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Estero

2287 delegati per un solo uomo. Il via ufficiale al prossimo Congresso del Partito Comunista Cinese, il diciannovesimo dalla fondazione del partito, nel 1921, è fissato per le ore 9 di mercoledì 18 ottobre 2017. Nella Grande Sala del Popolo, il palazzo del parlamento cinese, si riuniranno i delegati giunti nella capitale da tutte le province cinesi per eleggere la nuova classe dirigente del partito. Il “grande diciannovesimo”, come viene chiamato (“Shijiu Da”, in cinese) sarà, secondo l’opinione condivisa da tutti gli osservatori, un Congresso di consolidamento, più che di transizione, e come tale, da esso ci si attende che accresca ulteriormente il ruolo del segretario generale, Xi Jinping, all’interno del partito e dello Stato, con la prevista inclusione del suo contributo ideologico nella carta costituzionale del partito. 

I ricambi al vertice: non solo il Pcc

Nonostante le aspettative siano tutte focalizzate sul leader, dal prossimo Congresso è atteso un ampio ricambio dei vertici del Pcc: cinque dei sette membri attuali del Comitato Permanente del Politburo, il vertice decisionale del Pcc, hanno superato la soglia dei 67 anni, oltre la quel è previsto, per consuetudine, il ritiro dalla vita pubblica (tutti tranne Xi e il primo ministro, Li Keqiang); stesso discorso anche per undici dei ventiquattro membri del Politburo, l’Ufficio Politico del Comitato Centrale. Ancora più massiccio è previsto il ricambio all’interno delle Forze Armate: dei 303 delegati al Congresso riconducibili all’Esercito di Liberazione Popolare o alla Polizia Armate del Popolo, circa il 90% sono alla prima esperienza, un numero incredibilmente alto, come sottolinea Cheng Li, direttore del John L. Thornton China Center della Brookings Institution, uno dei più rispettati osservatori della scena politica cinese. Non solo: appena il 17% (sette su quarantuno) degli alti funzionari militari presenti al diciottesimo Congresso del 2012 manterranno il posto. “Questo costituirà il più grande ricambio mai avvenuto dell’élite militare nella storia della Repubblica Popolare Cinese”, scrive Cheng.

Cosa è successo finora

La data di apertura del Congresso, già ampiamente annunciata il 31 agosto scorso, è stata confermata dal Comitato Centrale del Pcc, riunitosi dall’11 al 14 ottobre scorsi a Pechino nella settima sessione plenaria (plenum) dal diciottesimo Congresso del partito di fine 2012. Il Comitato Centrale (Cc) è l’organo di dirigenti composto da circa duecento membri permanenti, più altri 150 circa membri supplenti che compone il vertice a base più ampia del Pcc. Al settimo plenum, il Cc era composto di 191 membri permanenti e 141 supplenti. La settima sessione è l’ultima prima del Congresso e ha avuto tra i suoi compiti quelli di fissarne in via definitiva la data di inizio, ratificare l’espulsione dei membri indagati per corruzione e approvare le modifiche alla costituzione del partito, che saranno sottoposte all’attenzione del Congresso stesso.

Come si arriva al Congresso

Il Congresso del Partito Comunista Cinese, composto di 2287 delegati, è “la leadership suprema del Partito Comunista Cinese”, come recita un video diffuso dall’agenzia Xinhua che spiega il funzionamento dell’organo (anche se le decisioni più importanti vengono prese in altre sedi e da un numero di esponenti del partito molto minore). Prima dell’avvio ufficiale del Congresso, i delegati vengono eletti dalla varie provincie: al loro interno verrà eletto un presidio e un segretario generale, che sarà responsabile delle procedure messe in atto dal Congresso. Il meccanismo di elezione riguarda tutti i partecipanti: per esempio, anche lo stesso segretario generale del Pcc e presidente cinese, Xi Jinping, è stato eletto tra i delegati al Congresso, nella scorsa primavera, nella provincia sud-occidentale cinese del Guizhou. Il processo di elezione di tutti i membri del Congresso si è conclusa ufficialmente il 29 settembre scorso, secondo quanto scrive l’agenzia di stampa Xinhua. IL processo di selezione dei membri, scrive l’agenzia di stampa cinese, “aggrega la leadership del partito con la democrazia”.

La riunione che si terrà a Pechino ha tre compiti principali:

  • l’elezione del nuovo Comitato Centrale del Pcc, sia dei membri permanenti che di quelli supplenti. I membri del Comitato Centrale provengono, in gran parte, dagli stessi organi del partito, dai ministeri, dal mondo accademico, dai media e dalle imprese di Stato;
  • l’elezione della Commissione Disciplinare, l’organo che dà la caccia ai funzionari corrotti, composto da 120 membri, venti dei quali fanno parte del Comitato Permanente della stessa Commissione, e che quindi detengono il vero potere decisionale;
  • Approvare i rapporti di lavoro presenti dal Comitato Centrale e dalla stessa Commissione Disciplinare e le decisioni sui più importanti affari del partito e dello Stato, come nel caso di modifiche alla costituzione del partito, (già approvate dal Politburo e dallo stesso Comitato Centrale del Pcc allo scorso plenum).

