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Informatica

Il telefono è diventato quasi un’estensione del nostro corpo, strumento da cui non riusciamo a separarci per ricevere informazioni, comunicare e socializzare. Ma quante volte lo consultiamo in un giorno? Per la regista premio Oscar Eva Orner, la risposta è: 150. All'incirca ogni 7 minuti. La cineasta australiana ha realizzato un documentario nel quale cerca di cogliere il nostro rapporto quotidiano con il cellulare, il cui schermo sbirciamo in qualsiasi situazione, da quando siamo in bagno a quando guidiamo.

‘It’s people like us’ – Sono persone come noi – è il titolo del documentario, presentato il 21 settembre a Melbourne e ora disponibile in streaming. Questo film “Punta a far riflettere ciascuno di noi su come usiamo il nostro telefono nella vita quotidiana, a mettere in discussione come questi siano diventati una nostra estensione e, cosa più importante, a ispirare in noi un cambiamento e un senso dell’autodisciplina”.

Il documentario raccoglie in poco più di ventidue minuti il resoconto di quanto consultiamo il nostro dispositivo senza neanche farci caso. Questo succede in modo particolare quando stiamo guidando, anche se i protagonisti di questo esperimento non sembrano accorgersene. Nelle singole interviste realizzate le ‘cavie’ di questo esperimento assicurano di essere sempre molto attente al volante. Una telecamera montata sullo specchietto retrovisore però mostra la realtà dei fatti: una tendenza compulsiva ad abbassare lo sguardo verso lo schermo, alla ricerca di notifiche o segnali di interazione.

Il 2017 segna il primo decennio dalla nascita dell’iPhone e, come spiega Orner, “questo è diventato parte delle nostre vite quotidiane, e tutti quanti ne sono vittime”.

Il documentario è stato realizzato con il supporto della Commissione incidenti stradali australiana, che ha anche contribuito economicamente a sostenere il progetto. A riconoscere il valore dell’inchiesta è stata anche la polizia dello Stato australiano della Victoria, che ha chiuso un occhio sul fatto che per raccontare il fenomeno fosse necessario mostrare i guidatori alle prese con i loro telefoni.

 

Le donazioni in bitcoin di Helperbit, la startup italiana che permette di destinare alle Ong o alla raccolta fondi per le emergenze risorse in criptovaluta, possono essere finalizzate anche senza bitcoin. Un'idea che consente, grazie alla blockchain, di tracciare i flussi ed evitare il ruolo degli intermediari. Finora, però, la platea dei donatori era piuttosto ristretta perché donare attraverso Helperbit richiedeva dimestichezza con i bitcoin.

Ora si può donare con carta di credito

Adesso il servizio, grazie a un accordo con i servizi finanziari di Mistral Pay e con l'exchange The Rock Trading, consente di donare con carta di credito, debito e prepagata.

Come fare le donazioni

Il processo è simile alle normali procedure di pagamento online, ma con la tracciabilità della blockchain. L'utente non deve più reperire autonomamente i bitcoin corrispondenti alla somma. La donazione viene automaticamente convertita in bitcoin e, dopo aver trattenuto i costi di gestione e conversione specificati al momento del pagamento, inviata direttamente al beneficiario scelto dal donatore.

Esordio con la campagna di Legambiente

La nuova modalità di donazione esordisce nella campagna promossa da Legambiente per la ricostruzione del terremoto nel Centro Italia. "La collaborazione che abbiamo iniziato con Mistral Pay e The Rock Trading – afferma Guido Baroncini Turricchia, ceo di Helperbit – permetterà di avvicinare alla piattaforma un numero molto maggiore di utenti incrementando i volumi di donazioni a vantaggio dei progetti presenti". 

Scheda: Bitcoin, Blockchain e un motore che nessuno può fermare

Ccleaner è stato compromesso da un attacco hacker. Una falla che potrebbe dare accesso ai dispositivi e ai dati degli utenti. Il software è uno strumento di ottimizzazione e pulizia che migliora le prestazioni dei dispositivi rimuovendo i file non necessari. Ha una buona reputazione (su Google Play la valutazione degli utenti è 4.4 su 5). Ed è molto diffuso: nel novembre 2016 era stato scaricato 2 miliardi di volte, con una crescita di 5 milioni a settimana. Su Google Play è accreditato di oltre 50 milioni di download.

