ottobre 2018) il fondo americano subentri come nuovo proprietario (vorrà vendere a sua volta?). Non solo. L’Uefa bacchetta il Milan anche sul piano dei ricavi: il business plan si basa su ipotetiche entrate prive di riscontro (qualificazione alla Champions League e nuovi sponsor asiatici: peccato che il mercato cinese sia stato ancora avviato).

Tutti questi elementi sono emersi nelle numerose inchieste dell’Agi sulla incerta provenienza dei soldi con cui il 13 aprile 2017 la Rossoneri Sport Investment Luxembourg di Li Yonghong ha rilevato da Fininvest il 99,93% di AC Milan.

I giudici decideranno le sanzioni in base alle informazioni attuali, quindi è difficile che il Milan riesca in un mese a produrre informazioni dettagliate su Li o a concludere il rifinanziamento.

Gazzetta non esclude l’ipotesi che Li, impossibilitato a rifinanziare il prima possibile, decida di vendere. Scenario paradossalmente migliore per il futuro della squadra: un nuovo proprietario potrebbe infatti strappare condizioni migliori all’Uefa.

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A 48 ore dall’accordo raggiunto a Washington, calano i timori di una guerra commerciale tra Usa e Cina. Guerra che nessuna delle due principali economie del mondo aveva intenzione di combattere, come anticipato dagli analisti interpellati dall’Agi, a cominciare dall’economista Michele Geraci. Siamo di fronte a un grande classico: “Dopo una escalation a parabola, le tensioni si allentano”, commenta l'adjunt professor di finanza presso la New York University di Shanghai. “Sfidarsi sul commercio può servire a ottenere concessioni anche su altri campi e arrivare a un obiettivo di comune interesse”. Da un eventuale ‘trade war’, a perdere di più sarebbe potenzialmente la Cina, che ha un altissimo surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti (370 miliardi di dollari).

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In questo scenario si è incuneata la partita coreana. Il ripristino dei colloqui sulla denuclearizzazione (punto che resta divergente) sono sfociati nella dichiarazione di Panmunjom, siglata dalle due Coree il 27 aprile scorso, e nell’attesissimo vertice Trump-Kim, sul quale tuttavia aumentano i dubbi dopo che il presidente americano ha ammesso che il summit a Singapore potrebbe slittare oltre la data programmata del 12 giugno. La metamorfosi pacifista di Kim è frutto di un intenso lavoro diplomatico, orchestrato soprattutto da Seul e da Pechino.

Xi Jinping ha incontrato Kim Jong-un ben due volte. Di certo non direttamente per scongiurare una guerra commerciale con Trump, risolta per il momento con la sospensione dei dazi. Ma la domanda sorge spontanea, specie dopo le ultime esternazioni del presidente americano, il quale non è contento delle trattative commerciali; la tregua, per lui, è solo “all’inizio”. La contrarietà di Trump si rivolge nelle ultime ore proprio nei confronti del suo “amico” Xi Jinping: l' “influenza” della Cina nelle scelte della Corea del Nord, all’inquilino della Casa Bianca non piace per niente. Lo ha dichiarato lo stesso presidente Usa con a fianco Moon Jae-in, giunto a Washington per mediare in vista del summit tra Usa e Corea del Nord, dato da Seul al 99,9%.

“Pechino ha una fortissima influenza su Pyongyang. Trump, Xi e lo stesso Kim volevano risolvere la questione coreana in modo pacifico. C’è stato un allineamento di pianeti: la minaccia di una guerra commerciale sino-americana, l’escalation missilistica di Pyongyang, la perdita di investimenti cinesi nel mercato americano. E’ così che, passando attraverso momento di massima tensione, è stato trovato un equilibrio che conviene a tutti”, dice Geraci.

Non è escluso che Trump sia preoccupato dalla possibilità che l’influenza della Cina perda di efficacia dopo il summit con Kim, e per questo stia pensando di allungare i tempi, mentre apre a una denuclearizzazione graduale (pur preferendo un’unica soluzione) dopo la bufera su John Bolton che aveva proposto il modello libico in riferimento allo smantellamento dell’arsenale nucleare nord-coreano.

Mentre Washington tende la mano a Zte (che tuttavia teme perdite per 2,6 miliardi di euro per il bando Usa sulle forniture di componenti), Pechino ha tagliato i dazi sulle importazioni di componentistica auto dal 25% al 15% a partire da luglio. Trump vuole di più e pretende “sostanza dopo le promesse”. Il motivo è semplice: “Dopo aver incontrato Kim, teme di perdere potere negoziale nei confronti della Cina, il cui ruolo sulla Corea a quel punto paradossalmente potrebbe diìminuire”. 

