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Estero

Si apre oggi il processo ad Abdulkadir Masharipov, l'uzbeko autore della strage di Capodanno nella discoteca Reyna, l'ultimo massacro firmato dall'Isis​ a Istanbul in una notte di terrore costata la vita a 39 persone. In vista della scontata condanna all'ergastolo è massima allerta terrorismo nella città sul Bosforo e in tutta la Turchia, nel timore di colpi di coda degli jihadisti in ritirata da Siria e Iraq.

Come Masharipov scelse il suo bersaglio

Lo scorso Capodanno a Istanbul l'allerta era alta come in poche altre occasioni. L'intelligence aveva segnalato il rischio attentati e le misure di sicurezza a Piazza Taksim, tradizionale centro dei festeggiamenti per turchi e stranieri, erano a dir poco imponenti. Masharipov questo lo sapeva, così decide di compiere un giro di ricognizione verso la piazza, dove comprende che lo spiegamento di forze avrebbe reso impossibile far passare granate stordenti e kalashnikov. Nel tragitto verso il quartiere dove le armi erano state depositate passa davanti alla discoteca Reyna, uno dei locali notturni più in voga ad Istanbul, affacciato sul Bosforo e da anni meta del divertimento notturno anche per gli stranieri in visita nella città. Masharipov nota subito che, nonostante la vicinanza a una stazione di polizia, gli agenti non hanno predisposto alcun apparato di sicurezza, anzi, fuori dalla discoteca ci sono solo un agente e un addetto alla sicurezza. Scatta così un piano B, dal racconto dello stesso terrorista agli inquirenti, Masharipov comunica la nuova strategia al suo capo a Istanbul, un iracheno, che ottiene l'approvazione di Raqqa. L'uzbeko recupera le armi, compie la strage e sparisce nel nulla.

Sedici giorni di incubo

Il suo corpo minuto compare in fuga in alcuni fotogrammi di telecamere di sicurezza. Con una mano sempre in tasca pronta a far esplodere una granata l'uomo si allontana, trova un taxi e scappa nei quartieri periferici da cui era partito. In una città di 23 miloni di abitanti una mossa sufficiente a far perdere le proprie tracce, almeno momentaneamente. I suoi spostamenti vengono ricostruiti attraverso l'analisi di 7200 ore di filmati di telecamere a circuito chiuso, mentre monta l'indignazione per il vile attacco e scatta una caccia all'uomo imponente. Decine le segnalazioni di Masharipov, setacciate le comunità centroasiatiche, decine gli arresti ad Istanbul, Knonya, Smirne, per fare terra bruciata attorno al fuggiasco. Per 16 giorni Istanbul vivrà come sospesa in un incubo, tra lo spiegamento imponente di polizia e la paura che il terrorista possa sparire nel nulla, magari fuggire in Siria o peggio, colpire ancora facendosi saltare in aria come chi non ha nulla da perdere.

Ancora mistero sulla sorte del figlio del terrorista

Dopo 16 giorni la soffiata giusta. Una casalinga turca di Esenyurt, quartiere periferico di più di un milione di abitanti, vede e riconosce Masharipov, non esita a chiamare la polizia e l'incubo di un'intera città finisce quando la foto del volto tumefatto del terrorista fa il giro delle edizioni speciali dei telegiornali. Insieme a Masharipov vengono arrestati un iracheno e due donne, sequestrati 197 mila dollari, pistole e munizioni. Grazie ai documenti emersi dal blitz la polizia risale a un corriere dell'Isis che viene intercettato nel sud della Turchia con 4 chili di esplosivo Rdx destinati a tre diversi attentati. L'intero Paese tira un sospiro di sollievo. Manca all'appello il figlio di quattro anni di Masharipov. La sorte del bambino costituisce ancora oggi un mistero. Secondo un'ipotesi militanti dell'Isis lo avrebbero rapito per garanzia nei confronti di Masharipov. Secondo altri invece sarebbe stato lo stesso Masharipov a darlo in mano a jihadisti affinché lo portassero al sicuro, magari nei territori allora sotto il controllo del califfato. 

La scia di attentati che ha insanguinato la Turchia

Quello di Masharipov sarà l'ultimo attentato dell'Isis in Turchia, il secondo compiuto da centroasiatici dopo l'attacco all'aeroporto Ataturk del 28 giugno 2016, il settimo dello stato islamico a partire da giugno 2015. Diyarbakir 5 morti, Suruc 31 morti, Ankara 103 morti, Istanbul 12 morti a gennaio 2016, 6 morti a marzo, 46 morti all'aeroporto prima della strage del Reyna, una scia di sangue che ha costituito un trauma per il Paese e fatto capire al presidente Recep Tayyip Erdogan che l'impegno contro l'Isis non poteva più essere secondo alla lotta ai curdi del Pkk. 

È passato quasi un anno e, alla vigilia di un processo dall'esito scontato, la Turchia ancora si sente reduce di due anni terribili. Il turismo è in lenta, faticosa, ripresa. Il contraccolpo, per l'economia e l'immagine del Paese, è stato al limite del ko. Erdogan è consapevole di questo e del fatto che un altro attentato metterebbe in ginocchio l'economia per anni. Proprio questo la Turchia è decisa a giocare un ruolo di primo piano in Siria e a non dare tregua ai jihadisti all'interno dei propri confini.

I fantasmi di Raqqa

L'ultimo allarme è scattato in seguito alla sconfitta patita dallo stato islamico a Raqqa. Le immagini dei jihadisti scortati fuori dalla ex capitale dello stato islamico dalle Forze Democratiche Siriane hanno mandato Ankara su tutte le furie e costretto i servizi di sicurezza ad alzare al massimo il livello di allerta. A fine ottobre un maxi attentato in un centro commerciale è stato sventato dopo che gli esplosivi erano già stati piazzati, pronti a realizzare una strage.

