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Estero

Terremoto alla Casa Bianca: il portavoce Sean Spicer ha rassegnato le dimissioni dopo che il presidente Donald Trump ha nominato il finanziere Anthony Scaramucci nuovo direttore delle comunicazione.  

Anthony Scaramucci, l'uomo voluto da Ivanka

Scaramucci, 53 anni, milionario che ha iniziato la sua carriera a Goldman Sachs, repubblicano di ferro (malgrado abbia votato per sua ammisisione Barack Obama e sostenuto la Clinton), salendo sul palco in sala stampa ha immediatamente annunciato che a sostituire Spicer sarà Sarah Huckabee Sanders, già vice portavoce. Il presidente ha chiesto a Spicer di restare ma lui ha rifiutato perché contrario alla nomina di Scaramucci che sarebbe diventato il suo capo.

La scelta di Scaramucci era caldeggiata dalla figlia del presidente, Ivanka Trump e dal marito, Jared Kushner, e osteggiata dal capo stratega, Steve Bannon, e dal capo di gabinetto, Reince Pribus. La Casa Bianca era senza un direttore della comunicazione dallo scorso maggio, quando Mike Dubke si dimise nell'ambito del primo rimpasto dell'amministrazione.

Scaramucci costrinse alle dimissioni tre giornalisti della Cnn che in un articolo lo avevano collegato a fondi di investimento russi al centro di una presunta indagine a Washington. "Non mi piacciono le fake news", ha affermato Scaramucci presentandosi quasi come un surrogato del presidente che ricorda molto anche nel look, compresa la capigliatura, sebbene sia moro.

Spicer: "Mi dimetto per garantire un nuovo inizio"

Spicer ha spiegato di essersi dimesso per garantire al presidente "un nuovo inizio" mentre la Sanders ha tenuto a puntualizzare che il suo ex capo aveva "capito" che Trump voleva cambiare la squadra. La stessa nuova piortavoce del presidente ha letto un messaggio di Trump in cui dichiara: "Sono grato per il lavoro di Spicer, a nome della mia amministrazione e del popolo americano. Gli auguro successo mentre si muoverà nella ricerca di nuove opportunità. Guardate solo ai suoi rating televisivi".

Durante i suoi primo sei mesi in carica, però, il presidente non ha risparmiato a Spicer umiliazioni, costringendolo a false verità o smentendolo via Twitter. Lo smacco più clamoroso fu quando lo tagliò fuori dalla delegazione della Casa Bianca ricevuta dal Papa, a Roma. Spicer, che è cattolico, ci teneva molto. 

"E' stato un onore e un privilegio servire" il presidente Donald Trump "e questo incredibile Paese. Continuerò il mio servizio fino ad agosto", ha dichiarato Spicer via Twitter.

Il nuovo terremoto segnala, ancora una volta, una guerra di fazioni in seno alla Casa Bianca ma Scaramucci ha minimizzato, dicendo che gli sarebbe piaciuto se Spicer fosse rimasto. "Non ho alcun tipo di frizione con Sean. Non ho alcun tipo di frizione con Reince", ha tenuto a sottolineare. "Spero che Spicer faccia un sacco di soldi", ha poi aggiunto.

La parabola di Spicer: le 5 gaffe più famose 

Sean Spicer, con il suo fare aggressivo è diventato una caricatura, spopolando in tv come personaggio tra i più imitati. Ripercorriamo le sue gaffe più clamorose:

  1. Memorabile fu l'esordio sul podio della sala stampa, quando con fare rabbioso, accusò i media di aver ridimensionato il numero di persone che hanno seguito l'inaugurazione di Trump. "E' stata l'inaugurazione più seguita della storia. Punto", aveva tuonato.
  2. Una delle sue gaffe più clamorose fu quando disse che neppure Adolf Hitler aveva usato il gas per uccidere, come aveva fatto il presidente siriano Bashar al-Assad con le armi chimiche contro la sua gente.
  3. Nel comunicato della Casa Bianca, nel 'Giorno della Memoria' per l'Olocausto, dimenticò di menzionare gli ebrei.
  4. Sul "Muslim ban", che vieta l'ingresso in Usa ai cittadini provenienti da 6 Paesi a maggioranza islamica, disse che non era un bando, anche se il presidente in persona lo aveva definito tale. Incalzato rispose: "il presidente ha usato le stesse parole che usano i media".
  5. Per non parlare di quando entrò in sala stampa con la spilletta della bandiera americana a testa in giù.

