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Estero

Milano ci spera, ma la via che potrebbe 'riportare' in Italia l'agenzia europea del farmaco assegnata ad Amsterdam causa Brexit​, rimane strettissima. Malgrado il pressing politico-mediatico di parte italiana, nodi tecnici e procedurali, ma soprattutto politici, fanno ritenere alla gran parte delle fonti di Bruxelles, che le possibilità che l'Ema possa essere 'strappata' all'Olanda e riassegnata all'Italia siano davvero pochissime. Giovedì prossimo, una delegazione del Parlamento europeo accompagnata dalle autorità olandesi, sarà in missione nella città olandese per verificare in che condizioni si trovano le diverse sedi che dovranno ospitare l'agenzia: la delegazione visiterà la sede provvisoria dello Spark building, e quella definitiva, ancora praticamente una cantiere, del Vivaldi building.

Il passaggio parlamentare successivo, in attesa che si pronunci la giustizia dopo i ricorsi presentati dal governo e dal Comune di Milano, sarà quello del 12 marzo, quando la Commissione Ambiente e salute dell'Europarlamento dovrà votare gli emendamenti al testo del regolamento proposto dalla Commissione che trasferisce da Londra ad Amsterdam la sede dell'Ema. Pochi giorni dopo il provvedimento arriverà in aula. In entrambi i casi gli europarlamentari italiani promettono battaglia.

L'inattesa riapertura del dossier

La vicenda Ema, che sembrava chiusa il 20 novembre, giorno in cui Milano perde al sorteggio la sfida con Amsterdam, si è inaspettatamente riaperta alla fine di gennaio, quando il direttore generale dell'agenzia, l'italiano Guido Rasi, interviene in una conferenza stampa assieme alle autorità olandesi e dice che il trasferimento dell'Ema da Londra all'Olanda sta creando qualche problema logistico e organizzativo ai vertici e ai dipendenti dell'Agenzia. Rasi ricorda che l'edificio definitivo in cui il personale dell'Ema si trasferirà non sarà pronto per la data ufficiale di Brexit, ovvero il 30 marzo del 2019, "quindi dovremo prima trasferirci in locali temporanei nella città e poi nell'edificio finale. Questo doppio trasferimento ci costringerà a investire più risorse e ci vorrà più tempo per tornare alle nostre normali operazioni", dice. Rasi aggiunge che "gli edifici inizialmente proposti non erano pienamente adatti allo scopo e che, pertanto, i nostri partner olandesi hanno dovuto trovare un'altra opzione" che per il momento "non è ottimale".

Le parole di Rasi sono un balsamo per la politica impegnata in campagna elettorale. Dall'Italia si scatena la corsa a rivendicare la 'restituzione' dell'Ema a Milano, che può contare sulla disponibilità immediata del Pirellone per ospitare l'agenzia. Palazzo Chigi e il comune di Milano si muovono in una manovra a tenaglia e nel giro di poche ore vengono presentati due ricorsi: il capoluogo lombardo si appella al tribunale di prima istanza, il governo alla Corte di giustizia di Lussemburgo. Nei ricorsi si contesta alla Commissione di avere accolto i documenti presentati da Amsterdam anche se quei documenti contenevano degli omissis. Inoltre vengono contestate le procedure del voto del 20 novembre. La replica della Commissione, che naturalmente non entra nel merito del ricorso, è che le procedure del voto erano state decise da tutti i partecipanti prima della gara, Italia compresa. Quanto alle omissioni, anche i documenti di Milano, come quello di altre città candidate, contenevano parti secretate.

In piena campagna elettorale, Bruxelles tace

Che l'esecutivo comunitario consideri la levata di scudi italiana come un tema di campagna elettorale è chiaro fin da subito: i portavoce della Commissione invitano i cronisti a rivolgersi 'dall'altra parte della strada', ovvero alla sede del Consiglio, a margine del quale è stato preso l'accordo politico su Ema. Lo dice chiaro e tondo qualche giorno dopo il commissario alla Salute Vytenis Andriukaitis, rispondendo alle domande insistenti dei giornalisti italiani: "La Commissione non entra in materie che appartengono al dibattito elettorale", dice. Insomma, è la tesi di Bruxelles, l'accordo sulle agenzie è stato preso dai governi, nel metodo e nel merito. Dunque se la partita deve essere riaperta, sono le cancellerie a doverlo fare. 

