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Estero

Questa cittadinanza onoraria non s’ha da fare. Almeno fino a che, in Turchia, a comandare ci sarà Recep Tayyip Erdoğan. Lo sa bene Orhan Pamuk, 65 anni, premio Nobel per la Letteratura e una delle ultime voci critiche nei confronti del governo autoritario del Presidente. E ora lo sa anche la città di Sarajevo che aveva deciso di conferire allo scrittore l’onorificenza prima di fare un passo indietro per colpa delle pressioni arrivate da parte da Ankara.

Cos’è successo

Il Guardian ha provato a ricostruire i tasselli di un puzzle ancora poco chiaro. Pamuk, diventato megafono della paura e dell’incertezza vissuta da molti suoi connazionali, ha scelto di occuparsi nella sua prossima opera della città bosniaca e di alcuni fatti relativi alla guerra dei Balcani. Con l’intenzione di visitarne, a breve, i luoghi simbolo e di respirarne l’atmosfera e la storia. Ora tutto potrebbe cambiare. Secondo Damir Uzunović, uno dei più importanti registi e intellettuali bosniaci, nonché il suo editore locale, c’è stato un vero voltafaccia da parte del consiglio comunale nei confronti di una decisione che sembrava scontata. Nella prima votazione il conferimento della cittadinanza onoraria a Pamuk era stato accettato all’unanimità (7 voti favorevoli su 7) ma, in una seconda votazione, in quattro hanno deciso di cambiare completamente la propria decisione.

Ma cosa ha fatto per Sarajevo?

Uzunović ha confermato che la motivazione fornita dall’amministrazione è semplice quanto disarmante: “Orhan Pamuk non ha fatto nulla o quasi per la città di Sarajevo”. Ma la verità, secondo molti, è che una decisione del genere avrebbe potuto irritare la Turchia. Tra i politici più influenti del paese, infatti, c’è Bakir Izetbegović, attualmente alla guida del Partito d’Azione Democratica (SDA), molto vicino alle posizioni e alle politiche di Erdogan. Eppure Pamuk sarebbe stato il primo premio Nobel a voler avvicinarsi concretamente alla Capitale bosniaca per raccontarne alcuni lati nascosti. Una visita che avrebbe fatto molto rumore visto che parliamo di uno degli autori più amati e più letti nel Paese: “Abbiamo invitato molte volte il signor Pamuk affinché venisse a trovarci e ora gli stiamo dicendo che non è più il benvenuto”.

Un danno alla città

Malik Garibija, portavoce del principale partito di opposizione (SDA) ha sottolineato come il governo di Sarajevo si stia inginocchiando davanti al volere turco dimenticando di essere stato eletto per un altro scopo: "Spero che Orhan Pamuk possa ancora diventare un cittadino onorario della nostra città. I grandi libri che ha scritto lo rendono uno dei più grandi scrittori della storia. I suoi scritti continueranno ad esistere molto tempo dopo che tutti questi tumulti politici saranno stati dimenticati”. Quel che resta, per ora, è la brutta figura che Sarajevo ha offerto al mondo.

In Ghana le chiamano KayaYei, sono le “portatrici” che nei mercati di tutta l’Africa sub-sahariana, trasportano merci sulla testa con appositi contenitori di metallo per pochi spiccioli al giorno. Sono tutte ragazze, appena poco più che bambine, fuggite dalle zone più aride e povere dei paesi in cui vivono. In questo caso emigrano dalle Regioni del Nord, dove il clima è quello pre-desertico della fascia del Sahel, per cercare fortuna in città. Ciò che trovano invece è sfruttamento del lavoro, violenza, stupri, povertà estrema. Le KayaYei, parola che deriva da una combinazione della lingua Hausa e Ga e che indica per Kaya, portare e per Yei, il femminile plurale, si possono incontrare in tutti i mercati cittadini. Ad Accra sono al Nima, al Makola e nella ampia e devastata area di Agbogbloshie, dove le abbiamo incontrate e dove sorge la più grande discarica di rifiuti elettronici di tutta l’Africa. Un vero inferno sulla terra. Qui le KayaYei lavorano per più di 10/12 ore al giorno, sotto al sole, senza acqua, cibo, in condizioni igieniche pessime guadagnando, quando la giornata è buona, circa 10 ghana cedi, pari a 1,8 euro. 

Nel caos dei mercati, si sente gridare “kayayo!” quando è richiesta l’assistenza di una di queste ragazze per portare le merci comprate, frutta, verdura e qualsiasi altro prodotto possa trovarsi sui banchi. Ad ogni grido arrivano decine di portatrici in forte competizione l’una con l’altra, per offrire il loro servizio di trasporto e da qui la riduzione del costo fino quasi a una cifra pari al nulla.