Il ruolo di Spicer con i giornalisti era già stato ridimensionato, con la vice Sanders che ha preso il suo posto nei briefing quotidiani.

Scaramucci ex grande fan di Obama e Hillary

L'appena designato capo della comunicazione della Casa Bianca, l'italo americano Anthony Scaramucci non è sempre stato un fan di Donald Trump. Anzi. Tutt'altro. In passato ha fatto donazioni per Barack Obama (che ha anche votato) e Hillary Clinton e solo poche ore prima di accettare l'incarico ha cancellato dal suo account twitter @Scaramucci, vecchi cinguettii in cui criticava il suo attuale capo. Lo riferisce il Daily Beast citando vari tweet scoperti dal reporter Josh Billinson e poi candellati da Scaramucci che, quando era solo un finanziare di Wall Street, donò alle campagne presidenziali di Obama e Clinton nel 2008, rispettivamente 5.600 dollari al primo e 4.600 alla seconda.

Cronologia di tweet che imbarazzano Scaramucci:

  • Novembre 2011 – Afferma che aveva votato per Obama e prima per Bill Clinton
  • 1 febbraio 2012 – Commenta il "sostegno di Trump a (Newt) Gingrich (esponente conservatore repubblicano). Strano ragazzo. Così intelligente ma con scarso senso del giudizio", parlando dell'attuale presidente.
  • 16 aprile 2012 – Scrive su Twitter: "Spero che Hillary Clinton si candidi nel 2016. E' così incredibilmente competente".
  • Agosto 2015 – In un'apparizione sulla Fox News definisce Donald Trump "un politico dilettante" la cui retorica "è antiamericana e molto, molto divisiva" e gli consiglia di cambiare subito atteggiamento.
  • 1 dicembre 2015 – Scaramucci critica Trump per il suo progetto di costruire un muro lungo il confine con il Messico: "I muri non funzionano. Non lo hanno mai fatto. Il muro di Berlino 1961-1989 non è caduto da solo", cinguetta sopra una foto della vecchia barriera che separa in due l'attuale capitale tedesca.  

 

L'interpol ha diffuso il 27 maggio scorso una lista di nomi di 173 membri di Isis di una "brigata suicida", formata solo da kamikaze pronti ad immolarsi in ogni momento in Europa, come rappresaglia alle sconfitte subite a Mosul, in Iraq, ed in Siria, con la 'capitale' Raqqa stretta d'assedio. Lo rivela il britannico Guardian. La lista è stata preparata dagli 007 Usa ma condivisa con gli alleati europei perché il primo bersaglio dei 173 kamkaze sarà proprio il Vecchio Continente, nel quale "stanno cercando di entrare anche operando da soli".

La lista dell'Interpol

Al momento, sottolinea il Guardian, non ci sono prove che qualcuno dei kamikaze 'in pectore' sia già in Europa, ma l'Interpol ha fatto circolare la lista proprio per allertare i servizi di sicurezza di ogni singolo stato membro.

La lista elenca:

  • i nomi dei sospetti
  • la data di reclutamento
  • il loro ultimo indirizzo noto
  • la moschea in cui hanno pregato
  • il nome della madre
  • le fotografie

Molti 'foreign fighters'

Nella lista si legge che gruppi di combattenti così come singoli "sono stati addestrati per costruire e posizionare ordigni esplosivi improvvisati (Ied) per causare il maggior numero possibile di vittime e feriti. Si ritiene che possano viaggiare e spostarsi tra stati per partecipare ad attività terroristiche". Ipotesi che fa propendere per l'ipotesi che si tratta di possibili foreign fighters di ritorno a casa. Secondo una nota aggiunta alla lista e circolata in Italia, l'elenco è stato composto mettendo insieme il puzzle di elementi raccolti nelle varie roccaforti di Isis conquistate negli ultimi mesi. 