E infatti, in attesa di un pronunciamento degli organi di giustizia (i tempi sono lunghi, passeranno mesi e si andrà probabilmente oltre il Brexit-day di fine marzo 2019) la partita si gioca tutta nell'agone politico. Il Parlamento europeo per voce autorevole del suo presidente, Antonio Tajani, rivendica il suo ruolo di co-legislatore: "l'aula non può fare da passacarte di decisioni prese altrove", dice l'esponente di FI, "faremo sentire la nostre voce". Alcuni fanno notare che un voto contrario del Parlamento aprirebbe un conflitto istituzionale non da poco con il Consiglio, dove la decisione politica è stata presa, anche con il consenso pieno dell'Italia.

Se salta Amsterdam, è tutto da rifare

Ma soprattutto, se anche si dovesse impedire l'assegnazione della sede ad Amsterdam riuscendo a far passare il principio che la sede olandese non assicura la "continuità operativa dell'Ema", non è affatto automatico che l'agenzia vada a Milano. ma si dovrebbe riaprire di nuovo tutta la partita, procedurale e politica. Si tratterebbe infatti di far convergere una nuova maggioranza su posizioni 'filo-italiane' a scapito dell'Olanda, il che non è affatto scontato. La 'bocciatura' di Amsterdam farebbe di nuovo scendere in campo le altre città sconfitte, come ad esempio Barcellona, che aveva ottimi requisiti, ma che a novembre era stata penalizzata dalla questione catalana.

Gli olandesi da parte loro, mostrano un olimpico understatement. L'Olanda è "orgogliosa di ospitare l'Ema – ripetono fonti diplomatiche citando il ministro della Sanità, Bruno Bruins – Stiamo facendo del nostro meglio per garantire un rapido spostamento dell'agenzia ad Amsterdam. In stretta collaborazione con EMA, garantiremo la continuità operativa dell'agenzia".
Complice anche il clima elettorale, comunque, il fronte italiano resta compatto e nelle ultime ore si è mosso anche il mondo imprenditoriale lombardo, lanciando un appello al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, affinché l'Italia "faccia sistema per fare di tutto per la contestata assegnazione di Ema". Giovedì, dopo la missione degli europarlamentari ad Amsterdam, la vicenda Ema tornerà in sonno per qualche settimana, fino alla metà di marzo, quando si dovrà pronunciare l'Europarlamento. Ma a quel punto gli italiani avranno già votato. E forse agitare la bandiera dell'Ema non servirà più. 

L'intricatissima vicenda del Russiagate è giunta a un punto di svolta con l'incriminazione, da parte del procuratore speciale Robert Mueller, di tre aziende e tre cittadini russi accusati di aver preso parte a quella che, secondo Mueller, è stata "una campagna sistematica e coordinata per influenzare le elezioni presidenziali degli Stati Uniti a favore di Trump attraverso falsi account sui social media Usa". Incriminazione che giunge dopo una fitta serie di interrogatori che hanno coinvolto, come ovvio, alti funzionari dei social network attraverso i quali tale campagna sarebbe passata. Tra loro ha spiccato Rob Goldman, numero due della divisione di Menlo Park dedicata alla pubblicità, che si è detto lieto di aver collaborato con le autorità a fare luce sul caso ma ha avvertito che – a quanto risulta dagli spot acquistati da soggetti localizzati nella Federazionei fatti contraddirebbero quella che è la vulgata sostenuta dalla maggior parte dei media. Ovvero, il principale obiettivo dei troll russi non è stato influenzare le elezioni, tanto è vero che la maggior parte degli spazi pubblicitari sospetti sono stati acquistati solo dopo il voto, ma – più in generale – "dividere l'America diffondendo odio e paura". Esultante la reazione di Trump​, secondo il quale Goldman gli avrebbe, in questo modo, dato ragione.

Goldman ha atteso l'ufficializzazione dell'incriminazione per poi esporre su Twitter la sua versione dei fatti. 

"Ci sono alcuni fatti chiave sulle azioni russe che non sono ancora ben compresi", ammonisce Goldman. 

"Quasi tutta la copertura mediatica delle intromissioni russe riguarda il loro tentativo di influenzare il risultato delle elezioni Usa del 2016. Ho visto tutti gli spot russi e posso affermare in maniera molto definitiva che influenzare l'elezione NON era il loro obiettivo principale".

E poi arriva la vera bomba. Goldman rimanda a un suo vecchio post nel quale esponeva un fatto "che davvero poche testate hanno coperto perché non si attagliava alla narrazione dei media principali su Trump e le elezioni". Ovvero, "la maggioranza della spesa russa in ad è avvenuta DOPO le elezioni". Quale era quindi il vero obiettivo dei troll russi?