Poi è venuta la caduta di Raqqa, un avvenimento che non può non interessare un Paese che con Iraq e Siria condivide più di 1100 chilometri di confine. Secondo l'istituto di ricerca Soufan sarebbero almeno 800 i turchi, più un numero imprecisato di jihadisti di altri Paesi per cui la Turchia costituisce il primo approdo. Una circostanza più che sufficiente a riportare l'allerta al massimo. Nel mese di novembre i servizi segreti turchi e le forze di sicurezza hanno arrestato altre 109 persone solo ad Istanbul e 220 Ankara. Almeno 93 dei 109 arrestati di Istanbul a novembre provengono da Paesi diversi dalla Turchia, mentre i foreign terrorist fighters nelle retate di Ankara sono 82.

Gli arresti sono proseguiti a dicembre. Solo nell'ultima settimana 26 foreign fighter in fuga sono finiti in manette a Istanbul, mentre altri quattro, insieme a un turco, sono stati arrestati ieri dopo la segnalazione di un attentato in preparazione.
A quasi un anno dall'ultima strage, alla vigilia di un processo che decreterà la fine in carcere per Masharipov, la Turchia è tornata alla massima allerta, per garantirsi che la caduta di Raqqa, da essere una notizia accolta con favore da tutto il mondo, non diventi il prologo di nuove stragi.

Nella Zona Verde di Baghdad, un'imponente parata militare ha celebrato la vittoria finale dell'Iraq sull'Isis. Mentre aerei da combattimento solcavano il cielo, le truppe hanno marciato in formazione. Dall'alto i loro corpi componevano la scritta "giorno della vittoria" in arabo. 

E "giorno della vittoria" resterà il 10 dicembre, che il premier Haider al-Abadi ha annunciato diverrà festività nazionale in un discorso nel quale ha citato tutte le forze che hanno contribuito a schiacciare Daesh con un'esclusione significativa: i curdi, che avevano tenuto un referendum per l'indipendenza non riconosciuto da Baghdad.

Al-Abadi, ha proclamato venerdì la vittoria contro l'Isis, che tre anni fa aveva conquistato un terzo del territorio del Paese. "Le nostre forze hanno il controllo completo del confine tra Iraq e Siria e quindi annuncio la fine della guerra contro Daesh", aveva affermato, sottolineando che la vittoria è arrivata grazie alla "nostra unità e determinazione".

Nel 2014, di fronte all'avanzata dei miliziani dell'Isis, l'esercito iracheno si era ritirato precipitosamente, provocando l'appello alla mobilitazione generale dell'ayatollah Al Sistani, leader della maggioranza sciita. Con il sostegno dei caccia della coalizione internazionale a guida Usa, Baghdad aveva lanciato la campagna per la riconquista, riprendendo il controllo del territorio, città per città, al prezzo di durissimi scontro con gli uomini del Califfato.

Il mese scorso era stato l'Iran ad annunciare la vittoria contro l'Isis ma il premier iracheno aveva dichiarato allora di voler aspettare di riprendere il controllo sul deserto al confine con la Siria prima di cantare vittoria.

Mentre nei Territori esplode la nuova Intifada, dopo la decisione Usa di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, inizia il viaggio in Europa del premier israeliano Benjamin Netanyahu. "Vado a Parigi dove incontrerò il mio amico Emmanuel Macron e poi a Bruxelles dove avrò degli incontri importanti con i ministri degli Esteri europei", ha detto Netanyahu prima di partire, "rispetto l'Europa ma non sono pronto ad accettare doppi standard. Sento voci che criticano la dichiarazione storica di Trump ma non ho sentito nessuna condanna per il lancio di razzi contro Israele. Non accetterò questa ipocrisia".

"Bloccare la costruzione di nuovi insediamenti"

Una condanna "con la più grande chiarezza" di "tutte le forme di attacco" contro Israele è arrivata da Macron, nella conferenza stampa che ha seguito il colloquio tra i due leader, ma la posizione di Parigi resta la stessa. Il presidente francese ha ribadito la sua "contrarietà" alla decisione "spiacevole" e "pericolosa per la pace" della Casa Bianca, ribadendo che "l'unica soluzione" è quella che prevede "due Stati vicini". "Ho invitato il premier a fare gesti coraggiosi verso i palestinesi per uscire dall'impasse attuale", ha aggiunto Macron, "mi sembra che il congelamento degli insediamenti e le misure di fiducia nei confronti dell'Autorità palestinese siano atti importanti da cui partire, di cui abbiamo discusso con il primo ministro Netanyahu". In seguito al proclama di Trump, infatti, dal governo di Netanyahu si sono infatti levate voci a favore di un'accelerazione della costruzione di nuovi insediamenti. 

L'incontro con Netanyahu arriva dopo una telefonata tra Macron e il presidente turco Recep Tayyp Erdogan nella quale i due leader hanno discusso una posizione comune da sottoporre a Washington e concordato una "stretta cooperazione", in attesa di comprendere quale sia il nuovo "processo di pace" annunciato da Trump. Per scoprirlo – e capire quindi se Washington potrà continuare a svolgere un ruolo di mediazione – ci vorranno "settimane o mesi", ha spiegato Macron.

Netanyahu replica a Erdogan: "Aiuta i terroristi"

Se Macron negozia con Erdogan, diventato il nuovo paladino della causa palestinese, Netanyahu ha replicato con durezza al durissimo intervento del presidente turco, che ha definito Israele uno "Stato terroristico" e un "assassino di bambini". "Non accetto lezioni di moralità da un leader che bombarda i villaggi curdi in Turchia, che imprigiona i giornalisti, aiuta l'Iran ad aggirare le sanzioni internazionali e aiuta i terroristi, in particolare a Gaza", ha dichiarato Netanyahu ai giornalisti dopo l'incontro con Macron. Israele e Ankara hanno normalizzato le loro relazioni l'anno scorso, in seguito a una crisi diplomatica scatenata nel 2010 da un raid israeliano su una nave non governativa diretta alla Striscia di Gaza, che ha ucciso dieci attivisti turchi. 

