Newsletter
Flag Counter
Facebook Page
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Informatica

Nuove regole e tanto controllo manuale in più: dopo un 2017 di proteste contro contenuti violenti o inappropriati pubblicati sulla piattaforma, YouTube si riorganizza e cambia i criteri con cui si monetizzano i video. Lasciando una finestra aperta a chi aveva preannunciato un anno nuovo all’insegna della censura.

L’episodio esemplare è quello dello youtuber Logan Paul, che con pochissima sensibilità aveva ripreso e pubblicato un video nel quale si mostra uno dei cadaveri trovati in mezzo al bosco di Aokigahara, la “foresta dei suicidi” del Giappone. Se per mantenere la propria popolarità non ci si ferma più davanti a nulla, senza riflettere alle conseguenze delle proprie azioni e all’impatto che certi contenuti possono avere, ci pensa Google. In un comunicato l’azienda fa sapere che ha modificato i parametri secondo i quali un video può avere delle pubblicità: per ricavare dei guadagni i creatori di contenuti dovranno totalizzare 4mila ore di visualizzazione in dodici mesi e almeno mille iscritti al proprio canale. Ma c’è di più: la dimensione del canale non sarà sufficiente per determinare se sia adatto o meno alla pubblicità. “Monitoreremo da vicino segnali come proteste, spam e altri abusi – si legge nel comunicato – Sia i canali nuovi che quelli esistenti saranno valutati in base a criteri rigorosi, e in caso di ripetute violazioni saranno rimossi dal programma di sponsorizzazione”.

Leggi anche: “Fin dove si possono spingere gli influencer? Cosa ci insegna il caso Logan Paul”

L’azienda fa sapere che tutti i contenuti che ricevono sponsorizzazioni saranno controllati da operatori umani già dalla prima metà di febbraio, e che il sistema di monitoraggio sarà esteso entro la fine di marzo. Già da dicembre YouTube aveva fatto sapere che un migliaio di nuovi operatori sarebbe stato assunto a tal fine. Questa decisione è resa necessaria dall’insufficienza dei sistemi automatici di interpretare le sfumature di linguaggio che possono determinare se un video sia appropriato o meno.

Se la nuova strada intrapresa da Google migliorerà effettivamente il servizio o finirà per essere una censura non è dato saperlo. In un articolo del giornalista di Bloomberg, Leonid Bershidsky, il 2018 potrebbe essere l’anno in cui sarà più difficile fare informazione sui social (Ne abbiamo parlato qui), portando ad esempio la nuova legge sulle fake news e sull’hate speech online in Germania, dove i Tweet della parlamentare di estrema destra tedesca Beatrix von Storch sono stati rimossi nonostante il loro contenuto – senz’altro molto aspro – fosse una libera manifestazione del proprio pensiero. 

Lo spazio, dice l'introduzione alla Guida galattica per Autostoppisti, è vasto. È probabile che nessun umano potrà mai esplorarlo, ma fortunatamente sarà possibile averne un assaggio con la seconda stagione di Cosmos: A Spacetime Odyssey, serie tv che unisce la narrazione documentaristica con gli effetti speciali dei più avvincenti film di fantascienza, e che sarà trasmessa nella primavera del 2019.

Lo hanno annunciato Fox e National Geographic, che confermano il divulgatore Neil deGrasse Tyson nel ruolo di conduttore e pilota dell’immaginaria navicella che dal 2014 trasporta i suoi spettatori ai margini stessi dell’universo, per svelarne i segreti e la grandiosità.

La serie, seguito ideale dell’omonimo programma condotto dall’astronomo e scienziato Carl Sagan negli anni ‘80, sarà trasmessa da National Geographic in 143 Paesi e tradotta in 43 lingue, incoraggiata dal successo avuto nel 2014, quando ha raggiunto 135 milioni di spettatori. Tra i produttori anche Seth MacFarlane, padre dei Griffin e della parodia di Star Trek, The Orville.