Senza l’accesso ai bagni, senza acqua potabile, le giovani, quasi tutte già madri o incinte pur avendo un’età spesso compresa fra i 12 e i 18 anni, sono costrette a spendere quasi tutto quello che guadagnano per comprare bustine di acqua e cibo dai banchetti per sfamare loro stesse e i loro figli. Hindu, la incontriamo ad Agbogbloshie, dice di avere 20 anni, ma ne dimostra 15 e confessa di avere una gran voglia di tornare sui bachi di scuola. Mariam, viene da Tamale, al Nord, ha 12 anni e non è mai andata a scuola. Alice è più matura, è ad Accra da 10 anni. Il suo viso è stanco e dimostra ben più dei suoi 25 anni. Alice dice di non poter ancora tornare nel suo villaggio perché non ha fatto abbastanza soldi per rientrare. Munira ha cinque bambini, uno le è morto, ma è felice di essere riuscita a mandarne due a scuola perché – afferma prima di salutarci – “quando mandi un bambino a scuola educhi un intero villaggio”.  

Come risultato di questa vita insana le KaYayei, oltre a essere soggette a gravidanze precoci e indesiderate e a violenza in quanto dormono per strada, soffrono di diarrea, infezioni alle vie respiratorie, malattie della pelle, dolori alle ossa e alla schiena a causa del peso sulla testa che portano costantemente. Alcune Organizzazioni non governative si occupano di loro in Ghana, come la Society for Women and Aids in Africa o la Marie Stopes International e l’Unfpa, ma c’è ancora moltissimo da fare per salvare queste ragazze dalla condizione di schiavitù e disperazione in cui vivono. 

L’Antropocene, cioè l’era geologica attuale – ma non ancora ufficiale – caratterizzata dal forte condizionamento dell’uomo, ha una data di inizio precisa. È il quarto trimestre del 1965 – tra ottobre e dicembre quindi – il periodo dei test nucleari del secondo dopoguerra. Lo ha stabilito Nature, la rivista scientifica inglese, su cui è appena stata pubblicata una ricerca che fissa a quella data il golden spike, ovvero l’evento in grado di segnare il cambio da un’era all’altra.

L’albero più solitario del mondo

Oggi, ufficialmente, ci troviamo ancora nell’era chiamata Olocene, iniziata circa 11.700 anni fa in seguito alla Glaciazione Würm. Da più di trent’anni gli studiosi di geologia stanno cercando le prove per affermare che siamo oramai entrati in una nuova fase, l’antropocene. Per farlo “serve una firma globale sincrona all’interno dei materiali di formazione geologica”, si legge nella ricerca guidata dal ricercatore australiano Chris Turney dell’università del Nuovo Galles del Sud. In altre parole, è necessario risalire a tracce naturali in grado di rivelare informazioni fisiche, chimiche e paleontologiche che confermino il salto contemporaneo di era in tutto il pianeta. La traccia che mancava ora sembra esserci, e si trova sull’isola Campbell, 600 chilometri a sud della Nuova Zelanda. Su questo sperduto e incontaminato territorio vive un unico albero – “il più solitario al mondo”, perché non ve ne sono di più vicini nell’arco di 200 chilometri. È un peccio di Sitka, una pianta che normalmente si trova a latitudini più a nord, ma che secondo la Bbc è stata portata su quell’isola intorno al 1905.

La prova che mancava

L’albero è stato analizzato con il metodo del carbonio-14. Nei suoi anelli è imprigionato un picco di isotopi del carbonio che, secondo gli studiosi, proviene dai test nucleari dell’emisfero settentrionale avvenuti tra 1950 e 1960. E in particolare il picco è avvenuto negli ultimi mesi del 1965, “in concomitanza con la ‘Grande Accelerazione’ della produzione industriale e del consumo”, si legge nella ricerca. Intervistato dalla Bbc, il professor Turner ha spiegato perché un albero del sud del mondo dovrebbe rappresentare una traccia così importante, quando la maggior parte delle attività umane si concentrano in altre aree: “Il problema con ogni prova dell’emisfero nord è proprio il fatto che lì avvengono la maggior parte delle azioni umane. Il peccio di Sitka invece è in un luogo incontaminato: è difficile pensare a un posto più sperduto di quello”.

Quella pianta è cioè la testimonianza di quanto sia globale l’intervento umano sull’ambiente. Per poter essere accettata come prova, che in gergo si chiama Global Boundary Stratotype Section and Point (GSSP), il marcatore deve poter essere verificabile dagli scienziati anche tra decine di migliaia di anni: il radiocarbonio si preserva per circa 50/60 mila anni ma, garantisce Turner, “le tracce delle bombe atomiche rimarranno nel terreno anche più tardi”.

"Free Tariq Ramadan". La comunità islamica italiana si mobilita per la causa dell'islamologo svizzero detenuto a Parigi da venti giorni con le accuse di stupro per fatti relativi a diversi anni fa.