Durante il Congresso

Mercoledì 18 ottobre alle ore 9 del mattino, le tre del mattino in Italia, si aprirà ufficialmente il diciannovesimo Congresso del Pcc presso il palazzo dell’Assemblea Nazionale del Popolo, la sede del parlamento cinese che affaccia su piazza Tian'anmen. L’evento principale della giornata sarà la presentazione del rapporto del Comitato Centrale che verrà pronunciata del segretario generale del Pcc, Xi Jinping: il rapporto prende in esame sia i progressi ottenuti dal partito nei cinque anni trascorsi dal precedente Congresso (il diciottesimo si tenne nel novembre 2012) sia le prospettive per i successivi cinque. I delegati, divisi nelle varie commissioni, cominceranno, poi, le discussioni e le procedure sugli emendamenti alla costituzione del partito.

Cosa succede al termine del Congresso

 Al termine della riunione dei delegati, che dura circa una settimana, si riunisce il primo plenum del nuovo Comitato Centrale eletto dal Congresso. La prima riunione plenaria del Comitato Centrale si può considerare come un’estensione del Congresso e avrà tre compiti principali:

  • l’elezione del segretario generale del partito. La rielezione di Xi Jinping è data pressoché per scontata. Dal sesto plenum del Comitato Centrale, tenutosi lo scorso anno, Xi è anche core leader del partito, ovvero nucleo della leadership, una carica che lo eleva, all’interno del Comitato Permanente del Politburo, al di sopra degli altri membri. Dal 2013 in poi, Xi ha avviato anche dodici commissioni di livello nazionale delle quali è a capo e che hanno potere decisionale sulle principali attività del partito e dello Stato;
  • l’elezione del Comitato Permanente del Politburo, ovvero la cerchia ristretta di leader di livello nazionale che detengono il vero potere decisionale. Nell’attuale Comitato Permanente, composto da sette membri, siedono: Xi Jinping, segretario generale del Pcc, presidente della Commissione Militare Centrale, il massimo organo decisionale delle Forze Armate, e presidente della repubblica Popolare Cinese; Li Keqiang, primo ministro a capo del Consiglio di Stato, il governo cinese; Zhang Dejiang, presidente dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese; Yu Zhengsheng, presidente della Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese, il massimo organo di consulenza dell’Assemblea Nazionale del Popolo; Liu Yunshan, primo segretario della segreteria del Comitato Centrale e massima autorità degli organi di propaganda; Wang Qishan, capo della Commissione Disciplinare per l’Ispezione Disciplinare; Zhang Gaoli, vice primo ministro esecutivo del Consiglio di Stato;
  • l’elezione del Politburo, ovvero l’ufficio politico del Comitato Centrale, composto oggi da ventiquattro dirigenti di livello nazionale, dopo l’espulsione, ratificata il 14 ottobre scorso, del segretario del partito di Chongqing, Sun Zhengcai. Il Politburo del Pcc riunisce, al suo interno, tutti i principali leader del partito, dello Stato e dell’Esercito di Liberazione Popolare, l’esercito cinese.

 

Lo 'Stato islamico' ha sempre dato vitale importanza ai simboli. E martedì 17 ottobre, perdendo Raqqa, ne ha perso uno dei più preziosi. Forse il più prezioso. Perché, nonostante fossero passati solo tre anni, un nulla rispetto alla storia, è riuscito a inserirsi nell'immaginario comune non solo come la capitale dello 'Stato islamico' ma anche, e soprattutto, come la città del terrore. Dove chi non rispettava la Sharia, la legge islamica, secondo l'interpretazione deviata dei giudici del califfato, finiva in piazza per essere giustiziato. Davanti ai cittadini e davanti al mondo, perché c'era sempre qualcuno pronto con la telecamera a filmare o, addirittura, a trasmettere in diretta ai followers incagliati nella rete.

Passare dal terrorismo alla pubblica amministrazione

Raqqa è stata la prima città siriana a essere conquistata dall'Isis e ha rappresentato il passaggio definitivo da organizzazione terroristica a un'amministrazione pubblica.

Anche in questo caso non sono mancati i video di promozione dove veniva mostrata al mondo l'efficienza della macchina gestionale del califfato. Per dimostrare come fossero capaci non solo di conquistare, ma anche di amministrare.

Il 17 ottobre è crollato tutto. Decretando il tramonto dell'ultimo califfato, mai riconosciuto, che si è voluto presentare al mondo. Dal 2014, da quando Al Baghdadi annunciò il suo regno dal pulpito della moschea di Mosul, a oggi l'Isis ha perso l'87 per cento del territorio conquistato. Oltre 6,5 milioni di persone non sono più costrette a vivere sotto il terrore del vessillo nero.

Geograficamente, la sua presenza attuale si limita in Siria ad alcune zone che comprendono Homs e Hama (nel centro) e nel sud vicino alla capitale Damasco. E' impegnato in una sanguinosa battaglia per non cedere Deir Ezzor, a 150 chilometri da Raqqa, all'esercito siriano del presidente Basshar Al Assad, appoggiato da rinforzi russi e iraniani. Anche su questo fronte continua a perdere terreno e la ritirata finale è questione di settimane, al massimo.

In Siria va male, in Iraq va peggio

In Iraq non va meglio: i jihadisti che hanno giurato fedeltà ad Al Baghdadi sono circondati in alcune zone nel confine con la Siria. Nel luglio scorso hanno perso il controllo di Mosul, la prima capitale dell'Isis, dopo una battaglia durata quasi un anno. Lo stesso Al Baghdadi, nel suo ultimo messaggio audio pubblicato online il 28 settembre scorso, ha elogiato la loro resistenza “perché hanno ceduto solo dove aver sacrificato il proprio sangue”.