Gli utenti a rischio sono 2,27 milioni

La compromissione riguarda però solo una versione, la 5.33.6162 per Windows, disponibile tra il 15 agosto e il 12 settembre 2017. Secondo Cisco Talos, è esposto chiunque abbia scaricato o aggiornato il software in questo lasso di tempo. Piriform, la controllata di Avast che sviluppa Ccleaner, ha tradotto questo “lasso di tempo” in numeri: gli utenti infettati sarebbero 2,27 milioni. A loro, dopo le scuse e la promessa di approfondire la questione, consiglia di scaricare l'ultima versione disponibile se non fosse attivo l'aggiornamento automatico. Mentre per gli altri, assicura, “non ci sono pericoli”.

Quali sono i dati esposti

Gli specialisti di Cisco sostengono che “gli aggressori hanno potenzialmente accesso al computer dell'utente e ad altri sistemi connessi per rubare dati personali sensibili e credenziali che potrebbero essere utilizzate per l'online banking o altre attività online”. Piriform afferma invece che “la compromissione potrebbe causare la trasmissione di dati non sensibili come nome del computer, indirizzo IP, lista dei software installati e attivi a un server negli Stati Uniti”. Anche se, continua la società, “non ci sono indicazioni di alcun flusso di dati”. 

L'inchiesta

Il server, quindi, non avrebbe avuto il tempo di accogliere le informazioni rubate agli utenti. Anche perché le autorità americane, in collaborazione con Piriform, lo hanno individuato e disabilitato il 15 settembre, tre giorni dopo la scoperta del  cyberattacco. Solo a server spento, gli sviluppatori (dopo il via libera degli inquirenti Usa) hanno potuto rendere pubblica la notizia. Ecco perché, pur avendo svelato la falla il 12 settembre e pur avendo attuato “azioni immediate” per colmarla, le informazioni sono state diffuse sola adesso. L'inchiesta prosegue, perché i dettagli tecnici dell'attacco (definito “sofisticato”) sono ormai noti. Ma non è ancora chiaro “chi e perché” lo abbia attuato.   

Una app da interrogare a voce su tutti i servizi di Trenitalia e un 'elmetto' in grado di aumentare in modo esponenziale il livello di sicurezza dei lavoratori della compagnia ferroviaria. Sono le due proposte che hanno vinto dell’Hackathon Moving Forward, la gara lanciata da Trenitalia in collaborazione con Codemotion per trovare nuove soluzioni capaci di migliorare, attraverso soluzioni tecnologiche inedite, l'esperienza dei passeggeri in viaggio e la sicurezza dei dipendenti dell’azienda.

Dalla maratona, a cui hanno partecipato un centinaio di esperti tecnologi tra studenti universitari e neolaureati, sono usciti vincitori i team ‘4Workers’ per la categoria ‘sicurezza sul lavoro’ e ‘SocialDev’ per la competizione sulla ‘Customer Experience’. A guidare la giuria nella valutazione dei progetti, è stata l’esigenza di trovare idee capaci di arricchire l’esperienza dei clienti e dei pendolari che si muovono ogni giorno in treno e soluzioni in grado di migliorare le condizioni di sicurezza dei lavoratori che operano nell’azienda e sui binari. I vincitori della seconda edizione dell’Hackathon, ospitato negli spazi Luiss EnLabs di Roma Termini, hanno vinto quattromila euro in buoni da spendere su Amazon, e la possibilità di presentare i propri progetti al convegno ‘Digital Days’ dell’Union internationale des Chemins de fer (Uic), l’Unione internazionale delle ferrovie, uno dei più grandi think tank a livello mondiale sull’innovazione dei trasporti su binari.