Ora è ricoverato in ospedale a causa dell'aggravamento delle sue condizioni di salute. È emerso infatti che l'accademico è malato di sclerosi multipla. Intanto la comunità islamica europea, e una fetta importante di quella italiana, si mobilitano per la sua liberazione in attesa del processo. "Nessuno pretende che non venga processato ma ciò che chiediamo è che vengano rispettati i suoi diritti e applicato il principio di presunzione d'innocenza", spiega Davide Piccardo, esponente del comitato italiano Free Tariq Ramadan e volto noto tra i musulmani di Milano.

La mobilitazione è prima di tutto virtuale: online ci sono una petizione che ha raccolto oltre 85mila firme, una pagina francese da quasi 40mila mi piace (quella italiana è nata qualche giorno fa e ne conta un migliaio), decine miglia di post di solidarietà e foto profilo dedicate. "Si è recato volontariamente in tribunale con assoluta fiducia nella magistratura – spiega ancora Piccardo. È stato incarcerato e tenuto in isolamento, la famiglia non lo vede da 18 giorni, non gli hanno permesso nemmeno di ricevere telefonate".

Piccardo avanza non pochi dubbi anche su come è stato gestito finora il processo: "L'accusa è tutt'altro che solida – sottolinea. Sono emerse delle contraddizioni nelle dichiarazioni delle due presunte vittime, ad esempio dicevano di non conoscersi tra loro ma i tabulati telefonici dimostrano il contrario. Inoltre, era andato smarrito un biglietto aereo che rappresentava un alibi di ferro per Ramadan dato che lo collocava in un altro Paese rispetto al luogo dove sarebbe avvenuto lo stupro. Un trattamento che sicuramente ha contribuito alla mobilitazione dei musulmani che inizialmente non avevano mostrano particolare interesse per la vicenda".

Sul caso è intervenuta anche Sumaya Abdel Qader, la consigliera comunale di centrosinistra a Milano. "Di fronte a certe accuse non si può che attendere il verdetto della magistratura e se colpevole non si può che auspicare una dura condanna e pena", ha premesso in un post su Facebook aggiungendo però che "la famiglia non lo vede da 18 giorni e non riesce ad avere informazioni sul suo stato di salute.

Una delle prove che pare gli diano l'alibi dell'innocenza è stata persa dagli uffici giudiziari. È tutto normale questo? Si fa così con tutti? I principi di trasparenza procedurale, la presunzione di innocenza e i diritti umani sono garantiti? Non si chiedono sconti a Ramadan ma è necessario che venga garantita massima trasparenza e correttezza nel processo e che si tuteli la sua salute in grave condizioni".

Ramadan è stato arrestato il 2 febbraio a Fleury-Merogis, vicino Parigi, e giovedì la Corte di Appello della capitale che sta esaminando la richiesta di scarcerazione per ragioni mediche, aspetta di ricevere un esame medico indipendente per accertare se le sue condizioni siano compatibili con il carcere. La decisione sarà presa giovedì prossimo. 

Si apre un piccolo spiraglio sul fronte del controllo delle armi negli Stati Uniti: la Casa Bianca ha fatto sapere che il presidente, Donald Trump, è favorevole a rendere più efficiente il sistema di controllo dei precedenti per chi acquista un'arma.

C'è già una proposta di legge bipartisan firmata dai senatori John Cornyn (repubblicano del Texas) e Chris Murphy (democratico del Connecticut) che migliora i controlli federali su chi compra pistole e fucili, estendendo il database sui precedenti penali e le segnalazioni di pericolosità e punendo le agenzie federali che non provvedano alle registrazioni richieste.

Trump, ha assicurato uno dei portavoce della Casa Bianca, Raj Shah, "sostiene gli sforzi per migliorare il sistema di controlli federali e venerdì scorso "ne ha parlato con Cornyn e Murphy". L'apertura arriva dopo le polemiche e le proteste scatenate dalla strage in una scuola della Florida, dove un 19enne ha ucciso 17 persone e ferite altre 15.

L'anno scorso Trump aveva eliminato le restrizioni introdotte dal predecessore Barack Obama per impedire a soggetti pericolosi di entrare in possesso di armi: è un sostenitore del diritto alle armi e la potente lobby della National Rifle Association (Nra) lo ha sostenuto nella sua corsa alla Casa Bianca. 

Un ripensamento dopo la strage?

Ora il presidente, che venerdì si era recato insieme alla moglie Melania a visitare i feriti ricoverati in ospedale a meno di un'ora dalla sua residenza di Mar-a-Lago, sembra aver deciso questa piccola apertura ascoltando in tv gli studenti sopravvissuti alla strage che hanno programmato una marcia per il controllo delle armi a Washington, sotto le finestre della Casa Bianca. Nel weekend in Florida il presidente si sarebbe anche confrontato con i suoi ospiti sull'opportunità di controlli più rigorosi per chi compra le armi.

