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Estero

Si aggirano per le strade nere di fango, detriti e sporcizia con l’aria di chi non conosca l’uscita. Hanno gli occhi rossi, lo sguardo spento, a tratti cadono o tremano. Sono gli abitanti di Old Fadama, altrimenti conosciuta come la “Sodoma e Gomorra” di Accra, la capitale del Ghana, una baraccopoli da 50.000 abitanti. Sono tutti sotto l’effetto di medicinali che, usati in quantità, diventano droghe i cui effetti collaterali vanno da lievi sudorazioni fino alla morte.

Si tratta principalmente del Tramadol, un farmaco oppiaceo sintetico e antidolorifico, che può essere somministrato solo su prescrizione medica, e della codeina, un alcaloide che si trova naturalmente nell’oppio e si usa come analgesico soprattutto in forma di sciroppo per la tosse. Insieme sono diventati la piaga dell’Africa Occidentale, i nemici numero uno da combattere per riportare gli uomini, le donne e i bambini che ne fanno uso ad essere “produttivi”.

In soli due stati della Nigeria, Kano e Jigawa, secondo quanto diffuso già nell'ottobre del 2017 dal Senato nigeriano, circa 3 milioni di bottiglie di codeina venivano consumate ogni giorno. Il ministero federale della Sanità nigeriano, inoltre, dopo la diffusione di un documentario della BBC dal titolo Sweet Sweet Codeine, lo scorso 2 maggio, ha annunciato un divieto di importazione e produzione di sciroppo per la tosse basato sulla codeina. 

Non meno grave si sta rivelando il problema nel vicino Ghana. Qui, a due passi dal Korle Bu river, che divide in due la baraccopoli e trasporta al mare un liquido denso e nero, carico di rottami di ogni genere che fra i fumi di mille fuochi accesi per bruciare plastica, gomma, rifiuti, rende questo paesaggio l’anticamera di un inferno, incontriamo James, 30 anni, la passione per la boxe e un “lavoro” da pusher di tramadolo, codeina e marjuana. Una pasticca da 220 mg la vende a 1 ghana cedi (20 centesimi di euro). Poco ma non così poco in un luogo dove si vive con 5 ghana al giorno, pari a meno di un euro. 

“Qui – spiega James –  il 90% della popolazione o si prostituisce o vive di espedienti, piccoli furti, lavoretti illegali e tutti usano o vendono le pasticche”. Mentre parliamo con James, al riparo da occhi indiscreti dietro alla bancarella di una donna velata che vende carte telefoniche e gomme da masticare, si avvicinano altri due ragazzi. Sam, 26 anni, capelli rasta, denti rovinati da 8 anni di abuso di pillole e Francis, che lavorava in una compagnia di assicurazione poi fallita e che oggi non può fare a meno della sua dose di tramadolo giornaliera. “Un futuro? Non lo abbiamo”. “Qui non entra neanche la polizia”. 

Arrivati da ogni parte del Ghana i ragazzi di questa baraccopoli che sentono di non avere futuro, hanno però dei sogni. James tira di boxe, non ha un trainer o una gym dove allenarsi, ma le due pasticche di Tramadol che prende ogni giorno da quando aveva 15 anni, lo aiutano a tirare avanti per l’intera giornata pensando alla figlia di 6 anni che ha mandato a vivere con la nonna. Francis vuole creare una Ong che si occupi di loro, i ragazzi di Sodoma e Gomorra. 

Poco distante da Old Fadama, incontriamo Qwesi che spiega di essersi avvicinato allo Tramadol a causa di una ferita, “ma ho amici che lo usano per altri motivi come il sesso, rubare, picchiare”. “Io lo uso per lavorare, se non ho il Tramadol in corpo non ce la faccio a spingere la carriola carica di pesi”. A raccontare come e perché hanno iniziato a usare il Tramadol, sono due abitanti di Jamestown, quartiere storico di Accra che si estende sulle rive dell’oceano Atlantico, in una zona dove anticamente partivano gli schiavi per le Americhe e che ora è feudo di piccoli pescatori e venditrici al dettaglio. In questa area, come in altre dove ci sono mercati rionali e assembramenti di persone, gli spacciatori nascondono le pillole in borsoni neri o dentro pacchetti di sigarette che espongono agli angoli delle strade. A vendere in Jamestown è un uomo alto, un rasta, che non sembra avere difficoltà ad accedere alla merce. Sia lui che James la comprano in farmacia con l’aiuto di impiegati conniventi. 