I vincitori

L'elmetto intelligente che salva la vita

Machine learning, algoritmi predittivi e un device sotto ogni elmetto. Per il team ‘4Workers’, vincitore della gara che premia le idee rivolte alla sicurezza dei lavoratori Trenitalia, il futuro passa da una Raspberry, un computer poco più grande di una scheda telefonica. Cristiana Pagnottelli, Stefano Scafi, Luca Congiu, Fabio Mannis e Simone Carratta sono gli autori della proposta, che prevede l’utilizzo di sensori di prossimità su caschi, guanti e scarponi, così da verificare che gli operai non dimentichino i dispositivi protettivi. Un programma, installato sul telefono dell’operaio, controlla la presenza degli indumenti di sicurezza e avvisa l’operaio se ha dimenticato qualcosa. Una volta che il progetto sarà in piedi, l’ambizioso obiettivo del team è di ampliare la quantità di sensori, in modo da monitorare in tempo reale lo stato di salute del lavoratore. Nel futuro sarà possibile intervenire se il lavoratore dovesse cadere o perdere i sensi, perché lo stesso software sarebbe in grado di inviare un segnale d’emergenza ai colleghi e alla centrale operativa.

L'app da interrogare

Nella categoria ‘Customer Experience’ si è aggiudicata il primo posto la squadra ‘SocialDev’, composta da Antonio Colella, Feliciano Cindolo, Alessandro Cascino, Francesco Molitierno e Luigi Faticoso, con il servizio ‘Vito’ (Virtual Interactive Trenitalia Operator). Vito è un assistente virtuale ad attivazione vocale collegato con la rete di Trenitalia. L’utente può interrogare la App attraverso il proprio smartphone, per ricevere informazioni relative allo stato dei treni. Secondo l’idea dei suoi creatori, Vito sarà in grado di dare informazioni sul luogo di partenza e destinazione, sui servizi in stazione e su quelli a bordo del treno. Nell’emettere il proprio verdetto, la giuria dell’Hackathon ha sottolineato le potenzialità di questo progetto nel venire incontro alle esigenze degli utenti affetti da disabilità: con Vito in tasca infatti per avere tutte le informazioni necessarie ad affrontare il viaggio sarà sufficiente rivolgere una domanda al proprio smartphone.

Con oltre 2,7 milioni di download e 4 milioni di biglietti venduti, l'App del Gruppo FS ha dimostrato quanto sia apprezzata dagli utenti l’integrazione tra il servizio ferroviario e la tecnologia. Il biglietto digitale, lo scan del codice QR e il tabellone digitale dei treni sono ormai parte della quotidianità per oltre il 50% degli utenti delle Frecce e per chi viaggia sui trasporti regionali, i cui acquisti di biglietti via smartphone e tablet sono cresciuti del 118% in un anno. L’Hackathon dunque intercetta questa tendenza e punta ad aumentare il grado di soddisfazione e di efficienza del servizio, investendo sull’ingegno dei giovani sviluppatori che hanno raccolto la sfida di Moving Forward nel risolvere in modo pratico i ‘pain points’ – i punti critici – del sistema ferroviario.

 

 

“Ho 25 anni e di professione mi occupo di creare soluzioni innovative per il coinvolgimento degli studenti a scuola e fuori da scuola”. Valentino Magliaro sarà tra i Civic Leader che il 31 ottobre e il primo novembre saranno a Chicago su invito dell’associazione di Barack Obama. L’ex presidente americano lo ha scelto per “Civic Leaders all around the Globe”, e lui da qualche giorno non nasconde emozione e un po’ di orgoglio: “Sono stato scelto a far parte del team innovazione del Gruppo Spaggiari Parma. Perché io? Perchè da sempre ho coordinato progetti dal forte impatto civico, dall'esperienza antimafia con Ammazzateci Tutti tra il 2010 ed il 2013, come consigliere comunale a Vanzaghello delegato all'Istruzione”.

Un modello di buone pratiche

Lui, che è di Busto Arsizio, ha fondato un progetto sportivo che il ministero dell’Istruzione ha certificato come "modello di buone pratiche" per contrastare il fenomeno della dispersione scolastica.  “Negli ultimi due anni mi sono spostato più sulle tematiche legate alla leadership personale, coinvolgendo migliaia di studenti in percorsi di formazione al Public Speaking (discorso in pubblico, ndr) con TEDxYouth”. 