Luca Borgoni è morto. Nella vita reale e, quindi, anche in quella virtuale. Così ha deciso Facebook che ha “bloccato" la mamma del ragazzo torinese di 22 anni che ha perso la vita l’8 luglio scorso scivolando sul Cervino. Il social network ha trasformato il profilo personale di Luca che sua madre continuava ad aggiornare in una pagina commemorativa. Cristina Giordana, questo il nome della donna, non ne sapeva nulla, così come non sapeva nulla del fiore blu commemorativo che è spuntato di punto in bianco sulla pagina del social network. Cristina aveva da qualche tempo ricominciato ad aggiornare la pagina del figlio rispondendo a suo nome agli amici e pubblicando foto e messaggi. Fino a ieri quando, dopo una segnalazione  anonima, si è vita arrivare un messaggio da un certo Matteo (il cognome non è specificato) che le diceva “Mi unisco al dolore tuo e dei tuoi cari. Speriamo che le persone che amano Luca troveranno conforto nel visitare il suo profilo per ricordare lui e la sua vita”. Oggi la pagina si intitola “In memoria di Luca Borgoni”.

“Era la mia isola”

Per la donna lo stop del social network è stato un colpo durissimo: "Mi si è fermato il cuore – ha raccontato a Repubblica – Adesso l’accesso alla sua pagina è bloccato. Quella pagina era la mia isola, era un piccolo rifugio senza pretese. Non sono mai stata ossessiva, mai sgarbata, mai inopportuna. Semplicemente scrivevo a nome di mio figlio e i suoi amici rispondevano, mettevano dei like, e a me sembrava che un po' di lui fosse ancora lì davanti al computer. So che tutto ciò non è proprio a norma di regolamento ma insomma: è difficile spiegarlo, ma ogni mamma può capirmi". 

Le volte in cui Cristina si è sostituita a suo figlio

Non è l’unico modo in cui Cristina ha cercato di ‘mantenere in vita’ il figlio: il 21 luglio, a meno di due settimane dall'incidente era andata lei, all'università, a discutere la tesi di laurea in biologia che il ragazzo aveva ormai concluso, mentre in ottobre era toccato agli amici di Luca "accompagnarlo" in vetta al Dhaulagiri, portando una sua foto sulla cima della montagna nepalese, la settima più alta del mondo, che il giovane alpinista aveva sempre sognato di scalare.

L’eredità social, cosa prevede Fb

La maggior parte delle persone forse non lo sa ma esiste un modo per decidere cosa sarà del profilo Facebook dopo la nostra dipartita. E’ una sorta di testamento social ed è previsto dal regolamento di Zuckerberg. In pratica è possibile lasciare in eredità a un’altra persona la gestione della pagina. Basta cliccare tra le impostazioni su “Gestisci account” e sottoscrivere attraverso una procedura specifica l’opzione per la scelta del “contatto erede”: “una persona a cui affidi la gestione del tuo account nel caso in cui tu venga a mancare”. In generale, quando un utente muore Facebook prevede tre opzioni per la pagina personale. Ecco come selezionarle:

  • Gli account commemorativi
  • Gli account commemorativi permettono ad amici e famiglia di raccogliere e condividere ricordi di una persona deceduta. Gli account commemorativi presentano le seguenti funzioni princip
  • L'espressione In ricordo di sarà visualizzata accanto al nome della persona sul suo profilo.
  • A seconda delle impostazioni sulla privacy dell'account, gli amici possono condividere ricordi sul diario commemorativo.
  • I contenuti condivisi dalla persona (ad es. foto e post) continuano a essere su Facebook e sono visibili al pubblico con cui sono stati condivisi.
  • I profili commemorativi non vengono visualizzati in spazi pubblici come i suggerimenti delle Persone che potresti conoscere, le inserzioni o i promemoria dei compleanni.
  • Nessuno può accedere a un account commemorativo.
  • Non è possibile apportare modifiche agli account commemorativi per cui non è stato indicato un contatto erede.
  • Le Pagine gestite da un unico amministratore il cui account è stato reso commemorativo saranno rimosse da Facebook se riceviamo una richiesta valida.
  • L’eliminazione dell'account

È possibile scegliere che l’account venga eliminato in modo permanente in caso di decesso. Per farlo:

  • In alto a destra su Facebook, clicca su  e seleziona Impostazioni.
  • Nel menu a sinistra, clicca su Generali.
  • Clicca su Gestisci account.
  • Clicca su Richiedi l'eliminazione dell'account e segui le istruzioni visualizzate sullo schermo.

