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Estero

La Danimarca si spacca sulla condotta dei migranti. Dopo il recente divieto del burqa e del niqab (ovvero il velo che copre integralmente il volto), arriva la proposta di legge per vietare la circoncisione, pratica prevista dalla religione musulmana ma anche da quella ebraica.

Finora – riporta la Repubblica – sono state raccolte le 50mila firme “necessarie a imporre al Folketing, il Parlamento del regno, di votare sulla richiesta. E appare molto probabile agli osservatori che questa venga approvata, visto l'orientamento politico generale. Dominato dalla linea dura del premier conservatore Lars Lokke Rasmussen, dal partito ritenuto xenofobo Dansk Folkeparti (Partito del popolo danese) ma assecondato anche da posizioni sempre più severe verso i migranti adottate anche dall'opposizione socialdemocratica nell'evidente tentativo di riguadagnare consensi.

I precedenti

  • Il divieto del burqa era stato approvato con una sanzione di una multa di 10mila corone (oltre mille euro) per chi lo viola.
  • Anni fa, sempre in Danimarca, era passata una discussa norma che imponeva ai migranti la consegna di valori (eccetto effetti personali come gioielli familiari e fedi nuziali) come pegno al loro arrivo in territorio danese.
  • La settimana scorsa, invece, ancora secondo Repubblica, il premier conservatore aveva rivelato che è in avanzato stato di discussione con altri Paesi europei – tra i quali ha menzionato solo l'Austria – un progetto per deportare migranti e richiedenti asilo respinti in un luogo sul suolo europeo, ma un luogo particolarmente sgradevole e scomodo.

Come l’Islanda

Qualche mese fa era stata l’Islanda a depositare un disegno di legge per bandire al pratica della circoncisione. Il testo, che descrive la pratica come una “violazione dei diritti umani”, prevede una pena detentiva di sei anni per chiunque sia riconosciuto colpevole di “rimozione di organi sessuali in toto o in parte”.

Cos’è la circoncisione

La circoncisione consiste nella rimozione chirurgica (escissione) del prepuzio dal pene umano. Secondo quanto riporta Wikipedia, circa un terzo dei maschi di tutto il mondo è circonciso. La procedura è diffusa nel mondo musulmano e in Israele (dove è quasi universale), negli Stati Uniti, in parte del sud-est asiatico e in Africa. È invece relativamente rara in Europa, in America Latina, in alcune zone del Sud Africa e in gran parte dell'Asia. 

L'origine storica della circoncisione non è nota con certezza e la più antica testimonianza documentale proviene dall’Egitto. La pratica fa parte della legge ebraica ed è una prassi consolidata per l'Islam, per la Chiesa copta e per la Chiesa ortodossa etiope. Inoltre, è la più antica procedura chirurgica programmata del mondo.

Cosa ne pensa la scienza

Il ricorso alla circoncisione è legato perlopiù a motivi religiosi. In generale, tuttavia, le principali organizzazioni mediche mondiali ritengono assai modesti i benefici prodotti da tale pratica sulla salute dell'individuo. E sebbene nessuna organizzazione medica sostenga il divieto, nemmeno la raccomanda.

Le eccezioni

Un eccezione è costituita da quei Paesi dell’Africa subsahariana in cui i rischio di contrarre l’Aids è  molto alto e per i quali è la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità a consigliare la pratica. La circoncisione, inoltre, può avere un'indicazione clinica nei casi di bambini affetti da fimosi patologica e nei maschi suscettibili di balanopostite cronica e infezioni ricorrenti del tratto urinario.

Il fattore dolore

Tra i motivi che spingono i detrattori a condannare la circoncisione per motivi religiosi c’è anche il dolore provato dal neonato. La procedura è dolorosa e si ritiene che per i neonati questo dolore possa interferire con l'interazione madre-bambino o causare altri cambiamenti comportamentali.

Per i neonati i metodi non farmacologici, come l'uso di una sedia comoda imbottita e il ciuccio al saccarosio, sono più efficaci nel ridurre il dolore rispetto a un placebo, ma l'American Academy of Pediatrics (AAP) afferma che tali metodi siano insufficienti da soli e dovrebbero essere utilizzati come integrazione di tecniche più efficaci.

Entrano nel vivo, a Singapore, i preparativi dell'ultimo minuto per il summit di domani, martedì 12 giugno, tra il presidente Usa, Donald Trump, e il leader nord-coreano, Kim Jong-un. Nella mattina di lunedì, ora locale, le delegazioni di Stati Uniti e Corea del Nord si sono incontrate al Ritz-Carlton hotel per discutere gli ultimi dettagli dello storico evento. I due leader si trovano a soli dieci minuti a piedi che separano lo Shanghai-la Hotel, che ospita Trump, e il St. Regis, dove alloggia Kim.
 
Per il presidente americano, il vertice di Singapore "può riuscire bene". “Grandioso essere a Singapore", ha scritto via Twitter. "C'è eccitazione nell'aria". Grandi aspettative sono state espresse anche dal leader nord-coreano, che a colloquio con il premier di Singapore, Lee Hsien Loong, ha detto: "Il mondo intero guarda a questo storico summit tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti e grazie ai vostri sinceri sforzi siamo stati in grado di completarne la preparazione".