"100 leader che cambiano il mondo"

“Al summit incontrerò 100 di leader civici invitati, che nel loro territorio stanno, come dice Barack Obama nel video di presentazione del Summit, “provando a cambiare il Mondo”. Ma come ha fatto Magliaro a 25 anni ad entrare nella bussola della Obama Fundation? “Grazie a Marco Gualtieri”, dice ad Agi, “fondatore di Seeds&Chips (che il 9 maggio scorso ha ospitato proprio l’ex presidente americano). Ho ricevuto l’invito il 15 agosto scorso, un mese prima dell’annuncio al Mondo”.

"Unisco personalità in contrasto e le faccio lavorare insieme"

Perché Obama alla fine ha scelto proprio lui come innovatore modello per il futuro? “Credo di essere quel tipo di ragazzo che riesce ad unire personalità a volte anche in contrasto tra loro e farle lavorare insieme, riuscendo ad unire così progettualità diverse e creando costantemente , ed in modo sistematico, contaminazione di idee e valore”. 

 

 

Tratterà della tecnica di stesura di un programma (coding), la prima edizione dell’Academy di Groupama Assicurazioni che prenderà il via lunedì 18 settembre a Roma. La, classe è composta da 21 studenti, aspiranti sviluppatori informatici, selezionati tra oltre 150 candidati provenienti per l’85% dal Centro Sud, che saranno impegnati in 11 moduli formativi, con lezioni frontali, laboratori, seminari tematici e “case” pratici, ai quali potranno lavorare H24 all’interno degli spazi di LUISS EnLabs alla Stazione Termini, dove è ospitata l’Academy. 

Si stima che entro il 2020 ci saranno 750.000 posizioni aperte nel settore IT da parte delle aziende italiane, ma l'offerta di candidati formati sui nuovi mestieri e pronti per essere assunti non è ancora ottimale. Groupama Assicurazioni ha deciso allora di scendere in campo e di lanciare a Roma questa Academy rivolta a giovani talenti laureati e non, selezionati attraverso un assessment e che saranno appunto formarti su nuove professionalità digitali

Collaborazione tra pubblico e privato

“C’è necessità di collaborazione tra pubblico e privato – dice Yuri Narozniak, Direttore Generale di Groupama Assicurazioni tra istituzioni e imprese. Solo così si riusciranno a recuperare gli investimenti necessari per garantire adeguati e innovativi programmi di apprendimento, che tengano il passo con il cambiamento che sta attraversando il mondo del lavoro, in una parola: co-creation. Offrire soluzioni formative integrate può costituire una risposta concreta sul tema della occupazione giovanile, per l’Italia e per Roma in particolare dove abbiamo l’intenzione di radicare il nostro progetto con nuove edizioni e altri nuovi partner".

Rughetti: "Si investe sul sistema Paese"

Il progetto annovera partner di prestigio pubblici e privati, oltre a Groupama, ossia la Fondazione MAXXILUISS EnLabs, che attraverso l’Hub di innovazione Codemotion cresciuto all’interno del loro percorso di accelerazione fornirà la didattica, Octo Telematics e Softlab, a cui si aggiunge Ecoles numeriques francese Simplon, che conta 35 Coding Factories.

Dice Angelo Rughetti, sottosegretario alla Semplificazione e pubblica Amministrazione: “L’Academy è un’iniziativa sfidante che coniuga innovazione, formazione e lavoro. Investire in innovazione significa investire nel sistema Paese, perché contribuisce a migliorare i servizi, a far crescere le aziende, aumentare i livelli di retribuzione e tiene alta l’attenzione su temi caldi come welfare e sanità”.

Tra il 2010 e giugno 2017 le startup hanno chiuso 15.533 exit, per un valore superiore a 1.300 miliardi di dollari. Otto su dieci viaggiano sull'asse Stati Uniti-Europa, ma restituiscono l'investimento solo nel 29% dei casi. Le startup italiane ne hanno chiuse 100, spesso all'estero. Perché, secondo i dati del report “Startup M&As 2017” realizzato da Mind the Bridge e Crunchbase, l'Italia non riesce a trattenere le sue imprese e (ancor meno) è un polo in grado di attrarre e comprare. Il Paese è un esportatore netto di startup.