Il governo del Ghana, grazie anche a una vasta campagna stampa, si è accorto del problema. Recenti indagini hanno mostrato che l'abuso di sciroppo o pillole di tramadolo ha ucciso più persone dell’eroina e della cocaina. Ciò ha suscitato preoccupazioni e l'Autorità alimentare e farmaceutica del paese ha programmato di unire le forze con un certo numero di agenzie del settore per frenare l'ingresso illegale, la distribuzione e la vendita di tramadolo. Questa sostanza, per lo più prodotta in India, entra spesso illegalmente e le farmacie, pur avendo il divieto di venderlo senza prescrizione, lo trattano come farmaco da banco.

L'ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) già un anno fa dal Senegal aveva messo in guardia la comunità internazionale sulle implicazioni dell'uso non medico del tramadolo sulle economie e la sicurezza dell'Africa occidentale, in particolare nella regione del Sahel e i suoi più ampi legami con la lotta globale contro il terrorismo e la criminalità organizzata transnazionale. Pierre Lapaque, Rappresentante regionale dell'UNODC nell'Africa occidentale e centrale, a febbraio 2017 da Dakar aveva lanciato un primo allarme.

“L’aumento del consumo di tramadolo – aveva detto – e della tratta di esseri umani nella regione è serio, preoccupante e deve essere affrontato il prima possibile. Non possiamo permettere che la situazione diventi più fuori controllo”.

In base all'ultimo rapporto mondiale sulla droga dell'UNODC, i sequestri annuali di tramadolo nell'Africa sub-sahariana sono aumentati da 300 kg nel 2013 a oltre 3 tonnellate nel 2017.  Secondo ulteriori informazioni ottenute dall'UNODC, vi sono indicazioni che il tramadolo, prodotto principalmente nel Sud dell’Asia è introdotto di contrabbando attraverso il Golfo di Guinea da reti criminali organizzate transnazionali, verso aree del Sahel parzialmente controllate da gruppi armati e organizzazioni terroristiche.

Alla fine di settembre 2017, oltre tre milioni di compresse sono state sequestrate in Niger, erano imballate in scatole con il logo delle Nazioni Unite e venivano trasportate su un pick-up che si dirigeva dalla Nigeria al Mali settentrionale. Il problema è ormai evidente, le piccole pasticche dall’aria innocente stanno lasciando un segno, non solo sulle labbra e sulle lingue colorate di blu di chi ne abusa, ma nel cuore stesso di questi paesi dove vengono prese per avere il coraggio di entrare in gruppi estremisti, come solo per riuscire a trascorrere la giornata senza pensare. Statistiche sulle morti ancora non ce ne sono ma presto anche i numeri ufficiali imporranno ai governi di agire seriamente per affrontare il problema. 

È un caso diplomatico, quello della mucca bulgara Penka che nei giorni scorsi aveva "sconfinato" in Serbia, quindi fuori dall'Ue, e alla quale ora le autorità non permettono di rientrare nella terra dov'è cresciuta perché sprovvista dei documenti necessari, previsti dai regolamenti europei. Penka rischia la macellazione, nonostante sia anche incinta. Per salvarla è scattata una mobilitazione online: dall'hashtag #savePenka alla petizione su change.org. Il dossier è arrivato anche al Parlamento europeo. 

Penka si è staccata dal suo gruppo il 12 maggio scorso, lasciando il villaggio di Kopilovtsi, non lontano dal confine della Bulgaria con la Serbia. Ha inconsapevolmente attraversato la frontiera senza essere notata da nessuno e qualche giorno dopo è stata identificata. Il proprietario, Ivan Haralampiev, è stato contattato, ma il rimpatrio è tutt'altro che semplice. 

Le autorità sanitarie bulgare hanno confermato l'incidente, sottolineando che non hanno il minimo margine di manovra di fronte alla situazione, nonostante le richieste di clemenza da ogni parte del Paese. "La decisione non ci riguarda, applichiamo solo i regolamenti europei", ha spiegato laconicamente il veterinario Lyubomir Lyubomirov.

La portavoce della Commissione europea, Anna Kaisa Itkonen, ha assicurato che Penka "è in quarantena in Bulgaria, in attesa che le autorità certifichino il suo stato di salute". Il caso ha ottenuto ampio risalto anche sui tabloid britannici, in funzione pro-Brexit, come esempio emblematico degli effetti dei regolamenti europei sui confini.