Il vertice dovrebbe aprirsi subito con un faccia a faccia di due ore tra Trump e Kim: loro due da soli. Saranno presenti solo i traduttori.  Del resto le delegazioni di Stati Uniti e Corea del Nord, che nelle scorse settimane si sono ripetutamente incontrate al confine tra le due Coree, si sono sedute di nuovo allo stesso tavolo all'hotel Ritz-Carlton della città-Stato asiatica per discutere gli ultimi dettagli dell'evento.

A poche ore dallo storico incontro sembrano permanere ancora differenti visioni sul processo di denuclearizzazione della penisola, il punto critico del vertice. Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, nella mattina di oggi ha ribadito su Twitter la visione degli Stati Uniti per il summit di domani, ribadendo che gli Usa vogliono una denuclearizzazione "completa, verificabile e irreversibile" della penisola coreana. Se permangono incertezze sui contenuti del summit, l’agenzia di stampa del regime, la Korean Central News Agency, ha rotto il silenzio sull'evento, sottolineando che il tema della pace e della denuclearizzazione della penisola saranno al centro dei colloqui.

Kim ha invitato Trump a tenere un secondo vertice a Pyongyang a luglio, come ulteriore tappa. L'invito era contenuto nella missiva consegnata 10 giorni fa alla Casa Bianca, dal generale Kim Yong chol, l'ex capo dell'intelligence nordcoreana considerato il braccio destro di Kim. La conferma ufficiale ancora non c’è (la notizia è stata data da quotidiano sudcoreano Joongang Ilbo) ma certo è che si tratta del primo risultato concreto che potrebbe uscire dallo storico vertice. E la conferma che, se andrà tutto per il verso giusto, il summit sarà l'inizio di un dialogo che poi dovrà andare avanti per mesi, forse anni. 

L'A-B-C dello storico summit 

Il faccia-a-faccia che, nelle intenzioni di Washington, punta a smantellare il programma nucleare nordcoreano, segue almeno sette decenni di ostilità segnati da una sanguinosa guerra e picchi di tensione estrema, fino a qualche settimana fa. Ora la possibile svolta.

La sede del vertice è un hotel da 10 mila euro a notte 

Il vertice si svolgerà all'Hotel Capella sull'isola Sentosa a Singapore, con la prima stretta di mano alle 9 del mattino ora locale. Non sarà un vertice-fiume: l'inquilino della Casa Bianca lascerà la città-Stato già martedì sera. Agenda simile anche per Kim che, secondo stampa locale, farà ritorno in patria nel primo pomeriggio di martedì. 
 
La piccola isola di Sentosa, a sud di Singapore, è nota per ospitare hotel di lusso, parchi divertimento, finanche gli Universal Studios; offre, rispetto ad altre location, maggiore sicurezza per gli ospiti. Il lussuosissimo Hotel Capella, con camere hanno un costo che oscilla tra i 650 e i 10mila dollari a notte, è progettato dall'archistar Norman Foster, è di proprietà di Pontiac Land Group dei fratelli Kwee: una delle dinastie di miliardari più importanti di Singapore. L'hotel ha due suite presidenziali, di cui una con ingresso indipendente, ideale per ospitare i colloqui di alto livello. 

Trump senza Melania, Kim con la sorella

Ad accompagnare Donald Trump, c'è il segretario di Stato, Mike Pompeo, il quale si è recato a Pyongyang ben due volte nel corso delle ultime settimane per lavorare ai dettagli del summit. Anche il capo dello staff, John Kelly, il consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, l'esperto coreano della Cia, Andrew Kim, insieme ad altri alti funzionari della Casa Bianca, dovrebbero far parte della delegazione americana. Non saranno invece presenti la first lady, Melania Trump, e il vice presidente Mike Pence, che resteranno negli Stati Uniti; altro grande assente il segretario alla Difesa, James Mattis, che ha di recente svolto missioni a Singapore.

Kim Jong-un verrà affiancato da alcune figure chiave nei negoziati degli ultimi mesi: innanzitutto, la sorella del dittatore, Kim Yo Jong, la cui partecipazione alle Olimpiadi Invernali di PyeongChang su invito del presidente sud-coreano Moon Jae-in, spianò la strada alle riprese dei colloqui intercoreani; considerato il braccio destro di Kim, vicepresidente del Comitato centrale del Partito dei Lavoratori, ex capo dello spionaggio di Pyongyang, che ha avuto un ruolo centrale nella ripresa dei colloqui e il 2 giugno ha portato alla Casa Bianca la missiva Kim che ha spianato la strada ai colloqui. Infine, ci sarà anche il ministro degli esteri Ri Yong Ho. 