L'asse Europa-Stati Uniti

Stati Uniti ed Europa sono gli ecosistemi dominanti. Il report indica “una chiara preferenza reciproca”. Le operazioni che volano sull'Atlantico rappresentano l'83% del totale in termini di volumi e il 90% in termini di valore (cioè di dollari). Non è però un rapporto paritario. Perché tre volte su quattro gli Usa comprano e l'Europa vende. Il confronto in capitali investiti è altrettanto impari: dal 2010, le società statunitensi hanno sborsato 800 miliardi per acquisire startup; quelle europee si sono fermate a 264 miliardi. Il peso dei dollari sull'ecosistema europeo si sintetizza in un dato: una exit Ue su tre si è chiusa con la proprietà volata negli Stati Uniti.

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Il report evidenzia anche alcuni punti critici. Il percorso, prima di una exit, è lungo: in media 8 anni per una startup Usa e 9 per una europea. E alla fine il guadagno non è per nulla certo (non a caso si parla di investimenti in “capitale di rischio”). Il 71% delle exit non assicura neppure il ritorno del capitale investito. Il 54% delle startup è venduto a meno della metà dei fondi raccolti. Solo il 13% delle operazioni hanno un ritorno superiore a tre volte l'investimento. E solo in un caso su venti il multiplo è superiore a dieci.

Le Exit nel 2017

Durante l'ultimo anno preso in considerazione dal report (cioè tra luglio 2016 e giugno 2017), si sono concluse 4.217 exit. Il numero è notevole, perché segna un aumento del 42% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. È il balzo più ampio dal 2011. Tuttavia, a un incremento dei volumi non è corrisposto un aumento del valore: solo +2%, a 367 miliardi di dollari. La taglia media delle exit si è quindi ridotta.

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Gli Stati Uniti dominano ancora il mercato (una exit su due coinvolge una startup americana, contro il 27% europeo). Ma l'Europa ha avuto un ritmo di crescita più rapido: +61% per numero di operazioni e +51% per valore (contro +30% e +10%). Un dato positivo, che però indica anche la differenza tra un mercato maturo e uno in fase di maturazione. La distanza, infatti, resta notevole. Mind The Bridge sottolinea che “ci vorrà ancora qualche anno prima che l'Europa possa raggiungere i livelli degli Stati Uniti”.

I numeri dell'Italia

Dal 2010, le startup italiane hanno chiuso 100 exit. Il dato si riferisce solo a operazioni che hanno coinvolto società tra Europa e Stati Uniti. La cifra quindi non è globale, ma rappresenta comunque una buona approssimazione. Le 100 exit pongono l'Italia in ottava posizione. Precede Irlanda e Svizzera, ma segue (oltre ai leader mondiali) anche Paesi con cui dovrebbe competere. Gli Stati Uniti sono a una distanza siderale, con 8704 exit. La Gran Bretagna è a quota 1234. Ma sono lontanissime anche Germania (434 exit), Francia (321), Olanda (186), Svezia (159) e Spagna (131).

Va ancora peggio se si osservano le operazioni da un'altra prospettiva, quella di chi acquisisce. Le imprese italiane hanno acquistato solo in 63 casi. Un numero che relega il nostro Paese in 11esima piazza, superato anche da Finlandia, Irlanda e Svizzera. Le imprese Usa fanno, ancora una volta, corsa a sé con 9176 acquisizioni. Segue la Gran Bretagna a 1031. Germania e Francia hanno numeri che sono cinque volte quelli italiani. Quelli della Svezia sono tripli. Ma si parla comunque di briciole rispetto ai dominatori globali: “Il gap tra UK e il resto d'Europa – sottolinea il report – è paragonabile a quello che c'è tra UK e Stati Uniti”.

Gli hub più attrattivi

Quali sono le città europee con più appeal? Milano, principale hub italiano, è solo 12esimo in Europa per numero di exit: 34, contro le 567 di Londra, le 165 di Parigi, le 124 di Berlino. Il capoluogo lombardo realizza la metà di Stoccolma, Amsterdam e Dublino. Ed è preceduto anche da Monaco di Baviera, Copenhagen, Barcellona ed Helsinki. Milano scivola al 15esimo posto per operazioni chiuse da società in veste di compratori: sono 24.