Dopo l'affondo del ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz, che ha minacciato di chiudere di nuovo i confini se l'Italia non fermerà gli "ingressi illegali" dei migranti a Lampedusa, arriva una nuova bordata all'Italia. Secondo il premier ungherese Viktor Orban, per arginare i flussi migratori nel Mediterraneo, l'Italia "dovrebbe chiudere i porti".

La lettera di Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia

In un'intervista alla radio ungherese, Orban ha reso noto di aver scritto una lettera insieme agli altri tre Paesi del quartetto Visegrad indirizzata al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, nella quale i leader di Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, Paesi che si sono sempre opposti ad accogliere i migranti, propongono all'Ue e agli Stati membri di mobilitare, nel nome della protezione dei confini esterni, risorse finanziarie e non solo per creare condizioni di vita umane negli hotspot e in altri centri di accoglienza fuori dal territorio dell'Ue.

Le due opzioni di Orban

L'Italia ha due opzioni secondo Orban: chiudere i porti o accettare l'assistenza offerta. Per fermare l'immigrazione direttamente in Libia, il premier ungherese non ha escluso l'opzione militare. "Austria e Germania hanno avuto abbastanza", ha aggiunto Orban, secondo il quale "l'annegamento di centinaia di persone in mare aumenta il pericolo di terrorismo e di antisemitismo in Europa". Nella lettera i quattro leader di Visegrad scrivono che "stiamo seguendo con grande attenzione gli sviluppi del flusso migratorio", ed esprimono l'intenzione di sostenere la proposta dei ministri dell'Interno di Italia e Germania, secondo i quali il flusso migratorio dovrebbe essere fermato in Libia.

Gentiloni: "L'Italia non accetta lezioni"

Perentoria la risposta di Gentiloni: "Noi facciamo il nostro dovere, pretendiamo che Europa intera lo faccia al fianco dell'Italia e non accettiamo improbabili lezioni o minacce come quelle che abbiamo ascoltato nei giorni scorsi al nostro Paese", ha commentato il premier intervenendo a Torino alla cooperativa Piergiorgio Frassati. L'Italia, ha detto Gentiloni, "è un Paese impegnato a garantire sicurezza e coesione, a predicare la necessità di non alimentare odio e paure, un Paese impegnato a farsi carico di un peso che dovrebbe essere più condiviso in Europa".

"Io credo – ha aggiunto – che dai nostri vicini e in generale dai Paesi che con noi condividono il progetto dell'Unione europea noi abbiamo il diritto di pretendere solidarietà. Non accettiamo lezioni e tanto meno possiamo accettare parole improbabili e minacciose come quelle che abbiamo ascoltato alcuni giorni fa da nostri vicini, ma serenamente ci limitiamo a dire che noi facciamo il nostro dovere e pretendiamo che l'Europa intera faccia il suo dovere a fianco dell'Italia, invece di dare improbabili lezioni al nostro Paese".

 

Sta nei primi fotogrammi coi ciliegi in fiore l'effimera bellezza della natura, di una città e degli uomini che l'abitavano nella totale inconsapevolezza di una immane tragedia che dieci anni e quattro mesi dopo – il 6 agosto 1945 – li avrebbe distrutti quasi tutti.

E'  fra il 3 e il 4 aprile del 1935 che il signor Genjiro Kawasaki gira un filmato a Hiroshima, in 16 millimetri e senza sonoro, indugiando sullo splendore degli alberi di sakura – ineludibile in quella stagione – e sulla vita febbrile di una città dove tutto però appare ordinato: i tram, le rare automobili, i ciclisti, la gente che attraversa e che attende agli affari. Le donne sono in kimono che il bianco e nero fa immaginare dai colori assai belli, mentre fra gli uomini prevale la moda occidentale. Approfittando della primavera, c'è chi si diverte pescando o a fare un giro in barca.

I ponti Aioi e Motoyasu, proprio dove sarebbe caduta la bomba 'Little Boy', la zona di Hatchobori sono i luoghi che filmò Kawasaki, con mano amatoriale che rende forse per questo più toccanti le immagini – tre minuti e nove secondi – dei volti, dei negozi presumibilmente prosperi, di ragazzini che negli stessi giorni di dieci anni dopo sarebbero stati soldati morti o vivi del Sol Levante in guerra.