Un israeliano accoltellato a Gerusalemme

Mentre Netanyahu era a Parigi, l'intifada per Gerusalemme arrivava nel cuore della Città Santa: un 25enne israeliano che prestava servizio come guardia di sicurezza a una stazione di bus è stato accoltellato al petto da un palestinese, poi arrestato dalla polizia. Il giovane è grave. L'attacco è avvenuto su Jaffa Street. Nel quinto giorno di proteste contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte degli Usa, si aggrava il bilancio delle violenze, arrivato a quattro palestinesi morti e 1250 feriti, e gli scontri si estendono ai Paesi della regione.

Proteste davanti l'ambasciata Usa di Beirut

A Beirut la polizia libanese ha lanciato lacrimogeni e ha usato i cannoni ad acqua contro i manifestanti che protestavano davanti all'ambasciata Usa. I dimostranti, che sventolavano bandiere palestinesi, hanno dato fuoco a pneumatici e cassonetti della spazzatura e hanno lanciato bottiglie contro le forze di sicurezza, che avevano barricato la principale via di accesso all'ambasciata nella zona di Awkar, a nord della capitale Sono state anche bruciate bandiere degli Stati Uniti e di Israele e al termine la polizia ha operato alcuni arresti. Il Libano ospita 450mila rifugiati palestinesi e per domani il leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha indetto una protesta per nei sobborghi sud di Beirut, feudo dei miliziani sciiti.

Abu Mazen vede Al Sisi

Domani il presidente palestinese Abu Mazen sarà al Cairo per incontrare il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. L'Egitto ha diffuso una nota spiegando che "continuerà a proteggere i diritti del popolo palestinese, i suoi luoghi sacri e il "diritto legittimo di stabilire uno Stato indipendente con capitale Gerusalemme est". All'incontro dovrebbe essere presente anche Re Abdallah di Giordania, Paese il cui Parlamento ha votato una mozione che chiede di rivedere di tutti gli accordi di pace stretti con Israele.

La stampa britannica, almeno quella vicina ai conservatori, ha accolto come una trionfatrice Theresa May al suo ritorno da Bruxelles, dove è riuscita a stringere un primo accordo sul divorzio dall'Unione Europea. La premier britannica ha trovato l'intesa con il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, sugli impegni finanziari pregressi, i diritti dei comunitari residenti in Gran Bretagna e il confine tra Irlanda e Ulster. La prossima fase del negoziato riguarderà i rapporti commerciali tra Ue e Londra, una volta uscita quest'ultima dal mercato comune e dall'unione doganale. Il governo May spera di ottenere un regime simile a quello che regola le relazioni con il Canada. Un accordo simile dopo un periodo di transizione di appena due anni irriterebbe però gli altri partner di Bruxelles, che non accetterebbero di veder riservato un trattamento di favore al Regno Unito. E, senza un'intesa sul commercio, Londra potrebbe alzarsi senza pagare il conto.

Davis: "Senza accordo commerciale non paghiamo"

Il "ministro della Brexit", David Davis, ha dichiarato alla Bbc che, se non verrà garantito un accordo commerciale, la Gran Bretagna non onorerà gli impegni finanziari raggiunti con Bruxelles, una somma tra i 40 e i 45 miliardi di euro: "Nessun accordo significa che non pagheremo". L'accordo, ha proseguito, "è condizionato a un risultato, è condizionato a un periodo di attuazione, è condizionato a un accordo commerciale". La posizione di Davis contraddice le affermazioni del Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, secondo il quale Londra avrebbe pagato il conto indipendentemente dal risultato delle trattative.

Pressioni internazionali su Bruxelles

Le pressioni internazionali su Bruxelles perché non conceda a Londra un trattamento di favore sono però già iniziate, rivela una fonte comunitaria al Guardian. "Siamo stati approcciati da alcuni Stati che hanno espresso preoccupazione e hanno chiarito che sarebbe un problema enorme se il Regno Unito ottenesse subito un trattamento migliore di quello del quale godono loro", spiega la fonte, "non è un bizzarro rigido principio, è che le cose non funzionerebbero. Prima di tutto dobbiamo mantenere l'equilibrio dei diritti e degli obblighi, altrimenti mineremmo la nostra unione doganale e il nostro mercato comune. In secondo luogo, non possiamo agitare le relazioni con Paesi terzi. Se concedessimo al Regno Unito un accordo sbilanciato, allora gli altri partner con i quali ci siamo impegnati e che hanno sottoscritto accordi equilibrati, tornerebbero alla carica per chiedere di modificarli".

Non solo, come hanno sottolineato numerosi diplomatici, è irrealistico che un periodo di transizione di due anni possa essere sufficiente. "Le chance di concludere anche un accordo modesto, come quello tra Ue e Canada, e vederlo ratificato in tutti i 27 Paesi in un periodo di due anni sono intorno allo zero. L'orlo del precipizio è quindi ancora in vista, il periodo di transizione lo allontana e basta", spiega Lord Kerr, il diplomatico che scrisse la bozza dell'articolo 50 dei Trattati che regola l'uscita dalla Ue. "Gli accordi commerciali sono lunghi e complessi e invariabilmente richiedono più di cinque anni per essere concordati", afferma l'ex Segretario Permanente al Tesoro Nick Macpherson, "è quindi molto probabile che il periodo di transizione duri fino al 2024". 

La notizia ha fatto il giro del mondo negli ultimi giorni e il caso non è affatto chiuso. Ci sono due ragazze Anna Zuccaro, 26 anni, e Mia Merrill, 30 anni (la prima italiana, scrive il Corriere dell Sera), che hanno lanciato una  petizione online chiedendo niente meno che al Metropolitan Museum of Art di New York di rimuovere – del tutto o almeno dai manifesti pubblicitari che promuovevano la mostra – di un dipinto, "Thérèse Dreaming", di Balthasar Klossowski de Rola, meglio conosciuto come Balthus. Un dipinto famoso, che ritrae una ragazzina in una posa discinta, le gambe piegate e leggermente divaricate, gli occhi chiusi, i suoi pensieri apparentemente persi nella fantasia, come scrive il New York Times.