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Il report ha cercato di definire un criterio che indichi l'equilibrio di un ecosistema. Cioè un ambiente che sia dedito alle exit tanto quanto alle acquisizioni. Cioè che produca talenti e startup, ma sia anche in grado di assicurare ricadute economiche sul proprio territorio. L'eccellenza, ancora un volta, è oltre Atlantico. La Silicon Valley e, più in generale, gli Stati Uniti hanno un bilanciamento perfetto, sia in termini di volume che in termini di valore: il numero delle exit è pari a quello delle acquisizioni. Così come sono in equilibrio i capitali in entrata e quelli in uscita. L'ecosistema è forte, attraente, abitato sia da startup in grado di crescere sia da società in grado di farle crescere. L'Europa, invece, ha ancora “un bilanciamento negativo”: il numero delle startup vendute supera quello delle società europee capaci di acquisire. Una differenza che, conferma lo studio, “drena startup dall'Europa, a vantaggio delle imprese statunitensi che le acquisiscono”.

Italia esportatrice di startup

Lo squilibrio italiano è ancor più marcato rispetto alla media europea: il nostro Paese è un esportatore netto di innovazione. A ogni acquisizione conclusa da aziende italiane, ci sono due startup che volano all'estero. Il gruppo di Paesi capaci di vendere più che di comprare annovera Germania, Austria e Spagna (con un rapporto simile a quello dell'Italia), Polonia, Danimarca, Portogallo e Grecia (con squilibri ancora maggiori). Ci sono, in direzione opposta, anche dei “compratori netti”, cioè nazioni che acquisiscono più di vendere: è il caso di Francia, Svezia, Svizzera e Irlanda. È un segno di attenzione verso il proprio ecosistema, ma potrebbe anche indicare il pericolo di una certa chiusura. Non è un caso che gli hub europei più in equilibrio siano (per volumi) Londra, Parigi e Berlino.

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Le società che comprano

Le grandi società tecnologiche americane hanno dominato il mercato M&A delle startup negli ultimi sette anni. I maggiori compratori sono infatti Google, Facebook, Yahoo!, Apple, Cisco e Microsoft. Le prime 15 in classifica sono tutte società statunitensi. E tra le prime 30 ci sono solo tre europee: Capita (UK), Publicis (Francia) e Roche (Svizzera). Nessuna italiana, né nella top mondiale né tra le prime 20 del vecchio continente.

Il mercato delle startup è animato dalle startup. Cresce infatti il peso di società giovani (per quanto l'anzianità non sia criterio sufficiente a definire una startup) e con casse abbastanza capaci da acquisirne altre. Negli ultimi sette anni, il 48% delle 15.533 exit è stato completato da imprese fondate dopo il 2000 e il 16% dopo il 2010.  

 

Negli ultimi 10 anni l'iPhone ha cambiato le nostre vite. Non solo modificando abitudini e connettendoci, sempre più rapidamente, con il mondo e i social, ma anche mandando in pensione alcuni degli oggetti che, fino a qualche anno fa, ci erano familiari. Il New York Times ha realizzato un video dove vengono messe in fila tutte quelle cose e atteggiamenti che lo smartphone di Cupertino ha contribuito a eliminare. Eccole. 

1) La sveglia

Il nostro telefono, appoggiato sul comodino, è il primo oggetto che sentiamo suonare quando apriamo gli occhi. Anche se qualcuno preferisce ancora il vecchio metodo, con sveglie dotate di ore e lancette, la possibilità di personalizzare il nostro risveglio, giorno per giorno, orario per orario, ha convinto molti a passare alle app dedicate.
 

2) Le macchine fotografiche (e gli album)

Non si intendono, com'è ovvio, quelle professionali. Ma quelle usa e getta, quelle con il rullino, quelle che ci portavamo dietro semplicemente per immortalare momenti particolari, viaggi significativi, eventi da tramandare. Insomma, quelle foto personali che poi andavano a comporre gli album della nostra libreria. Ora usiamo l'iPhone come mezzo e i social network come bacheche della memoria. 