Secondo Goldman, "dividere l'America utilizzando le nostre istituzioni, come la libertà di parola e i social media, contro di noi". Il dirigente di Facebook cita, come esempio, la recente dimostrazione anti-islamica di Houston e la relativa contromanifestazione. A quanto risulta da Goldman, entrambe le proteste sarebbero state organizzate da troll stranieri

Fomentare la divisione non equivale quindi a sostenere un candidato piuttosto che un altro, bensì a esacerbare le divisioni tra gli schieramenti. Tanto è vero, sottolinea ancora il manager, che gli agenti russi avrebbero tentato di costruire anche materiale denigratorio contro Trump. Non solo, la "fabbrica di troll" che avrebbe agito contro gli Usa sarebbe stata messa su nel 2014, ovvero quando la possibilità che Trump diventasse presidente era ancora vista come una boutade. 

Rivelazioni esplosive che hanno avuto un minimo di spazio solo quando lo stesso Trump se ne è appropriato e le ha ritwittate, sostenendo che Goldman gli avrebbe dato ragione: se il magnate è asceso alla Casa Bianca è solo merito del suo consenso. 

Addirittura, secondo Trump, sono i Democratici ad avere, semmai, qualcosa da rimproverarsi. 

Il presidente degli Stati Uniti sottolinea quindi di non aver mai dubitato di un "Russiagate" ma di aver solo affermato che gli agenti russi non avevano influito sul suo successo elettorale. E, su questo punto, Facebook gli ha, almeno in parte, dato ragione.

La conclusione? Se i russi volevano dividere l'America, ci sono riusciti benissimo e ora "a Mosca se la staranno facendo sotto dalle risate".

Il punto principale resta, però un altro: se anche soggetti riferibili a Mosca avessero tentato di influenzare l'esito delle elezioni americane, se anche fosse vero che dietro tali manovre c'era la regia del Cremlino, dimostrare che il risultato del voto sarebbe andato diversamente in assenza di influenze esterne, vere o presunte, è – tecnicamente – davvero impossibile. 

Mentre si appresta a lasciare, nel marzo del prossimo anno, l'Unione Europea, la Gran Bretagna chiede comunque di stipulare con i Ventisette un nuovo trattato di sicurezza. Lo ha chiesto "con urgenza" la premier britannica, Theresa May, avvertendo che una rottura dell'attuale cooperazione avrebbe "conseguenze dannose" per i cittadini europei (ed è inevitabile pensare che il riferimento sia agli attentati che hanno scosso l'Europa dal 2014 ad oggi).

"Non è un momento in cui possiamo permettere che la nostra cooperazione sia inibita e la sicurezza dei nostri cittadini sia messa in pericolo dalla concorrenza tra partner, dalle rigidità istituzionali e da ideologie ben radicate", ha affermato l'inquilina di Downing Street intervenendo alla conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera.

"Dobbiamo fare ciò che è più utile e farlo nel modo più pragmatico per garantire la nostra sicurezza collettiva. Non dobbiamo aspettare quando non c'è bisogno", ha detto, osservando che "gli aspetti chiave" della futura partnership in questo settore si potrebbero vedere già dal 2019.

Le richieste di Londra

L'accordo tra Londra e Ue dovrebbe mantenere l'attuale cooperazione in materia di sicurezza, preservando le capacità sviluppate negli ultimi anni. Tre i "requisiti" indicati dalla May: il rispetto della sovranità giuridica, un meccanismo di risoluzione delle controversie (la Gran Bretagna riconoscerebbe la Corte di giustizia dell'Ue, che però non avrebbe giurisdizione nel Regno Unito) e il riconoscimento di standard diversi nella protezione dei dati.

May ha esortato l'Unione europea ad avviare i negoziati "con urgenza", "ambizione" e "creativita'", per realizzare "un trattato per la sicurezza di tutti gli europei". La premier ha manifestato l'interesse britannico a partecipare anche a progetti che possono ricevere finanziamenti dal Fondo europeo di difesa (che prevede di iniettare ingenti somme di denaro pubblico per iniziative dell'industria delle armi) e ad avere voce in capitolo nelle questioni in cui si avanzi in stretta cooperazione, come operazioni militari congiunte all'estero o l'imposizione di sanzioni. Tra gli attuali meccanismi di cooperazione in materia di sicurezza e giustizia, la May ha menzionato gli ordini di estradizione europei e lo scambio di informazioni attraverso Europol.

Juncker apre. Ma a una condizione

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha aperto, sottolineando però che non si devono mescolare "i negoziati sull'uscita del Regno Unito dall'Ue con quelli su un possibile nuovo trattato bilaterale". "Ritengo – ha spiegato Juncker – che poiché non siamo in guerra con il popolo britannico, né ci vogliamo vendicare per la decisione presa in modo sovrano, l'alleanza sulla sicurezza possa andare avanti. Ma tutto ciò non va confuso con altre questioni".