Il provvedimento bipartisan punta a rendere più efficace il sistema di controllo nazionale dei precedenti penali ma non ne allarga la portata: crea incentivi per Stati e agenzie federali perché carichino nel database le informazioni sulle persone che si presume non possano acquistare armi, colmando le lacune attuali. Il progetto di legge ha una portata modesta ma è considerato l'unico che abbia possibilità di passare in un Congresso controllato dai repubblicani.

Murphy ne ha fatto una battaglia quasi personale, Cornyn si è unito al suo sforzo dopo la sparatoria in cui morirono una ventina di persone in una chiesa a Sutherland Springs, in Texas, a novembre. E dopo quella strage in Texas, il procuratore generale Jeff Sessions chiese all'Fbi di fare una revisione del database perché "le informazioni rilevanti potrebbero non essere segnalate".

Parlano i genitori di Cruz, "era solo e depresso"

Intanto, per la prima volta, hanno parlato i genitori di Nikolas Cruz, il 19enne autore del massacro: era un ragazzo solo e depresso ma non aveva dato segnali di allarme, hanno raccontato. Avevano accolto in casa Cruz pochi mesi fa, dopo la morte della madre adottiva a causa di una polmonite (il padre era deceduto molti anni prima).

"Avevamo questo mostro che viveva sotto il nostro tetto e non lo sapevano, non abbiamo visto questo suo lato. Tutti sembravano saperlo, noi no. Semplicemente questo", ha raccontato Kimberley Snead che insieme al marito aveva accolto in casa Nikolas.

Il ragazzo se ne era andato da un'altra famiglia perché la padrona di casa gli aveva detto che le armi non erano ben accette. Al contrario, il fratello Zachary, anche lui adottato, era rimasto presso l'abitazione di Rocxanne Deschamps e dopo la strage è stato trasferito in tutta fretta in un istituto di salute mentale. 

Per gli Snead, le armi in casa non erano un problema, a patto che fossero tenute rinchiuse in un mobile di cui solo il capofamiglia aveva le chiavi. O almeno così credeva, perché dopo la strage, James, veterano dell'esercito, ha riferito alla stampa che ora pensa che Nikolas ne avesse una copia.

Ricordando il breve periodo che il 19enne ha passato con loro, la coppia ha messo l'accento sul suo comportamento ingenuo, sottolineando che non era "ottuso ma naif": non sapeva cucinare, usare il microonde, lavarsi i vestiti e riordinare. "Gli avevamo detto che c'erano delle regole e doveva seguirle". Lo avevano anche aiutato a iscriversi in un istituto speciale e a trovare un lavoretto. Ma non c'è stato tempo

Meglio un cattivo accordo, o quantomeno non un grande accordo, che nessun accordo, con il rischio di rimandare il problema di altri dieci anni o forse più. Con questa presa di posizione, il Vaticano sarebbe pronto a firmare l’intesa con Pechino sulla nomina dei vescovi che fungerebbe da apripista per la ripresa delle relazioni con la Repubblica Popolare Cinese.

La storica firma potrebbe avvenire dalla fine di marzo in poi, secondo quanto dichiarato al Corriere della Sera da una fonte vaticana, dopo la conclusione dei lavori dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, che si apriranno il 5 marzo prossimo e che proseguiranno, come ogni anno, per circa due settimane. 

L’accordo con la Cina sarebbe “un cattivo accordo”, ha dichiarato una fonte vaticana al Corriere della Sera, “perché i cinesi hanno il coltello dalla parte del manico e ogni volta che noi cattolici lo afferriamo, sanguiniamo”, come contropartita il governo cinese accetta che la Chiesa entri nelle questioni religiose, una cosa “mai ammessa prima”: non stringere un accordo adesso, quindi, potrebbe rendere più difficile il dialogo in futuro.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche altre dichiarazioni rese alla stampa internazionale da funzionari vaticani. L’intesa raggiunta finora non sarebbe “un grande accordo”, ha spiegato una fonte vaticana all’agenzia Reuters all’inizio di febbraio, “ma non sappiamo quale potrebbe essere la situazione nei prossimi dieci o venti anni”.

L’accordo sarebbe vicino anche per il Wall Street Journal, che ha citato una fonte al corrente delle trattative tra Pechino e la Santa Sede, perché Papa Francesco avrebbe deciso di accettare la legittimità di sette vescovi cattolici nominati dal governo cinese per favorire il processo di riconoscimento del pontefice stesso come capo della Chiesa Cattolica in Cina. 

Per il vescovo emerito di Hong Kong, così la Chiesa si "svende" 

Proprio il riconoscimento dei vescovi nominati da Pechino da parte della Chiesa di Roma è stato il caso che ha fatto maggiormente discutere nelle scorse settimane e che ha fatto infuriare uno storico oppositore dell’accordo tra Cina e Vaticano, il cardinale Joseph Zen Ze-kiun: il vescovo emerito di Hong Kong si è recato in Vaticano, secondo quanto scrive lui stesso in una lettera aperta pubblicata dal sito web Asianews.it, per chiedere lumi al Papa sulla decisione di rimuovere due vescovi cinesi della Chiesa clandestina per fare posto ad altrettanti vescovi graditi a Pechino.