Dopo il dietrofront dello scorso aprile (con il ritiro di un disegno di legge che sarebbe stato trasmesso al Parlamento "per errore"), l'Austria intende rilanciare sulla concessione del passaporto ai cittadini altoatesini. Lo confermano – riporta La Stampa – fonti vicinissime al cancelliere Sebastian Kurz, impegnato in questi giorni in un intenso tour diplomatico: martedì ha visto Vladimir Putin, mercoledì la visita a Bruxelles e la stretta di mano con Jean Claude Juncker e ieri il congresso dei deputati del Partito Popolare europeo a Monaco di Baviera, del quale il cancelliere austriaco fa parte.

Le tappe del caso

  • Dicembre 2017 – Un gruppo di consiglieri provinciali altoatesini chiede all’Austria di inserire il tema della doppia cittadinanza nel programma di governo. Il tema era già nel programma della Fpo. La Farnesina replica: tuteleremo i cittadini.
  • Marzo 2018 – Si riuniscono a Vienna i ministri austriaci e una delegazione di consiglieri provinciali dell’Alto Adige. L’ambasciatore italiano Sergio Barbanti diserta l’incontro. Nasce l’ipotesi di “costituire gruppo di lavoro per studiare la questione”.
  • Aprile 2018 – L'Austria ritira il disegno di legge per la protezione consolare degli altoatesini dopo averlo presentato al Parlamento e aver subito dure reazioni dalla Farnesina. Il ministero degli Esteri di Vienna afferma che si trattava di una bozza trasmessa per errore all'emiciclo ma che la discussione sul tema sarebbe proseguita.
  • Giugno 2018 – Giovedì ambienti vicini a Kurz fanno capire che la mancanza di una data per la discussione in aula o nelle commissioni parlamentari è solo un rinvio non un accantonamento: “Noi andiamo avanti, non vogliamo giocare una partita unilaterale e cercheremo sempre il dialogo con l'Italia”.

“Come l’Italia negli anni ‘90” 

Ma in ogni caso – osserva La Stampa – l'esecutivo di coalizione, popolari e ultradestra Fpö, sponsor originari dell'iniziativa sposata da Kurz, sente di avere la ragione dalla propria parte: “Voi avete dato il passaporto alla minoranza italiana in Slovenia e Croazia negli anni 90 e non ci sembra che si sia scandalizzato nessuno”. Il riferimento è a una modifica alla legge sulla cittadinanza che l'Italia apportò nel 2006, che consentì agli italiani di Istria e Dalmazia di ottenere il nostro passaporto, una misura che provocò malumori nei governi croato e sloveno. E il leader del Fpö Heinz-Christian Strache ha rilanciato: “L' autonomia del Sud Tirolo è giusta, perché non prevedere questa possibilità”, ha detto riferendosi alla concessione del doppio passaporto.

“Pronto al dialogo” con il governo giallo-verde 

A Roma oggi c' è un nuovo governo, con posizioni affini a quello austriaco su alcuni punti, primo fra tutti l'immigrazione. Kurz tra una conferenza e l'altra della riunione dei popolari a Monaco rifiuta ogni legame diretto: “Non conosco nessuno di Lega e Cinque Stelle. Ma sono pronto a confrontarmi”. La Lega però i rapporti li ha con gli alleati di Kurz, i nazionalisti dell'Fpö. La Lega per ora non prende posizione, ma a livello locale apre: “Per noi le radici storiche sono un valore importante. Comprendiamo quindi i sudtirolesi e le loro istanze” ha spiegato il segretario della Lega Trentino, Mirko Bisesti, al quotidiano Die Presse.

Un'arma sofisticatissima o un'apparecchiatura in avaria? Una serie di coincidenze tra quello che è successo nell'ambasciata Usa a Cuba nel 2016 e quello che sta succedendo al consolato americano di Guangzhou potrebbe spiegare la misteriosa ondata di malesseri che ga colpito diversi diplomatici americani. 

La storia

Dalla città cinese del Sud che gli occidentali chiamano Canton, il dipartimento di Stato ha sgomberato il personale diplomatico  per il crescente sospetto, smentito da Pechino, di un’arma acustica puntata contro il suo staff. 