Pochi giorno dopo la diffusione dell’audio, lo 'Stato islamico' ha perso anche Hawija, 200 chilometri a sud di Mosul, senza però affaticare molto l’esercito iracheno. “In tanti si sono arresi, presentandosi con le mani in alto” ha raccontato chi ha partecipato in prima linea. Non era mai successo prima. C’è stato persino chi si è lamentato del fatto che nessuno lo pagava più e che ormai i combattenti del tanto temuto esercito nero non trovavano più nemmeno da mangiare. Mosul è stata espugnata, Hawija si è arresa. Questa è la differenza dell’Isis forte, del passato, e quello attuale, in fuga per la salvezza.

La forza dell'ideologia. Da non sottovalutare

Sarebbe però incosciente cantare vittoria. Perché la forza dello Stato islamico e, in generale, dell’estremismo jihadista sta nell’ideologia. Avere un territorio da comandare è stato un successo quasi insolito. Perderlo vorrà dire tornare semplicemente a essere un’organizzazione terroristica. Com’era stato prima e com’è sempre stata, ad esempio, Al Qaeda. Meno evidente ma non meno pericolosa.

Anzi, ora che l’utopia del califfato sta svanendo a colpi di missili, c’è il concreto rischio che le migliaia di foreign fighters tornino a casa loro, quindi in Occidente. E non possiamo sapere con quali intenzioni. E’ indubbio che il califfato più è debole sul terreno più si impegna a esportare il terrore fuori, per rivendicare la propria esistenza e mostrare la propria forza. Porterà dunque avanti la propria campagna mediatica, su cui in passato ha investito tanto, e allo stesso tempo cercherà di individuare nuovi territori da poter sfruttare per insediarsi e tornare a sognare di nuovo la creazione di un califfato.

L’attenzione resta puntata sicuramente sulle zone dove regna l’instabilità. A partire dall’Africa, centrale e del Nord. Dalla Somalia, dove solo sabato un attentato ha fatto oltre trecento morti, alla Nigeria dove i Boko Haram continuano a colpire con forza. Ci sono inoltre la Libia, ancora terreno fertile, il Sinai egiziano e lo Yemen. 

Il negoziato fra Unione europea e Regno Unito si è arenato sulle tre priorità che Bruxelles ha fissato fin dalla scorsa primavera, dopo che il governo britannico ha fatto scattare l’articolo 50 del trattato Ue, quello che regola la separazione. I 27 paesi che rimangono vogliono infatti che prima di tutto siano stabilite le norme per garantire i diritti reciproci dei 3,5 milioni di europei che vivono nel Regno Unito e del milione di britannici sul continente, come gestire la situazione al confine irlandese e come Londra intende onorare gli impegni finanziari assunti fino a che ha fatto parte dell’Unione.


I punti in sospeso:

  1. I diritti dei cittadini Ue che vivono in Gran Bretagna e quelli dei britannici che vivono sul continente
  2. Il confine con l'Irlanda
  3. Gli impegni finanziari

Dell’argomento discuteranno i capi di Stato e di governo nella seconda parte del prossimo Consiglio europeo, in programma per il 19 e il 20 ottobre e dedicata alla Brexit: quando la premier Theresa May lascerà il palazzo Europa, gli altri 27 leader affronteranno la questione, assieme al capo negoziatore Ue Michel Barnier.

Ecco cosa si chiede nella bozza di conclusioni di questa parte del vertice, un testo di poco più di una pagina che sarà sul tavolo del vertice:

  • I diritti dei cittadini – “Riguardo ai diritti dei cittadini” il Consiglio “invita il negoziatore” Michel Barnier a “lavorare sulla convergenza raggiunta per fornire  certezza legale e le garanzie necessarie a tutti i cittadini coinvolti e alle loro famiglie che possano esercitare direttamente i diritti derivanti dalle leggi Ue e protetti dall’accordo di uscita” del Regno Unito.
  • Irlanda –  I leader riconoscono che “c’è stato qualche progresso sulla convergenza riguardo ai principi e agli obiettivi di protezione dell’accordo del Venerdì Santo e al mantenimento dell’Area comune di viaggio”, e invitano il negoziatore Ue “a perseguire ulteriori perfezionamenti di questi principi, tenendo conto della grande sfida rappresentata dall’uscita del Regno Unito, anche evitando un confine duro, e aspettandosi che il Regno Unito presenti e si impegni su soluzioni flessibili e ingegnose richieste dalla situazione unica dell’Irlanda”.
  • L’impegno finanziario – Anche se “il Regno Unito ha dichiarato che onorerà gli obblighi finanziari presi durante l’appartenenza” all’Unione europea, “questo non è stato finora trasformato in un impegno fermo e concreto da parte del Regno Unito di risolvere tutti questi obblighi”. 

Sulla base di questi progressi, i leader chiederanno di andare avanti e “alla sua prossima sessione di Dicembre, il Consiglio europeo rivaluterà l’evoluzione del negoziato “per stabilire se sono stati raggiunti sufficienti progressi in ciascuno dei tre temi menzionati. Se sarà così, adotterà linee guida aggiuntive sul quadro per la relazione futura e sui possibili accordi transitori, in linea dell’Unione e coerenti con le condizioni e i principi centrali delle linee guida del 29 aprile 2017. 