Il video, digitalizzato e restaurato, era inedito ed è stato diffuso dal Museo Memoriale della Pace di Hiroshima, che rivendica gli sforzi per preservare e salvare dal deterioramento le rare testimonianze della città prima di 'quel giorno'. Questa rarità, e questi sforzi, bastano per valutare quale fu la distruttività della bomba americana, anche per la memoria civile di chi non fu tra i centomila uccisi, sull'istante o dopo, dall'atomica e  dalle radiazioni.

Il signor Kawasaki donò il filmato al Museo nel 1963, dove rimase conservato prima di restaurarlo con le sue immagini di vita felice.

Dopo l'esumazione, avvenuta ieri sera, della salma del pittore dadaista spagnolo Salvador Dalì per una disputa ereditaria, la prima cosa che hanno notato gli esperti della scientifica sono stati i baffi icona all'insù, un posizione "10 e 10" perfettamente infatti a 28 anni dalla morte. La salma venne imbalsamata nel 1989 e i resti riposavano nella cappella, da lui stesso disegnata a Figuras. I tecnici della scientifica hanno aperto la bara "alle 22,20 ed hanno iniziato ad prelevare campioni" dai resti di Dalì, ha reso noto l'Alta Corte di Giustizia della Catalogna che coordina le operazioni. Il Dna sarà prelevato da un frammento di osso o da un dente e sara' quindi inviato al laboratorio centrale di Madrid.

Pilar Abel, 61 anni, ha sostenuto in tribunale che la madre ebbe una relazione con il pittore quando viveva a Cadaques, località marina iberica dove Dalì visse a lungo. Se riuscirà a confermare la sua rivendicazione potra' ottenere il 25% dell'eredità del pittore al momento in mano alla 'Salvador
Dali Foundation' che amministra' beni per 400 milioni di euro. 

Il mistero più clamoroso degli ultimi cent’anni, il più falso per moltissimi (non per tutti) fa riparlare di sé – semmai si sia smesso – questo fine settimana a Rennes-le-Château, villaggio arroccato nel dipartimento francese dell’Aude in Occitania, che è diventato celebre in tutto il mondo. ‘Locus terribilis’ per chi crede abbia ospitato il più importante tesoro della storia scoperto da un enigmatico prete francese: Bérenger Saunière. Quest’anno, centenario della sua morte, è stato punteggiato da manifestazioni che lo ricordano.

Come una sagra paesana in salsa esoterica

La prossima, da venerdì 21 a domenica 23 luglio, intreccia spassi paesani a atmosfere esoteriche: balli, una gara di bocce, il concerto di un gruppo zigano nel circuito che comprende la villa del prete, i giardini, la Torre Magdala, il museo e la strada dove sorge la chiesa di Santa Maria Maddalena. Per venerdì 28 luglio è fissata una rappresentazione teatrale sulla vita dell’abbé Saunière, cui seguiranno vari appuntamenti anche in agosto.

La cascata d’oro che un turismo continuo, benché invadente, riversa su Rennes con centinaia di migliaia di visitatori all’anno, costituisce il tesoro accertato della minuscola comunità francese, ma il vero tesoro – quello attribuito a Saunière – sarebbe sicuramente maggiore. Tesoro enorme sotto l’aspetto materiale, poiché diede al sacerdote una improvvisa e inspiegata ricchezza. Enorme soprattutto dal profilo storico spirituale, perché avrebbe condotto alla scoperta del vero Santo Graal: la storia, già bazzicata per mezzo secolo, esplose con la sua trasposizione in fiction nel 2003, quando uscì il mega seller di Dan Brown 'Il codice da Vinci', da cui fu tratto l’omonimo film di Ron Howard nel 2006.

Una storia complicata assai ma riassumibile in pochissime righe: Cristo non morì sulla croce, ma si rifugiò in Francia con la sposa Maria Maddalena e diede vita a una discendenza di ‘sangue reale’ (Sang real, ossia San gral) proseguita nei re Merovingi. Alla protezione della stirpe di Gesù si dedicò un potente ordine occulto, il Priorato di Sion, temuto avversario della Chiesa Cattolica che risulterebbe annientata dalla rivelazione del segreto.