Per amici e famiglia

Se si desidera creare un altro spazio per consentire alle persone su Facebook di condividere ricordi sulla persona deceduta, è possibile creare un gruppo.

L’esperto: “Regole dure ma necessarie”

La vicenda della signora Borgoni stringe il cuore, ma purtroppo queste piattaforme seguono delle regole standard e burocratizzate. E non potrebbe essere altrimenti. Ne è convinto Giovanni Ziccardi, professore di Informatica Giuridica presso l'Università degli Studi di Milano e autore tra gli altri libri di “Il libro digitale dei morti. Memoria, lutto, eternità e oblio nell'era dei social network”. “Non si tratta di un fatto isolato – ha spiegato Ziccardi all’Agi – Tutte le piattaforme ora hanno una gestione dei profili dei defunti. Lo prevede Google, Instagram, Twitter e persino Linkedin.  Questo perché si ritrovano a gestire miliardi di utenti in tutto il mondo e milioni solo in Italia. Per forza di cose devono adottare soluzioni comuni e razionali senza poter guardare alla parte emotiva”. Certo – aggiunge – se ci caliamo nel contesto familiare, del singolo, la decisione ci sembra ingiusta ed eccessiva ma purtroppo non ci si può sottrarre alle regole, né dialogare apertamente con Facebook”. Quello che è stato fatto, dietro segnalazione, “è stato trasformare quel profilo in una pagina commemorativa. Una specie di tempesto digitale. In questo modo il ragazzo continuerà a vivere sul social network, ma in modo diverso, senza che i parenti possano accedere al suo account. Mi rendo conto però che per la mamma del ragazzo che ci teneva a restare in contatto con gli amici del figlio, la differenza è sostanziale”.

“Facebook, il più grande cimitero al mondo”

Se fino  a qualche anno fa il lutto non sembrava appartenere al mondo dei social, oggi che gli utenti sono aumentati a dismisura – e con loro si è alzata anche l’età media – Facebook e soci hanno dovuto trovare una soluzione. Secondo una previsione dell’Independent entro il 2098 si assisterà al sorpasso degli utenti morti su quelli vivi. “In Italia – osserva Ziccardi – si contano circa 240 mila account che muoiono ogni anno, per decesso dell’utente o per abbandono delle attività (non è possibile risalire alle cure dell’uno e dell’altro). In media si parla di circa 600-700 profili al giorno”. E la tendenza è destinata ad aumentare “perché la popolazione media è invecchiata: cresce il numero degli anziani sui social, mentre gli adolescenti abbandonano Facebook e  suoi cugini più popolari per approdare su social più ‘giovani’ e in cui i genitori non sono presenti”. Proprio come avviene nella vita reale “anche sui social network si assiste a un tasso di natalità bassissimo e a uno di  mortalità altissimo”. Il risultato è che oggi “Facebook è il più grande cimitero esistente al mondo”.

 

 

 

 

 

 

 

La più grande enciclopedia del mondo è nata sotto le luci rosse. Wikipedia compie 17 anni: è il 15 gennaio 2001 quando compare online per la prima volta. Viene pensata come una costola di Bomis: è un portale che aggrega contenuti, divisi per argomenti, fondato da Jimmy Wales: l'uomo che ancora oggi presiede la fondazione che sostiene Wikipedia decide, a metà degli anni '90, di investire in una dot-com il ricco gruzzolo messo da parte come operatore finanziario. Su Bomis si trova di tutto, ma hanno grande successo informazioni e link per un pubblico maschile: sport e donne molto svestite. Nella sezione Premium, Bomis offre contenuti erotici a pagamento.