Juncker ha sottolineato: "Si devono valutare le cose punto per punto e non mi piacerebbe che valutazioni sulla sicurezza finiscano sullo stesso tavolo di quelle commerciali, come vorrebbero alcuni". Il ministro degli Esteri spagnolo, Alfonso Dastis, ha detto di comprendere l'interesse britannico, ma è apparso scettico sul grado di coinvolgimento che il Regno Unito può svolgere nell'integrazione in Difesa e Sicurezza che sta avviando l'Ue dopo la firma, lo scorso anno, dell'Accordo di cooperazione permanente rafforzata (Pesco).

Più in generale, Juncker ha poi suggerito che le scelte dell'Ue in politica estera possano prendersi a maggioranza qualificata in futuro, e non per consenso come accade finora: ha ricordato come la ricerca del consenso impedisca all'Ue di prendere decisioni su molte questioni internazionali e ha invitato a "semplificare" i processi decisionali in modo da garantire "efficacia e capacità di azione". "Ora non siamo in grado di agire in politica estera", ha sottolineato, ricordando come l'inazione ha toccato questioni chiave anche come l'imposizione o il mantenimento di sanzioni. Per cambiare lo status quo, non bisogna cambiare i trattati, che sarebbe complicato, ma semplicemente applicare l'articolo 31,3 del Trattato di Lisbona, il quale stabilisce che il Consiglio europeo può decidere quali questioni trattare all'unanimitaàe quali a maggioranza qualificata. 

Da due settimane Twitter è sommerso di messaggi con l’hashtag #MosqueMeToo: è lo slogan con cui migliaia di donne musulmane denunciano le molestie subite durante l’hajj, il pellegrinaggio a La Mecca, in Arabia Saudita.

La tendenza è stata lanciata dalla giornalista e femminista egiziano-statunitense Mona Eltahawy sulla falsa riga dell’hashtag #MeToo, quello seguito alle rivelazione delle attrici di Hollywood importunate da Harvey Weinstein.

“Rompiamo il silenzio” Eltahawy aveva raccontato le molestie subite durante il pellegrinaggio, che rappresenta il quinto pilastro dell’Islam e un’esperienza che tutti devono fare almeno una volta nella vita, già nel suo libro intitolato “Headscarves and Hymens, Why the Middle East Needs a Sexual Revolution” pubblicato nel 2015.

Quando aveva appena 15 anni, nel 1982, la giovane affrontò l’hajj: durante i sette giri attorno alla Kaaba, l’imponente costruzione che domina l’interno della grande moschea di La Mecca, la ragazza allora appena quindicenne aveva sentito una mano appoggiarsi sul suo fondoschiena. “Non ero mai stata toccata da un uomo – aveva scritto nel libro -, non potevo correre e, se anche avessi trovato il coraggio per girarmi verso la persona che mi stava molestando, non ci sarei riuscita perché lo spazio era troppo affollato”.

Ogni anno, secondo la Bbc, circa due milioni di fedeli prendono parte al pellegrinaggio nel luogo più sacro dell’Islam. Nel libro Eltahawy scrive di essere stata toccata anche da un poliziotto proprio nel momento in cui stava per baciare la Kaaba: “Se anche lui l’ha fatto, come avrei potuto sperare che lamentandomi cambiasse qualcosa?”.

Da allora sono trascorsi più di 35 anni, ma le donne musulmane hanno finalmente trovato il coraggio di denunciare quanto, almeno stando alle testimonianze sui social network, sembra essere l’abitudine. Migliaia di tweet A spingere Eltahawy a rilanciare via Twitter la sua denuncia è stata una donna pakistana, Sabica Khan, che su Facebook aveva raccontato un’esperienza simile capitatale proprio a La Mecca.

E anche se il suo post non è più online, da quel momento sui social sono arrivate altre migliaia di testimonianze. Anche Aisha Sarwari, cofondatrice dell’organizzazione Women's Advancement Hub che aiuta le donne pakistane a lottare per veder riconosciuti i propri diritti, è entrata nel dibattito raccontando l’esperienza di un’amica che, dopo aver subito molestie, aveva dovuto tenere per sé quanto accaduto, senza possibilità di raccontarlo per vergogna e paura dei giudizi altrui.

“Le donne musulmane, come tutte, subiscono molestie, ma quando queste avvengono in un contesto religioso viene chiesto loro di non denunciarle per una ragione più grande. È ingiusto e opprimente”, ha spiegato la stessa Sarwari lo scorso 6 febbraio.

