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Estero

I tabloid inglesi parlano della "ragazza che ha ingannato la morte tre volte". Quel che è certo è che – ammesso che i suoi racconti siano veri – il lungo viaggio in Europa della ventiseienne australiana Julia Monaco si sta rivelando più movimentato del previsto. La ragazza era a far shopping tra le 'ramblas' mentre un furgone guidato da un terrorista falciava la folla. Il 3 giugno, dice, era stata costretta a restare chiusa nella metro di Londra durante gli attacchi al Borough Market e, qualche giorno dopo, si sarebbe ritrovata nei pressi di Notre Dame mentre un uomo, che gridava di "farlo per la Siria", tentava di uccidere un poliziotto con un martello. Tecnicamente è quindi sbagliato sostenere che Julia sia "sopravvissuta a tre attentati", come titolano molti giornali. Di certo, come coincidenza, è un po' inquietante. 

"All'improvviso ci siamo ritrovati chiusi nel negozio e tra la gente ha iniziato a diffondersi la confusione", ha raccontato la giovane, originiaria di Melbourne, alla radio australian 3AW, "un secondo dopo sapevamo che stavamo letteralmente correndo per le nostre vite nel retrobottega di un negozio dove ci è stato detto di restare a terra e lontano dalle finestre". 

"Non abbiamo visto il camion", ha proseguito ai microfoni di N9, "abbiamo potuto solo vedere la folla e la polizia e alcune persone che avevano decisamente visto qualcosa di terribile accadere. Sono un po' sconvolta, non è come mi aspettavo la mia giornata sarebbe andata ma non voglio andare a casa, voglio restare qua e non voglio lasciarli vincere, chiunque essi siano". 

E Julia non sarebbe l'unica "veterana del terrore" presente a Barcellona. Il Daily Mail parla di un certo Chris Powley, che si sarebbe trovato nell'area della Rambla durante l'attentato dopo essere sfuggito per miracolo all'attentato del concerto di Ariana Grande. Ma si tratta della stessa testata che, come altri tabloid, era cascata nella bufala di Mason Wells, giovane pastore mormone americano scampato all'attentato di Bruxelles che sosteneva di essere sopravvissuto anche agli attacchi di Parigi e Boston.

Almeno sul campo, l'Isis sta perdendo sempre più terreno e oramai controlla soprattutto vaste aree desertiche, sia in Iraq che in Siria. La roccaforte di Mosul è perduta, Raqqa potrebbe esserlo presto e, nel frattempo, Damasco sta concentrando sempre più truppe intorno a Deir el-Zor, che rischia di essere l'ultima ridotta del califfato del terrore. Gli ultimi attentati sono quindi i colpi di coda finali della bestia ferita a morte? Difficile da sostenere con sicurezza, sebbene sia assai plausibile che lo sgretolarsi territoriale dello Stato Islamico non attragga più 'foreign fighter' come una volta e, di conseguenza, i simpatizzanti vengano invitati ad agire in Europa, contro gli "infedeli" che li ospitano, piuttosto che affrontare il difficile viaggio verso il Medio Oriente. Ma potrebbe non essere così.

"Daesh non è morto"

"Lo Stato Islamico è ancora in grado di reclutare elementi votati alla sua causa, pianificare attacchi, reperire armi ed esplosivi e consentire ai suoi di uomini di agire nell’ombra", scrive Carlo Biffani sul Corriere della Sera, "fino a poco tempo fa ci eravamo raccontati una storia: che Daesh fosse in rotta, ridotto ai minimi termini dal punto di vista operativo e della capacità di organizzare azioni strutturate portate avanti da un numero cospicuo di terroristi. Ci raccontavamo che quella del ricorso ai cosiddetti "lupi solitari" fosse l’ultima carta rimasta fra le loro mani invece che una scelta operativa attuata fra quelle che erano le molteplici opzioni tattiche". 