L’accordo sarebbe “una catastrofe”, almeno per i milioni di cattolici in Cina rimasti fedeli alla Chiesa di Roma e riuniti nella Chiesa clandestina. Il vescovo emerito di Hong Kong, che si definisce “il maggiore ostacolo” all’accordo, ha accusato la Chiesa di “svendersi” ai desiderata di Pechino e nel suo ultimo intervento pubblico, ripreso dall’Associated Press, ha anche duramente attaccato il cardinale Pietro Parolin, che ha definito “un uomo di poca fede” che non capisce la “reale sofferenza” dei cattolici cinesi.

Il segretario di Stato Vaticano, pochi giorni prima, intervistato da Vatican Insider, aveva affrontato il problema dell’accordo con Pechino e della divisione dei cattolici in Cina, tra i fedeli alla Chiesa clandestina e i fedeli alla Chiesa patriottica, che agisce con il benestare delle autorità cinesi.

Per Parolin, “non si tratta di mantenere una perenne conflittualità tra principi e strutture contrapposti, ma di trovare soluzioni pastorali realistiche che consentano ai cattolici di vivere la loro fede e di proseguire insieme l’opera di evangelizzazione nello specifico contesto cinese”.

L’accordo in vista tra Cina e Vaticano ha fatto inarcare i sopraccigli anche degli esperti statunitensi perché concederebbe “un ruolo significativo al regime comunista cinese nella nomina dei vescovi cattolici romani in Cina”, secondo quanto scrive Foreign Policy.

Perché firmare un accordo del genere? Dopo l’excursus storico che prende in considerazione vari momenti della storia della Chiesa, dalla breccia di Porta Pia a oggi, la conclusione del magazine statunitense è che “la diplomazia vaticana poggia su fondamenta traballanti e insicure” e su quelle che definisce “fantasie che la Santa Sede nel ventunesimo secolo possa agire a livello internazionale come se fosse il 1815, quando il cardinale Ettore Consalvi, il capo della diplomazia di papa Pio VII, è stato un attore significativo al Congresso di Vienna”, che ha stabilito l’ordine in Europa dopo la caduta di Napoleone. L’accordo sarebbe una mossa di realpolitik, secondo secondo Foreign Policy, ma “queste fondamenta traballanti e questa fantasia non sono una ricetta per il successo diplomatico”.

La diplomazia dell'arte

I contatti tra Pechino e la Santa Sede sono, però, già oggi una realtà. L’opera di avvicinamento si compie in quella che è nota come la “diplomazia dell’arte” e che vede nello scambio di mostre dal tema “La bellezza ci unisce” il punto più alto: nella primavera di quest’anno i Musei Vaticani metteranno in mostra quaranta opere d’arte cinesi, e contemporaneamente alla Città proibita, l’antica sede imperiale cinese, sarà possibile ammirare quaranta opere dei Musei Vaticani.

Un ponte culturale che, oggi, sembra essere il preludio del più vasto accordo tra Cina e Vaticano e che Taiwan osserva da tempo con preoccupazione. Taipei conta oggi venti alleati diplomatici, e la dipartita del Vaticano costituirebbe la perdita dell’unico alleato in Europa e la più grave perdita nelle relazioni estere dopo l’annuncio del presidente di Panama, Juan Carlos Varela, nel giugno scorso, del riconoscimento diplomatico della Cina con capitale Pechino, e la conseguente chiusura dell’Ambasciata a Taipei, ovvero nella Repubblica di Cina, con cui Panama aveva stretto rapporti già nel 1912. La maggiore parte di alleati diplomatici dell’isola sono in America centrale, nei Caraibi e nel Pacifico: in Africa sono rimasti due soli Paesi, Burkina Faso e Swaziland, a riconoscere Taipei.

Le ansie di Taipei, sempre più sola 

Ancora oggi, il Ministero degli Esteri di Taipei ha difeso i propri sforzi diplomatici e ha ribadito che continua a monitorare il dialogo tra Cina e Vaticano: i legami tra Taipei e Città del Vaticano rimangono “forti e stabili”, ha fatto sapere il portavoce, Andrew Lee, dopo le indiscrezioni comparse sul Corriere della Sera. Taiwan, ha aggiunto, punta a diventare “partner insostituibile” del Vaticano nelle questioni di assistenza umanitaria.

I colloqui tra Pechino e  la Santa Sede sono focalizzati soprattutto su questioni religiose più che politiche, anche se secondo quanto rivelato da un alto prelato al Corriere della Sera, “é logico che la tappa successiva sarà, prima o poi, la distensione diplomatica”, dopo la rottura dei rapporti nel 1951, due anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese da parte di Mao Zedong.