Denucrearizzazione in cambio di garanzie

Il nodo delle trattative sarà il programma nucleare nordcoreano che spaventa gli Usa e il mondo. Ma dove porterà il summit, anche solo impensabile fino a qualche mese fa, non è affatto chiaro. Non è escluso che il summit possa concludersi con una stretta di mano, una photo opportunity e poco altro. Pyongyang – che punta a riforme economiche che risollevino il Paese – dovrebbe essere pronto a confermare la totale sospensione dei test nucleari e il congelamento del suo arsenale atomico; ma non è chiaro quali garanzie voglia in cambio e cosa Trump sia disposto a cedere. Mentre congela le nuove sanzioni già pronte per la Corea del Nord, Trump avrebbe accettato che Pyongyang non rinunci immediatamente al suo arsenale nucleare. Attualmente i due Paesi non hanno relazioni diplomatiche e la Corea del Nord rimane soggetta alle sanzioni decise dagli Stati Uniti e dalle Nazioni Unite.

Non è stata la Russia a voltare le spalle al G8 (ora G7) e in ogni caso ora la Shanghai Cooperation Organization (Sco) è più forte su certi aspetti, per esempio la forza del potere d'acquisto. Parola del presidente russo Vladmir Putin che, nelle ore convulse di botta e risposta tra gli alleati del G7, ha voluto togliersi qualche sassolino dalla scarpa. "Per quanto riguarda il ritorno della Russia da 7 a 8, non abbiamo lasciato noi", ha detto in una conferenza stampa a Qingdao, a conclusione del vertice.

Cos'è la Sco

Lo Sco è l'alleanza regionale guidata da Cina e Russia, di cui fanno parte Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan e, dallo scorso anno, anche India e Pakistan. Il vertice si è concluso poco dopo il summit in Canada, che è stato segnato dalle forti divisioni tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e i suoi alleati, innanzitutto per le politiche commerciali di Washington: il vertice è finito con un testa-a-testa pressocchè frontale, quando Trump si è sfilato dalla dichiarazione comune e ha definito il premier canadese, Justin Trudeau, "debole e disonesto".

Sollecitato sul battibecco al G7, Putin ha detto che le azioni di Trump possono "danneggiare gli interessi economici" dei Paesi europei, così come colpiscono l'economia globale. E poi ha aggiunto comunque che il formato dello Sco è in qualche modo più efficace e gli otto Paesi membri dell'organizzazione hanno già superato il G7 per la capacità del potere d'acquisto. "Se calcoliamo il reddito pro capite, i sette Paesi del G7 sono più ricchi, ma la dimensioni delle economie della Sco è più grande. E la popolazione è naturalmente molto più grande, la metà del pianeta".

Le prerogative della Sco

Nel corso del suo intervento il presidente aveva ripetuto il suo appoggio ai governi di Siria e Iran, sottolineando che la priorità di questo blocco regionale deve essere la lotta al terrorismo. "Una delle priorità della Sco dovrebbe essere la reciproca assistenza diplomatica nei conflitti vicini alle nostre frontiere". Ad ascoltarlo, non solo i leader del blocco, ma anche i presidenti di Iran, Afghanistan, Bielorussia e Mongolia, membri osservatori dell'organizzazione. Il presidente russo ha anche sottolineato la preoccupazione di Mosca per il ritiro statunitense dall'accordo nucleare del 2015 con l'Iran, un passo indietro che – a suo avviso – "potrebbe destabilizzare ulteriormente la situazione". E in risposta alla defezione americana, ha chiesto un'attuazione "coerente e completa" dell'accordo (il cosiddetto Piano d'azione congiunto) tra Iran, Ue e i cinque paesi firmatari (Russia, Cina, Francia, Regno Unito e Germania).

Sul conflitto siriano, Putin ha sottolineato come siano stati raggiunti "risultati significativi nella lotta contro il terrorismo", tema che è "prioritario" della Sco, "grazie agli sforzi del governo di Siria con Russia, Turchia, Iran e altri partner". "L'attività del terrorismo nel Paese è stata soffocata, aprendo la strada a una soluzione politica del conflitto"; e ha aggiunto che il regime di Bashar al-Assad adesso controlla il territorio in cui abita il 90 per cento della popolazione del Paese.

"Il governo siriano ha adempiuto i suoi obblighi e ha mostrato interesse per l'apertura di un dialogo politico, ora la palla è all'opposizione". Il presidente russo ha anche ricordato il riavvicinamento tra Stati Uniti e Corea del Nord, che sarà sancito dallo storico vertice martedì 12 giugno tra il presidente Usa, Donald Trump, e quello nordcoreano Kim Jong-un, ma ha sottolineato in particolare "l'importanza del ruolo della Cina per risolvere la crisi". Infine, rivolto al presidente afgano Ashraf Ghani, Putin ha detto che la Sco dovrebbe attribuire particolare importanza alla situazione nel Paese e concentrarsi su "lotta al terrorismo e produzione di droga" e "affiancare la riconciliazione nazionale, la ripresa economica e la stabilizzazione" del martoriato Paese. 