"La tragica vicenda spagnola ci riporta nella maniera più violenta a una realtà che i più non hanno voluto vedere. Daesh è ancora in grado reclutare o di infiltrare all’interno del nostro tessuto sociale elementi votati alla sua causa e di coordinarne le azioni pianificando attacchi, reperendo i materiali necessari compresi armi ed esplosivi, istruendoli e consentendo loro di comunicare senza svelarsi", prosegue Biffani, "questa organizzazione terroristica è ancora in grado di portare attacchi strutturati, al di la delle azioni dei singoli, e vuole lanciare un messaggio di 'intatte ed immutate capacità offensive' a chi guarda loro con ammirazione e vicinanza, in maggior specie a tutti i figli di immigrati di terza o quarta generazione. E della autorizzazione di un controllore, di un supervisore esterno, non c’è più bisogno, perché l’ordine è stato impartito da anni. Colpirci in ogni modo e con ogni mezzo, ad ogni possibile occasione. Non ha più importanza che al Baghdadi sia ancora vivo o sia finito sotto un razzo lanciato da un caccia russo. L’ordine è lanciato e continuerà a raggiungerci ancora a lungo".

La Jihad che arriva dal Sahel

Appare invece assai probabile che, considerate le difficoltà militari in Iraq e Siria, l'Isis sia destinata a puntare sempre più sul fronte africano. "Lo spazio desertico fra il Maghreb e l’Africa Occidentale, a cavallo di confini desertici inesistenti fra Mali, Niger, Mauritania, Algeria, Libia e Ciad, è una piattaforma ideale dove riorganizzare le cellule dopo le sconfitte subite in Medio Oriente, facendo leva sulle entrate frutto dei traffici di sigarette, esseri umani e stupefacenti garantiti dalla corruzione delle tribù locali", scrive Maurizio Molinari su La Stampa, "per la tattica jihadista dunque l’attacco di tre giorni fa a un ristorante per turisti in Burkina Faso – con 18 morti – appartiene allo stesso teatro di operazioni di Barcellona: sono, a Sud e Nord, gli estremi opposti del Sahel dove gli integralisti vogliono insediarsi, per realizzare la versione maghrebina del Califfato. Per questo considerano come primo nemico la Francia, che nel 2013 li cacciò dal Nord del Mali, vogliono rovesciare il re marocchino Mohammed VI considerandolo un 'apostata' e puntano a insediarsi nel Sud della Tunisia e nel Fezzan libico per ricongiungersi alle cellule scampate alla sconfitta di Sirte". 

I fantasmi di Al-Andalus

Non è però solo per ragioni geografiche che la Spagna è finita nel mirino. "Non va mai dimenticato un dato essenziale, e cioè che la Spagna è sempre stata al centro della propaganda jihadista sia di Al Qaeda sia dello Stato islamico", scrive Lorenzo Vita su Il Giornale, "ogni mappa del mondo secondo l’islamismo radicale, in ogni rivista, in ogni messaggio legato all’Europa, la Spagna è presente, ed è chiamata Al- Andalus: il nome che gli arabi diedero alla penisola iberica ai tempi delle prime razzie contro i regni visigoti. Islam e Spagna – o Al-Andalus – intrecciano da secoli la loro storia, e c’è una parte del fondamentalismo islamico che non ha mai dimenticato quello che per secoli è stato uno dei più grandi territori sotto dominio arabo".

In Spagna una rete "diffusa e penetrante"

E in Spagna, ricorda Alberto Negri su Il Sole 24 Ore, "Al -Qaida e lo Stato Islamico hanno una rete di propaganda diffusa e penetrante con cui hanno reclutato diversi jihadisti per combattere in Siria e in Iraq. Uno studio dell’Instituto Elcano ha rilevato che dei 150 jihadisti arrestati in Spagna negli ultimi quattro anni 124 erano collegati allo Stato islamico e 26 ad al-Qaida".