Il negoziato fra Unione europea e Regno Unito si è arenato sulle tre priorità che Bruxelles ha fissato fin dalla scorsa primavera, dopo che il governo britannico ha fatto scattare l’articolo 50 del trattato Ue, quello che regola la separazione. I 27 paesi che rimangono vogliono infatti che prima di tutto siano stabilite le norme per garantire i diritti reciproci dei 3,5 milioni di europei che vivono nel Regno Unito e del milione di britannici sul continente, come gestire la situazione al confine irlandese e come Londra intende onorare gli impegni finanziari assunti fino a che ha fatto parte dell’Unione. Dell’argomento discuteranno i capi di Stato e di governo nella parte del prossimo Consiglio europeo, in programma per giovedì e venerdì, dedicata alla Brexit: quando la premier Theresa May lascerà il palazzo Europa, gli altri 27 leader affronteranno la questione, assieme al capo negoziatore Ue Michel Barnier.

Ecco l'ultima bozza anticipata da AGI
 

L’Agi può anticipare l’ultima bozza di conclusioni di questa parte del vertice, un testo di poco più di una pagina redatto dagli “sherpa” lunedì 16 ottobre, che sarà sul tavolo dei ministri per gli Affari europei questo pomeriggio a Lussemburgo e, una volta approvato, del vertice venerdì prossimo a Bruxelles.

Ecco i 3 punti principali

Il Consiglio fa appello  a “continuare il lavoro con l’obiettivo di consolidare la convergenza raggiunta e proseguire il negoziato per poter passare alla seconda fase al più presto". Ecco i tre temi principali da affrontare:

  1. “Riguardo ai diritti dei cittadini” il Consiglio “invita il negoziatore” Michel Barnier a “lavorare sulla convergenza raggiunta per fornire  certezza legale e le garanzie necessarie a tutti i cittadini coinvolti e alle loro famiglie che possano esercitare direttamente i diritti derivanti dalle leggi Ue e protetti dall’accordo di uscita” del Regno Unito.
  2. Sull’Irlanda, prosegue il testo provvisorio delle conclusioni, i leader riconoscono che “c’è stato qualche progresso sulla convergenza riguardo ai principi e agli obiettivi di protezione dell’accordo del venerdì santo e al mantenimento dell’Area comune di viaggio”, e invitano il negoziatore Ue “a perseguire ulteriori perfezionamenti di questi principi, tenendo conto della grande sfida rappresentata dall’uscita del Regno Unito, anche evitando un confine duro, e aspettandosi che il Regno Unito presenti e si impegni su soluzioni flessibili e ingegnose richieste dalla situazione unica dell’Irlanda”.
  3. Infine sull’impegno finanziario, anche se “il Regno Unito ha dichiarato che onorerà i suoi obblighi finanziari presi durante l’appartenenza” all’Unione europea, “questo non è stato finora trasformato in un impegno fermo e concreto da parte del Regno Unito di risolvere tutti questi obblighi”.

Sulla base di questi progressi, i leader chiederanno di andare avanti e “alla sua prossima sessione di dicembre, il Consiglio europeo rivaluterà” l’evoluzione del negoziato “per stabilire se sono stati raggiunti sufficienti progressi in ciascuno dei tre temi menzionati. Se sarà così, adotterà linee guida aggiuntive sul quadro per la relazione futura e sui possibili accordi transitori, in linea dell’Unione e coerenti con le condizioni e i principi centrali delle linee guida del 29 aprile 2017. In questo contesto, il Consiglio europeo invita il Consiglio a cominciare le discussioni preparatorie interne assieme al negoziatore Ue” Michel Barnier. 

Molti di voi avranno sentito parlare almeno una volta del 'Pacific Trash Vortex', il colossale accumulo di materie plastiche, residuati chimici e simile lordura che galleggia nell'Oceano Pacifico settentrionale. I devastanti danni ambientali inferti al mare dai rifiuti gettativi dall'uomo possono essere, però, assai meno visibili. Organismi contaminati da sostanze chimiche cancerogene sono stati rilevati persino nella Fossa delle Marianne, il punto più profondo dell'oceano, a quasi 11 mila metri di profondità. A rivelarlo è una ricerca dell'Università di Aberdeen, iniziata nel 2014, i cui risultati sono stati diffusi lo scorso giugno. 

Il team di ricercatori guidato dal professor Alan Jamieson ha prelevato campioni di anfipodi, crostacei simili ai gamberi che vivono nelle profondità abissali, nella Fossa delle Marianne, 10.994 metri sotto il livello del mare nel Pacifico occidentale, e nella Fossa delle Kermadec, 10.047 metri sotto il livello del mare al largo della Nuova Zelanda. 

Perché gli abissi sono così a rischio

Fondamentali per la regolazione del clima e della temperatura globale, le fosse oceaniche sono particolarmente soggette all'inquinamento proveniente dai grandi scarichi industriali perché – spiega Nature – favoriscono l'accumulo di sostanze nocive, che, giunte a simili profondità, non possono essere smosse dalle correnti. Grandi concentrazioni di policlorobifenili, provenienti dagli stabilimenti asiatici che producono plastica, sono state rilevate nella Fossa delle Marianne. Si tratta di componenti, vietate da decenni nella maggior parte dei Paesi, la cui tossicità è paragonabile a quella della diossina e che – scrive Discover Magazinesono stati rilevati in quantità superiori a quelle registrate nei due fiumi cinesi più inquinati. La Fossa delle Kermadec è particolarmente ricca di polibromodifenileteri, sostanze utilizzate per la produzione di materie ignifughe la cui produzione è stata ristretta dalla convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti.

A rischio l'equilibrio climatico?