Teresa sogna e la sua gonna è alzata e rivela una fodera rossa e un paio di slip bianchi. Si legge nella petizione delle due ragazze: “È inquietante che il Met possa mostrare con orgoglio una simile immagine. Sono una rinomata istituzione e uno dei più grandi e più rispettati musei d'arte negli Stati Uniti. L'artista di questo dipinto, Balthus, ha avuto una nota infatuazione con le ragazze pubescenti, e si può sostenere con forza che questo dipinto renda romantica la sessualizzazione di un bambino”.

Ancora, sempre dalla petizione: “Dato il clima attuale intorno all'assalto sessuale e alle accuse che diventano ogni giorno più pubbliche, mettendo in mostra questo lavoro per le masse senza fornire alcun tipo di chiarimento, The Met, forse involontariamente, sostiene il voyeurismo e l'oggettivazione dei bambini".

Scrive Mia Merrill: "Non sto chiedendo che questo dipinto sia censurato, distrutto o mai più visto. Sto chiedendo a il Met di consideri seriamente le implicazioni che particolari opere d'arte sulle loro pareti possono comportare e di essere più coscienziosi nel modo in cui contestualizzano quei pezzi alle masse. Questo può essere ottenuto rimuovendo il pezzo da quella particolare galleria o fornendo più particolari nella descrizione del dipinto. Ad esempio, una frase breve come "alcuni spettatori trovano questo pezzo offensivo o inquietante, data l'infatuazione artistica di Balthus con le ragazze giovani".

Balthus  aveva utilizzato la modella Thérèse Blanchard figlia di una vicina maestra parigina, nel corso di tre anni, realizzandone 10 dipinti nel 1936, quando aveva 11 anni. l'immagine in questione la vede al 12 o al 13. La petizione ha già raccolto quasi 12.000 firme "Quando sono andata al Metropolitan Museum of Art, lo scorso fine settimana – ha scritto Mia Merrill – sono rimasta scioccata nel vedere un dipinto che ritrae una ragazza in una posa sessualmente suggestiva."

Il Met ha commentato l’iniziativa delle due ragazze, dicendo che  non avrebbe abbassato o spostato il dipinto, né offerto al pubblico maggiori dettagli sull'orientamento e l'approccio dell'artista che non fossero il nome e l'età del dipinto.

Sui giornali americani si sta discutendo molto del caso. Sul Washington Post, il critico Philip Kennicott ha scritto che anche un'iscrizione breve e sintetica per avvertire lo spettatore sul fatto che alcuni potrebbero trovare il dipinto offensivo, perché Balthus ha avuto un'infatuazione artistica con le sue modelle non sarebbe opportuna, non necessaria. il portavoce del Metropolitan Museum of Art Kenneth Weine ha dichiarato al Washington Post di non ritirare il lavoro di Balthus. "Appartiene alla storia della pittura europea e la missione del museo è quella di raccogliere, studiare, preservare e presentare opere di tutte le età e di tutte le culture", ha proseguito.  "Le arti visive sono uno dei mezzi più importanti che dobbiamo riflettere sia sul passato che sul presente, e speriamo di motivare la continua evoluzione della cultura corrente attraverso una discussione informata e il rispetto per l'espressione creativa ".

Balthus è conosciuta per i suoi ritratti di giovani donne, e questa non è la prima volta che l'artista ha fatto discutere la critica e il pubblico. Nel 2013, una mostra organizzata sempre dal Met e ntitolata "Balthus: Cats and Girls – Paintings and Provocations", ha visto tuttavia dei brevi avvertimenti all'ingresso per il pubblico sul fatto che alcune di quelle immagini potevano urtare la suscettibilità di qualcuno.

Mentre gli americani osservano perplessi le mosse di Donald Trump in Medio Oriente, c'è un politico democratico che consolida il proprio consenso e guadagna favori. Bernie Sanders è il politico americano in attività con l'indice di gradimento più alto. Il senatore del Vermont, sconfitto alle primarie del 2016 da Hillary Clinton, continua a piacere agli elettori che lo promuovono con uno straordinario 75% dei consensi. Sono in tanti ora a chiedersi se il "vecchio" Bernie cavalcherà l'onda positiva riprovando a vincere la nomination democratica per le prossime elezioni presidenziali del 2020.

Sanders ed il suo staff non si sono ancora pronunciati in maniera chiara, ma c'è chi scommette che la sua nuova corsa alla Casa Bianca sia in realtà già iniziata. Al socialista-democratico più amato d'America è dedicato un interessante approfondimento di Politico, il più influente sito Internet sulla politica statunitense. Secondo l'analista Gabriel Debenedetti, il senatore starebbe muovendosi in maniera sempre più aggressiva, probabilmente in vista di una nuova sfida presidenziale, colmando alcune lacune emerse durante i faccia a faccia con Clinton lo scorso anno.

In primis le modeste competenze in politica estera. Ma non solo. Altro passo fondamentale registrato dagli esperti, è senza dubbio il suo evidente avvicinamento alle "strutture di potere" del partito democratico, che nel 2016 avevano supportato fedelmente Hillary. Una mossa riappacificatrice reciproca. I quadri più influenti, infatti, stanno sostenendo quella che Politico definisce come l' "icona progressista" per catalizzarne il ritrovato peso politico utilizzandolo nella lotta contro l'amministrazione Trump.

I tempi cambiano e così pure le alleanze. Se durante le primarie dello scorso anno Sanders si era presentato come il candidato anti-establishment, si assiste ora ad un progressivo riavvicinamento alle strutture più tradizionali del partito. Il senatore, infatti, sta lavorando con alleati un tempo impensabili. Tra essi Randi Weingarten, presidente dell'American Federation of Teachers, l'associazione che unisce gli insegnanti democratici.