"Che un attentato fosse nell’aria lo confermano anche i recenti arresti in Spagna di jihadisti di origine marocchina, una cellula dell’Isis che agiva tra Palma di Maiorca, Madrid, la Gran Bretagna e la Germania", scrive ancora Negri, "uno degli arrestati si era recato in varie occasioni a Palma di Maiorca per avviare la struttura terroristica che avrebbe dovuto seminare il terrore nell’isola delle Baleari. Tre dei membri della cellula inoltre sono protagonisti come attori di un video di propaganda, pubblicato su un canale con oltre 12mila sottoscrittori, che mostra il processo di radicalizzazione di un giovane musulmano in Spagna che decide di andare a combattere in Siria. Ma questo non è stato certo l’unico caso. In primavera proprio a Barcellona erano stati arrestati alcuni jihadisti marocchini che erano presenti il 22 marzo 2016 a Bruxelles, nel giorno del duplice attentato dell’Isis all’aeroporto Zaventem e alla metro".

Due morti e sei feriti, colpiti da un uomo armato di coltello, poi arrestato dalla polizia, che gridava 'Allahu Akbar' nella piazza del Mercato di Turku. Anche la Finlandia entra nella mappa del terrore in Europa, dopo che solo ad aprile era stata indicata come "il Paese più sicuro del mondo" dal rapporto biennale sul turismo del World economic forum. È la prima volta che il tranquillo Stato scandinavo di cinque milioni di abitanti (di cui 70.000 musulmani) entra nel mirino del terrorismo islamico: finora nella sua cronaca nera spiccavano solo un paio di stragi nelle scuole, tra il 2007 e il 2008, con un bilancio di una ventina di morti. 

Negli ultimi mesi, però, gli 007 di Helsinki avevano già allertato su una possibile minaccia jihadista: il 15 giugno l'agenzia di sicurezza del Supo ha innalzato il livello di allarme da basso a elevato, spiegando che il rischio di un attentato non era mai stato così alto per la Finlandia. In particolare veniva evidenziato come il Paese fosse citato sempre più spesso nella propaganda dell'Isis, forse anche per via della trentina di 'foreign fighters' partiti dal Paese per combattere in Siria e Iraq, e come fossero ben 350 gli elementi segnalati dall'intelligence per possibili legami terroristici, l'80% in più rispetto al 2012. Pochi giorni dopo la polizia aveva reso noto di aver sventato un attentato contro una chiesa a Helsinki

Ad accendere gli animi solitamente pacati di molti finlandesi c'è poi la prima mega-moschea per 1.200 fedeli che i musulmani vorrebbero costruire nella capitale finlandese con i fondi della famiglia reale del Bahrein: alcuni la vedono come un possibile luogo di aggregazione e integrazione, altri come un'indebita ingerenza e una potenziale minaccia alla laicità del Paese nordico.

“Prima o poi, doveva succedere. Eravamo allertati da tempo…”: le forze antiterrorismo spagnole erano consapevoli della probabilità di un attentato in Catalogna e avevano dichiarato un livello 4 di allarme, che tuttavia non può blindare da tutte le possibilità, soprattutto per la semplicità di attuazione di un attentato col furgone. E’ quanto hanno dichiarato fonti dell’antiterrorismo al quotidiano “Abc”, che spiega anche come fosse solida la consapevolezza che la Catalogna era (e resta) l’area decisamente più a rischio del Paese.

Non era frutto solo di un’analisi, ma di un algoritmo utilizzato – cita “Abc” nella sua esclusiva – dal Citco, il Centro di intelligence contro il crimine organizzato del Ministero dell’Interno spagnolo. Il modello, realizzato per mappare le zone a più alto pericolo jihadista, tiene conto di una serie di fattori socioeconomici rilevati sul campo e trattati con un algoritmo matematico che calibra i pesi dei singoli elementi e ne ricava un quadro dettagliato per municipalità, province e comunità autonome. I dati diffusi da “Abc” si riferiscono al 2015, ma le fonti antiterrorismo consultate dal quotidiano spiegano che in appena due anni la situazione non è potuta cambiare in misura tale da rivedere le conclusioni della mappa.