3) Le chiacchierate di cortesia

Il New York Times, nel video, fa l'esempio di due sconosciuti che devono dividere lo stesso viaggio in ascensore. Incollare gli occhi sullo schermo dello smartphone, infatti, dà la possibilità di evitare quelle brevi chiacchierate che si facevano per educazione e per far passare quegli interminabili minuti d'imbarazzo. E nei pochi casi in cui quei brevi dialoghi si veirifichino non è raro accorgersi di come siano stati condizionati dai telefoni moderni. "Tempo brutto oggi.."; "Nel weekend sarà ancora peggio, guardi qui…" 
 

4) Il calendario

È il medesimo discorso fatto per la sveglia. C'è chi preferisce avere ancora il calendario appeso in cucina dove scrivere impegni e appuntamenti. Ma in un mondo dove si corre senza pause, e dove le giornate sono sempre più piene, sono molti quelli che preferiscono tenere sotto controllo, in ogni momento, la propria agenda, sul telefono. 
 

5) La bussola

Alzi la mano chi tiene in tasca, o in una borsa, una bussola. Eppure sono molti quelli che hanno scaricato l'app con la stessa funzione. Visto che, a causa dell'inquinamento cittadino, è impossibile orientarsi con le stelle come facevano gli antichi, questo è un buon modo per sapere dov'è il nord. 

6) Rubrica

Chi è che annota nomi, indirizzi e numeri di telefono delle persone in un'agenda cartacea? Oggi le rubriche degli iPhone sono sempre più moderne e danno la possibilità di salvare molti dati e completare i profili di chi contattiamo o di chi ci contatta. 

7) Equilibrio

Sia lavorativo che quotidiano. Sono infinite le possibilità che oggi ciascuno di noi ha, tramite smartphone, di trovare un equilibrio maggiore nella propria esistenza. Gestire il lavoro, controllare la propria salute, predisporre buone abitudini e azioni per migliorare ogni giornata non è mai stato così semplice ed efficace. Con avvisi e reminder continui.
 

8) Cartoline

C'è chi le ama e le colleziona. In qualche caso è una scelta consapevole ma "alternativa". Come il caso della Bulgaria. Ma sono sempre meno le persone che scelgono di acquistarle e spedirle. Meglio una mail con allegati o una chat su whatsapp/telegram con tanto di foto, o no? 
 

9) Orologio

Non si tratta, in questo caso, di una eliminazione. Ma sono sempre di più quelli che, uscendo di casa, si accorgono di aver dimenticato l'orologio. E allo stesso modo sono sempre di più quelli che, pur portandolo per abitudine o piacere, si ritrovano comunque a guardare l'ora sullo smartphone. 

10) Senso di pudore

Inteso come timidezza o vergogna nell'esprimersi e nel comunicare. L'iPhone ha generato una crescente capacità delle persone di dire la propria su qualunque argomento. La presenza dello schermo ha cancellato le inibizioni degli individui. Da quando c'è la moda del selfie poi…
 

11) Cartine geografiche

Chi è che compra le cartine per orientarsi nel traffico? Ormai è Google Maps a scandire i nostri percorsi, i nostri viaggi, i nostri itinerari, i nostri ritmi. Anche solo per uno spostamento, breve, in città. 

12) Anonimato

Da quando utilizziamo l'iPhone abbiamo concesso a molte realtà la possibilità di tracciarci, studiarci, analizzarci. L'anonimato è sempre più difficile da conservare e da proteggere. E forse questa è la perdita più significativa.

Da indumento comodo e sportivo a simbolo dell'eleganza moderna. La t-shirt fa un salto di qualità in Danimarca, dove l’azienda Son of a Tailor (Figlio di un sarto) ha lanciato un servizio per realizzare magliette su misura. L’azienda consente di personalizzare taglia, colore e tessuto del prodotto acquistato. Il costo di ciascun capo parte da circa 50 euro e per ottenerlo è sufficiente inserire le proprie misure nel sito Internet. Sarà un algoritmo a prendere in carico le informazioni fornite e a trasformarle nella maglietta desiderata.