Singapore, 11 giugno. Fervono i preparativi dell'ultimo minuto per il summit di domani, martedì 12 giugno, tra il presidente Usa, Donald Trump, e il leader nord-coreano, Kim Jong-un. I due uomini si trovano a soli 570 metri di distanza l'uno dall'altro, ovvero i dieci minuti a piedi che separano lo Shanghai-la Hotel, che ospita Trump, e il St. Regis, dove alloggia Kim. Il vertice dovrebbe aprirsi subito con un faccia a faccia di due ore, all’Hotel Capella, tra Trump e Kim: loro due da soli. Del resto le delegazioni di Stati Uniti e Corea del Nord, che nelle scorse settimane si sono ripetutamente incontrate al confine tra le due Coree, si sono sedute di nuovo allo stesso tavolo all'hotel Ritz-Carlton della città-Stato asiatica per discutere gli ultimi dettagli dell'evento. A poche ore dallo storico incontro sembrano permanere ancora differenti visioni sul processo di denuclearizzazione della penisola, il punto critico del vertice.

Ma l'agenzia di stampa del regime, la Korean Central News Agency, ha rotto il silenzio sull'evento, sottolineando che il tema della pace e della denuclearizzazione della penisola saranno al centro dei colloqui. Kim ha detto al premier di Singapore, Lee Hsien Loong, che “il mondo ci guarda, noi siamo pronti”. Grandi le attese dei big internazionali. Trump si è detto “fiducioso” e sente che “Kim vuole fare qualcosa di grandioso e ora ha questa opportunità e non l'avrà più”. Nel frattempo il suo segretario di Stato, Mike Pompeo, continua a parlare di “denuclearizzazione completa, irreversibile, verificabile”. Il presidente sud-coreano, Moon Jae-in, ha definito il summit “l’inizio di un lungo processo”. La Cina auspica “un summit di successo”. Abbiamo intervistato Loretta Napoleoni, autrice de “Kim Jong-Un  – Il nemico necessario'' (ed. Rizzoli, pp. 260- 19,50 euro).

Cosa aspettarsi dal summit?

"Credo che si arriverà a un accordo sul processo di pace tra Corea del Nord e Corea del Sud. Il processo è già tracciato: Trump rischia di restare tagliato fuori se non asseconda le due Coree. Basta mettere in fila i fatti: dopo il viaggio di Moon a Washington, Trump aveva cancellato il summit di Singapore (irritato dall’ aperta ostilità mostrata dal regime nord-coreano). Moon, spiazzato, ha incontrato per la seconda volta Kim (dopo il summit del 27 aprile conclusosi con la dichiarazione di Panmunjom, ndr).  A quel punto Trump si è trovato in una posizione di debolezza. Ha ricevuto l’emissario di Kim alla Casa Bianca, il generale Kim Yong Chol, il summit ha ripreso quota fino all’annuncio dello stesso Trump in cui confermava che l’incontro tra i due leader si sarebbe svolto".

Il summit con Kim “può riuscire molto bene", ha detto Trump. Nei giorni scorsi il capo della Casa Bianca aveva dichiarato: “Non ho mai detto che succederà tutto in un incontro”.

"Dobbiamo aspettarci dei piani che si svilupperanno nei prossimi mesi, seguiranno altri vertici: Kim incontrerà di nuovo sia Trump sia Moon".

Secondo il quotidiano sudcoreano Joongang Ilbo, Kim avrebbe invitato Trump a tenere un secondo vertice a Pyongyang a luglio, come ulteriore tappa…

"Appunto, cosa le dicevo…"

Sembra che pace e denuclearizzazione della penisola coreana saranno nell'agenda di Kim.

"Mi aspetto che verranno messe sul tavolo le condizioni per togliere le sanzioni: e tra queste, chiaramente, il processo di denuclearizzazione…"

Denuclearizzazione: il vero nodo della trattativa, su cui le parti continuano ad avere visione divergenti.

"Trump porta avanti la politica dell’immobiliarista, non del politico: spinge dove vuole spingere, e torna indietro dove non può farlo. La Corea del Nord non denuclearizzerà mai come ha fatto il Nord Africa. I nord-coreani hanno compiuto sacrifici enormi per ottenere lo status di potenza nucleare, oggi che lo hanno ottenuto perché mai dovrebbero perderlo? Del resto, il ripristino dei colloqui si è innescato perché i nord-coreani hanno dimostrato di avere la bomba atomica". 

"Trump è ottimista e ha accettato – a quanto pare – che Pyongyang non rinunci immediatamente al suo arsenale nucleare…

"La Corea del Nord non accetterà mai la denuclearizzazione come la intendono gli americani ("immediata, verificabile e irreversibile").  La Corea del Nord è disposta piuttosto a congelare il programma, come ha già iniziato a fare. Potrebbero accordarsi su un modello simile a quello del Pakistan, dove le bombe sono state smontate in svariate località e sottoposte a un costante monitoraggio: in questo modo, se vogliono utilizzare l’ordigno, non possono farlo immediatamente. Il congelamento del programma sarebbe positivo, vorrebbe dire che Pyongyang non farà più ricerca (anche se è facile che il regime trovi forme sotterranee per portarla avanti): il regime si fermerà all’arsenale del 2018, che sarà obsoleto nel giro di qualche anno. Kim ha già congelato il programma in cambio dell’abolizione delle sanzioni e della possibilità di promuovere la modernizzazione del Paese. Il leader nord-coreano non può più chiedere alla sua gente di fare sacrifici per costruire la bomba: vuole ottenere la legittimazione del suo potere attraverso il miglioramento dell’economia. Credo che si troverà una soluzione di questo tipo, ma di lungo periodo".  