A Madrid rischi tre volte minori

La seconda comunità autonoma più a rischio dopo la Catalogna è l’Andalusia, terza la comunità valenciana, quarta la capitale Madrid con un pericolo tre volte minore rispetto a quello catalano. I dati sono ribaditi anche quando l’algoritmo è applicato su scala provinciale: il livello di rischio della Catalogna risulta confermato ed è il più omogeneo di tutta la Spagna, con una evidenza particolare per Barcellona, dove è maggiore il rischio di radicalizzazione. Meno omogenei i pericoli in Andalusia, dove i territori con i valori elevati sono Malaga e Almerìa. Ulteriore conferma risulta anche dalla successiva applicazione dell’algoritmo su scala minore, quella delle ‘secciones censales’: Catalogna nel centro del mirino con quasi la metà dei rischi rispetto al resto della Spagna messo assieme (seguita da Murcia e Andalusia).

“I dati  cui ha avuto accesso ‘Abc’ – spiega il quotidiano – sono conformi al fatto che in Catalogna si concentra la massa maggiore di popolazione musulmana di tutte le comunità, circa 400.000 persone, il che vuol dire più del 20% del totale della Spagna. Ed è anche quella che presenta il maggior numero di centri di preghiera islamici o moschee, con 268, quasi il 20% di quelle presenti in tutto il territorio nazionale. Ci sono numeri molto eloquenti: a Barcellona, alla data della elaborazione dello studio, c’erano 28 luoghi di culto importanti, seguivano Santa Coloma de Gramanet, nella stessa provincia, con otto; Tarrasa e Tarragona, con sette; Sabadell con sei; Badalona, Hospitalet de Llobregat e Figueras (Gerona) con cinque". La comunità musulmana in Catalogna, per le origini, presenta due grossi blocchi: i marocchini e i nazionalizzati spagnoli, assieme ai pachistani a Barcellona. La gran parte dei restanti arriva da Gambia, Algeria e Senegal fra gli altri Paesi.

Quasi metà delle radicalizzazioni è in terra catalana

E’ proprio questa eterogenea provenienza, per le fonti dell’antiterrorismo spagnolo, a favorire la comparsa di focolai e gruppi di simpatizzanti e sostenitori di diverse organizzazioni islamiste radicali. Già il ministro dell’Interno pro tempore, Jorge Fernández Díaz, avvertì a dicembre 2015 che la Catalogna era zona particolarmente sensibile con il 45% dei casi di radicalizzazione registrati in Spagna, nonché uno dei più elevati indici di detenzione di jihadisti.

Molto più di recente, soltanto a luglio scorso, il direttore dell’IEEE (Istituto spagnolo di studi strategici) del Ministero della Difesa, generale Miguel Ángel Ballesteros, ha rilevato come “punti caldi” di radicalizzazione jihadista in Spagna Ceuta e la Catalogna: la prima per la “permeabilità” con il Marocco, la seconda “per la presenza delle seconde generazioni”, mentre per l’Andalusia a giudizio del generale non ci sono “livelli di radicalizzazione più allarmanti che in qualsiasi altra comunità”. Gli allerta insomma erano chiari, precisi e dettagliati.

Niente più matrimonio riparatore in Libano: lo sfregio alla donna stuprata di dover sposare il suo stupratore per salvarlo dal carcere è stato finalmente cancellato. Dopo una battaglia di oltre un anno e mezzo da parte delle associazioni per i diritti delle donne e un lungo iter parlamentare, i deputati di Beirut hanno abolito il famigerato articolo 522. Una decisione che segue a pochi mesi di distanza iniziative simili in Tunisia e Giordania.