Tutto ha inizio due settimane fa, quando un funzionario del consolato di Canton viene rimpatriato per alcuni accertamenti. Mark Lenzi è responsabile della sicurezza interna (e per questo convinto di essere un bersaglio sensibile) e nell’aprile del 2017, ha riferito al Washington Post, aveva iniziato a sentire rumori strani nella testa, simili a biglie di ferro e scariche elettriche. Nel giro di poco tempo la moglie e il figlio iniziarono a soffrire di emicrania. Come scrive il Corriere della Sera, il Dipartimento di Stato non ha svelato il numero dei funzionari colpiti da questi misteriosi “sintomi neurologici”, ma questa settimana almeno un altro dipendente è stato rimpatriato.

I sintomi accusati dai funzionari e dalle loro famiglie – ronzii, vertigini, perdita dell’udito – ricordano il misterioso caso di Cuba del 2016, quando fu ordinato il ritiro di 24 diplomatici statunitensi, vittime di malesseri riconducibili a inspiegabili traumi cranici, provocando uno strappo con l’Avana con l’espulsione di 15 diplomatici cubani. A due anni di distanza, l’Fbi non ha certezze: nessuno è ancora riuscito a provare l’esistenza di un’arma sonora.

Un caso che oggi sembra ripetersi in Cina.  

Non è il solo: una nota parla di “alcuni membri dello staff in Cina”. Al contempo, le autorità americane hanno diramato un nuovo allerta sanitario, che invita i connazionali a contattare il proprio medico in caso si manifestino "sintomi o eventi insoliti, inspiegabili, fenomeni uditivi o sensoriali o altri problemi di salute". I sintomi a cui occorre stare attenti, fa sapere la legazione diplomatica, sono "le vertigini, il mal di testa, il tinnito, l'affaticamento, i problemi cognitivi, i disturbi della vista, quelli auricolari o anche la perdita dell'udito, i disturbi del sonno". L'ambasciata invita tutti a "non tentare di individuare la fonte della sensazione uditiva non identificati".

Ma quale arma e, soprattutto, quale mandante?

Gli attacchi sono stati talvolta descritti come "sonori" anche se la loro causa non è stata chiarita, e nemmeno i possibili autori. Secondo un rapporto divulgato da ProPublica, l’Fbi non è mai riuscito a chiarire la vicenda cubana. I sintomi dei pazienti visitati sono però stati tutti confermati, come scrive Repubblica, da un’autorevole rivista scientifica: il Journal of the American Medical Association. 

I disturbi cerebrali sono stati causati da attacchi sonori deliberati? Secondo il Corriere della Sera, tra le teorie avanzate dopo il caso cubano, l’esposizione a tossine o il cattivo funzionamento di apparecchiature per lo spionaggio. E potrebbe non essere un caso che la Cina è tra i principali fornitori di tecnologia dei servizi segreti cubani.

Anche 10 diplomatici canadesi e i loro familiari avevano segnalato gli stessi sintomi tanto che il dipartimento di Stato americano il mese scorso ha inviato un team di medici nella città di Guangzhou. Il ministero degli Esteri di Pechino ha assicurato di non aver riscontrato anomali negli edifici abitati dal personale diplomatico americano. Il segretario di Stato, Mike Pompeo, pur senza formulare accuse formali, è però convinto che i sintomi della malattia siano molto, troppo, simili a quelli registrati a Cuba. 

La misteriosa vicenda cade in un momento molto delicato nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Cina, con le due potenze che si fronteggiano sui dazi commerciali e sulle rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale. 

Il grande chef Anthony Bourdain è morto all'età di 61 anni. Lo riferisce la Cnn, aggiungendo che lo chef, che era anche un popolare conduttore televisivo ed è stato legato ad Asia Argento, si è suicidato. 

E' stata la Cnn, dove è andato in onda per 10 stagioni e aveva appena debuitato l'11esima del programma di Bourdain, Parts Unknown, a confermare la notizia: "È con straordinaria tristezza che possiamo confermare la morte del nostro amico e collega, Anthony Bourdain".

"Il suo amore per la grande avventura, i nuovi amici, il buon cibo e le bevande e le straordinarie storie del mondo lo hanno reso un narratore unico. Il suo talento non ha mai smesso di stupirci e ci mancherà moltissimo. I nostri pensieri e le nostre preghiere sono con sua figlia e la sua famiglia in questo momento incredibilmente difficile ".

A trovare lo chef ormai senza vita è stato il suo amico e anche lui chef Eric Ripert, nella sua stanza d'albergo di Parigi dove era per girare una puntata del programma.