Se la diffusione di #MosqueMeToo ha spinto alcuni a manifestare su Twitter i propri sentimenti contro la religione musulmana sostenendo che alcuni passi del Corano insegnino “la schiavitù sessuale e gli stupri coniugali”, sulla rivista Slate Aymann Ismail ha ricordato che “in quanto fedeli all’Islam siamo tenuti a proteggerci l’un l’altro”. Un compito cioè di cui gli stessi uomini devono farsi carico, “non soltanto portando alla luce questi fenomeni, ma parlando con i propri fratelli e amici dicendo loro di smettere di aggredire le donne”.

La tensione tra Polonia e Israele sulle responsabilità dell'olocausto non accenna a calare. Dopo l'approvazione della controversa legge polacca che vieta, anche all'estero, a chiunque di parlare di "campi di concentramento polacchi" o di collaborazionismo tra polacchi e nazisti, il premier Mateusz Morawiecki alla Conferenza sulla Sicurezza a Monaco di Baviera, ha rinfocolato la polemica sostenendo che durante la Shoah "ci furono colpevoli polacchi, così come ci furono colpevoli ebrei".

Il premier polacco ha così risposto alla domanda del giornalista, Ronen Bergman, che gli ha chiesto: visto che mia madre è scappata dalla Gestapo in Polonia poco dopo aver saputo che i suoi vicini polacchi l'avevano denunciata, "se raccontassi questa storia sarei considerato un criminale nel suo Paese?", scatenando un applauso tra i presenti.
A questo punto Morawiecki ha replicato: "Non sarà incriminabile per aver detto che c'erano criminali polacchi, se si aggiungerà che c'erano anche criminali ebrei, russi, ucraini, e tedeschi" ricordando che l'obiettivo della legge, che prevede fino a 3 anni di carcere, è difendere l'onore della Polonia occupata dai nazisti.

L'intervento del premier polacco hanno scatenato ancora una volta l'ira dell'israeliano Benjamin Netanyahu: "Le sue parole qui a Monaco sono oltraggiose. Parole che dimostrano la sua incapacità di comprendere la storia e la mancanza di sensibilità per la tragedia della nostra gente". 

Sei ergastoli per altrettanti tra giornalisti e intellettuali, accusati di aver avuto un ruolo nel fallito colpo di Stato. Rischia invece una pena tra i 4 e i 18 anni di carcere il corrispondente del quotidiano tedesco 'Die Welt', Deniz Yucel, che è stato liberato su cauzione dopo un anno in carcere senza alcuna accusa. È la sintesi di una ennesima giornata buia per la libertà di stampa in Turchia. 

Chi sono i condannati

Ergastolo aggravato per i sei, il che vuol dire limitazioni nelle visite dall'esterno e 23 ore al giorno di isolamento assoluto. Una Corte di Istanbul ha comminato nei loro confronti il massimo della pena in relazione all'accusa di tentata eversione dell'ordine costituzionale attraverso l'uso della forza e della violenza. Il tentativo di eversione avrebbe avuto luogo nell'interesse del chierico Fetullah Gulen, ritenuto la mente del golpe fallito in Turchia il 15 luglio 2016. Sono stati condannati un noto volto televisivo, Nazli Ilcak e i due fratelli Altan, Ahmet e Mehmet, scrittore e giornalista il primo, accademico ed economista il secondo. Condannati anche Yakup Simsek, Fevzi Yazici e Sukru Tugrul Ozsengul. Altan si è difeso invano davanti ai giudici, chiedendo di "abbandonare pratiche che con il diritto non hanno nulla a che fare" e ricordando di essere già stato dinanzi una corte nel 1997, quando al potere c'erano i militari.

Un anno in carcere senza accuse formali

Il corrispondente di 'Die Welt' e' stato liberato dopo un anno e due giorni di detenzione trascorsi in un carcere in Turchia. In tutto questo periodo, il pubblico ministero non ha mai presentato la richiesta di rinvio a giudizio, presentata oggi e accettata dallo stesso giudice che ha sancito la liberazione condizionata del giornalista: rischia dai 4 ai 18 anni di carcere per incitamento all'odio, alla violenza e propaganda a favore di organizzazione terroristica. Yucel, di passaporto turco-tedesco, è stato accusato di essere una spia per conto dei curdi del Pkk dallo stesso presidente turco Recep Tayyip Erdogan. La sua liberazione giunge a meno di 24 ore dalla visita del premier turco Binali Yildirim in Germania, dove ha incontrato la cancelliera Angela Merkel.
I due, a margine dell'incontro, hanno espresso l'auspicio che i rapporti tra i due Paesi tornino alla normalità, con la cancelliera che ha sottolineato l'importanza che la liberazione di Yucel riveste per la Germania. "Spero anche io torni presto libero, ma dipende dal giudice, non da me", aveva dichiarato solo giovedì Yildirim. 