Gli scienziati temono che l'inquinamento delle fosse oceaniche possa avere un impatto anche sul clima. Le grandi fosse abissali fungerebbero infatti da depositi e filtri naturali di anidride carbonica, grazie ai microbi che la riconvertono. Per studiare come le sostanze tossiche influiscano su questi organismi e le loro funzioni serviranno ancora, però, parecchie ricerche.

L'annuncio è arrivato da Ghassam Salame, a capo della missione libica delle Nazioni Unite, che in una recente intervista ha affermato che il processo di riconciliazione e ricostruzione politica potrebbe includere Saif al-Islam, figlio di Muhammar Gheddafi, e una serie di figure vicine all'ex rais. Una dichiarazione in parte sorprendente, specie se si considera che un Tribunale di Tripoli ha emesso una condanna a morte nei confronti di Saif al Islam lo scorso 28 luglio, e che su di lui pende anche un mandato d'arresto della Corte penale Internazionale. Liberato lo scorso giugno dalle milizie di Zintan di cui era prigioniero da sei anni, Saif al Islam sembra essere sparito da quel giorno, e alcuni pensano sia morto. Anche al di là di Saif al Islam, in Libia sembra registrarsi un graduale ritorno sulla scena dei gheddafiani. "I Gheddafiani che non hanno le mani sporche di sangue hanno causato meno danni alla Libia di quanti non ne abbiano fatti i rivoluzionari che hanno facilitato l'arrivo di terroristi oppure sono tornati ad effettuare rapimenti", le parole di Hashim Bashir, consulente del primo ministro libico riconosciuto dall'Onu, Fayez Serraj.

Quella sontuosa cena con Saadi Gheddafi

Secondo quanto riporta Middle East Eye, l'ex presidente del Consiglio di Sicurezza suprema, la milizia salafita che ha preso il controllo di Tripoli l'indomani della rivoluzione, avrebbe detto di non vedere nulla di male nella eventuale candidatura di Bachir Saleh, che è stato a capo del fondo di investimento libico durante la presidenza di Gheddafi. Parole, dichiarazioni, quindi, ma anche fatti: alcuni giorni fa, in un lussuoso resort del paese, è stata organizzata una sontuosa cena, con la partecipazione di numerosi sodali di Gheddafi. Tra gli invitati c'era Saadi Gheddafi (fratello di Saif), Abdullah Senussi (ex capo dell'intelligence militare sotto Gheddafi), Baghdadi Mahmudi (ex segretario del Comitato generale del Popolo), Mansour Dhao (ex capo della sicurezza interna sotto Gheddafi) e Abouzed Omar Dorda (ex primo ministro negli anni '90). C'e' un particolare: se Saadi Gheddafi fa i conti con un processo per omicidio e attività illecite durante la rivoluzione, gli altri sono stati condannati tutti e quattro a morte (insieme a Saif Al Islam) da un Tribunale libico il 28 luglio 2015, per una decina di reati, tra cui minaccia all'unità dello Stato e incitamento all'omicidio. Questi ex alti ufficiali ora sarebbero nelle mani di Haithem Tajouri, a capo delle Brigate rivoluzionarie di Tripoli.

Nella prigione di Al Hadhba

Lo scorso 26 maggio Tajouri sarebbe entrato con i suoi uomini nella prigione di Al Hadhba, per dare la caccia a Khalid Al Sharif, membro della Gruppo di combattimento islamico libico (LIFG), e ai suoi sodali. Nella prigione di Al Hadhba ci sono decine di detenuti politici, come dimostrano alcuni video circolati un paio di anni fa, come quello che vede Saadi Gheddafi torturato e costretto ad assistere alle torture di altri prigionieri. Un report delle Nazioni Unite di febbraio 2017 viene citata una guardia carceraria che sostiene che i parenti delle vittime del massacro di Abu Salim del 1996 (in cui si stima che siano morti circa 1200 detenuti) si sarebbero presentati proprio nella prigione di Al Hadhba per vendicarsi con Abdullah Senussi, ritenuto responsabile del massacro. Alcuni riescono a prendersela con Abuzeid Dorda e con Baghdadi Mahmudi, entrambi picchiati e sottoposti a umiliazioni.

L'anello mancante per la riconciliazione?

Quando Tajouri arriva nel carcere di Al Hadhba lo scorso maggio, rilascia i prigionieri gheddafiani, che quindi gli devono molto e che sono sotto la sua protezione. Sembra che Tajouri li utilizzi come strumenti atti a rafforzare la sua reputazione di "uomo forte di Tripoli", un soprannome che si era già guadagnato la scorsa primavera, quando espulse da Tripoli assieme ai suoi uomini le milizie di Misurata e le altre milizie islamiste (come quella dello stesso Khalid Al Sharif).

"I gheddafiani vengono tenuti tutti insieme in un posto che non è una vera prigione. Ci si può entrare come in ogni altro palazzo. Mio fratello è vestito normalmente e viene nutrito in modo adeguato", sostiene Abdullah Dorda, fratello di Abouzeid, che sarebbe appunto tra i cinque. "Posso andarlo a trovare quando voglio", aggiunge. Ali Dhouba, avvocato di Mahmudi e di Dorda, si dichiara fiducioso sul possibile rilascio dei suoi assistiti. "La Corte Suprema ha tutte le prove necessarie per ribaltare il verdetto emesso due anni fa. Inoltre, tutti e cinque questi signori avrebbero diritto a usufruire della grazia, in base alla legge sull'amnistia votata dal parlamento di Tobruk il 29 luglio 2015, proprio il giorno dopo l'emissione di queste sentenze di morte", spiega l'avvocato. C'è poi chi mette sul tavolo una argomentazione politica, come Mehdi Bouaouaja, uno degli avvocati di Baghdadi Mahmudi in Tunisia: "Questi cinque signori sono coloro che possono portare stabilità alla Libia. Sono l'anello mancante che potrebbe portare alla riconciliazione".