Bourdain è stato uno dei più importanti storyteller della cucina e ha scritto diversi libri, tra cui 'Medium Raw: A Bloody Valentine' sul mondo del cibo e le persone che vi gravitano intorno.

"Sono orgoglioso del fatto che nel corso degli anni ho avuto come compagni a tavola tutti, da sostenitori di Hezbollah a funzionari comunisti, da attivisti anti-Putin a cowboy, leader delle milizie cristiane, femministe, palestinesi e coloni israeliani" ebbe a dire una volta.

La Russia ha commentato con soddisfazione le aperture dell'Italia. "Mosca si aspetta di collaborare con il nuovo governo italiano nello spirito di continuità positiva delle relazioni italo-russe", ha fatto sapere il ministero degli Esteri, sottolineando che non è stata Mosca a introdurre sanzioni, ma naturalmente, accoglierebbe "positivamente approcci sani ed equilibrati".

"La dichiarazione del presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, alla vigilia del voto di fiducia testimonia la sua intenzione di cooperare con il nostro Paese, e così la Russia", ha aggiunto il ministero, ricordando che "il presidente russo Vladimir Putin, nel suo messaggio di congratulazioni a Conte, ha parlato a favore dello sviluppo di un dialogo politico costruttivo nella risoluzione dei principali problemi regionali e globali". "Naturalmente ha concluso – il nuovo governo di coalizione sta appena iniziando a lavorare e le sue priorità di politica estera saranno chiarite".

Leggi anche: Non è ancora crisi con la Nato, ma le parole di Conte sulla Russia non sono piaciute affatto

Di sanzioni ha parlato anche il presidente Vladimir Putin nella sua lunga linea diretta con il popolo russo. Putin si è detto convinto che l'Occidente veda la Russia come una "minaccia" e le sanzioni sono solo uno strumento per contenerla, ma, ha aggiunto, in Europa "qualcosa si sta muovendo perché alcuni Paesi iniziano a dire che la collaborazione con la Russia è necessaria".

Da Bruxelles, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, che ieri aveva commentato le aperture italiane sottolineando che con la Russia bisogna "mantenere il dialogo" ma "le sanzioni economiche sono importanti" e Mosca "deve cambiare atteggiamento prima che vengano revocate", ha affermato oggi che l'argomento non è stato affrontato durante la ministeriale, durante la quale ha sottolineato il "benvenuto" al ministro italiano Elisabetta Trenta.

Fonti diplomatiche a margine della ministeriale dell'Alleanza, hanno riferito che Stoltemberg sarà a Roma domenica e lunedì prossimi 10 e 11 giugno, vedrà il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il ministro degli Esteri Enzo Moavero, oltre a Trenta. Le stesse fonti hanno precisato che la visita fa parte di una serie di missioni che il segretario generale della Nato sta effettuando nelle principali capitali dei paesi alleati in vista del Vertice dei capi di Stato e di Governo dell'Alleanza dell'11 e 12 luglio.

Dal Ghana, uno dei paesi che ha prodotto e esportato i migliori calciatori degli ultimi anni, è arrivata mercoledì 6 giugno una indimenticabile lezione su come si combatte la corruzione. A impartirla è stato Anas Aremeyaw Anas, giornalista investigativo ghanese, conosciuto anche a livello internazionale che, lavorando sotto copertura e con telecamere nascoste, ha svelato il marcio nel mondo del pallone in Africa occidentale. 

In un documentario dal titolo “Number 12: quando l’avidità e la corruzione diventano la norma”, presentato al pubblico per la prima volta mercoledì è passato il resoconto  della corruzione nel mondo del calcio e nell’ambiente della politica legato alla Associazione calcistica ghanese, la Ghana Football Association, l'Autorità Nazionale per lo Sport e il Ministero dello Sport e dei Giovani.  

I soldi accettati per alzare cartellini gialli e rossi, dare penalità e decidere visti per partite all'estero si aggiravano fra gli 80 e i 500 euro e in alcuni casi i corrotti hanno accettato anche altri beni come capre e pecore vive, riso e olio per friggere. Solo il presidente dell'Associazione Nazionale del Calcio, Kwei Nyantamkyi, è stato colto nell'atto di prendere 65.000 ghana cedi, pari a 12.000 euro circa per assicurare gli investitori, che in realtà erano il giornalista investigativo con il suo team, della sua capacità di fornirgli buoni accordi di sposnorship e contratti in progetti governativi.