Non mancano gli accostamenti a personaggi vicini all'area Clinton, come Bill Perry esperto di affari internazionali ed ex ministro della difesa durante la presidenza di Bill Clinton. Intanto il capo dell'opposizione democratica in senato Chuck Schumer ha creato per lui una posizione ad hoc, ovvero quella di "outreach chairman", ovvero responsabile per la divulgazione e la promozione del partito. Come registra Politico, però, i suoi sforzi più robusti sono diretti a combattere il proposito repubblicano di smantellare e sostituire l'Affordable Care Act, meglio conosciuto come Obamacare, ovvero la riforma sanitaria voluta dal presidente Obama nel 2010, odiata dal Gop e ora a serio rischio di affossamento. Sul suo piatto, però, c'è anche la lotta contro la riforma fiscale proposta dai repubblicani.

L'impressione generale, insomma, è che Sanders stia allargando il cerchio a dire il vero piuttosto stretto del 2016, partendo da Our Revolution, il movimento che è nato subito dopo la sconfitta grazie anche a Jeff Weaver, capo della campagna elettorale scorsa, ed ora nuovamente nello staff direttivo.

Nella stessa direzione va anche il Sanders Institute, il think tank fondato e coordinato da Jane Meara Sanders, moglie del senatore. Sanders ha anche rafforzato la sua presenza e la sua efficacia sui social network con Facebook Live e podcast regolari. La sua pagina, tra l'altro, è seguita 7 milioni e mezzo di utenti. Il suo staff punta a raggiungere un pubblico sempre più ampio anche, e soprattutto, limando certe spigolosità politiche.

Il campione della battaglia contro il sistema, dunque, si sta in qualche modo avvicinando all'establishment tanto condannato. Per molti si tratta di una "presa di responsabilità"; per altri questo potrebbe tradursi in una sorta di tradimento dei suoi principi. L'incognita è tutta legata alla percezione che ne avrà la sua base. Al momento a non avere dubbi è Keith Ellison, vice presidente del partito, che sottolinea come i democratici abbiamo un essenziale bisogno dei tredici milioni di elettori che hanno sostenuto Sanders nel 2016. "Tutto quello che rende Bernie più efficace nel raggiungere quel movimento e nel continuare a costruire una potente e progressista base di americani impegnati – spiega Ellison a Politico – è un bene per il partito democratico".

Per oltre due anni, "Mosul eye" è stato per i media di tutto il mondo una risorsa fondamentale per capire come si vivesse sotto lo Stato islamico. Un blog anonimo, fondato da "uno storico indipendente che vive a Mosul", si legge tuttora sulla sua pagina web. Un diario, dettagliatissimo, scritto da un ragazzo che ha condotto in questo periodo una vita segreta, a contatto con i miliziani che da giugno 2014 avevano occupato la seconda città irachena. Un occhio su Mosul, appunto. Il suo nome lo ha finalmente rivelato alla AP pochi giorni fa: si chiama Omar Mohammad, ha 31 anni, ed è uno studente di storia.

Per quasi due anni, Omar ha girovagato per le strade di Mosul pattugliate dall'Isis, fermandosi a parlare con i negozianti e con i miliziani, facendo la spola tra gli ospedali. Si è fatto crescere la barba e i capelli, ha indossato i pantaloni a tre quarti tipici di Daesh, e ha assistito a decapitazioni, lapidazioni e altre atroci violenze. Si è appuntato tutto – nomi e cognomi dei giustiziati, luogo e ora della loro morte, i "reati" di cui erano accusati – e poi lo ha trasferito sul suo pc. 
Ma non chiamatelo "spia": Omar ci tiene a definirsi blogger e storico. Quando l'Isis ha preso Mosul, ha deciso di rimanere e provare a raccontare in che modo gli jihadisti stessero provando a cambiare l'assetto e la natura di una città multi confessionale, trasformandola in una roccaforte del wahhabismo. Si è imposto due regole: non fidarsi di nessuno. E documentare tutto.

Rischiare la vita ogni giorno per raccontare l'orrore

Col passare del tempo, ha ottenuto centinaia di migliaia di lettori e followers in tutto il mondo: 293.000 su Facebook, 37.000 su WordPress, 24.000 su Twitter. Nessuno di essi, tantomeno i miliziani di Daesh o i suoi familiari, conosceva la reale identità di chi riempiva le pagine di Mosul Eye. Innumerevoli le volte in cui è stato fermato ai checkpoint dei miliziani, mentre portava con sè una piccola chiavetta usb, dentro la quale c'era la sua condanna a morte, ossia le prove sulle atrocità dei miliziani da lui raccolte. Incredibilmente, non è mai stato scoperto.

Quando i miliziani sono arrivati in massa a Mosul, a bordo di nuovissime jeep Toyota, Omar ha pensato che si sarebbero dileguati in breve tempo, come già avevano fatto altri jihadisti nel corso del tempo, sin dalla caduta di Saddam Hussein, quando in Iraq è esplosa la guerra civile. Si sbagliava, e se ne è reso conto quasi subito, quando nel bel mezzo dei combattimenti in città una parte dei miliziani già si stava occupando di far eseguire una settantina di condanne a morte precedentemente stabilite. 

Il primo incontro con i miliziani

Al tempo, Omar aveva appena iniziato ad insegnare all'Università di Mosul, per cui pochi giorni dopo l'arrivo dell'Isis partecipa ad un meeting con lo staff didattico nell'ateneo cittadino. Un meeting particolare, con i miliziani che spiegavano come avrebbero concepito il nuovo sistema scolastico, interamente basato su una interpretazione lettaralista – o a volte su una totale fraintendimento – dei Testi sacri islamici. In quel momento, Omar capisce per la prima volta la consistenza del pericolo, o perlomeno la probabile fine della sua carriera: solo un anno prima, infatti, durante la discussione della sua tesi di laurea, era stato accusato di "secolarismo". Omar, quindi, lascia l'università, e inizia a scrivere le prime osservazioni sull'Isis da una pagina Facebook. 

Finché, poco tempo dopo, un amico non gli comunica che così facendo rischia di essere ucciso. Mosul Eye, il blog, nasce il 18 giugno 2014, meno di due settimane dalla proclamazione del Califfato. Di giorno Omar se ne va in giro per la città vestito come richiedono i miliziani, parla con tutti, raccoglie volantini di ogni genere, frequenta le moschee "occupate" con finto entusiasmo, cercando di non attirare sospetti; di notte, riporta tutto su Mosul Eye.