Il Graal fra mito e mistificazione

La pseudostoria di Rennes ha generato la fioritura di migliaia di pubblicazioni, articoli e sottoprodotti derivati, che danno incessante alimento anche alla consistente contro-produzione di smentite, confutazioni e indignazioni degli studiosi ufficiali, sia fra gli storici laici sia fra i ricercatori di esoterismo più attendibili. Eppure il fascino emanato dalla figura di Bérenger Saunière lascia difficilmente indifferenti: più che con il “tesoro”, pare fu con un frenetico traffico di Messe pagate che il sacerdote, parroco di Rennes dal 1885 al 1909, raggranellò la piccola fortuna che gli consentì il restauro della chiesa di Santa Maria Maddalena con motivi di inconfutabile richiamo esoterico; la costruzione di Villa Betania dove continuò a risiedere (e morì nel 1917) anche dopo le dimissioni cui lo costrinse la Curia francese; l’edificazione della Torre Magdala dove collocò la sua biblioteca.

Fu un benestante con l’hobby della scrittura sui giornali locali, Noel Corbu, il quale aveva acquisito le proprietà di Saunière dalla perpetua sopravvissutagli, a lanciare la leggenda del sacerdote misteriosamente milionario. Richiamati sul posto, alcuni studiosi di esoterismo – che quando sono turisti ne costituiscono il drappello più ingenuo e più scaltro – si appassionarono alla vicenda e partorirono l’idea del Priorato di Sion, avvalorando l’immaginaria e prestigiosa storia dell’ordine con un libro e un mazzo di documenti fabbricati ad arte: prima li depositavano, poi tornavano a “scoprirli” alla Biblioteca Nazionale di Parigi, sfruttando il noto lato debole di quasi tutti gli archivi, assai vigili su quello che esce ma molto meno sulle cose fatte entrare.

Pierre Plantard e Gérard de Sède sono nomi che si metterebbero a fianco del filosofo Carneade se non avessero ingegnato questa – forse stupenda – mistificazione, mentre oggi scomparsi entrambi restano nella lista dei più conosciuti per chi affronta la questione Santo Graal nella seconda metà del Novecento. Come per la prima parte del secolo, e in tutt’altra forma di memoria, corre il pensiero a T.S.Eliot o tutt’al più alla studiosa britannica Jessie Weston, che con un saggio ispirò al poeta 'La terra desolata'. Invece, col titolo italiano 'Il Santo Graal', diventò molto più noto un saggio di “storia congetturale” elaborato da tre connazionali della Weston: Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln. Grazie alla cassa di risonanza di alcuni documentari per la BBC, scrissero la storia immaginosa dell’abate Saunière facendo delle furbe ma poco narrative invenzioni di Plantard e de Sède un best seller mondiale. Attinse dal volume, con tutte e due le mani piene, Dan Brown per comporre il 'Codice', tanto che due dei tre autori del Santo Graal lo portarono in tribunale con un’accusa di plagio rivelatasi però insostenibile. Brown non cita mai Rennes-le-Châteu, ma neanche ne ha bisogno. Tutti, tanto, capiscono.

Se il parroco Saunière avesse solo potuto immaginare. Una leggenda? Una bufala? Una parziale verità? Non cade mai il punto interrogativo dalle domande per cui ciascuno ha già la sua risposta preferita.

 

Sono passati quattro mesi da quando i passeggeri che volavano da 10 aeroporti del Medio Oriente verso gli Usa scoprirono di non poter più portare a bordo i loro laptop e tablet. Ora è tutto finito. Mercoledì 19 luglio il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ha annunciato che il divieto è caduto e gli scali internazionale Re Khalid e Re Abdulaziz in Arabia Saudita sono stati gli ultimi ad aver revocata la misura.
Il divieto adottato a marzo riguardava: Egypt Air, Turkish Airlines, Kuwait Airways, Royal Air Maroc, Qatar Airways, Emirates, Etihad Airways, Saudia Airlines e Royal Jordanian Airlines. Alcune compagnie aeree avevano cercato di prenderla come uno scherzo, invitando i passeggeri ad approfittarne per fare un po' di amicizia con i vicini di posto o a battagliare con loro per la conquista del bracciolo del sedile.
 