Da Nupedia a Wikipedia

Tra il portale popolato di starlette e la grande enciclopedia partecipata di oggi c'è però un passaggio intermedio: Nupedia. Creata all'interno di Bomis nel 1999, è un'enciclopedia aperta ai contributi volontari degli utenti. Ha però un vincolo: è concepita con una struttura di revisione rigida, che passa solo dagli esperti dell'argomento. Si evolve con troppa lentezza. Wales e lo sviluppatore Larry Sanger cercano allora un sistema più “wiki” (termine che in hawaiano significa "rapido"). Sanger inventa allora il nome Wikipedia, l'enciclopedia svelta. Viene battezzata in inglese, ma in pochi mesi avrebbe ottenuto grande popolarità, moltiplicando voci e lingue disponibili. Wikipedia viene pensata inizialmente come un'iniziativa for profit all'interno di Bomis. Per Sanger sarebbe dovuto essere solo uno strumento per migliorare Nupedia. A questo punto le idee dei due fondatori iniziano ad allontanarsi. Wales spinge su procedure snelle e partecipazione che diano a Wikipedia vita propria. Sanger, che vorrebbe maggior rigore, abbandona il progetto già nel 2002. Oggi è direttore informatico di Everipedia, un'enciclopedia online con criteri di rilevanza meno rigidi e che punta a sviluppare una versione su blockchain​ (in modo da aggirare le restrizioni imposte dai regimi autoritari).

I cinque pilastri

Il modello di Wales, al momento, si è imposto. E si basa sui cosiddetti “cinque pilastri di Wikipedia”: il progetto è “un'enciclopedia” (“non punta a contenere qualsivoglia tipo di contenuto originale ma una rielaborazione selettiva basata sulle fonti”), è “neutrale” (punta a riportare “in maniera equa i punti di vista rilevanti”), “libero” (“aperto” ma “non anarchico”, con contenuti “utilizzabili e ridistribuibili”), dotato di “un codice di condotta” (la “Wikiquette”, l'etichetta dell'enciclopedia) e “senza regole fisse”. Oggi la versione inglese di Wikipedia ha 5,5 milioni di voci. Al secondo posto, con 5,3 c'è la versione in cebuano, lingua parlata nelle Filippine da meno di 20 milioni di persone. Seguono le versioni svedese, tedesca, francese, olandese, russa e (all'ottavo posto con 1,4 milioni di voci) italiana.
 

Lego ha stretto una partnership con il gigante cinese del web Tencent​ (sviluppatore, tra gli altri, del popolare servizio di messaggistica WeChat​) per sviluppare contenuti e piattaforme digitali per i bambini, con un'attenzione particolare alla creazione di ambienti sicuri (l'azienda danese è la prima nel settore dei giocattoli ad aver firmato un accordo con l'Unicef sulla protezione dei più piccoli). L'intesa prevede anche uno spazio video Lego sulla piattaforma Tencent e l'utilizzo di giochi con licenza Lego.

"Il nostro obiettivo principale", ha dichiarato Julia Goldin, "capo del marketing – è ispirare i bambini e aiutarli a crescere con il gioco. In 85 anni di storia abbiamo sempre avuto come prioritaria la sicurezza dei bambini. Questo approccio si riflette anche nel garantire esperienze Lego digitali sicure". Per Anna Gao, vicepresidente di Tencent Games, "l'accordo tra Lego Group e Tencent fa leva su strumenti tecnologici e innovativi per costruire un ambiente online sano per i bambini". Con una capitalizzazione di mercato di 537 miliardi di dollari, Tencent (fondata a Shenzhen nel 1998 e quotata alla Borsa di Hong Kong) è la quinta società quotata al mondo per valore di mercato. Il colosso, attivo nello sviluppo di giochi per Pc e Mobile, possiede partecipazioni anche in Spotify, Snapchat e Tesla.

Dietro l'accordo fra Lego e Tencent c'è la conquista di un mercato, quello di giocattoli e giochi cinese, che vale 31 miliardi di dollari. Secondo Euromonitor International, LEGO ne coprirebbe il 3%, seguita dai suoi principali competitor Mattel e Hasbro, rispettivamente con il 2% e l'1%. L'anno scorso, Mattel ha stretto accordi con il colosso cinese di e-commerce Alibaba e lo sviluppatore di contenuti online BabyTree per vendere prodotti di apprendimento interattivi basati sui suoi giocattoli Fisher-Price. Nel novembre 2016, Lego ha aperto uno stabilimento a Jiaxing, in Cina, che prevede di produrre il 70-80% di tutti i prodotti Lego venduti in Asia. 