"Non sono un giornalista, né una spia"

Più passano le settimane, più Mosul diventa inaccessibile, la vita al suo interno impossibile, all'insegna della violenza, dell'oscurità, dell'estremismo più cieco, e più Mosul Eye diventa la principale risorsa per capire la sua drammatica trasformazione. "Avevano organizzato una macchina di morte. Sono assetati di sangue, di soldi e di donne", racconta Omar, mentre ricorda anche il destino di due suoi vecchi amici, irretiti dalla retorica dello Stato islamico, che andava a toccare le corde del risentimento accumulato negli anni passati contro le milizie sciite, che nel 2008 li avevano detenuti per qualche tempo.

I media occidentali, nel frattempo, si accorgono di Mosul Eye: lo contatta un quotidiano tedesco, al quale rilascia una intervista anonima; poi il New Yorker, col quale traccia per la prima volta, sempre in forma anonima, un suo profilo. Lo contattano anche alcune agenzie di intelligence, a cui però ribadisce il suo mantra: "Non sono un giornalista, né una spia. Se volete informazioni, sono tutte pubblicate sul mio blog. Prendetele".

Non è facile vivere a Mosul, anche non considerando i rischi personali: nei primi mesi del Califfato, i miliziani stilano una lista di donne accusate di prostituzione, e ne uccidono circa cinquecento. Poi se la prendono con i gay, che si riconoscono quando i loro corpi vengono gettati in strada dai tetti dei palazzi. Nel frattempo, sciiti, cristiani e yazidi iniziano a scappare, sfuggendo a un destino certo. Mosul cambia pelle, non è piu' la città eterogenea di un tempo. Omar registra decapitazioni, amputazioni per furto, fustigazioni per apostasia, per assenteismo alle preghiere congregazionali, "tasse "non pagate. In quel periodo, nella sezione dei commenti di Mosul Eye, iniziano ad apparire minacce di morte di simpatizzanti dell'Isis.

"Un gioco con la morte"

A marzo 2015, Omar dice basta. Un ragazzo di 14 anni viene decapitato in piazza; altre 12 persone vengono arrestate per aver fumato delle sigarette, e alcuni di loro fustigati davanti a tutti. In assenza di alternative, tanti giovani di Mosul decidono di giurare fedeltà ad Al Baghdadi. Per Omar la misura è colma, e così decide di dismettere i vestiti che indossava per volere dei miliziani, si taglia la barba e i capelli e decide di interrompere il suo lavoro allontanandosi dalla città. Riesce anche a coinvolgere un suo amico. "Ho deciso di morire, in quel momento", ricorda Omar nell'intervista alla AP.

I due, a bordo di una Chevrolet in cui risuonava quella musica che era vietata sotto il Califfato, guidano fino alle rive del fiume Tigri, poi si fermano, bevono del thé e fumano, non accorgendosi degli sguardi di alcune persone che fanno un pic nic poco lontano. Omar in quel momento pensa nuovamente che verrà segnalato, arrestato, e poi torturato, ucciso. Ma ancora una volta, scampa al pericolo, e decide di tornare indietro, a casa sua.

Ricomincia ad aggiornare il blog, e nel frattempo si fa crescere nuovamente la barba e i capelli. Fuma, ascolta musica, ma lo fa tenendo le serrande abbassate e la luce spenta. Qualche tempo dopo, un suo amico lo informa su un bombardamento che avrebbe appena ucciso decine di comandanti dell'Isis, distruggendo anche un deposito di armi. Lui posta tutto su Mosul Eye, ma pochi secondi dopo aver pubblicato, si accorge di aver commesso un errore, perché quella informazione sarebbe potuta venire da una sola persona, il suo amico. Così, decide di rimuovere il contenuto immediatamente, sperando di essere in tempo, e quella notte non chiude occhio. "È come un gioco con la morte, un errore può porre termine alla tua vita".

Una doppia battaglia

Il suo è un duplice impegno, una doppia battaglia: "la prima contro l'Isis, la seconda contro le voci su Mosul, per proteggere la sua anima, la sua reputazione". In quel periodo in Iraq sono in molti, soprattutto tra i sostenitori del governo sciita a Baghdad, ad accusare gli abitanti di Mosul di essere artefici del loro infausto destino, di aver sostanzialmente dato il benvenuto ai miliziani di Daesh, percepiti da alcuni come dei "liberatori" in una città abbandonata dal governo centrale (e dalle stesse truppe irachene, che colte di sorpresa sono costrette a fuggire quando i miliziani prendono il controllo di Mosul).

Resosi conto di aver sufficiente materiale per raccontare la storia della sua città sotto il Califfato, Omar decide stavolta di andarsene definitivamente. Paga 1.000 dollari ad un trafficante, che acconsente ad accompagnarlo fuori città. Passa da casa, trasferisce sulla sua preziosa chiavetta Usb il materiale del suo pc e, cercando di non guardarsi indietro, monta in macchina il 15 dicembre 2015.

La fuga da Mosul

Il trafficante lo accompagna fino alla periferia est di Raqqa, in Siria. Da qui, in compagnia di altri siriani e iracheni con i suoi stessi progetti, paga altri trafficanti per raggiungere la Turchia.
Mentre si trova in Turchia, continua ad aggiornare il blog, ottenendo informazioni da parenti e amici a Mosul via Whatsapp, Viber e Facebook. Una parte di lui è ancora lì, insieme alla madre, che non ha idea di quali siano i progetti del figlio.
Un paio di mesi dopo, a febbraio 2017, ottiene asilo in Europa, con l'aiuto di una organizzazione internazionale che era venuta a conoscenza della sua storia segreta.

Da una località sicura nel cuore del Vecchio continente, traccia tutti i bombardamenti aerei su Mosul, temendo di volta in volta che possano colpire la sua casa. Chiede alla madre e a suo fratello maggiore di scappare, ma alcuni giorni dopo quest'ultimo, a 36 anni, viene ucciso da un colpo di mortaio, lasciando quattro figli senza padre. Quello è il momento in cui Omar decide di rivelare a suo fratello minore – un assiduo lettore del blog, che mai avrebbe immaginato fosse redatto dal fratello – la sua vera identità. 