Ma “Nessie” esiste o no? Il leggendario mostro di Loch Ness, che secondo molti vivrebbe all’interno di un profondo lago in Scozia, torna alla ribalta grazie a uno scienziato neozelandese che vuole a rispondere a questa domanda. Neil Gemmell, professore dell’Università di Otago, non crede alla presenza della creatura ma è pronto a cambiare idea. Per scoprirlo guiderà un team internazionale nello studio dei piccoli frammenti di DNA che vengono dalla pelle, dalle piume, dalle scaglie e dall’urina degli animali marini che vivono in quelle acque.

Mappare la biodiversità del lago

Il progetto di Gemmell consiste nel recuperare 300 campioni di acqua da diversi punti del lago e da diverse profondità. In un secondo momento questi campioni verranno filtrati dal materiale organico per estrarne il DNA. Dopo averlo sequenziato, il DNA sarà quindi confrontato con un database di specie conosciute per capire se ci sono incongruenze e novità. I risultati si avranno dopo un anno di lavoro: “È davvero improbabile che un’anomalia del genere esista ma voglio escludere questa ipotesi. Quello che otterremo in cambio è un sondaggio davvero completo sulla biodiversità del lago di Loch Ness”. Il materiale acquisito durante la sperimentazione sarà inviato a laboratori in Australia, Danimarca, Francia e Nuova Zelanda.

Lasciare intatto il mistero

Gemmell ha anche sottolineato che non vuole affatto scoraggiare chi crede nell’esistenza del mostro e che ha già ricevuto delle obiezioni da parte di chi ha saputo del suo tentativo: “C’è chi mi ha scritto dicendo che Nessie può essere giunto nel lago più grande della Gran Bretagna da caverne sottomarine e che sia stata avvistata durante un periodo di vacanza”. C’è chi ha suggerito poi la natura extraterrestre del mostro, priva di DNA. Altre teorie, più razionali, credono che gli avvistamenti del "mostro" possano essere in realtà esemplari di grandi dimensioni di specie particolari. Grossi storioni o pesce gatti. O più semplicemente illusioni ottiche rese vive dall’aura leggendaria che circonda il luogo e i suoi misteri. Più di mille persone, nel corso dei secoli, hanno affermato di aver visto Nessie alimentando un turismo che ha portato benessere e ricchezza.

Il vicino villaggio di Drumnadrochit, ad esempio, ospita due mostre permanenti e attira curiosi da tutto il mondo. Secondo Gemmell questi fenomeni sono una parte affascinante della nostra vita ma, allo stesso tempo, possono essere usati per motivi più importanti. La componente biologica del lago, infatti, potrà raccontare storie diverse e interessanti, anche partendo da quella che è, almeno fino a prova contraria, solo una leggenda.

In Corea del Nord gli hacker non se la passano affatto male. Secondo Quartz, i professionisti che hanno lavorato per conto del regime hanno guadagnato tantissimo: più di 650 milioni di dollari attraverso attacchi informatici che hanno trasformato Pyongyang in una superpotenza. I dati arrivano da una ricerca compiuta da Simon Choi, consulente dei servizi segreti della Corea del Sud, che ha sottolineato come la cifra sia probabilmente solo una piccola porzione di un totale molto più cospicuo. Choi ha dialogato del fenomeno alla Public Radio International con Patrick Winn, giornalista investigativo di fama internazionale e autore di un lungo cortometraggio dedicato alla strategia hacking di Kim e del suo governo.

La scelta di Pyongyang

Nonostante un impoverimento dei cittadini e un isolamento economico gravissimo, la Corea del Nord ha dato, fin dal 2011, grande priorità alla guerra informatica. Sono stati individuati i migliori talenti delle università locali per arruolarli nelle file di questo esercito digitale. Alcuni hanno operato restando all’interno dei confini nazionali ma altri, i più preparati, sono stati inviati in giro per il mondo. Spesso, in Paesi come India e Malesia, assumono la copertura di commercianti e mediatori per poi dedicarsi ad attaccare le istituzioni finanziarie internazionali. Accuse che arrivano direttamente da Seul e da Washington.