E' di almeno 15 morti e oltre 40 feriti un primo bilancio dell'assalto talebano a un compound della polizia afghana a Gardez nel sud-est dell'Afghanistan. Lo hanno reso noto fonti ospedaliere. Il complesso ospita anche un centro di addestramento reclute ed è stato attaccato dai talebani all'alba: gli estremisti islamici si sono introdotti nel recinto dopo aver fatto esplodere due vetture imbottite di esplosivo, hanno riferito fonti locali. I talebani hanno già rivendicato l'operazione, con un messaggio su Twitter del portavoce, Zabiullah Mujahid.

Una potente esplosione, e la macchina che viene scagliata fuori strada. Tanto è servito a fermare Daphne Caruana Galizia, la giornalista d’inchiesta maltese morta il 16 ottobre alle 3 del pomeriggio in un attentato vicino alla sua casa a Bidnija, villaggio nel nord dell’isola. Galizia era una voce scomoda a Malta, per le istituzioni, le banche e il governo laburista, investito dagli scandali e di cui la giornalista ha scritto più di chiunque altro. Collaboratrice del Malta Independent e del Times, Galizia, 53 anni, è la creatrice del blog Running Commentary, punto di riferimento indipendente del giornalismo maltese. Un sito da 400mila lettori, in un’isola da 445mila abitanti.

La macchina a noleggio, una Peugeot 108, è esplosa fuori dalla casa di Galizia, attirando l’attenzione del figlio, Matthew, giornalista anche lui, e membro dell’International Consortium of Investigative Journalism (Icij, Consorzio internazionale del giornalismo investigativo), che l’anno scorso ha vinto il Premio Pulitzer per i Panama Papers, che hanno investito il governo maltese, e soprattutto il Primo Ministro Joseph Muscat, come un uragano.

In una conferenza stampa il Primo Ministro ha definito l’omicidio di Daphne Galizia un gesto barbarico. “Tutti sanno che Caruana Galizia era una delle mie più aggressive detrattrici, sia dal punto di visto politico che personale”, ha detto il Premier, per poi ribadire che non possono esserci giustificazioni di sorta per quanto accaduto, come riportato dalla Bbc.

L’inchiesta contro la moglie del premier

In un’inchiesta nata dai Panama Papers – documenti sottratti a uno studio panamense specializzato nella creazione di società offshore e resi pubblici da un whistleblower – Galizia aveva accusato la moglie di Muscat di essere beneficiaria della Englar Inc, società con sede nello Stato centroamericano, attraverso la quale avrebbe ricevuto finanziamenti illeciti dal governo dell’Azerbaijan. Grazie ai documenti pubblicati dalla giornalista nell’aprile del 2017 si è appreso che la Englar Inc riceveva finanziamenti nell’ordine di milioni di dollari dalla Sahra Fzco, società intestata alla figlia del dittatore azero Ilham Aliyev, Leyla, e incorporata negli Emirati Arabi Uniti. Secondo Daphne Caruana Galizia le ‘regalie’ sarebbero da collegarsi ai numerosi accordi commerciali stretti tra Malta e l’Azerbaijan.

In un post pubblicato il venti aprile di quest’anno, Galizia scriveva sul suo blog: “Nel marzo dello scorso anno, Al Sahra FZCO – una società della zona franca di Dubai – ha effettuato un singolo pagamento di 1 milioni di dollari a Egrant Inc, società costituita a Panama nel 2013. L'operazione, che è stata descritta come un ‘prestito’, è stata fatta dal conto della Al Sahra presso la Pilatus Bank a Malta, su un conto che la Egrant Inc detiene in una banca di Dubai. Questo non è l'unico ‘prestito’ che la Egrant Inc ha ricevuto dalla Al Sahra FZCO, ma il più grande in un’unica transazione. Altri ‘prestiti’ ammontavano a circa 100mila dollari ciascuno e arrivavano due volte alla settimana, per diverse settimane, a gennaio, febbraio e marzo dello scorso anno”.

Il governo è costretto a chiedere la fiducia e l’affaire maltese diventa un caso internazionale

Le rivelazioni fatte dalla giornalista avevano costretto Muscat a indire nuove elezioni, nelle quali tuttavia è stato confermato alla guida del governo. Poco dopo la pubblicazione della notizia sulla offshore panamense della moglie del premier, a maggio l’Espresso scriveva, “i giornalisti delle maggiori testate locali sono andati sotto la sede maltese della Pilatus Bank, la banca presso cui la Egrant aveva aperto il conto corrente. E hanno filmato una scena che ha fatto il giro delle tv dell’isola: il proprietario e presidente della banca, l’iraniano Seyed Ali Sadr Hasheminejad, usciva dalla porta secondaria dell’istituto di credito con delle grosse valigie in mano”, suggerendo che potesse essere un tentativo di sottrarre i documenti che dimostrerebbero il legame tra l’Azerbaijan e la moglie del premier maltese Muscat.