"L'ho fatto per la Storia"

Mentre la città vecchia di Mosul viene distrutta, Omar fornisce agli inviati sul posto della Bbc le coordinate, i numeri di telefono e gli indirizzi di abitazioni con all'interno dei civili, nella speranza che vengano poi segnalati ai comandanti della coalizione. Probabilmente, è così che Omar, dopo aver custodito i segreti della Mosul occupata, ha contribuito a salvare delle vite.
Ancora nessuno conosce il nome del fondatore di Mosul Eye: una attivista, fondatrice del gruppo Facebook "Donne di Mosul", inizia a descriverlo come un "leader spirituale" dei laici di Mosul. A lui basterebbe che sua madre sappia cosa ha fatto per la sua città in questi anni, ed è soprattutto per questo che accetta, il 15 novembre 2017, di rivelare la sua identità alla AP.

Ovviamente, Omar ha sempre saputo di rischiare la propria vita. Tuttavia, aveva una ambizione e dei desideri che lo hanno spinto a continuare. "L'ho fatto per la Storia. Un giorno tutto questo finirà, e la vita tornera' normale anche a Mosul. A quel punto, la gente inizierà a studiare cosa e' accaduto. E la città si merita di essere raccontata, merita che la verità venga preservata. Perché ogni volta che c'è una guerra, la prima vittima è la verita'". 

Tra Gran Bretagna e Usa è in corso una guerra dolcissima che si sta combattendo su cime innevate: quelle del Toblerone – il noto torrone di forma triangolare – e del Twin Peaks, l'equivalente della catena di discount britannica Poundland. Il 'conflitto' dura da circa un anno, quando il colosso americano Mondolez International, cui fa capo la tavoletta di cioccolato svizzero, decise di riprogettare per il mercato inglese la forma del torrone abbassandone le vette e ampliando le valli, ma mantenendo lo stesso prezzo. E la mossa ha finito per aprire una breccia nel mercato per il rivale Poundland che propone a un costo più basso un prodotto molto simile nella forma e nella confezione.

Come il Toblerone, Poundland ha messo sul mercato un torrone con vette e valli avvolto in un involucro giallo-oro con la scritta rossa. La differenza è nel peso (maggiore nel caso del prodotto britannico) e nel costo (inferiore). Un copia bella e buona e un esempio di concorrenza sleale, tuonano dal colosso statunitense. Ma Oltreoceano rimandano le accuse al mittente: le differenze ci sono, eccome. A iniziare dalle cime: il Toblerone si ispira al Monte Cervino, al confine tra l'Italia e la Svizzera e alto 4.480 metri, mentre Il Twin Peaks è un omaggio alle colline – assai meno vertiginose – Ercall e Wrekin, rispettivamente alte 140 metri e 406 metri, che si trovano al confine tra il Galles e l'Inghilterra. "Il nostro torrone presenta due cime tra una valle e un'altra", sottolineano alla Poundland per avallare la loro tesi.

Una (dolcissima) battaglia legale

A ottobre si è conclusa la battaglia legale tra i due colossi, e questa settimana il torrone di Poundland è arrivato sugli scaffali. Ma di certo non come la catena britannica si aspettava. Dopo la negoziazione con Mondelez, la società inglese che fa capo alla multinazionale della distribuzione Steinhoff International, ha ottenuto il via libera per vendere in 900 negozi le 500mila barrette già in produzione a patto di cambiare la confezione, diventata ora blu con la scritta oro. Poi si volterà pagina: "Rivedremo la forma affinché il torrone rappresenti meglio le cime Wrekin e Ercall", ha fatto sapere in una nota stampa la società britannica.

Storia di un marchio intramontabile

Nato nel 1867 da una ricetta di Jean Tobler, pasticcere e cioccolataio svizzero, il Toblerone è oggi un prodotto globale che unisce al latte svizzero, cacao proveniente da varie nazioni, mandorle californiane, miele messicano e uova. La ricetta è la stessa che portò Tobler alla fama. In poco tempo il torrone del pasticcere entrò, infatti, nelle case degli abitanti del luogo.
La richiesta di cioccolato Tobler e il successo furono tali che Jean Tobler fondò nel 1899 la "Fabbrica di cioccolato Berna, Tobler & Cie"; l'anno successivo la direzione passò in mano al figlio Theodor Tobler. Fu nel 1908 che Theodor insieme al cugino Emil Baumannc creò la ricetta a base di cioccolato al latte, miele e nocciole arrivata fino a noi. La barretta chiamata Toblerone, da Tobler e torrone.

Nel 1909 il marchio Toblerone viene registrato presso l'Istituto federale della proprietà intellettuale a Berna, rendendo il Toblerone il primo cioccolato al latte, mandorle e miele ad essere brevettato. Nel 1925 Tobler aprì una succursale in America, ma l'impresa si rivelò fallimentare a causa dei crescenti dazi doganali e della crisi del 1929: nel 1931 il consiglio di amministrazione venne congedato e l'azienda venne acquisita da un consorzio francese, il quale liquidò Tobler due anni dopo. 

Negli anni '50 l'azienda creò la prima variante al rum e aprì negozi in Italia e Germania. La compagnia di Tobler rimase indipendente fino al 1970, quando si fuse con la Suchard, azienda produttrice del cioccolato Milka, dando vita all'Interfood. Nel 1983 il gruppo si fuse con la fabbrica di caffè di Jacobs, formando la Jacobs Suchard AG. Il nuovo marchio fu poi acquistato nel 1990 dalla Philip Morris per 4,1 milioni di dollari, che lo incorporò nel gruppo Kraft. Oggi Mondelz International.

"Il Toblerone – puntualizzano dalla casa madre – è uno dei prodotti al cioccolato svizzero più amati e apprezzati al mondo. La qualità della sua ricetta originale svizzera e le sue vette deliziano le persone da ogni parte del mondo sin dal 1908 e auspichiamo di continuare a farlo con le future generazioni". Ma di certo, almeno nel Regno Unito, ormai dovrà vedersela con il rivale britannico. 