Tre italiani sono scomparsi in Messico dallo scorso 31 gennaio. Si tratta di Raffaele Russo, venditore ambulante, di suo figlio Antonio e del nipote Vincenzo Cimmino, originari di Napoli. Si trovavano a Tecalitlan, nello stato messicano di Jalisco, nella parte occidentale del Paese. Lo si apprende dalla Farnesina che sta seguendo il caso "in stretto contatto con l'ambasciata italiana a Città del Messico e le autorità locali". 

Non solo per le elezioni. E non solo per supportare uno schieramento. Ogni volta che c'è un argomento molto discusso e potenzialmente divisivo, account e bot riconducibili alla Russia si attivano su Twitter. È successo anche con la recente strage di Parkland, in Florida.

L'Alliance for Securing Democracy, un gruppo che sostiene di tracciare le attività russe sul sito di microblogging, ha rilevato un intervento massiccio dei troll. Nelle ore successive alla sparatoria, che ha causato 17 morti e rilanciato la discussione sulla detenzione di armi negli Stati Uniti, gli hashtag con la maggiore crescita tra i profili legati alla Russia sono stati #guncontrol e #gunreformnow.

Ma tra i dieci ad aver registrato il più forte incremento ci sono anche #nikolascruz (il nome del ragazzo che ha sparato), #floridaschoolshooting e #parklandshooting.

Come sottolinea l'Alliance for Securing Democracy, non si tratta necessariamente di contenuti creati dagli utenti o dal governo russi. Anzi, quasi mai lo sono: i profili sospetti si limitano a intervenire sull'argomento in modo generico o a rilanciare i post. Gli hashtag usati sono spesso trasversali: vanno dai più generici a i più controversi (#guncontrol e #gunreformnow invocano nuove leggi sulla detenzione di armi negli Stati Uniti).

Come già dimostrato in altre circostanze (voto americano compreso) quindi, l'azione di bot e troll che si presume siano legati a Mosca non è tanto parteggiare per un singolo schieramento quanto intervenire su argomenti divisivi per destabilizzare e acuire i conflitti interni.

L'inchiesta sul Russiagate arriva a un primo giro di boa importante, ma non ancora all'atto finale. Il procuratore speciale Robert Mueller ha accusato 13 russi e 3 aziende di Mosca di aver cospirato a favore dell'allora candidato repubblicano, Donald Trump, ai danni della democratica Hillary Clinton. Secondo Mueller, si è trattato di una campagna sistematica e coordinata da parte dei russi per influenzare le elezioni presidenziali degli Stati Uniti a favore di Trump attraverso falsi account sui social media Usa, per "alimentare discordia e denigrare i loro nemici".

In particolare nell'atto d'accusa da metà del 2016 tredici cittadini russi e tre entità di Mosca sono accusati di aver frodato il governo degli Stati Uniti, interferendo con il processo politico. In primo piano emerge il ruolo di della società di San Pietroburgo, 'Internet Research Agency' (Ira), la 'troll factory', che, secondo Mueller, cominciò a lavorare già nel 2014 per interferire nelle elezioni statunitensi, usando account falsi sui social media.

E dietro la Ira c'è l'oligarca Yevgeny Prigozhin, amico dai primi anni '90 di Vladimir Putin, e per l'appunto soprannominato lo "chef di Putin" in quanto la sua catena di ristoranti vede spesso ospite il presidente russo e dignitari stranieri. Prigozhin era peraltro già sotto sanzioni Usa dal dicembre 2016 per aver sostenuto finanziariamente l'invasione russa dell'Ucraina nel 2014.

I particolari 'inquietanti' dell'accusa di Mueller

Dall'atto di accusa di Mueller contro i russi emerge un particolare inquietante per il presidente: come ricorda la Cnn, alcuni membri dello staff di Trump hanno ritwittato – inconsapevoli dell'origine criminale del cinguettio creato dalla 'troll factory' russa, fabbrica di falsi profili sui social media – i messaggi tesi ad alterare l'esito del voto.

Il vice ministro della Giustizia, Rod Rosenstein, che coordina l'inchiesta, si è affrettato a sottolineare che non sono stati trovati elementi per poter affermare che cittadini "americani abbiano consapevolmente" partecipato al complotto. È sull'avverbio "consapevolmente" che si gioca molto.

Cnn rammenta, tra l'altro, che sia il figlio del presidente, Donald Trump Jr., che la stretta consigliera di Trump in campagna elettorale ed ora alla Casa Bianca, Kellyanne Conway, abbiano ritwittato messaggi del falso account creato dai russi per simulare che fosse quello ufficiale dei repubblicani del Tennessee ("Tennessee GOP", ossia Grand Old Party del Tennessee). L'obiettivo riuscito fu far credere ai follower che stessero seguendo realmente il loro partito.