Trump ha congelato le nuove sanzioni già pronte per la Corea del Nord

"Le sanzioni non verranno tolte domani, saranno usate come strumento negoziale. Kim, messo di fronte alle proposte, dirà: “ci devo pensare, rivediamoci”.  Stiamo assistendo a un gioco diplomatico e di propaganda, non a una sfida militare: nessuno vuole combattere una guerra nucleare".

Chi sta giocando meglio questa partita?

"A prescindere dal risultato finale del summit, Trump se lo giocherà al meglio per ottenere i suoi obiettivi interni. Questo summit è fondamentale per il presidente americano che deve far credere al mondo intero che la pace coreana è una sua vittoria, e portare a casa un successo in vista delle elezioni midterm. Al contempo, è fondamentale per Kim, il quale deve far credere alla sua gente che i sacrifici affrontati per arrivare allo status di potenza nucleare hanno portato ai risultati sperati: il rientro di Pyongyang nella comunità internazionale in una posizione di protezione massima, nel senso che nessuno attaccherà la Corea come negli anni ’50".

Moon Jae-in ha detto che se il summit avrà successo sarà "un regalo per il mondo intero".

"Moon è un grande politico, è lui il vero artefice di questo capolavoro di diplomazia. Al leader sud-coreano, che ha a che fare con due megalomani, non interessano i riflettori del mondo; lui vuole arrivare a un accordo di pace, in modo che i due Paesi possano cooperare economicamente. Pensateci: la Corea del Sud ha attaccato un Paese pieno di risorse che ha bisogno di essere modernizzato, è come se avesse vicino una Cina in miniatura. Una cosa è certa".

Quale?

"Il summit di Singapore è un’occasione fantastica. Se giocata bene, Kim e Moon otterranno quello che vogliono, e Trump verrà ricordato come un grandissimo presidente. Se la giocano male, sarà un casino".  

Kim seguirà il modello economico cinese?

"Sì ma lo dovrà chiaramente adattare al suo Paese. La Corea del Nord è messa meglio della Cina negli anni ’80; all’epoca dell’avvio della riforma e dell’apertura, Pechino non aveva niente, dal punto di vista delle infrastrutture e della finanza. I nord-coreani invece hanno già sperimentato una economia di libero mercato grazie ai mercati informali; hanno gettato le basi di un sistema monetario, agganciando il valore del dollaro a quello del mercato nero (la valuta nord-coreana si chiama won, ndr), ottenendo quindi la stabilità dei cambi; il dollaro, lo yuan e l’euro circolano liberamente. Se venisse applicato il modello cinese, la Corea del Nord sarebbe di un decennio avanti rispetto alla Cina di 40 anni fa. Hanno inoltre una forza lavoro con un alto grado di scolarità, con la possibilità di utilizzare sia la manodopera a basso costo sia forza lavoro professionale. Infine, vantano una crescita demografica positiva, che andrebbe a compensare l’invecchiamento della popolazione in Corea del Sud".  

E la Cina?

"Kim è andato a incontrare Xi ben due volte, la Cina è sicuramente d’accordo con il processo in atto. Per Pechino è importante che la Corea del Nord rimanga un Paese indipendente, uno stato cuscinetto. Nell’ottica di una riunificazione è chiaro che prevarrebbe il modello sud-coreano, sotto l’egida americana. Ma nessuno vuole che le due Coree si riunifichino, la Cina non lo permetterebbe mai; non possiamo paragonare la situazione coreana alla riunificazione tedesca dopo la caduta del Muro di Berlino.  La pace tra le due Coree è la strada che tutti vogliono percorrere, che porterebbe a vantaggi economici senza perdite sul versante geopolitico".  

Sono tra i corpi militari più prestigiosi al mondo. Dal 1815 prestano servizio per la corona del Regno Unito. Si chiamano Brigate Gurkha e sono un’unità speciale dell'esercito britannico composta da soldati gurkha nepalesi: sono loro il corpo speciale che sorveglierà l’incontro storico tra il presidente americano Donald Trump e quello nordcoreano Kim Jong-Un. La brigata, che conta 3.640 persone, ha una storia antichissima e hanno servito a lungo la Corona inglese, dopo averla combattuta per onto dell’esercito indiano durante le guerre coloniali.