In scena, fra le urla di indignazione degli spettatori, è andato il tradimento di milioni di tifosi da parte di decine di arbitri e manager ripresi da telecamere nascoste nell’atto di ricevere denaro prima delle partite. 

Il documentario, noto come "Numero 12”, espone l'entità del marciume nel calcio, portando come prove 2 ore di riprese di persone che si fanno corrompere: in tutto 77 arbitri e 14 membri della Ghana Football Association, più vari altri esponenti del settore nell’atto di prendere mazzette per accordi pre-partita.

Anas Aremeyaw Anas, presente alla proiezione con il volto coperto da un cappello ricoperto di fili di perline per restare anonimo, ha affermato che la sua opera "si è concentrata su campionati locali, arbitri, proprietari di club, allenatori e alte sfere dell'amministrazione calcistica in Ghana, nonché sulla loro connessione al calcio continentale e globale".

Il documentario spiega anche perché la nazionale maggiore, la Black Stars, ha mancato la Coppa delle Nazioni africane e la Coppa del Mondo di Russia 2018 e perché la lega locale è a brandelli, dove i responsabili, uomini e donne, sono stati presi in flagrante mentre si facevano corrompere.

Anas ha affermato che è sua aspettativa che il documentario possa dare inizio a una conversione nel mondo del calcio "e dare ai ghanesi ben intenzionati l'opportunità di ripartire da zero per costruire un sistema che sia solido e onesto".

Il documentario, di cui una parte era stata visionata in precedenza dal presidente del Ghana Nana Akufo-Addo, ha già avuto conseguenze sul presidente della Ghana Football Association e membro della FIFA, Kwesi Nyantakyi. Il capo di stato ghanese ha infatti ordinato l'arresto lo scorso 22 maggio di  Nyantakyi, per aver chiesto tangenti in cambio di accesso a esponenti politici, tra cui il presidente stesso e il suo vice. 

La scorsa settimana, una campagna sui social media attraverso l'hashtag #IamAnas ha visto molti ghanesi fotografarsi con maschere improvvisate in segno di solidarietà con il giornalista investigativo. 

Di se stesso Anas spiega come le sue indagini sotto copertura si concentrino principalmente su problemi di abuso dei diritti umani (in particolare abusi sui minori) e corruzione. Il giornalista ghanese ha svolto indagini sotto copertura in molti paesi e in diversi continenti ricevendo riconoscimenti da molte personalità fra cui Barack Obama e Bill Gates. 

 

Mai stati così disuniti. I sette paesi del G7 si incontrano in Canada per prendere atto del baratro che li divide sui dazi, la questione iraniana, le linee guida in materia di difesa e crisi internazionali. L’ultimo fronte è quello dei dazi: Donald Trump li ha imposti colpendo duramente l’economia degli europei e del Canada; ma si tratta solo dell’ultimo episodio di una lunga scia di incomprensioni che vanno dalla denuncia dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano alle insistenze con cui Washington pretende il pagamento da parte europea di quote più altre all’interno della Nato.  

Trump non voleva venire

L'agenda del vertice che si svolge in una remota località a circa 140 chilometri dalla città di Quebec, è stata letteralmente messa a soqquadro dalla crescente guerra commerciale tra Usa e i suoi principali alleati, Europa e Canada. Trump pare che sia partito molto malvolentieri, al punto che avrebbe ipotizzato in privato persino di inviare il suo vice, Mike Pence. Ufficialmente non avrebbe voluto "distrazioni", concentrato com'è sullo storico summit previsto per martedì 12 giugno a Singapore con il leader nordcoreano Kim Jong-un.

Legittimo il sospetto che abbia ragione la Washington Post, secondo cui in realtà il presidente americano non ha voglia di affrontare gli alleati, tutti furenti per le sue decisioni sui dazi. "Il Presidente ha detto martedì a diversi consiglieri che teme che partecipare al summit del G7 a Charlevoix non sia un buon uso del suo tempo perché, con i suoi omologhi, è diametralmente all'opposto su molti temi chiave e non vuole essere bacchettato da loro".

Il Canada è un po’ più francofono

Il Quebec è la provincia del Canada dove si parla francese. Qui è volato all’antivigilia del vertice Emmanuel Macron, direttamente dall’Eliseo. L’intesa con il premier Justin Trudeau è apparsa molto forte, e dettata da un comune sentimento di insofferenza nei confronti della politica statunitense. Trudeau e Macron hanno annunciato la creazione di un Consiglio franco-canadese per la cooperazione nella Difesa.