Gli assistenti vocali sono il nuovo terreno di sfida dei colossi della tecnologia. E – dopo Amazon, Google e Apple – tocca a Facebook farsi avanti, con un dispositivo, denominato Portal, che sarà di fatto una risposta a Echo di Amazon ma non verrà presentato come un semplice smart assistant ma come una vera e propria estensione del social network, ovvero come un altro strumento per restare connessi "con le persone che ci sono care". Una strategia di marketing che, nelle intenzioni, dovrebbe far digerire agli acquirenti il prezzo non esattamente popolare: 499 dollari contro i 299 di Echo. Per Mark Zuckerberg, però, la priorità non è il fatturato, bensì cambiare le abitudini degli utenti. 

Accordi sui contenuti con Sony e Universal

L'azienda, per ora, tace. Le indiscrezioni arrivano dal sito specializzato Cheddar, secondo il quale Portal verrà presentato a maggio, in occasione della conferenza degli sviluppatori. Come Echo, Portal avrà uno schermo che consentirà di effettuare chiamate vocali e fruire di musica e video in streaming. E così come Echo è integrato con l'offerta mediatica di Amazon – a partire da Amazon Prime Video – Portal sarà strettamente integrato con Facebook, consentendo di accedere al proprio profilo grazie a un sistema di riconoscimento facciale, un settore nel quale Menlo Park ha effettuato consistenti investimenti negli ultimi anni (recente è il servizio che consente all'utente di scoprire se è stato incluso in una foto pur non essendo stato taggato). 

Per compensare la mancanza di prodotti media propri (e quindi concorrere con Amazon anche sul piano dell'offerta di contenuti), Facebook – leggiamo ancora su Cheddar – potrà contare sugli accordi già firmati con Sony e Universal e, secondo i rumor pubblicati dal sito, punterebbe a una partnership con Netflix​ e Spotify​. Portal sarà inoltre il primo dispositivo a uscire da Building 8, il laboratorio dedicato all'elettronica da consumo, con il quale Zuckerberg cerca la riscossa dopo il tremendo flop di Htc First, il cosiddetto "Facebook Phone" che, nel 2013, aveva anticipato alcune delle intuizioni alla base di Portal.

Nei prossimi tre anni, il 40% degli utenti preferirà usare un assistente vocale piuttosto che app e siti web. E uno su tre sceglierà di conversare con l'intelligenza artificiale piuttosto che andare in banca o visitare un negozio. Siri, Cortana, Alexa, Bixby, Google Assistant sono reputati più pratici e immediati, anche perchè permettono di fare altro mentre si impartisce loro una richiesta. Lo afferma una ricerca di Capgemini, basata su 5.000 interviste compiute tra Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania.

I numeri riguardano mercati tecnologicamente avanzati, come dimostrano i dati dell'utilizzo attuale: un utente su due ha già usato un assistente digitale (quasi sempre, in 8 casi su 10, tramite lo smartphone); uno su tre lo ha fatto per fare la spesa o ordinare cibo, il 28% per prenotare una corsa in taxi o con Uber e per effettuare pagamenti o trasferire denaro. Ma il report di Capgemini, per quanto ristretto a soli quattro Paesi, è comunque un indizio: gli utenti sono ben disposti nei confronti degli assistenti digitali e della loro "corazza hardware", gli smart speaker (i dispositivi connessi che conversano con gli utenti e dialogano con altri oggetti della casa). 