L'account ha avuto durante la campagna fino a 100.000 followers. Trump ha commentato la notizia a modo suo: "I Russi hanno iniziato la loro campagna contro gli Usa nel 2014, molto tempo prima che io annunciassi che avrei corso per la presidenza. I risultati dell'elezioni non sono stati alterati. La Campagna di Trump non ha commesso nulla di male – nessuna collusione" con Mosca.

Così su Twitter il presidente che si concentra solo su alcuni aspetti dello sviluppo dell'inchiesta e trascura che, secondo Mueller, i 13 lavoravano su due fronti con un unico traguardo: tra i democratici per screditare Hillary Clinton e favorire il rivale liberal Bernie Sanders, e tra i repubblicani per contrastare i suoi due rivali interni più pericolosi nel Gop, i senatori Ted Cruz e Marco Rubio.

L'unico ad avvantaggiarsi dell'attività dei russi è stato Trump

In sintesi l'unico avvantaggiato, o quanto meno non colpito, da questa maxi campagna di disinformazione sulla rete è stato Trump. Tuttavia, secondo Mueller gli imputati da inizio a metà 2016 "sostennero la campagna presidenziale dell'allora candidato Donald J. Trump per danneggiare Hillary Clinton". La Internet Research Agency, "cercò di condurre quella che chiamava una 'guerra dell'informazione'" contro gli Stati Uniti d'America attraverso finti profili sui social media.

"Intorno a maggio 2014, l'organizzazione programmò di interferire con le elezioni presidenziali statunitensi del 2016, con l'obiettivo dichiarato di diffondere la sfiducia verso i candidati e il sistema politico in generale". In un appunto del 10 febbraio 2016, agli atti dell'inchiesta, i russi furono invitati a "sfruttare ogni opportunità per criticare Hillary e gli altri (tranne Sanders e Trump, quelli li sosteniamo)". L'obiettivo era anche entrare in contatto con uomini "inconsapevoli" della campagna di Trump: "Alcuni accusati, fingendo di essere cittadini statunitensi e senza rivelare il loro legame con la Russia, comunicarono con individui inconsapevoli associati alla campagna di Trump e con altri attivisti politici per cercare di coordinare le attività politiche".

Non solo fake account: i raduni, gli attacchi a Clinton

Il gruppo acquistò pubblicità sui social media, creò account Twitter come se appartenessero a gruppi o persone americani. I russi monitorarono i loro sforzi e alcuni entrarono persino negli Stati Uniti per raccogliere informazioni, usando identità e patenti di guida false, e contattarono i mezzi di informazione per promuovere le loro attività. A settembre 2016, il gruppo ordinò di "intensificare le critiche a Hillary Clinton" perché era stata rilevata un'attività non sufficiente contro la candidata democratica.

Il complotto dei russi fu più audace di quanto finora si era pensato. Il lavorio si spinse oltre la semplice attività sui social media: i russi organizzarono raduni a favore di Trump e arrivarono persino a pagare gli americani per parteciparvi. Una donna fu pagata in Florida per vestirsi da Clinton come carcerata, un altro per costruire una gabbia grande abbastanza da rinchiuderla. E dopo le elezioni, il gruppo organizzò raduni pro e contro-Trump, tra cui una manifestazione "Trump NON è il mio Presidente" a New York la settimana dopo le elezioni e una a Charlotte, nella Carolina del Nord, la settimana seguente. 

Integrare la comunità islamica evitando la creazione di società parallele e spegnendo i possibili focolai di fondamentalismo è una delle principali sfide che i paesi europei con una consistente popolazione musulmana, come la Francia, dovranno affrontare nei prossimi anni. Il presidente transalpino, Emmanuel Macron, si propone di affrontare il problema con un'ambiziosa legge che dovrà regolare l'esercizio del culto nel Paese e della quale ha anticipato alcuni punti chiave in un'intervista con Le Journal du Dimanche. Una legge che, se ben calibrata, potrebbe fare scuola anche in Italia.