Ma ancora più esplicito quanto detto ancora dal presidente francese immediatamente dopo: i leader del G7 non devono avere timore di firmare accordi a sei, senza gli Stati Uniti. "Se gli Stati Uniti andassero verso una forma di isolazionismo, sarebbe un male per loro", ha spiegato Macron sottolineando che "le misure prese sono controproducenti, anche per l'economia americana".

L’esordio di Conte

Giuseppe Conte è chiamato a dissipare i dubbi dei partner internazionali circa la posizione del governo italiano su temi come i dazi imposti da Trump o i rapporti con la Russia. Considerato il pochissimo tempo tra l’insediamento del governo e lo svolgimento del G7, l’Italia prenderà parte ai lavori con il dossier predisposto dall’ufficio diplomatico del predecessore di Conte, Paolo Gentiloni.

Qualche indicazione è comunque arrivata dal discorso di insediamento in Parlamento, dove Conte ha dato l'idea di volersi muovere sul filo sottile della fedeltà al Patto Atlantico lavorando al contempo a uno scongelamento dei rapporti tra occidente e Russia. “Intendiamo ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato”, ha detto il neopresidente del Consiglio. Per quanto riguarda i rapporti con il Cremlino, Conte ha aggiunto che “saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa”.

Mentre Conte si preparava a salire sull'aereo per il Canada, è arrivato il grazie del Cremlino. "Mosca si aspetta di collaborare con il nuovo governo italiano nello spirito di continuità positiva delle relazioni italo-russe", ha fatto sapere il ministero degli Esteri russo, sottolineando che non è stata Mosca a introdurre sanzioni, ma naturalmente, accoglierebbe "positivamente approcci sani ed equilibrati". "La dichiarazione del presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, alla vigilia del voto di fiducia testimonia la sua intenzione di cooperare con il nostro Paese, e così la Russia", ha aggiunto il ministero, ricordando che "il presidente russo Vladimir Putin, nel suo messaggio di congratulazioni a Conte, ha parlato a favore dello sviluppo di un dialogo politico costruttivo nella risoluzione dei principali problemi regionali e globali".

Putin soffia sul fuoco

I dazi su acciaio e alluminio introdotti dall’Amministrazione Trump, contro non solo la Cina ma anche alleati come Europa, Messico e Canada sono "in sostanza sanzioni", ribadisce intanto da lontano il presidente russo, Vladimir Putin. Che, in linguaggio diplomatico, in questa fase è il tertium gaudens. In linguaggio politico italiano contemporaneo: si è comprato il pop corn.

Bill Gates, fondatore di Microsoft e oggi filantropo, ha regalato a tutti i laureati americani del 2018 una copia digitale di un libro da lui molto amato e considerato uno dei saggi più educativi mai letti. Si tratta di un'opera di Hans Rosling – esperto di statistica e medico svedese scomparso lo scorso anno – dal titolo "Factfulness" ovvero "Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo. E perché le cose vanno meglio di come pensiamo". Il libro, pubblicato lo scorso aprile ed edito in Italia da Rizzoli, potrà essere scaricato dai giovani laureati statunitensi fino a venerdì su Gates Notes, il blog personale del filantropo.

Secondo Gates, il testo incoraggerà i giovani a pensare al mondo e ad agire nella società supportati dai fatti, senza lasciarsi condizionare da percezioni sbagliate che distorcono la realtà e la sottopongono alle letture personali e viziate. "Quando abbiamo una visione del mondo basata sui fatti – spiega Rosling – ci rendiamo conto che esso non è cattivo come sembra e iniziamo anche a vedere cosa fare per continuare a renderlo migliore".

Attraverso un attento studio dei dati, Rosling dimostra che le cose non stanno andando così male e che, anzi, siamo di fronte a un radicale miglioramento. Per capirlo dobbiamo però imparare a guardare ai fatti con curiosità, a metterli in prospettiva e a saperci stupire: basta pensare alla vita dei nostri nonni per accorgerci degli enormi passi avanti che stiamo facendo, in ogni campo.