Si assottiglia così la lista dei Paesi dove questa pratica – definita dallo stesso ministro libanese per gli Affari femminili, Jean Oghassabian, roba dell’”età della pietra” – è ancora permessa legalmente. È ancora in vigore in sette Paesi arabi: Algeria, Bahrain, Iraq, Kuwait, Libia, Siria e Territori palestinesi. Senza contare diversi Paesi dell’America Latina, le Filippine e il Tagikistan, tra gli altri, dove tuttora sopravvive (in Italia è stata abolita nel 1981, sedici anni dopo il rifiuto di Franca Viola).

“Quella di oggi è una vittoria per la dignità delle donne”, ha commentato il gruppo Abaad, battutosi anni per questo risultato, ricordando che “non è più possibile scappare alla punizione per stupro e atti sessuali condotti con la forza e la coercizione”. Come ha sottolineato un attivista, la legge permetteva “una seconda aggressione ai diritti della sopravvissuta allo stupro in nome dell’’onore’ intrappolandola in un matrimonio con il suo stupratore”.

L'importante risultato è stato ottenuto grazie a una campagna di pressione costante, con tanto di ‘installazioni’ sulla Corniche di Beirut fatte di vestiti da matrimonio appesi come manichini senza vita e donne con vestiti bianchi lacerati e sanguinanti con un cartello che ricordava come “un vestito bianco non copre lo stupro”. Concetto ripreso anche nei cartelloni pubblicitari che invitavano a firmare la petizione on-line.

 

Una vittoria solo parziale

Ma la strada è ancora lunga, sottolineano gli attivisti, e non tutti sono pronti a gridare vittoria. Come ha sottolineato l’associazione Kafa su Facebook, si tratta di un risultato “parziale”. Gli effetti dell’articolo 522, infatti, “continuano sotto l’articolo 505, che riguarda il sesso con un minorenne di 15 anni, così come l’articolo 518 che riguarda l’adescamento di un minore con la promessa di matrimonio”.

Human Rights Watch ha espresso soddisfazione per l’abrogazione dell’articolo 522, “un passo importante e lungamente atteso per proteggere i diritti delle donne in Libano”. Ora, ha continuato Bassam Khawaja, ricercatore libanese dell’organizzazione, “il Parlamento dovrebbe andare avanti adottando la legislazione in attesa che mette fine ai matrimoni con minorenni e allo stupro coniugale, entrambi ancora legali nel Paese dei Cedri”.

 

“Pur accogliendo con favore l’abrogazione dell’articolo 522 del codice penale, abbiamo delle riserve sugli articoli 505 e 518. Non ci sono eccezioni per sfuggire alla pena per stupro”, ha confermato il ministro Oghassabian.

Accoltellamento di passanti nel centro della citta' finlandese di Turku. Secondo i media locali si tratterebbe di un attentato terroristico che potrebbe essere stato condotto da più persone. L'azione terroristica avrebbe ucciso almeno un uomo. Lo riferisce il quotidiano finlandese Turun Sanomat, in un articolo accompagnato da una foto che ritrae un corpo apparentemente privo di vita coperto interamente da un lenzuolo bianco. Secondo un testimone, le cui parole sono riportate da media locali, "tre armati di coltello che urlavano 'Allahu Akbar' hanno colpito almeno 5 persone lungo il loro percorso". 

Due attentati terroristici. Uno a Barcellona, uno a Cambrils. 14 le vittime ufficiali, 130 i feriti da almeno 32 nazionalità. Due italiani coinvolti: si tratta di Bruno Gullotta, 35 anni e Luca Russo, 25. 

Cosa sappiamo  

L’attentato di Barcellona: 

Alle 17.05 di giovedì 17 agosto (qui la nostra diretta) un furgone si è scagliato sulla folla di un’area pedonale di Barcellona, chiamata Las Ramblas, una via costellata di locali e popolata di turisti. Il furgone ha proseguito a zig zag per circa settecento metri lasciando a terra i corpi straziati di centinaia di persone. 13 sono morte, oltre 100 i feriti. Ha proseguito fino ad un mosaico di Joan Mirò quando gli uomini a bordo lo hanno abbandonato. 