Quali sono le “ricompense”

Oltre ai guadagni c’è un’altra promessa che alletta i futuri hacker ad accettare le richieste di Pyongyang. Intervistato da Winn, un ex-hacker nordcoreano ha raccontato come il regime si era preso cura della sua famiglia spostandola dalle povere campagne alla Capitale. Non è un cambiamento da poco perché riguarda “lussi” che pochi possono permettersi: acqua calda, elettricità regolare, pasti meno frugali e alimenti rari, come le banane. Una vita agiata che riduce considerevolmente i possibili tradimenti degli agenti operanti all’estero. Per molti, quindi, non sono solo le armi nucleari nordcoreane a minacciare l’ordine internazionale ma anche la rete di attacchi informatici che, più silenziosamente, Pyongyang approva e sostiene.

Tante domande, accatastate tutte insieme, una dopo l’altra. E alla fine poche risposte, raggruppate in macrotemi, con le questioni più spinose prontamente evitate sfruttando l’effettiva mancanza di tempo. Si è risolto così l’attesissimo incontro tra Mark Zuckerberg e i leader dei gruppi politici del Parlamento europeo, svoltosi martedì pomeriggio a Bruxelles, e officiato da un Antonio Tajani, presidente dell’europarlamento, estremamente attento a difendere il suo ospite dagli attacchi spazientiti di alcuni dei politici presenti. Una attenzione ricambiata dai lunghi, intensi sguardi del giovane Ceo.

Ma che ha detto alla fine Zuckerberg? Nulla di molto diverso da quanto già sentito nelle audizioni tenute di fronte al parlamento americano o in altri frangenti, dopo lo scandalo Cambridge Analytica. Le domande sono state anche in questo caso un minestrone che ha messo assieme fake news, privacy degli utenti, censura di contenuti sulla piattaforma, bullismo, rischio di monopolio, e via dicendo, anche se non sono mancate richieste e interrogativi precisi proprio sulla questione dei dati. Interrogativi e richieste che però non hanno trovato risposte altrettanto puntuali.

Le maggiore novità dell’intervento di Zuckerberg riguardano, non a caso, le dichiarazioni fatte sul nuovo Regolamento europeo sulla privacy (GDPR). Facebook sarà completamente conforme alle nuove norme Ue già dalla loro data di piena applicazione, prevista il 25 maggio, ha assicurato il fondatore del social network. “Abbiamo una grossa squadra di persone che ci stanno lavorando”, ha precisato, aggiungendo che una buona percentuale di utenti europei avrebbe già visionato le nuove impostazioni e sarebbe passato attraverso la trafila di avvisi.

Rispetto invece alle misure adottate dopo lo scandalo Cambridge Analytica, Zuckerberg ha spiegato che già i cambiamenti presi nel 2014 impedivano alle app di accedere alla quantità di dati cui aveva avuto accesso il ricercatore che passò poi le informazioni alla società di campagne politiche. “Ma molte app usavano il sistema da prima del 2014 – ha precisato il Ceo – e quindi stiamo indagando su queste. Ne abbiamo già tolte duecento dalla piattaforma, ci vorranno ancora dei mesi ma vi anticipo che altre app verranno tolte. Abbiamo comunque cambiato atteggiamento e ora non aspettiamo più le segnalazioni dalla comunità ma indaghiamo ogni volta che qualcosa non va”.

Sulle elezioni e il rischio di manipolazioni, sollevato da varie domande dei parlamentari Ue, Zuckerberg ha detto che la piattaforma userà una combinazione di strumenti automatici e di personale per identificare account falsi, e che aumenterà la trasparenza sulle pubblicità politiche.

“Nei prossimi 18 mesi ci sono varie elezioni in Europa e anche in altri Paesi; in passato siamo stati lenti a identificare operazioni di interferenza sulla nostra piattaforma ma in futuro renderemo le pubblicità più trasparenti, si potranno vedere tutti gli ads inviati da un soggetto politico ai diversi pubblici. Lanceremo questo strumento quest’estate”.

Zuckeberg ha poi detto di voler investire di più in Europa, e come già nelle audizioni americane ha specificato di non essere contrario a delle regole in linea generale: “dipende però da quali sono e comunque non dovrebbero frenare l’innovazione”.

Rispetto a chi gli ha chiesto invece dettagli sui dati degli utenti, in particolare sulla effettiva separazione fra i diversi servizi e le rispettive informazioni (Facebook e Whatsapp); o sulla possibilità per gli utenti di poter rifiutare le pubblicità targettizzate; o su come sono gestiti i dati raccolti sui non iscritti (gli shadow profile, rispetto ai quali ancora una volta Zuckerberg ha ribadito che sono raccolti per questioni di sicurezza, restando nel vago), il Ceo del social è stato evasivo e anche grazie al poco tempo a disposizione ha evitato di rispondere.