Proprio quel “prima o poi”, nella firma dello storico accordo è stato al centro di un editoriale di uno dei più influenti giornali cinesi, il Global Times, che il 6 febbraio scorso dichiarava di confidare nella “saggezza del Papa” per trovare una soluzione alle divisioni che intercorrono con Pechino. La Cina e il Vaticano “stabiliranno relazioni diplomatiche prima o poi”, aveva scritto il giornale. “Papa Francesco è un’immagine positiva per il pubblico cinese.

Ci si aspetta che porti avanti i legami Cina-Vaticano e risolva i relativi problemi con la sua saggezza”. La questione di Taiwan rimane, invece, sullo sfondo per il tabloid di Pechino, “perché la mainland ha molti strumenti per esercitare pressione su Taiwan”. 
 
Dopo la decisione di Panama di lasciare Taiwan per la Cina, molto sofferta per Taipei, dal momento che non si trattava di un ri-allacciamento dei legami diplomatici, ma di un inizio di rapporti dello Stato centro-americano con la Repubblica Popolare Cinese, ora Taiwan teme di perdere anche l’alleato di maggiore peso.

Solo pochi mesi fa, la presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, aveva invitato Papa Francesco sull’isola: a settembre scorso aveva formulato l’invito al cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede, giunto sull’isola per il ventiquattresimo Congresso Mondiale dell’Apostolato del Mare, che si è svolto nella città portuale di Kaohsiung.

Prima ancora, il 20 gennaio dello scorso anno, a poche ore dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, Tsai aveva inviato una lettera a Papa Francesco dichiarando di impegnarsi per “una nuova era di pace con Pechino”, sottolineando la “stretta cooperazione” nei rapporti tra Taiwan e il Vaticano fondati sui “valori comuni della democrazia, della libertà e dei diritti umani”. Entrambe le mosse, però, sono rimaste senza risposta ufficiale.
 

"Non sottovalutate Annegret", è la battuta che si sente piu' spesso in queste ore a Berlino. La sottovalutarono la Spd​ e Martin Schulz, l'anno scorso, quando credettero di poter conquistare facilmente il Saarland, governato appunto da Annegret Kramp-Karrenbauer, detta anche "AKK".

E invece vinse lei con un fragoroso 40% dei consensi, interrompendo bruscamente l'onda anomala che aveva portato al boom nei sondaggi dei socialdemocratici, con uno Schulz festeggiato come un campione vincente, capace di strappare la cancelleria ad Angela Merkel.

Al contrario, fu l'inizio della fine, per la Spd: tre sconfitte regionali consecutive, il disastro alle elezioni politiche, e adesso il caos ai vertici e l'inabissamento dei consensi (oggi, per la prima volta, il partito che fu di Brandt e Schmidt è stato superato dall'estrema destra dell'Afd​).

Merkel: "Mi fido completamente di lei"

Ebbene, ora Annegret Kramp-Karrenbauer ha serie chances di essere davvero la "delfina" di Frau Merkel: la cancelliera e presidente della Cdu, ha annunciato che sarà lei, governatrice del Saarland, il nuovo capo organizzativo del partito al posto di Peter Tauber. In teoria, un passo indietro, da presidente di un Land, per quanto piccolo, ad un ruolo partitico. In realtà, due passi avanti. "Io la conosco da molti anni, mi fido completamente di lei", ha detto Merkel. E c'è da crederle.

Le due hanno molto in comune: sono donne, sono forti, sono estremamente popolari. E, soprattutto, hanno ambedue caratteristiche personali e politiche tali da poter essere apprezzate pure da un elettorato socialdemocratico, incarnando in qualche modo il volto più "moderno" dei cristiano-democratici. Il limite insito a questa caratteristica è evidente: può lasciare sempre di più scoperto il "fianco destro" della Cdu.

In compenso, sia "AKK" che Merkel hanno in comune la capacità di farsi sentire vicine alla cosiddetta "gente comune". "Sempre solo far le pulizie nel Saarland, che noia", ha detto scherzando Kramp-Karrenbauer, in perfetto dialetto, travestita da donna delle pulizie ad una festa di carnevale di tre anni fa.

Uno sketch che fece furore in tv e in rete, facendo drasticamente aumentare la sua popolarità. In realtà, il suo odierno passaggio alla politica nazionale tedesca (la sua elezione a capo organizzativo del partito è fissata per il 26 febbraio) non sorprende, anzi: si era parlato di un ministero tutto per lei durante le trattative per la nuova Grosse Koalition. E invece niente. Ma sembra che la mossa di oggi sia stata preparata da mesi.

La 55enne avrebbe lei stessa proposto alla cancelliera di poter fare la segretaria generale della Cdu, e a nessuno sfugge che è il ruolo che vent'anni fa fece da trampolino di lancio alla stessa Merkel.

Per lo Spiegel, il 'merkelismo' è al tramonto

Lo Spiegel, tra i tanti, ipotizza che il prossimo passo sarà quello di nominarla, a tempo dovuto, leader del partito. Con ciò, circostanze permettendo, anche futura candidata cancelliera, perfettamente in linea con il 'merkelismo' come la Germania lo ha vissuto dal 2005 ad oggi.