"Preservare la coesione nazionale"

L'obiettivo di Macron è "integrare meglio" l'Islam nella società francese e condurlo verso "una relazione più pacifica con lo Stato" attraverso una "completa riorganizzazione dell'Islam in Francia" che ha lo scopo di "combattere il fondamentalismo" e "preservare la coesione nazionale". Il piano, ha spiegato l'inquilino dell'Eliseo, verrà annunciato nei prossimi sei mesi e sta venendo stilato in collaborazione con il ministero dell'Interno. "Il mio obiettivo e riscoprire cosa giace nel cuore della laicità, ovvero la possibilità di credere come di non credere, allo scopo di salvaguardare la coesione nazionale e la possibilità di avere la libertà di coscienza religiosa", ha spiegato, "non chiederò mai a nessun cittadino francese di credere 'moderatamente' nel suo Dio. Non avrebbe molto senso. Ma chiederò a tutti, costantemente, di avere l'assoluto rispetto per tutte le leggi della Repubblica". 

Macron ha citato tre linee d'azione principali:

  • Stabilire chi debba rappresentare i musulmani in Francia

Al momento tale funzione è svolta dal Cfcm (Conseil français du culte musulman), che è l'interlocutore ufficiale con cui si rapporta lo Stato. Il Consiglio, creato nel 2003 dall'allora ministro dell'Interno Nicolas Sarkozy, rappresenta circa 2.500 moschee ed è stato spesso criticato perché, nella sua composizione e nel suo meccanismo di presidenza di rotazione, finirebbe per rappresentare più che altro le nazioni d'origine dei cittadini francesi di fede islamica, ponendo così ostacoli all'integrazione. Il Consiglio verrà rinnovato nel 2019 ed occorre quindi che la riforma venga approvata entro la fine dell'anno. Macron ha dichiarato che intende aprirlo ai "musulmani più integrati". "È tempo di portare dentro una nuova generazione", ha dichiarato a Liberation il franco tunisino Hakim el-Karoui, tra i consulenti che Macron ha reclutato per la stesura della legge, "abbiamo assistito a quindici anni di dibattito per la difesa degli interessi di Stati stranieri". 

Più complicata sembra l'annunciata istituzione di un "Grande Imam di Francia", sul modello del Rabbino capo, che abbia "l'autorità morale" di rappresentare l'Islam di fronte allo Stato. Tale figura infatti dovrebbe mettere d'accordo le diverse scuole in cui si articola l'Islam.

  • Chiarire come possono essere finanziate le attività religiosa

Macron intende poi imprimere un giro di vite sugli stanziamenti di Paesi stranieri per la costruzione di moschee e centri culturali stranieri in Francia allo scopo di "ridurre l'influenza dei Paesi arabi" che, secondo Macron, "impediscono l'Islam francese di tornare alla modernità". Tra i finanziatori più generosi vi sono peraltro nazioni, come l'Arabia Saudita, che propugnano il wahabismo, una ramificazione ultraconservatrice dell'Islam sunnita. Inoltre il finanziamento delle moschee non verrebbe più regolato dalle leggi sulle associazioni no profit ma da quelle sulle associazioni culturali, che richiedono una maggiore trasparenza. La costruzione di nuove moschee diventerebbe quindi a carico dei contribuenti. A tale proposito, Macron suggerisce di imporre una tassa sui prodotti halal.

  • Fissare i criteri di formazione degli imam

Migliaia di imam che predicano in Francia vengono retribuiti da governi stranieri. "Bisogna intervenire", ha detto a Les Echos il ministro dell'Interno Gerrard Collomb, che vuole "imam della Repubblica Francese", non "imam di Paesi stranieri". Stabilire delle vere e proprie scuole controllate dallo Stato, ha proseguito Collomb, consentirebbe di superare una situazione nella quale "oggi chiunque può proclamarsi imam". E gli "imam improvvisati" sono tra le principali cause del diffondersi dell'estremismo salafita in Europa.

Le proposte sono ancora troppo poco dettagliate per essere valutate ma in Francia il dibattito è già acceso. Il franco-algerino Ghaleb Bencheikh, ex presidente della Grande Moschea di Parigi, ha trovato l'annuncio di Macron "legittimo" e "interessante". "C'è un terribile paradosso da superare", ha dichiarato Bencheikh a Radio France Info, "siamo in uno Stato laico e questo principio sacrosanto stabilisce che l'autorità politica non dovrebbe interferire nella struttura di un culto, qualunque esso sia. Allo stesso tempo, devono esserci strutture e interlocutori privilegiati del potere politico".

Da parte sua, la leader del Front National, Marine Le Pen, in un'intervista a Les Echos ha mostrato apprezzamento per il blocco dei finanziamenti dall'estero ma ha definito "inaccettabili" alcune delle proposte di Macron, come quella di un vero e proprio Concordato, simile a quello stretto con la Chiesa cattolica. Più netto il giudizio dell'ex vicepresidente del Front National, Florian Philippot, secondo il quale Macron intende "proteggere i musulmani" piuttosto che salvaguardare la laicità della Repubblica.