Leggi anche: La toilette connessa a Internet e altri improbabili robot visti a Las Vegas

Ecco perchè tutti i grandi gruppi stanno correndo per prendere posizione. La concorrenza tra assistenti vocali su smartphone è quella più antica: Siri su Apple, Google Assistant su Android, Bixby su Samsung. Amazon, che dopo lo scotto dei Fire Phone ha abbandonato le ambizioni sul mercato mobile, si è concentrato altrove. Alexa è l'anima di Echo, gamma leader tra gli smart speaker. Il gruppo di Jeff Bezos sfrutta il vantaggio di essere arrivato per primo. Ma dovrà resistere a una competizione crescente (e solo all'inizio): Apple ha presentato HomePod, un amplificatore intelligente che (dopo qualche ritardo) dovrebbe arrivare in commercio nei primi mesi del 2018. Big G ha il suo maggiordomo digitale (Google Home) ma sta tentando di rendere la propria intelligenza artificiale (Google Assistant) quello che Android è per gli smartphone: uno standard utilizzato da altri produttori hardware, come Lenovo, LG e Sony.

E poi c'è Facebook. Non c'è ancora nulla di ufficiale ma, secondo indiscrezioni non smentite, a maggio Menlo Park potrebbe lanciare Portal, uno smart speaker dotato di schermo, sul modello di Amazon Echo Show. Senza dimenticare che il dialogo con l'intelligenza artificiale è destinato ad espandersi ovunque, a partire dalle automobili. In ballo c'è la conquista del primato in una tecnologia che, si legge nella ricerca di Capgemini, "sarà dominante nella relazione con gli utenti ed è destinata a rivoluzionare il commercio". 

Il talento cyber sta nella curiosità e nella capacità di “trovare soluzioni, anche artigianali, a qualsiasi tipo di problema. L’hacker in fondo è quello che sa aprire una scatola in modo non convenzionale”. Non convenzionale perché dietro c’è un “intelletto brillante”. Parola di Camil Demetrescu, docente di Ingegneria Informatica presso La Sapienza di Roma. Lui i talenti cyber li cerca e li sa riconoscere. È il coordinatore della Cyberchallenge, percorso di formazione sulla cybersecurity dedicato ai ragazzi fra i 16 e i 22 anni, organizzato dal Cini e alla sua seconda edizione. Dal test di ammissione in programma il primo febbraio usciranno i 160 partecipanti, 20 per ognuna delle 8 sedi universitarie dell’iniziativa. 

Professore, cos’è la Cyberchallenge?
“È un programma pensato per giovani di talento e dedicato alla cybersicurezza. Siamo nel mezzo di un periodo di grandi cambiamenti con notizie di attacchi informatici quasi tutti i giorni. Vogliamo aiutare a capire i meccanismi con cui avvengono gli attacchi e i modi con cui ci si può difendere”.

Com’è articolata?
“Il programma si svolge in parallelo in 8 sedi universitarie. Forniremo una panoramica sugli aspetti più importanti della cybersecurity, dalla criptografia agli attacchi. Poi abbiamo in previsione anche delle sessioni di addestramento su trovare e risolvere punti di vulnerabilità, come difendere i sistemi.   Il nostro obiettivo è formare in un ambiente protetto in cui ci si può esercitare e sperimentare, in una sorta di poligono virtuale, ma senza infrangere le leggi e mettersi nei guai”.

C’è anche una sorta di prova finale?
“Il 7 giugno ci sarà una competizione per ogni sede universitaria che partecipa al programma. I migliori si confronteranno poi il 27 giugno a Roma su temi di attacco e difesa. Un’ulteriore selezione sceglierà i membri della squadra nazionale che a ottobre 2018 parteciperà a Londra all’European Cybersecurity Challenge, la principale competizione europea per cyber-defender”.

Questa è la seconda edizione, quante candidature avete ricevuto?
“Mancano pochi giorni alla chiusura delle iscrizioni e ci sono  più di 1.200 candidature”. 

Perché formare una nuova generazioni di innovatori nella cybersecurity è così importante?
“Con la cyberchallenge vogliamo anche presentare un ambito professionale nuovo in cui si apriranno, nel 2020, almeno un milione e mezzo di posti di lavoro nelle aziende e nelle amministrazioni. I nostri device sono continuamente affetti da problemi di sicurezza che andranno risolti”.

Come?
“Con investimenti nelle nuove generazioni”.