Sono note per il loro addestramento durissimo. Ogni anno vengono selezionate circa 200 persone su una media di 17.000 richieste. La brigata comprende soprattutto unità di fanteria, ma si compone anche di reparti ingegneria, logistica, addestramento e supporto. Ma questi soldati super addestrati sono anche noti per il loro khukuris, un tipico coltello molto pesante e con una lama curva, e vantano una reputazione che li ha resi famosi in tutto il mondo per essere soldati molto feroci in combattimento, e molto coraggiosi.

Le cronache raccontano che nel 2010 uno di essi si trovò a combattere un gruppo di 30 talebani durante la guerra in Afghanistan. Il soldato, armato di un fucile e di un lanciarazzi riuscì a uccidere tutti i nemici in una battaglia che lo vide impegnato da solo per due giorni: “Non avevo scelta e non ero sicuro che ce l’avrei fatta”, ha raccontato in un’intervista l’anno successivo quando fu premiato per meriti militari, “ma o li avrei uccisi io oppure avrebbero ucciso me e altri miei tre commilitoni feriti”.

 

Nepalesi, di corporatura tozza e robusta, i Gurkha nel 2015 furono scelti per soccorrere le popolazioni colpite dal terremoto del Napal che uccise oltre 8 mila persone. 200 erano già lì per celebrare i 200 anni dell’armata. Nel Nepal i Gurkha per millenni hanno vissuto come pastori, e durante il Settecento riuscirono ad occupare l’intera regione respingendo l’assalto prima dei tibetani poi dei cinesi. Ma diventarono celebri dopo il 1800, quando durante la guerra del Nepal del 1814 dove gli inglesi tentarono di annettere il Nepal all’impero, gli ufficiali dell’esercito di sua Maestà furono impressionati dalla tenacia dei soldati Gurkha e li incoraggiò a fare volontariato per la Compagnia delle Indie orientali. Furono inquadrati come fucilieri dell’esercito britannico e combatterono in tutto il mondo, fino alla Seconda guerra mondiale (Wikipedia).

Negli ultimi 50 anni hanno servito l’esercito di Sua Maestà a Hong Kong, in Malesia, in Borneo, a Cipro, alle Falkland, in Kosovo. Coprono una grande varietà di ruoli, si legge in una delle schede sul corpo speciale, anche se prevalgono in fanteria, con un numero significativo di ingegneri e logisti. È proprio l’Afghanistan il terreno di battaglia dove i Gurkha si sono distinti per spirito combattivo, coraggio e dedizione nella lotta ai talebani. Considerati l’ultima soluzione per risolvere situazioni complicatissime, vengono scelti anche per garantire la sicurezza in situazioni altrettanto complicate. L’incontro storico tra Trump e Kim è una di queste occasioni.

 

 

A due giorni dallo storico vertice a Singapore tra il presidente americano, Donald Trump, e il leader nordcoreano, Kim Jong-un, tutto è pronto a Singapore. Il dittatore nordcoreano è già arrivato e si è insediato nell'albergo St Regis, un lussuoso hotel a 5 stelle, che lo ospiterà per tutte le giornate del vertice. Trump arriverà breve: è partito in anticipo dal vertice del G7 in Canada, lasciandosi alle spalle le tensioni con gli alleati, proprio per arrivare già oggi.

Kim è arrivato su un volo cinese, un Boeing 747-4J6 privato usato dallo stesso presidente Xi Jinping per i suoi spostamenti: è il segno evidente che Pechino vuole rimanere a stretto contatto con l'alleato e quanto avverrà nel summit. Poco dopo il suo atterraggio all'aeroporto di Changi è atterrato un altro aereo, stavolta della compagnia aerea nordcoreana, Air Koryo, a bordo probabilmente il resto della delegazione arrivata da Pyongyang; e infine è arrivato un terzo aereo, di nuovo cinese, probabilmente con la sorella del dittatore, la sua consigliera più fidata, che lo aveva accompagnato anche nei due viaggi a Pechino e che era stato il 'volto' di Pyongyang alle Olimpiadi Invernali a Seul, prima tappa del disgelo.

La rotta anomala dell'aereo di Kim

Per arrivare a Singapore, l'aereo di Kim ha seguito una rotta decisamente anomala: ha sorvolato il territorio interno della Cina, lontano dalla costa, probabilmente perché il giovane dittatore, notoriamente ossessionato dal timore che possano assassinarlo, temeva che l'aereo potesse essere abbattuto; verosimilmente ha cercato di massimizzare il tempo trascorso nello spazio aereo cinese, all'ombra della protezione del fedele alleato.

Le aspettative sono enormi ma non è chiaro cosa potrà uscire dal faccia-faccia. Lo ha detto chiaramente il presidente Trump, parlando sabato dal Canada in procinto di imbarcarsi sull'Air Force One.

"Kim ha una sola opportunità, un'opportunita storica che non gli ricapiterà, e io sono fiducioso. Cosa mi attendo? Al minimo è avviare il dialogo, cominciare a conoscerci. Ma voglio ottenere di più", la denuclearizzazione della penisola, "e ci vorrà più tempo". Poi, senza alcuna esitazione, ha sfoggiato la consueta sicurezza: "In un minuto saprò se fa sul serio: è una questiohne di pelle, lo capisci subito se qualcuno ti piace, nei primi cinque secondi. Saprò molto rapidamente se emergerà qualcosa di positivo".