Per esempio, non ha più senso parlare di "mondo occidentale" e "mondo in via di sviluppo", aumentando il baratro tra noi e il resto del pianeta, quando ormai quasi tutti i Paesi stanno raggiungendo lo stesso livello in termini di istruzione, di opportunità e di crescita. Abbiamo tutti la possibilità di usare la forza dei fatti a nostro vantaggio, per capire e non lasciarci accecare dalla rabbia, dall'ignoranza, dalle semplificazioni. Grazie anche a storie ed esempi di una chiarezza disarmante, Rosling ci sprona a essere curiosi, ma non si limita a fare domande, ci risponde avvalendosi della verità dei fatti.

Rosling nel suo libro scrive che il suo obiettivo è “combattere l’ignoranza devastante con una visione del mondo basata sui fatti”. Obiettivo che tocca in qualche modo anche il dibattito pubblico, animato in questi ultimi anni dal concetto di fake news e propaganda: “Negli Stati Uniti”, scrive Rosling, “i Democratici affermano spesso che i repubblicani ignorano i fatti e viceversa. Se ciascuno schieramento misurasse le proprie conoscenze anzichè puntare il dito contro i rivali, forse diventerebbero tutti più umili”.

Leggi anche sul Foglio: Il mondo non va a picco, è solo complesso

All’”ignoranza dei fatti” non è escluso nessuno. Non conta il ceto o l’istruzione. Un libro che è “l’ultima battaglia della mia incessante guerra contro l’ignoranza globale devastante, il mio ultimo tentativo di lasciare un segno nel mondo: cambiare la mentalità della gente, calmare le paure irrazionali e reindirizzare le energie verso attività costruttive”, continua Rosling. Dati per fare pulizia.

“Dati come terapia, conoscenze come fonte di serenità mentale. Perché il mondo è meno drammatico di quanto sembri”. Un libro che promette di fornire al lettore l’effetto che può avere “una dieta sana” o “l’esercizio fisico regolare” e un modo per “identificare le storie iperdrammatiche” e fornire “strumenti di pensiero per controllare l’istinto drammatico”. Un vademecum per non farsi influenzare dai media, e dai social media, e vivere più serenamente il mondo. Che non è, spiega attraverso dati e esperienze lo scienziato, così brutto come a volte lo dipingiamo.

Vi è mai capitato di vedere il primo ministro di un Paese afferrare con decisione uno spazzolone e pulire un pavimento? No, non è un fatto usuale. Almeno se non sei un cittadino olandese. Il fatto è accaduto qualche giorno a fa a L’Aia, quando il premier Mark Rutte, 51 anni, ha inavvertitamente rovesciato il suo caffè americano mentre superava i tornelli di accesso al Parlamento. Rutte ha chiesto al personale di servizio uno straccio e ha ripulito il danno, tra sorrisi, suggerimenti e applausi. Il video è stato postato sui social ed è diventato subito virale.

Perché in Olanda non è una sorpresa

L’azione di Rutte è stata percepita in maniera molto diversa suscitando reazioni diverse all’interno e all’esterno del Paese. In Olanda, ad esempio, molti utenti si sono chiesti come mai un gesto così semplice potesse generare tanto clamore e sono stati molti quelli che hanno criticato i giornalisti per aver trasformato un atto normalissimo in una non-notizia. E non è la prima volta. Rutte si era conquistato le prime pagine dei giornali anche quando aveva deciso di recarsi al cospetto del Re Willem-Alexander per un incontro ufficiale, pedalando verso il palazzo sulla sua bicicletta, uno dei mezzi più usati e più amati dagli olandesi. Altro che bus o convogli di auto blu. In fondo, quella del caffè, come hanno ricordato diversi politici “orange” in giro per il mondo, sarebbe solo una tipica “scena olandese”.

 

La politica come élite

Per molti giornali, come l’Indian Express, c’è un’altra questione in ballo. Una questione che parte dai commenti che molti utenti sui social hanno fatto chiedendosi se anche i loro rappresentanti si sarebbero comportati nella stessa maniera davanti a una goffaggine del genere. L’aneddoto rappresenterebbe un segno inequivocabile di quella mentalità elitaria che il mondo della politica ha costruito e che verrebbe scalfita da gesti quotidiani come questo. Secondo la giornalista olandese Emilie Van Outeren, l’elemento fondamentale di quella clip non risiede nel festo di Rutte ma nella reazione divertita e serena delle addette alle pulizie. Per Van Outeren, infatti, è l’esempio più evidente di come in Olanda si siano abbattuti i pregiudizi che dividono uomini e donne: “In quale altro paese queste donne avrebbero il coraggio di reagire in questo modo?”