D'altronde, il tema della successione della "ragazza dell'est" al posto che fu di Adenauer e Kohl viene posto ogni giorno con sempre maggiore insistenza, a cominciare dalle stesse fila della Cdu. "Crepuscolo", è il titolo che giorni fa si è permesso di dedicare alla cancelliera un giornale teoricamente amico come la Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Decidere adesso chi potrà essere la sua erede vuol dire anche farlo prima che l'erosione di autorità che sta oggettivamente vivendo (il risultato assolutamente favorevole alla Spd della maratona negoziale per la "GroKo" lo dimostra) lo renda impossibile. Prima, per esempio, che prenda troppo spazio tra i cristiano-democratici il suo principale avversario, il giovane Jens Spahn, propugnatore di una linea certamente più conservatrice di quella della cancelliera.

Per di più scrive sempre lo Spiegel, "AKK" gode di una popolarità interna al partito certamente superiore a quella della ministra della Difesa Ursula von der Leyen, che pure, insieme a Julia Kloeckner, è stata lungamente considerata una delle "papabili" alla successione.

Dal consiglio comunale alla lotta per la successione

Il fatto è che Kramp-Karrenbauer fa parte di quella schiera di politici che gli scalini del potere li hanno conquistati uno per uno. Cominciò da giovane consigliera comunale nella sua cittadina natale, Puettlingen, costruendo intorno alla sua figura un consenso solido. "Non c'è nessun compito che non possa essere affidato ad Annegret", ebbe a dire il suo predecessore al governo della Saar, Peter Mueller. Del suo Land è stata, appena trentenne, ministra dell'Interno e poi responsabile del dicastero per la Famiglia e il Lavoro. Come governatrice (dal 2011) ha guidato sia una coalizione "Giamaica", ossia con i Verdi e i liberali dell'Fdp, che una Grosse Koalition su scala regionale, dimostrando di essere un'abile mediatrice.

Di sicuro è una donna con i piedi per terra e lontana anni luce da ogni tipo di vanità. Madre di tre figli, ha studiato giurisprudenza e scienze politiche, in quanto "folgorata" a 18 anni sulla via della Cdu. Ma viene anche descritta come una combattente: come quando l'anno scorso è riuscita a strappare a Berlino 500 milioni l'anno per il suo Land oltre ai finanziamenti già previsti. "Mi considero un'ottimista, altrimenti non sarei entrata in politica", ama ripetere.

Politicamente, potrebbe essere definitiva una campionessa del "centro liberale": cattolica praticante, è stata al fianco di Frau Merkel in quanto ad accoglienza dei migranti, ma è sempre intervenuta con forza sui temi sia della politica della famiglia che del welfare. Il tutto senza dimenticare il suo lato conservatore: è stata contraria al "matrimonio per tutti" (ossia le nozze gay), ha chiesto una linea più dura sui profughi senza diritto d'asilo, ed ha fatto parlare di sé quando, all'apice della crisi con Ankara, ha vietato ad esponenti politici turchi di tenere comizi nel suo Land. Piccolo particolare: non c'era nessun comizio turco organizzato nella Saar. 

Il mercato del sesso con i minori è a distanza di un click e, denuncia Quartz, la legislazione di alcuni Stati americani favorisce attività illegali come questa.

E accade perché è possibile nascondere l’identità dei proprietari delle aziende. Nello Stato del Delaware, per esempio, è ospitato il sito backpage.com, il secondo portale di annunci a livello globale, su cui campeggiano annunci erotici e che è – secondo il sito americano – “il top dei bordelli online” e che ospita parte del traffico di esseri umani, anche minori.

Un paradiso delle imprese

Il Delaware è considerato un paradiso delle imprese, al punto da ospitarne più di quanti siano gli abitanti che lo abitano. Se in quello che è il secondo stato più piccolo degli Usa, collocato sulla costa est a un centinaio di miglia da Washington, prosperano 1 milione e 300 mila aziende, gli abitanti non superano quota 950 mila.

Il grande pregio è proprio la privacy prevista dalla legge: risalire al proprietario delle aziende è molto difficile, scrive Quartz, e anche il New York Times qualche anno fa aveva scritto di questo particolare territorio. “In un solo edificio sono registrate 285 mila società a responsabilità limitata”, che oltreoceano si chiamano Llc. E, secondo la Sunlight Foundation, “fondare una società in Delaware è semplicissimo, veloce ed economico”.

Transparency.org, due anni fa, spiegava che “non viene raccolto alcun dato sui titolari effettivi”, motivo per cui “per un criminale è un gioco da ragazzi creare una società per il riciclaggio di denaro illecito e accedere al sistema bancario statunitense”.

Basato in Delaware c’è quindi anche il sito backpage.com che continua a sopravvivere e a fare profitti.