Nel complesso alcuni parlamentari europei sono stati precisi e sul punto, chiedendo al Ceo la possibilità per gli utenti di sfuggire alla profilazione; di sapere di più come sono usati i dati, o come sono incrociati (fra tutti, ricordiamo Jean Philipp Albrecht e Jean Lambert), ma il format era tale da permettere a Zuckerberg di scegliere, nei pochi minuti finali, le domande a cui rispondere. E di uscirne ancora una volta illeso.

Il telefono dal quale il presidente degli Stati Uniti cura il suo profilo Twitter non è sicuro. A rivelarlo sono due dirigenti della Casa Bianca, i quali hanno spiegato a Politico.com che Donald Trump avrebbe rifiutato di sottoporre l’iPhone che utilizza per leggere le news e gestire la propria presenza social ai controlli periodici previsti dal protocollo di sicurezza della Casa Bianca.

“Il Presidente ha evitato di sottoporre il proprio telefono agli esperti di sicurezza per almeno cinque mesi. Non è chiaro invece quanto spesso i telefoni che Trump usa per le chiamate, che sono essenzialmente usati come telefoni da ricambiare spesso, vengano formattati”. Dovrebbero essere almeno due gli smartphone utilizzati da Donald Trump. Uno in grado di effettuare esclusivamente telefonate e l’altro nel quale sono preconfigurati la app di Twitter e alcuni siti di informazioni. I telefoni sono forniti dallo staff del White House Information Technology e della White House Communication Agency: due strutture che hanno lo scopo di controllare e proteggere le comunicazioni del Presidente. Secondo la ricostruzione di Politico.com, i tecnici della Casa Bianca avrebbero chiesto al Presidente di sottoporre il dispositivo che ha accesso a Twitter ad almeno un controllo mensile. Richiesta alla quale Trump si è opposto definendola “troppo scomoda”.

Quando era in carica, Obama sottoponeva i suoi smartphone ad almeno un controllo ogni trenta giorni. Ma la differenza più grande tra i dispositivi dell’attuale inquilino della Casa Bianca e il suo predecessore è che il telefono che Trump usa per le telefonate è dotato di fotocamera, funzione che espande le possibilità di attacco di un eventuale hacker. Circostanza sulla quale gli ufficiali della Casa Bianca hanno precisato che “grazie all’avanzamento della tecnologia, questi dispositivi sono più sicuri di quelli dell’era di Obama”.

Le limitazioni dei metodi di comunicazione per i Presidenti statunitensi non sono una novità. Nel 2001 George W. Bush aveva dovuto rinunciare alle email per contattare i suoi amici perché non desiderava che venissero lette da altri. Mentre Obama aveva lottato strenuamente per poter continuare a usare il suo Blackberry, dal quale accedeva a servizi comuni come la musica in streaming. Ma anche durante la campagna elettorale del 2016 il tema è stato centrale, soprattutto per quanto riguarda Hillary Clinton, accusata proprio da Trump perché degli attaccanti informatici erano riusciti a sottrarle delle mail non protette.

Una ex ingegnera del software di Uber – il noto servizio di trasporto privato che si usa con una app – ieri ha avviato una causa contro l’ex-datore di lavoro, sostenendo di essere stata vittima per anni di molestie e discriminazioni sessuali e razziali, e di ritorsioni per averle denunciate in azienda, con conseguenze pesanti sulla vita professionale e la salute.

In una causa presso un tribunale della California, Ingrid Avendano, una ingegnera ispanica che ha lavorato ad Uber tra il 2014 e il 2017, sostiene di essersi scontrata con “una cultura lavorativa dominata da maschi, permeata da una condotta degradante, sessualmente molesta, discriminatoria nei confronti delle donne”. Nella denuncia, Avendano descrive colleghi che avrebbero condiviso inviti espliciti sui sistemi di messaggistica, e in generale commenti inappropriati, molestie fisiche, e pure email inopportune della stessa dirigenza dell’epoca.

Alla donna, a causa delle sue lamentele – sostiene la denuncia, disponibile qui – sarebbero state negate promozioni e aumenti, mentre sarebbero state volutamente abbassate le valutazioni delle sue performance lavorative e intensificati i suoi ritmi di lavoro. Tutto ciò avrebbe portato infine a problemi di salute e alle sue dimissioni. Ma il suo stesso stipendio di partenza – sostiene la donna – sarebbe stato fin dall’inizio inferiore a quello di colleghi uomini con esperienze e mansioni simili. Inoltre, secondo Avenado, il numero di donne ingegnere ad Uber sarebbe drammaticamente diminuito nei tre anni della sua permanenza in azienda, a causa di tali pratiche.