Vi rivolgete a ragazzi fra i 16 e i 22 anni, perché questa fascia d’età?
“Intercettare i ragazzi in questa fascia d’età è importante anche per illustrargli una possibilità di carriera. Per loro è un un momento di transizione in cui non hanno ancora deciso cosa fare da grandi. È anche però il momento giusto per investire su se stessi. Il rischio è non sfruttare il proprio talento”.

 

Aqus, Innov8tia, Mandulis Energy, Nokero Solar, Papr, Protrash, Rise, Scooterino e Smart Yields sono le 9 startup che hanno concluso la prima edizione del Laudato Sì Challenge, il programma di accelerazione ispirato ai principi di Papa Francesco e alla sua seconda enciclica. Hanno raccolto la sfida della prima challenge, progetti sostenibili per affrontare i cambiamenti climatici in questi ambiti: finanza, energia, cibo, conservazione dell'ecosistema, risorse umane, soluzioni per le città e acqua.

Per questo sono state selezionate fra 300 aziende provenienti da tutto il mondo, hanno ricevuto un investimento di 100 mila dollari ognuna in cambio di un 6-8% di equity e hanno intrapreso un percorso di accelerazione negli spazi di Luiss Enlabs che si è concluso il 9 settembre.

Il demo day con la presentazione agli investitori si è tenuto a dicembre in Vaticano. Alla guida del progetto Stephen Forte, l'imprenditore a capo del fondo di venture capital Fresco Capital, che aveva di fatto aperto la call per startupcon un post su Medium agli inizi di maggio. L'acceleratore, scrisse, si concentrerà su startup for-profit e mission-driven, ovvero imprese spinte da una vocazione sociale, ma il cui fine è anche quello di fare profitti. E così è stato.

Tra i mentor anche il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, ghanese alla guida del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Il Vaticano ha più volte sottolineato l'importanza di sostenere imprese che possano imprimere un cambiamento nelle società di appartenenza. Non solo aziende. Per quanto riguarda il settore dell'istruzione, il Vaticano ha lanciato tempo fa il programma Scholas, per sostenere progetti innovativi nell'education.

Un filtro per avere sempre acqua pulita: Aqus

La startup californiana di Kevin Kassell (ceo e founder) ha sviluppato il filtro Aqusafe, una soluzione innovativa (non ha bisogno di elettricità, funziona con la forza di gravità) per aiutare a portare acqua pulita a chi si trova in situazioni difficili. Secondo la società, il dispositivo è in grado di rimuovere il 99,9% di agenti patogeni biologici. –

Acqua e energia dai fanghi tossici: Innov8tia

Seth Knutson e il suo team sono basati a Ningbo in Cina, dove hanno fondato nel 2012 una startup e hanno brevettato un dispositivo a microonde che trasforma i fanghi tossici in energia e acqua.

Energia rinnovabile per i Paesi emergenti: Mandulis Energy

Il progetto di Elizabeth Nyeko e Peter Benhur O. Nyeko sviluppa e gestisce progetti di energia rinnovabile, con particolare attenzione ai mercati emergenti. Basata a Londra, costituita nel 2014, la startup ha finora raccolto investimenti per un totale di 2 milioni di euro.

Lampade solari in tasca: Nokero Solar

Steve Katsaros è il ceo e co-founder di Nokero (che sta per No Kerosene), startup basata in Colorado, che produce lampade solari tascabili. Attiva dal 2010, la startup ha raccolto fondi per più di 1,5 milioni di euro.

Stampare ma senza carta: Papr

Il progetto di Cincinnati (ceo e founder Josh Israel) ha sviluppato una soluzione che offre alle aziende un'alternativa alla stampa su carta. La piattaforma consente di stampare qualsiasi documento su software. La startup si è costituita nel 2016, tre finora i round di finanziamento.

Fare soldi col riciclo: Protrash

Migliorare la qualità di vita delle comunità emarginate scambiando i propri rifiuti riciclabili con denaro. è questa la mission della startup creata da Andrea Garcìa, Yuvia Lòpez, Mònica Lòpez e Valeria Sànchez. La società è nata ad ottobre 2015 ed è basata a Guadalajara, in Messico. Oltre ai 100K ricevuti dal Laudato Sì Challenge, l'azienda ha chiuso nel 2016 un altro seed round.