Quando si incontreranno Trump e Kim

I due si incontreranno martedì 12 giugno alle 9 di mattina: sarà il primo summit tra i leader dei due Paesi dalla fine della guerra di Corea, conclusasi nel 1953 con un armistizio. è un vertice storico, assolutamente impensabile anche solo qualche mese fa, quando il programma nucleare di Pyongyang spaventava il mondo. Proprio la denuclearizzazione dominerà l'agenda dell'incontro, che si terrà al Capella Hotel sull'isola di Sentosa. Il regime nord-coreano pensa a un abbandono graduale delle armi nucleari, Washington vorrebbe una soluzione più drastica, che però è sgradita a Pyongyang.

In cambio, Kim vorrà aiuti economici e l'abbandono delle sanzioni. Oltre alla denuclearizzazione, l'altro tema in agenda è quello della pace, la conclusione formale delle ostilità della guerra di Corea che però è difficile che possa realizzarsi: anche perchè potrebbero non esserci abbastanza leader per firmare un trattato: non è da escludere l'arrivo del presidente sud-coreano Moon Jae-in, ma nulla di certo si sa riguardo alla Cina. Intanto a Singapore sono scattate le misure di sicurezza.

Misure di sicurezza affidate all'elite dei Gurkha nepalesi

A pattugliare le strade ci sono non solo migliaia di poliziotti, ma anche le unità d'elite, i Gurkha nepalesi. Aree chiuse al traffico e blocchi al traffico facilitano i movimenti delle delegazioni. In molte zone, barriere di cemento, metalliche e, in alcune strade, meccaniche che si alzano a richiesta. Per arginare eventuali proteste, sono stati vietate bandiere, megafoni e razzi luminosi vicino ai luoghi del vertice.

Gli abitanti, 5,6 milioni che conducono una tranquilla e ordinata vita quotidiana, sono abituati alla forte presenza di polizia e soldati in metro e aeroporti: ma il governo da giorni li martella con messaggi whatsapp per allertarli sui disagi. Particolarmente pesanti le misure di sicurezza a Sentosa, l'isola prescelta per il summit (perché relativamente lontano dai centri abitati), vicino lo Shangri-la Hotel dove pernotterà Trump e al Capella Hotel. I costi per il summit saranno non meno di 20 milioni di dollari di Singapore, l'equivalente di 13 milioni di euro, la metà delle quali se ne andranno proprio per la sicurezza: il primo ministro Lee Hsien Loong, che a breve incontrerà lo stesso Kim, ha detto che è ben lieto di sobbarcarsi i costi nell'interesse di tutti. 

È finito malissimo il vertice del G7 in Canada, peggio di come ci si aspettasse (e le previsioni erano già alquanto nere). Con tanto di insulti e minacce che sembrano destinati a inasprire ulteriormente la guerra commerciale sui dazi.

Pochi minuti dopo il comunicato congiunto che era stato approvato dagli altri leader dei Grandi del Mondo, Trump si è lanciato in una bordata di Twitter, da bordo dell'Air Force One; e ha ritirato la firma dalla dichiarazione congiunta faticosamente negoziata, accusando il primo ministro canadese Justin Trudeau di essere "molto disonesto e debole".

Le sue parole, mentre era già diretto verso Singapore, per lo storico vertice con Kim JonG-un, sono arrivate poco dopo che Trudeau aveva annunciato l'accordo da parte delle sette nazioni, ma aveva promesso rappresaglie contro i dazi degli Stati Uniti.

Leggi anche i resoconti di Repubblica, Corriere della Sera e Stampa.

Al presidente Trump non sono andate giù le parole del premier canadese pronunciate durante la conferenza stampa (in sua assenza, come detto): "Sulla base delle false dichiarazioni di Justin nella sua conferenza stampa, e il fatto che il Canada mette dazi massicci ai nostri agricoltori, i lavoratori e le aziende americane, ho dato istruzioni ai nostri rappresentanti Usa di non ad approvare il comunicato e stiamo valutando dazi sulle automobili che inondando il mercato degli Stati Uniti, ha tuonato su Twitter. "Trudeau ha agito in modo mite e mite durante i nostri incontri del G7, solo per dire, in una conferenza stampa dopo la mia partenza, che 'i dazi degli Stati Uniti sono una sorta di insulto' e che lui 'non sarà preso in giro'. Molto disonesto e debole".

A scatenare Trump, sono state le parole di Trudeau che aveva definito "un insulto" la decisione di Washington di invocare la sicurezza nazionale per giustificare i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio. "I canadesi sono educati e ragionevoli, ma non saranno presi in giro".