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il presidente francese Emmanuel Macron hanno concordato una "stretta cooperazione" sulla crisi di Gerusalemme e faranno pressione su Donald Trump affinché riconsideri la sua decisione. Lo riferisce l'agenzia Anadolu citando una fonte della presidenza turca.

Nel corso di un colloquio telefonico, Erdogan e Macron hanno condiviso la "preoccupazione per l'intera regione" per la scelta degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale israeliana.

Erdogan ha sottolineato che è dovere di tutta l'umanità preservare lo status di Gerusalemme e ha aggiunto che un passo sbagliato potrebbe avere un impatto negativo su tutta la regione, compreso Israele. I due presidenti hanno concordato di continuare gli sforzi per convincere gli Stati Uniti a riconsiderare la decisione.

Anadolu aggiunge che Erdogan ha anche discusso della questione Gerusalemme con i presidenti Nursultan Nazarbayev, Ilham Aliyev e Michel Aoun, del Kazakistan, dell'Azerbaijan e del Libano. Il presidente turco ha ribadito che "la pace e la stabilità regionali possono essere garantite solo attraverso uno stato indipendente e sovrano palestinese entro i confini del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale". Riferendosi al vertice straordinario dell'Organizzazione di cooperazione islamica (OIC) che si terrà a Istanbul il 13 dicembre, Erdogan ha aggiunto che il summit sarà l'occasione per mostrare l'unità del mondo islamico su Gerusalemme, una città santa per musulmani, ebrei e cristiani.

Bandiere bruciate a Berlino

Intanto, circa 1200 persone hanno manifestato davanti all'ambasciata americana di Berlino contro il riconoscimento americano di Gerusalemme capitale di Israele.

Sono state sventolate diverse bandiere palestinesi, turche e siriane. I 450 poliziotti presenti per controllare la situazione si sono attivati solo quando sono state bruciate due bandiere israeliane e parte della folla ha intonato violenti slogan antisemiti. In serata più di un centinaio di persone è sfilata in corteo all'interno di Neukölln, uno dei quartieri a più alta concentrazione araba della capitale. La manifestazione, non autorizzata, si è sciolta spontaneamente all'arrivo della polizia. Ad Amburgo invece circa duecento persone hanno protestato davanti al consolato americano al grido di "No Gerusalemme capitale".  

"La nostra rivoluzione non è finita l'8 novembre (del 2016). È stato solo l'inizio…il futuro ci appartiene". Così Donald Trump ha concluso il suo comizio in Florida, a Pensacola, a soli 30 chilometri dal confine con l'Alabama, dove si gioca l'importante partita per il seggio al Senato lasciato libero da Jeff Sessions diventato ministro di Giustizia. Trump ha usato il palco della Florida per sostenere la candidatura del repubblicano Roy Moore, controverso candidato dell'ultradestra accusato di aver molestato delle minorenni quando aveva 30 anni. Accuse sulla cui credibilità il presidente degli Stati Uniti ha espresso dubbi. Durante il discorso, il miliardario ha rivendicato i successi della sua amministrazione, dalla 'imminente' riforma fiscale con tagli alle tasse piu grandi "della storia" fino alla lotta contro i clandestini e i terroristi. "Migliaia" di persone sospettate "al momento sono sotto sorveglianza", ha detto. 

Un appello all'unità

Trump ha accusato l'opposizione democratica di "opporsi alla volontà del popolo americano" ma poi ha concluso il suo intervento con un appello all'unità."Se siamo della città o della campagna, se siamo neri, olivastri o bianchi, sanguiniamo tutti dello stesso sangue. Facciamo tutti il saluto alla stessa grande bandiera americana. Siamo la nazione che ha scavato il canale di Panama, che ha vinto due guerre mondiali, che ha portato l'uomo sulla luna e messo in ginocchio il terrorismo", ha detto l'inquilino della Casa Bianca davanti ad una platea adorante. "Fino a quando avremo il coraggio delle nostre convinzioni, non ci sarà obiettivo fuori dalla nostra portata… La più grande avventura è davanti a noi. Siamo americani e non dobbiamo smettere di sognare". 

"Potremmo rientrare nell'accordo sul clima"

La notizia è però l'apertura a un rientro degli Stati Uniti nell'accordo di Parigi per combattere il cambiamento climatico. "Potrei rientrare nell'accordo ad un prezzo migliore", ha precisato Trump. "Voglio aria più pulita, voglio acqua chiara e acqua pulita. Voglio cose che loro non avranno e non voglio pagare le cifre di cui parlano", ha insistito. Trump ha dunque sottolineato come il carbone stia tornando alla ribalta negli Usa. Le rinnovabili? Ha detto che "gli piacciono i mulini a vento" ma che "servono gli idrocarburi perché quando il vento non soffia è un problema".

"Daremo una possibilità a Pyongyang"

Contro la Corea del Nord "abbiamo imposto le più forti sanzioni di sempre approvate dal Consiglio di sicurezza dell'Onu e ne abbiamo in piedi molte altre" ma "non so se queste sanzioni funzioneranno", ha proseguito Trump. A Kim "daremo una possibilità. Vedremo. Chissà. Posso dirvi solo una cosa: siete in buone mani". 

Sulla questione di Gerusalemme, il presidente ha infine invitato alla calma e alla moderazione, auspicando che le voci a favore della tolleranza prevalgano sui fomentatori d'odio. "Il presidente rimane impegnato per il raggiungimento di una pace duratura tra israeliani e palestinesi", ha affermato il vice portavoce della Casa Bianca, Raj Shah, parlando con i giornalisti sull'Air Force One diretto in Florida, dopo le violenze scoppiate in Medio Oriente in seguito alla decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme capitale d'Israele, "pensiamo che la decisione di riconoscere la realtà, di riconoscere Gerusalemme capitale d'Israele sia la decisione giusta". 

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