L’attentato di Cambrils: 

Otto ore dopo l’attacco di Barcellona, alle 2 di notte circa, la polizia catalana ha fermato e ucciso cinque sospetti nella città di Cambrils, 100 chilometri a sud della capitale catalana. Gli uomini erano a bordo di un’Audi A3. Indossavano cinture esplosive, non è ancora certo della loro autenticità. 

Per le autorità l’uccisione di questi terroristi avrebbe impedito che il secondo attacco. Nell’azione terroristica oltre agli uomini del commando è morto un civile e sei sono rimasti feriti. Il bilancio dei morti quindi è salito a 14. 

Chi ha rivendicato l’attacco

L’Isis poche ore dopo i fatti di Barcellona ha rivendicato l’attacco. Le autorità però non hanno finora ufficializzato il coinvolgimento dell’organizzazione terroristica. La polizia ha arrestato giovedì due uomini. Nessuno dei due però era alla guida del furgone di Barcellona. Uno è un uomo nato nel terroritorio spagnolo del Marocco, Melilla.

L'arresto di due persone, il giallo dei fratelli Oukabir

E’ stato arrestato a Alcanar, dove la notte precedente all’attentato si sarebbe verificata un’esplosione di una palazzina che il giorno dopo gli inquirenti hanno collegato agli attentati di Barcellona: il sospetto è che lì si stessero preparando degli esplosivi. Un tentativo fallito. Il secondo uomo è Driss Oukabir, marsigliese di origine marocchina, che abita a Ripoll, cittadina a nord di Barcellona, subito a ridosso del confine francese. L’uomo ha detto di non essere coinvolto nell’attentato, si è rivolto alla polizia dopo che questa ha diffuso una sua foto perché con i suoi documenti è stato noleggiato il furgone. Ma Driss sostiene che i suoi documenti gli sono stati rubati. La polizia starebbe ancora cercando l’autista del furgone. I sospetti sono ricaduti sul fratello più giovane di Driss, Moussa, 17 anni, che al momento non è rintracciabile. 

Le vittime accertate

Le vittime dell’attentato verrebbero da almeno 34 nazioni, scrive il New York Times. 26 francesi, 11 di questi in gravi condizioni, secondo il ministro degli esteri francesi. Due gli italiani, e almeno un ferito. 

Cosa ancora non sappiamo 

  • L’identità dell’autista del furgone non è certa. Moussa Oukabir al momento è solo sospettato.
     
  • Al momento i nomi e le nazionalità delle vittime non è ancora del tutto chiarita. Sappiamo degli italiani. 
     
  • Il coinvolgimento dello Stato Islamico è un’ipotesi, concreta, ma non si sa se il piano è stato condotto dall’Isis o se l’organizzazione terroristica abbia solo ispirato il commando. 
 
 
 

La Grande Muraglia cinese è in pericolo. La colpa è dei turisti che negli ultimi decenni hanno preso l'abitudine di lasciare un segno del loro passaggio utilizzando coltelli, gessetti e scalpelli. Scritte e firme, dediche e messaggi accompagnati da selfie e fotografie da far circolare in rete. Atti d'inciviltà che sono diventati ormai così familiari da ledere l'immagine e la bellezza del sito, dichiarato patrimonio dell'umanità dall'Unesco nel 1987. 
 
 
Percorrendo i suoi  8.851,8 chilometri, misura ufficiale dal 2009, ottenuta grazie alle nuove tecnologie, si ha l'impressione di trovarsi davanti ad una nuova Torre di Babele. Ideogrammi e simboli, lettere coreane o frasi in inglese, si moltiplicano senza sosta lungo tutto il perimetro. "Graffiti" multilingue che hanno scatenato una nuova ondata di critiche e, soprattutto, di richieste di sanzioni per i vandali. Le ultime, risalenti al 2003, prevedono una multa irrisoria, dai 200 ai 500 yuan, ovvero dai 30 ai 75 dollari. Pochissimi. 