Insomma un caos totale. Del resto, con il senno di poi, che le cose non fossero filate lisce, era apparso evidente. Lo aveva evidenziato plasticamente la foto, pubblicata qualche ora prima, dal cancelliere Angela Merkel sul suo account Twitter, che ben 'fotografa' il tempestoso negoziato tra i leader in Canada: Trump, è al centro, seduto ma quasi assediato dagli altri presenti, tutti in piedi; la stessa Merkel è protesa verso di lui a mostrargli i pugni, e accanto a lei, sempre in piedi il premier canadese e quello giapponese, Shinzo Abe, pronti a darle man forte.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha definito "estremamente produttivo" il dialogo con le controparti a conclusione del vertice del G7 in Canada, dibattito concentrato sulla spinosa guerra dei dazi, e ha aggiunto che "le relazioni" tra i leader sono "straordinarie". Ma ha assicurato che "la situazione sui dazi deve cambiare e cambierà, al 100 per cento. Siamo come il salvadanaio in cui tutti rubano".

Incontrando la stampa poco di imbarcarsi sull'Air Force One alla volta di Singapore, per l'incontro con il leader nordcoreano, Kim Jong-un, Trump ha fermamente negato che ci siano state tensioni. Ma ha messo in guardia i Paesi che mettono in campo ritorsioni ai dazi degli Usa, sostenendo che "stanno facendo un errore tremendo," e gli Stati Uniti vinceranno la guerra "1.000 volte su 1.000".

Poi ha spiegato: "Ci aspettiamo che le altre nazioni creino un mercato equo all'accesso delle esportazioni americane. E faremo tutto il possibile per proteggere i lavoratori americani da pratiche commerciali inique. Niente dazi, niente barriere, così dovrebbe essere. E nessun sussidio. Ho anche detto 'nessun dazio'", ha insistito, spiegando di aver proposto un'area di libero scambio. "Sono certo che funzionerà: non ora ma alla, lunga funzionerà".

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, uno dei leader europei più aperti a una riconciliazione con il Cremlino, potrebbe essere l'anfitrione dell'incontro che Donald Trump e Vladimir Putin starebbero cercando di organizzare da mesi. A dare la notizia è il Wall Street Journal, la stessa testata che cinque giorni fa aveva parlato di un possibile vertice alla Casa Bianca. Secondo il quotidiano finanziario, il presidente russo vorrebbe incontrare l'omologo statunitense in terreno neutro e avrebbe chiesto a Kurz di preparare il terreno per un bilaterale a Vienna che "porterebbe sullo scenario internazionale una delle più enigmatiche relazioni politiche del mondo". L'obiettivo è "appianare le larghe divergenze" su temi come la guerra in Siria, il conflitto tra l'Ucraina e i separatisti filorussi e la proliferazione nucleare. La notizia arriva nel giorno dell'apertura di Trump, nel corso del G7 a un ritorno al formato del G8 che includa la Russia, apertura condivisa dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte

​Un alto funzionario europeo avrebbe confidato al Wall Street Journal che Putin ha domandato a Kurz di organizzare un incontro a Vienna in estate e la Casa Bianca starebbe al momento valutando l'offerta. L'indiscrezione sarebbe stata confermata da fonti del Consiglio Nazionale di Sicurezza americano, le quali hanno però chiarito che "sebbene i due leader abbiano discusso in precedenza sulla possibilità di un vertice, non abbiamo nulla da annunciare al momento". A frenare Trump sarebbe la preoccupazione che la coincidenza con le indagini sul Russiagate​ possa causare strumentalizzazioni sul fronte interno. 

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Una stretta di mano energica, virile, anche troppo, visti i segni lasciati, prontamente immortalati dai fotografi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha catturato la mano del presidente americano, Donald Trump, e l'ha tenuta stretta così a lungo da lasciarci sopra il segno, nell'ennesima prova di forza tra i due leader. È successo ieri durante gli incontri del G7 in corso in Quebec.

Le foto rilanciate dal quotidiano britannico Telegraph non lasciano dubbi: nella prima si vede Macron arpionare Trump poco sopra il gomito, e poi allungare la mano per il tradizionale saluto a favore di telecamera. I due si stringono le mani, mettendosi in posa, ma il tutto dura parecchi secondi e alla fine è stato l'inquilino della Casa Bianca a tirarsi indietro per primo. L'immagine scattata subito dopo, mostra chiaramente la mano di Trump rossa con il segno bianco ben visibile del pollice di Macron, lì dove ha esercitato una forte pressione.

Una dimostrazione 'muscolare' che ha segnato fin dall'inizio la relazione tra i due leader. Già l'anno scorso, in occasione di un vertice Nato, Macron sfoggiò una stretta talmente vigorosa da far diventare bianca la mano di Trump per la pressione; voleva dimostrare che non avrebbe fatto concessioni, spiegò poi in un'intervista. Al G20 di Amburgo, nel luglio 2017, tra i due c'era stato una sorta di duello a chi tirava di più la stretta verso di sè mentre dopo il loro colloquio all'Eliseo, la stretta di mano era durata 25 secondi, come se nessuno dei due volesse lasciarla andare per primo. Ma il culmine era stato raggiunto il 14 luglio, in occasione della parata sugli Champs Elysees, con 29 secondi di stretta durante la quale Macron aveva quasi perso l'equilibrio.