Sebbene non venissero confermate minacce specifiche, il divieto era il risultato di informazioni di intelligence sul pericolo che qualcuno potesse nascondere esplosivo nelle batterie di dispositivi come i computer portatili.
 
Al Forum di Asper il Segretario per al sicurezza nazionale John Kelly aveva detto che era stata effettivamente testata una bomba da computer portatile in gradio di abbattere un aereo. 
 
Ma questa non è la fine dei portatili sugli aeroplani. L'annuncio della fine del divieto si accompagna a nuove restrizioni per i voli verso gli Usa in partenza dal Canada e dal Messico: saranno usati cani con un fiuto più fino e nuove macchine a raggi X.

Un re in odore di filonazismo sul trono d'Inghilterra, un ex premier britannico che riesce a tenere nascosto un dossier esplosivo. Ha fatto di tutto Winston Churchill per "distruggere tutte le tracce" di un piano di Hitler per reinsediare, in piena guerra mondiale, l'ex Re Edoardo VIII in cambio della firma della pace con la Germania. Lo rivelano documenti segreti appena pubblicati.

Churchill nascose le carte compromettenti

Una vicenda che rischiava di danneggiare in modo radicale l'immagine e la popolarità della Corona britannica. E lo aveva capito bene l'allora Primo Ministro. Tanto è vero che con un'intensa azione diplomatica personale nel dopoguerra, il vecchio leone era riuscito a far slittare di decenni la pubblicazione dei telegrammi compromettenti che svelano il piano, ambizioso quanto temerario. La stampa britannica riferisce la notizia del tentativo affannato di Sir Churchill per rimandare di almeno dieci o 20 anni la diffusione di missive scottanti. Le ultime inattese rivelazioni sono emerse da documenti segreti del Gabinetto dell'autorevole Capo di governo pubblicati dagli Archivi nazionali. Questi ricostruiscono un altro pezzo di storia buia per l'Europa: i rapporti tra la Germania nazista e la Gran Bretagna nel pieno della Seconda Guerra Mondiale.

Il sovrano, dopo la sua abdicazione nel 1936 per poter sposare Wallis Simpson, cittadina americana e divorziata, aveva incontrato Hitler durante una sua visita in Germania nel 1937. Dopo la fuga a Parigi, nell'estate 1940 si era infatti rifugiato a Lisbona con la moglie. Il piano nazista, a firma del ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop, prevedeva la cattura di Edoardo VIII, o meglio del Duca di Windsor, e della Simpson. In cambio di un loro ritorno sul trono, la gerarchia nazista chiedeva il loro sostegno per spingere l'amministrazione Churchill a firmare la pace con Berlino. Una vera e propria macchinazione era stata ideata per far credere all'ex coppia reale che Churchill – che aveva nominato Edoardo VIII Governatore delle Bahamas – avrebbe ordinato ai servizi segreti di ucciderli nel caso in cui avessero lasciato l'Europa.

Dai documenti ormai pubblici emerge una certa criticità e allontanamento di Edoardo VIII dalla linea politica di Churchill e del fratello salito sul trono, Giorgio VI. Ciononostante i coniugi esiliati guardavano con diffidenza agli scenari delineati dai nazisti e, rivelano alcuni telegrammi, "la possibilità di un cambiamento della Costituzione britannica in funzione dell'evolversi del conflitto rendeva la duchessa pensierosa".