L’ultimo post della giornalista

Nel suo ultimo post sul Running Commentary, venticinque minuti prima di morire, Caruana Galizia si è scagliata contro Keith Schembri, braccio destro di Muscat, che in giornata ha testimoniato durante il processo per corruzione scaturito dalla pubblicazione dei Panama Papers: “Schembri sostiene di non essere corrotto, nonostante abbia fondato una società segreta a Panama insieme al ministro Konrad Mizzi e al signor Egrant, pochi giorni dopo che i laburisti hanno vinto le elezioni nel 2013, nascondendola in un fondo fiduciario super segreto in Nuova Zelanda, e poi girando il mondo a caccia di banche losche che li prendessero come clienti”. Dopo le rivelazioni fatte dalla giornalista, il premier maltese le aveva fatto causa per diffamazione.

La solidarietà per la morte di Daphne Caruana Galizia si mischia alla frustrazione e all’orrore per quanto accaduto. Il gesto è stato condannato da tutti nel più piccolo degli Stati europei, a partire dallo stesso Muscat. Tuttavia sui social corrono le accuse di quanti sono convinti che dietro l’attentato a Galizia ci siano dei sostenitori del premier, anche se secondo le autorità ancora non ci sono elementi che possano portare a sospetti. Caruana Galizia aveva denunciato recentemente di aver ricevuto delle minacce, come riportato dal Guardian.

 

Per 500 anni l'isola di Sant'Elena è stata raggiungibile solo via mare, dopo una traversata di cinque giorni con partenza settimanale da Cape Town, a bordo della "Royal Mail ship St Helena", pagando un biglietto molto salato. Un luogo sperduto passato alla storia come ultima dimora di Napoleone Bonaparte che vi morì il 5 maggio 1821. Adesso le cose cambiano. Dal 14 ottobre per il territorio britannico d'oltremare, piccolo fazzoletto di terra di 120 chilometri quadrati nel mezzo dell'Oceano Atlantico, è iniziata una vera rivoluzione: ora è servito da un regolare volo di linea. All'aeroporto di Jamestown atterra adesso una volta a settimana la compagnia aerea sudafricana Airlink.

Sei ore di volo partendo dal Sudafrica

Con partenza da Johannesburg e Città del Capo, in circa sei ore di volo, turisti e curiosi potranno scoprire una destinazione fuori dal mondo. L'aeroporto passeggeri dove atterreranno i voli della Airlink, è stato costruito in pochi mesi ed è costato circa 300 milioni di euro. È stato inaugurato nel maggio 2016 alla presenza del principe Edoardo, quartogenito della regina Elisabetta. L'evento, inizialmente fissato per il 21 maggio, era slittato a causa di forti venti. Da allora hanno atterrato solo aerei privati. Lo scorso agosto la Airlink ha ottenuto l'ultima autorizzazione dell'Autorità dell'aviazione civile sudafricana dopo aver fatto atterrare a Sant'Elena, a maggio, un Avro Rj85, primo volo charter di prova.

Il servizio di andata e ritorno settimanale prevede uno scalo tecnico all'aeroporto internazionale di Windhoek, capitale della Namibia. Per ora l'aereo in servizio, un Embraer E190, avrà una capienza di soli 76 posti, che diventerà di 87 con un cambio di modello in servizio dal 2018. Secondo la tabella di marcia ufficiale resa nota dalla compagnia aerea sudafricana, il terzo fine settimana di novembre verrà inaugurata la tratta Sant'Elena-Georgetown Wideawake, sull'isola di Ascensione, anch'essa scoperta nel 1801 dal navigatore da Nova.

Per il Telegraph è il volo "più inutile al mondo"

Costo dei biglietti? La tariffa base andata-ritorno a destinazione di Sant'Elena con partenza da Città del Capo sarà attorno ai 1.050-1.103 dollari. Il collegamento, già battezzato dal Telegraph "il più inutile al mondo", usufruisce di una sovvenzione del governo britannico per il primo anno di messa in servizio. Finora l'aeroporto locale, molto battuto da forti venti, serve soltanto a evacuazioni sanitarie e a jet privati. Con una pista lunga 1.950 metri, è stato concepito per accogliere aerei mono corridoio Airbus o Boeing con capienza ridotta di passeggeri.

Tornando indietro nel tempo, Sant'Elena è stata per diversi secoli un'isola internazionale e molto ambita dalle grandi potenze mondiali. Venne scoperta nel 1502 dal navigatore galiziano Joao da Nova con una nave, salpata dal Portogallo, e tra i membri del suo equipaggio figurava l'esploratore fiorentino Amerigo Vespucci. L'isola totalmente disabitata fu battezzata col nome di Sant'Elena di Costantinopoli, in onore della moglie dell'imperatore Costanzo Cloro e madre dell'imperatore Costantino I, chiamata anche Sant'Elena Imperatrice. Quel fazzoletto di terra ebbe un'importanza strategica per le imbarcazioni che dall'Asia facevano rotta verso l'Europa e il Sudamerica: lì potevano attraccare per fare rifornimento di acqua e cibo. Dopo i portoghesi, nel 1645 l'isola venne occupata dagli olandesi e dieci anni dopo dagli inglesi, che ne entrarono in possesso ufficiale nel 1673. Arresosi agli inglesi nel 1815, Napoleone Bonaparte, con un viaggio durato tre mesi, venne trasferito a Sant'Elena. L'isola fu scelta dagli inglesi proprio perché così remota e sperduta da rendere impossibile ogni tentativo di fuga dell'imperatore decaduto, diversamente da quanto accadde all'Elba. 