A marzo Uber ha raggiunto un accordo da 10 milioni di dollari rispetto a una  class action di 400 ex dipendenti, perlopiù donne o individui appartenenti a minoranze etniche, per discriminazioni sessuali o razziali. Avendano ha preferito non unirsi all’accordo ma fare causa a livello individuale.

Non è certo la prima volta che Uber si ritrova accusata di discriminazioni nei confronti delle donne. A livello mediatico il caso era esploso all’inizio del 2017, quando un’altra ex dipendente, l’ingegnera Susan Fowler, aveva pubblicamente denunciato, in un articolo online, abusi e comportamenti scorretti dell’azienda. Da lì si è innescata una reazione a catena che ha portato alle dimissioni dell’allora Ceo Travis Kalanick (e di decine di altri dipendenti), fino al tentativo dell’azienda di riformarsi dall’interno. L’attuale causa arriva infatti pochi giorni dopo la decisione di Uber di abbandonare l’arbitrato per le molestie, permettendo agli ex lavoratori di andare in tribunale. E quindi, secondo alcuni osservatori, la vicenda potrebbe fare da primo test per verificare se davvero il colosso tech abbia cambiato atteggiamento.

Da agosto il nuovo Ceo Dara Khosrowshahi sta cercando di migliorare l’immagine della compagnia. Che però ha problemi anche su un altro fronte, quello del servizio di trasporto. Secondo una inchiesta della Cnn di fine aprile, infatti, sarebbero un centinaio gli autisti di Uber negli Stati Uniti che sono stati accusati di molestie o violenze sessuali negli ultimi quattro anni.

Dopo l’abbandono della politica del figlio unico nel 2015, la Cina ha allo studio l’ipotesi di eliminare completamente i limiti al numero di figli che una famiglia può avere.

Lo svela l’agenzia Bloomberg, che cita fonti a conoscenza di una ricerca commissionata dal Consiglio di Stato, il governo cinese, e che sarebbe stata presentata all’attenzione del primo ministro, Li Keqiang. Una decisione a riguardo è attesa per l’ultimo trimestre di quest’anno o nel 2019.

La politica del figlio unico venne istituita nel 1979 per limitare la crescita della popolazione, ma oggi la Cina si trova ad affrontare il problema opposto, quello di un numero di persone in età lavorativa che decresce, a fronte dell’invecchiamento della popolazione: entro il 2030, secondo stime ufficiali, circa un quarto della popolazione avrà almeno sessanta anni, contro solo il 13,3% alla fine del 2010.

L’ipotesi di eliminare le limitazioni ai figli che le coppie possono avere era già stata presa in considerazione da alcuni demografi, tra cui Yi Fuxian, della Unviersity of Wisconsin-Madison, anche se i più pessimisti ritengono che neppure la semplice abolizione della pianificazione familiare potrebbe portare a un reale incremento della nascite, a causa degli alti costi delle famiglie che vivono nelle città cinesi per mantenere più di un figlio.

Esperti della Guanghua School of Management della prestigiosa Università di Pechino interpellati dal magazine Caixin a gennaio scorso, avevano anche proposto incentivi e sgravi fiscali per incoraggiare le famiglie a ingrandirsi. Lo scorso anno, per la prima volta dalla fine della politica del figlio unico si è verificato un calo, seppure lieve, delle nascite rispetto all’anno precedente: i nuovi nati nel 2017 erano 17,23 milioni contro i 17,86 milioni del 2016, un numero comunque non soddisfacente per il governo cinese, che si aspettava cifre più alte dalla fine della politica del figlio unico, attorno ai venti milioni di nuovi nati.

Nel 2015, la decisione di abbandonare la politica del figlio unico, permettendo a tutte le coppie di avere un secondo figlio, già sottoposta a diversi allentamenti nel corso degli anni, era arrivata dall’assemblea plenaria del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, l’organo composto da circa quattrocento dirigenti.

La politica del figlio unico ha portato anche a forti squilibri tra uomini e donne in Cina, per la preferenza, soprattutto da parte delle famiglie residenti nelle aree rurali, ad avere un figlio maschio: alla fine del 2017, c’erano 32,66 milioni di uomini in più rispetto al numero di donne nel Paese.

Secondo stime cinesi, la politica del figlio unico avrebbe portato alla prevenzione di circa 400 milioni di nascite, ma è andata incontro a forti polemiche da parte delle Organizzazioni Non Governative internazionali per i metodi con cui è stata applicata, che andavano dalla semplice sanzione amministrativa alla perdita del posto di lavoro e, nei casi più gravi, agli aborti forzati