Le misure ritenute "insufficienti"

Negli ultimi anni sono state intensificate le misure per prevenire quella che è diventata una moda. Sono state istituite pattuglie speciali e si è provveduto a tappezzare l'area di cartelli e avvisi. Un altro tentativo è stato quello di individuare, nei punti di maggiore interesse, delle aree specifiche per permettere ai turisti di lasciare il proprio ricordo in maniera innocua. Delle vere "Graffiti Zone" dedicate a chi vuole, a tutti i costi, immortalare un segno del proprio passaggio in terra cinese. Il più importante si trova a Mutianyu, ad un'ora da Pechino. Una sorta i sacrificio che non ha portato grandi benefici.  

Una storia che si ripete

Non è la prima volta che Pechino lancia un appello simile. Nello scorso ottobre, Bobby Brown, stella NBA, pubblicò sul social cinese Weibo, una foto della sua firma sulla Grande Muraglia scatenando l'ira del web. Il giocatore, in tour in Asia con gli Houston Rockets, fu costretto a scusarsi pubblicamente. "Sei contento della tua opera? Quel muro fa parte del patrimonio di tutti noi e non del bagno di casa tua". Questo fu uno dei messaggi più famosi e più virali. Una risposta che mostrava quanto il problema, oggi più che mai, sia soprattutto culturale. 
 

Il secondo italiano vittima dell’attentato di Barcellona è Luca Russo, 25 anni, ingegnere originario di Bassano del Grappa (Repubblica). Secondo quanto risulta ad Agi è originario di Marostica. Laureatosi un anno fa all’Università di Padova, lavorava per un’azienda di Carmignano del Brenta (Il Mattino di Padova). Non ci sono conferme ufficiali ma un profilo Facebook che risponde a queste informazioni in questi minuti si sta riempendo di messaggi di cordoglio da parte di amici e parenti della vittima. La prima vittima è stata confermata questa mattina e si tratta di Bruno Gullotta.

"Nasciamo senza portare nulla, moriamo senza portare via nulla"

L’ultimo post pubblicato il 15 giugno recita: “Nasciamo senza portare nulla, moriamo senza portare via nulla. Ed in mezzo litighiamo per possedere qualcosa".  Il 4 dicembre 2016, appena laureato, condivide una sua foto che lo ritrae sorridente con una corona d’alloro: “108 motivi per essere felice. Grazie davvero a tutte le persone che mi hanno sostenuto in questi anni”. E poi una citazione di Steve Jobs: “Adesso prontissimo per incominciare una nuova esperienza lavorativa. Siate affamati, siate folli”.  

"Io sono di quelli che ancora ci spera"

Il suo profilo è un continuo inno alla vita, in ogni post, in ogni aggiornamento condiviso: “Io sono uno di quelli che ancora ci spera, che se in un sogno credi tanto prima o poi si avvera!” scriveva il 10 ottobre, e ancora il 26 settembre: “Siccome là fuori è pieno di gente che vi dice che non c’è speranza, che non c’è futuro, voi sappiatelo che nel momento in cui pensate che non ci sia speranza e non ci sia futuro, allora la speranza smette di esistere, il futuro smette di esistere. Portate a far vedere le vostre facce, e diteglielo a quelli là, che il meglio deve ancora venire!” citando il discorso finale del cantante Ligabue ad uno dei suoi concerti. Le foto lo ritraggono sempre sorridente, i suoi messaggi sempre positivi. “L'amicizia e l'amore sono importantissimi per la vita umana. Possiamo dire che nessun essere umano può farne a meno e d'altra parte tutti ne conosciamo, chi più chi meno, l'influenza sulla nostra vita” scriveva un anno fa. 

Il volontariato a Bassano

Su Linkedin oltre alla sua laurea in Ingegneria vengono riportate anche alcune esperienze di volontariato fatte a Bassano del Grappa, come quella per la Città della Speranza, fondazione nata per raccogliere fondi per costruire un reparto di oncoematologia pediatrica in ricordo di un bambino del luogo scomparso a causa della leucemia. 

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