Eisenhower: "Documenti fabbricati dalla propaganda nazista"

Alla fine del conflitto gli storici hanno tentato di pubblicare questi scambi telegrafici nell'ambito di un programma accademico degli Alleati vittoriosi per diffondere documenti chiave sul regime nazista. Per scongiurare tale possibilità, che avrebbe danneggiato il Duca e alimentato nuovi dubbi sulla sua lealtà, Churchill si attivò con l'alleato statunitense e con Parigi. Nel 1953, dopo aver saputo che una copia dei telegrammi in versione microfilmata ritrovata negli archivi tedeschi era in possesso del Dipartimento di Stato Usa, il premier britannico scrisse al presidente Dwight Eisenhower, appellandosi al suo senso "della giustizia e della cavalleria" per ritardarne la pubblicazione "di almeno dieci o 20 anni". Il 2 luglio dello stesso anno l'inquilino della Casa Bianca rispose che "quelle comunicazioni erano del tutto sleali al Duca, in quanto fatte a tavolino per promuovere la propaganda tedesca e indebolire la resistenza occidentale".

In un memorandum top secret, il 12 agosto 1953 Churchill ha riferito al gabinetto che il Duca di Windsor non era a conoscenza di quei documenti, mentre il Re Giorgio VI, che ne aveva presa visione, chiedeva che "se la pubblicazione non riesce ad essere bloccata, di avvertire tempestivamente" il fratello. I telegrammi furono in parte pubblicati nel 1957: Eduardo VIII li definì "pure invenzioni".

Due persone sono morte e oltre 100 sono rimaste ferite a causa di un forte terremoto, magnitudo 6.7, che ha colpito il Mar Egeo, tra Grecia e Turchia. La scossa è stata avvertita all'1.31 del mattino (mezzanotte e mezza in Italia), con epicentro a circa 10 chilometri a Sud di Bodrum, nota località turistica della Turchia, e a 16 chilometri dall'isola greca di Kos, dove due persone hanno perso la vita per il crollo del soffitto di un bar. Secondo quanto riporta il Guardian i feriti sono circa 200, 120 a Kos e una settantina in Turchia. Il servizio geologico Usa ha reso noto che la profondita' dell'epicentro era di appena 10 chilometri sotto il fondo marino. Il capo della protezione civile turca, Mehmet Halis Bilden, ha detto alla Cnn che le scosse di assestamento stanno continuando e ha invitato la popolazione a non tornare negli edifici danneggiati. Il centro sismologico europeo ha segnalato a Bodrum un "piccolo tsunami", con il livello dell'acqua che si è alzato per il sisma.

 

 

Le immagini postate sui social media mostrano danni e allagamenti, con l'acqua alta fino ad un metro. L'ospedale principale di Bodrum e' stato evacuato e sono state pubblicate immagini di pazienti sulle barelle all'esterno della struttura. Non ci sono per ora informazioni sull'identità delle vittime che sarebbero "straniere" secondo il sindaco di Kos. "Il principale problema al momento è la mancanza di elettricità in diverse aree della città", ha spiegato il sindaco di Bodrum, Mehmet Kocadon, alla NTV , precisando che in Turchia per il momento non sono state segnalate vittime. Il terremoto è stato sentito anche nella penisola di Dacta, altra importante località turistica turca, e a Smirne, terza città della Turchia, oltre che nell'isola greca di Rodi. Grecia e Turchia si trovano sulla linea di una grande faglia e vengono regolarmente colpite da terremoti. Il peggiore, tra i più recenti, risale al 17 agosto del 1999 con una scossa magnitudo 7, nei pressi della città turca Izmit, sul Mar di Marmara, che uccise 17.000 persone.

Il cantante dei Linkin Park Chester Bennington si è suicidato. Si è impiccato in una residenza a Palos Verdes Estates, in California. Il suo corpo, riportano le fonti americane, è stato trovato stamattina alle 9 ore locali ed aveva sei figli, avuti da due mogli.

Commovente la sua lettera dedicata a Chris Cornell, il leader dei Soundgarden morto il 18 maggio.  "Pensieri su di te mi hanno invaso il cervello e ho pianto – avava scritto il leader dei Linkin Park. WSto ancora piangendo, triste e grato per aver condiviso alcuni momenti molto speciali con te e la tua bella famiglia".

"Mi hai ispirato in modi che nemmeno puoi immaginare. Il tuo talento era puro e senza rivali – scrive Benningont -. La tua voce era gioia e dolore, rabbia e perdono, amore e crepacuore, tutto insieme. Suppongo che è quello che siamo tutti. E tu mi hai aiutato a capirlo".

 

 
 
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