L’azienda è attiva in 97 paesi in tutto il mondo e offre servizi in 943 località, ma tutto parte dal far east. È regolarmente online perché di fatto rispetta tutte le leggi: “Non abbiamo l’autorità legale, anche se lo vorrei, per chiuderlo”, ha spiegato il segretario di Stato Jeff Bullock al sito Delaware Online.

Nel piccolo territorio, oltretutto, il sito non ha nemmeno una presenza fisica, ulteriore aspetto che impedisce al Dipartimento di Giustizia di poter intervenire. E dal canto suo il sito, che non nega il proprio coinvolgimento nel mercato di scambio di sesso, si difende spiegando di “non essere responsabile di quanto postato dagli utenti”.

Società veicolo e prestiti fantasma

Il caso Backpage da tempo fa parte dell’agenda politica statunitense: un report del Senato, risalente al 2017, ha rivelato che il sito è coinvolto nel 73% dei circa 10 mila casi di tratta di minori segnalati ogni anno dal National Center for Missing and Exploited Children.

Soltanto in California sono stati registrati circa 2.900 casi di sospetto commercio di bambini avvenuti tramite il sito, tra 2012 e 2016. Secondo Quartz i fondatori del sito Backpage, in questo caso noti – si chiamano Michael Lacey e James Larkin -, avrebbero cercato di far sembrare di aver venduto l’azienda.

Un’operazione tentata attraverso “una serie di società veicolo internazionali e americane”, ma che in realtà avrebbe celato “un prestito da 600 milioni di dollari al CEO Carl Ferrer per far sembrare che l’uomo avesse rilevato la società, mentre a gestirla sarebbero rimasti i due”. In sella rimangono loro e, a chi si chiede perché, Quartz spiega che manovre del genere “spesso vengono fatte per evitare le responsabilità legali”.

L’azienda automobilistica tedesca Daimler, gruppo che comprende il marchio di lusso Mercedes, è sotto la lente di ingrandimento degli investigatori statunitensi. Il sospetto è che potrebbe aver usato un software per barare sui test per le emissioni dei veicoli diesel, secondo quanto rivelato dal quotidiano tedesco Bild am Sonntag. La notizia arriva a quasi due anni dall’inizio dell’inchiesta, avviata nel 2016, in seguito allo scandalo Volkswagen.

Fonti confidenziali del giornale riferiscono di un documento nel quale si indica che un software, installato sui veicoli diesel Daimler, disattiverebbe il sistema di controllo emissioni dopo 26 chilometri di marcia. Un altro software potrebbe essere in grado “consentire al sistema di pulizia delle emissioni di riconoscere se la macchina è in fase di test basandosi sul tipo di velocità o accelerazione”, secondo quanto riportato da Reuters.

I software in grado di capire se il veicolo è in fase di test e di modificare il comportamento della macchina sono chiamati “defeat device”: nel 2015 la Volkwagen aveva dovuto ammettere di aver installato questo tipo di software su 580 mila veicoli destinati al mercato americano. Le emissioni delle automobili interessate arrivavano fino a superare di quaranta volte i termini legali, per poi risultare idonee durante i test. Negli Stati Uniti questo tipo di software è illegale, a meno che non ci sia un’esplicita autorizzazione per poterlo utilizzare.

Nel 2016, sulla scia del caso Volkswagen, il New York Times aveva dato notizia dell’inizio degli accertamenti sui veicoli diesel prodotti da Daimler. Questi tuttavia sono circa il 3% delle automobili vendute da Mercedes negli Stati Uniti, il che spiega il minore impatto dell’inchiesta sull’opinione pubblica.

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I pinnacoli e le guglie che si elevano dalle chiese britanniche, la maggioranza in stile gotico e quindi particolarmente adatte, saranno usate per installarvi ripetitori di segnali di telefonia cellulare e segnali Wi-Fi nelle più remote aree rurali del Paese. Questo il frutto di un accordo tra il governo britannico e la Chiesa d'Inghilterra in base al quale "anche un edificio del XV secolo potrà aiutare a rendere la Gran Bretagna piu pronta al futuro" ha spiegato il ministro per la Cultura ed il Digitale, Matt Hancock.

In totale la Chiesa d'Inghilterra ha 16.000 luoghi di culto dispersi nelle campagne che sono per la loro architettura i luoghi ideali per installare ripetitori di qualsiasi tipo di segnale a bassissimo impatto visivo (al posto di mostruose torri alte decine di metri). Ad oggi ci sono già oltre 120 chiese impiegate in questo modo.

Oltre al governo britannico e alle società di telefonia e web anche la Chiesa è contenta dell'intesa perché tornerà a svolgere un ruolo chiave nelle comunità in ogni contea, come ha riconosciuto Stephen Cottrell, vescovo di Chelmsford nell'Inghilterra sud-orientale: "Incoraggiare le chiese a migliorare la connettività aiuterà ad affrontare due dei più grandi problemi delle aree rurali: l'isolamento e la sostenibilita'".