Anche Darwin tra i visitatori illustri

Nel 1836 la visitò persino il naturalista Charles Darwin. Nel 1858 Longwood House, dove Napoleone risiedette, e Sane Valley, dove fu inizialmente sepolto prima del trasferimento della salma a Parigi, sono diventati possedimenti del governo francese, ceduti dal Regno Unito. Ma da quell'isolamento Sant'Elena e la sua popolazione non sono mai usciti. Ad abitarla sono circa 4.200 persone che vivono di pesca e agricoltura e per molti anni hanno avuto il monopolio per la produzione di spaghi per i pacchi postali britannici. A metà degli anni '90 del secolo scorso, gli abitanti di Sant'Elena, i "Saints", scatenarono diversi tumulti, accusando di "comportamento dittatoriale" il governatore designato dal Regno Unito. Complice una dura crisi economica, chiedevano di poter essere considerati veri e propri cittadini britannici per poter emigrare nella madrepatria, cosa che dal 1981 gli era impedita in base a una legge, dal 1998 poi cambiata in loro favore.

Con l'inaugurazione di un volo di linea l'isola potrebbe rivelarsi un luogo turisticamente interessante, quindi generare nuove attività' economiche. Sant'Elena non ha le tipiche caratteristiche dell'isola esotica, ma è vulcanica e i tre quarti delle sue coste sono a picco sul mare. Solo un lato è pianeggiante, ma roccioso e l'interno è ricoperto da foreste. Nel capoluogo di Jamestown si trova un piccolo porto nel quale le navi non possono attraccare, proprio perché troppo esiguo, quindi per arrivare a terra bisogna trasbordare con gommoni. Dal porticciolo parte la spettacolare scala di Giacobbe, composta da 699 gradini e ripidissima, costruita dopo lo smantellamento di una vecchia funicolare, che collega Jamestown alla collina di Ladder Hill.

Con un patrimonio naturalistico più unico che raro, Sant'Elena offre ai visitatori la possibilità di scoprire specie vegetali e animali endemiche, come nel Diana's Peak National Park, 823 metri sopra il livello del mare e un panorama mozzafiato sull'intera isola. Si può anche riaprire il libro della storia e partire sulle trace dell'ex generale della Corsica, festeggiato dai Saint's ogni anno il 5 maggio. Una visita-pellegrinaggio in tre luoghi al costo di dieci dollari: Longwood House, la residenza di Napoleone Bonaparte, Pavillion Briars, dove morì, e la sua sepoltura.

Stati Uniti e Corea del Sud hanno dato il via a un nuovo round di esercitazioni navali a fuoco vero nelle acque delle penisola coreana, con quaranta unità navali, tra cui la portaerei nucleare Uss Ronald Reagan, e due cacciatorpedinieri, lo Uss Stethem e lo Uss Mustin. Le manovre, durante le quali è previsto anche l'impiego dei caccia sud-coreani e statunitensi, ha annunciato il Ministero della Difesa di Seul, proseguiranno fino al 20 ottobre prossimo.

Pyongyang effettuerà un nuovo test?

La nuova prova di forza nella penisola coreana arriva in un momento di tensioni segnate dalla possibilità di un nuovo lancio missilistico da parte di Pyongyang. Lo teme l'intelligence militare di Seul che nei giorni scorsi ha registrato movimenti sospetti nei pressi delle aree da dove Pyongyang compie i suoi test missilistici. Una data sensibile per una nuova provocazione nord-coreana potrebbe essere quella di mercoledì prossimo, in vista dell'inizio del Congresso del Partito Comunista Cinese, a Pechino.

Tillerson ribadisce: "Non vogliamo la guerra"

La Corea del Nord ha già definito le esercitazione come "una prova generale della guerra", ma da Washington le parole del segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, puntano a calmare gli animi. Gli sforzi diplomatici per evitare il peggio, ha affermato nelle scorse ore alla Cnn il capo della diplomazia a stelle e strisce, continueranno "finché non verrà sganciata la prima bomba". Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, "ha messo in chiaro con me di continuare negli sforzi diplomatici. Non sta cercando di andare in guerra", ha detto Tillerson, dopo che nei giorni scorsi Trump aveva mandato nuovi segnali di una virata verso l'opzione militare nei confronti di Pyongyang. Alle manovre si aggiungeranno, a partire dalla settimana prossima, anche esercitazioni per l'evacuazione dei familiari dei funzionari militari Usa in servizio in Corea del Sud, secondo quanto dichiarato dal Comando delle Forze Armate Usa presenti in Corea del Sud.

Troppa attenzione per manovre di routine?

Il Pentagono, scrive il New York Times, "conduce simili prove di evacuazione di personale civile da decenni, insieme ad altre esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud. Ma, con una simile escalation delle tensioni con la Corea del Nord, simili manovre catturano un'attenzione sproporzionata e suscitano paura nei sudcoreani, alcuni dei quali lo vedono come il segno che gli Usa potrebbero stare per prepararsi a un'azione militare contro il Nord".

Il capo del governo di Seul, Moon Jae-in, ha ribadito più volte la sua contrarietà all'opzione militare, in quanto il risultato sarebbe un conflitto nel quale a pagare il prezzo più duro sarebbero i suoi concittadini. In un irrituale comunicato stampa, le autorità militari Usa hanno cercato di alleviare i timori assicurando che si tratta di "un'esercitazione di routine" che non sarà differente dalle tante analoghe avvenute in passato.

 

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