Farine iper proteiche, dalla birra: Rise  

La startup di Brooklyn ha sviluppato un sistema che ricicla il grano esausto dei birrifici, trasformandolo in farina priva di colesterolo e con elevato tasso di proteine. La loro farina, dicono, ha più proteine del pollo (12 volte la fibra, 2 volte la proteina e 1/3 dei carboidrati della farina tradizionale). Fondata nel 2017 da Ashwin Goutham Gopi, Bertha Jimenez, Jessica Aguirre, Lev Tatz, Remington Tonar, la startup ha raccolto fondi per 150mila euro.

Condividere i passaggi in moto: Scooterino 

Il progetto basato a Roma ha sviluppato un'applicazione Mobile per servizi di condivisione su 2 ruote. Fondata nel 2014, la startup di Francesco Rellini e Oliver Page ha raccolto finora. 550mila euro.

La app per gli agricoltori, Smart Yelds

Isar Mostafanezhad, Justin Hedani, Michael Rogers, Ryan Ozawa e Vincent Kimura hanno sviluppato un'applicazione Mobile e desktop che analizza, prevede e avvisa gli agricoltori sulle condizioni ambientali per ottimizzare e aumentare la produzione. Costituita nel 2015 e basata a Honolulu, la startup ha raccolto finora circa 350mila euro in due seed round. 

Canva è ufficialmente il primo unicorno australiano del 2018. La startup ha raggiunto cioè un valore di un miliardo di dollari e, secondo quanto riporta Mashable, la sua fondatrice Melanie Perkins è la più giovane imprenditrice ad aver raggiunto questo traguardo. Chi si occupa di design e di creazione di contenuti per la rete, e per i social in particolare, non rimarrà sorpreso. Canva, nato nel 2012, è uno dei più usati e diffusi strumenti del mondo: funziona in 190 paesi, conta più di 10 milioni utenti attivi e dà lavoro a oltre 250 persone.

Un percorso difficile ma ricco di successi

“Abbiamo fatto appena l’uno per cento delle nostre possibilità ma è piuttosto esaltante arrivare a questo punto. È stato un grande viaggio”. Perkins ha ricordato a Mashable le difficoltà incontrare dalla sua startup cinque anni fa quando ancora in pochi credevano alla creazione di un’alternativa così efficace ai grandi programmi di progettazione e design che esistevano sul mercato.

“Qualche giorno fa ho controllato le prime mail ricevute, una vera collezione di rifiuti”. Poi il viaggio in California e la spasmodica ricerca di finanziatori con un visto temporaneo e la paura di fallire. Una lotta che però, visti i numeri, è stata decisamente vinta dalla manager australiana e dal suo team. E dagli investitori che sono arrivati dopo questo primo periodo di empasse: Blackbird Ventures e Felicis Ventures. Con un particolare ringraziamento a Lars Rasmussen, il co-founder di Google Maps, che ha sostenuto la crescita del progetto, soprattutto dopo l’apertura di un secondo ufficio a Manila, nelle Filippine (la sede principale è a Sydney). 

Come funziona Canva

L’obiettivo del tool è molto semplice: rendere il mondo del design semplice e accessibile a tutti. Oggi, sulla piattaforma, vengono creati 13 progetti al secondo. Attraverso pochi click è possibile creare presentazioni, grafiche per i social, copertine e infografiche. Ci sono milioni di immagini e centinaia di layout a disposizione di chi ha bisogno di produrre, velocemente e con accuratezza, materiale grafico per la propria attività. Tutto (quasi) gratuitamente.

La formula è “freemium”: molte funzioni sono gratuite ma alcune, per i lavori più complessi, sono a pagamento. Poco meno di 13 dollari al mese. Con la possibilità per le aziende di costruire percorsi personalizzati. Uno strumento che può essere usato su qualunque design grazie, ad esempio, all’app lanciata recentemente per Android, iPhone e iPad. Senza dimenticare l’ultimo servizio lanciato lo scorso giugno, Canva Print per ricevere a casa le proprie creazioni.