Non servono magazzini

Ma Son of a Tailor, oltre che produrre capi che secondo le recensioni su Internet sembrano promettere alta qualità e lunga durata, è anche attenta all’ambiente. “La sostenibilità è centrale in ciò che facciamo” ha spiegato a GQ il cofondatore di Son of a Tailor Jess Fleischer. “Non avendo magazzini e pochissimi ritorni di merci, la nostra impronta ecologica è la metà di quella degli altri rivenditori di moda”.

La possibilità di creare un account sul sito dell’azienda di poter salvare le diverse impostazioni preferite dà la cifra di quanto i suoi fondatori credano nella fidelizzazione dei propri clienti. Se soddisfatti di un prodotto in particolare, i clienti potranno infatti replicare l’ordine personalizzando colori e tessuti. 

“Vuoi vedere la mia astronave?” Un classico. Per rompere il ghiaccio, nella Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams, tanto bastava per conquistare la più bella della festa e portarla a vedere le stelle. Ma erano altri tempi, e altre galassie. Oggi, per superare la timidezza o la burocrazia di interminabili corteggiamenti, si ricorre ai social network e alle app di dating. Strumenti tecnologici sempre più integrati con le nostre azioni quotidiane, che ci vengono in soccorso quando la timidezza ha la meglio sul nostro desiderio di conoscere qualcuno.

Da Facebook a Tinder, l'incontro in rete

In principio fu Facebook a scatenare una tempesta perfetta di like e richieste di amicizia. Un sofisticato upgrade dello “squillo”, caro ai millennials. Poi è arrivata Tinder, che a quattro anni dal suo rilascio, inaugura l’estate 2017 aggiudicandosi il record di app gratuita più scaricata. È di questi giorni l’annuncio della versione gold, che fornisce agli utenti paganti una serie di strumenti che ne migliorano l’usabilità. È quest’ultima, con 26 milioni di incontri tra persone che si sono reciprocamente date un like, la regina del dating con il cellulare in mano.  

Il caso Sarahah, e le polemiche che ha scatenato 

Ma il caso dell’estate è rappresentato dall’app Sarahah, nata per inviare messaggi anonimi ai propri datori di lavoro, e che ben presto si è trasformata in mezzo per scrivere qualunque cosa a chiunque metta a disposizione la propria casella. C’è chi ha detto che sarebbe stata una meteora ma, nonostante i numerosi bug, domenica scorsa ha raggiunto 85milioni di utenti in tutto il mondo. Probabilmente ci sarebbe arrivata qualche giorno prima se non fosse stata investita dalle polemiche seguite alla scoperta che, una volta effettuato il login, sottrae silenziosamente tutti i contatti telefonici e gli indirizzi di posta elettronica nella rubrica dell’ignaro utente, come rivelato da The Intercept.

Se Tinder è per gli audaci, Lipsi è per i timidi 

E se Tinder è la “spalla” ideale per gli audaci, la neonata Lipsi promette di esserlo per i più timidi. E per quelli che non hanno un’astronave.  Canadese, creata dallo sviluppatore Matthew Segal, Lipsi è la app per chi ha difficoltà a fare il primo passo. Una volta effettuato il login, chi la usa vede la lista di altri utenti presenti nel raggio di cento metri. Così, se siamo in un locale e notiamo dall’altro lato del bancone una persona con cui vorremmo parlare, usando Lipsi potremo farlo senza incorrere negli immancabili imbarazzi da primo contatto. “Lipsi non intende competere con Tinder o rimpiazzarlo. Vorremmo favorire improbabili interazioni tra persone che si conoscono bene così come tra perfetti sconosciuti” ci spiega Alborz Massah, membro del team che sviluppa la app. E sulle critiche all’utilizzo dei dati da parte di Sarahah rassicura: “Lipsi usa solo la posizione Gps dell’utente quando l’applicazione è attiva e in background, in modo da informare gli altri utenti se si è nei paraggi e viceversa. Non viene fatta alcuna raccolta o uso di altre informazioni”.

Però Lipsi non è la prima app a offrire un servizio di chat geolocalizzato. Prima di lei Glancee, app per entrare in contatto con persone fisicamente vicine, creata nel 2010 dallo sviluppatore italiano Andrea Vaccari che, nel 2012, l’ha venduta a Zuckerberg in una trattativa privata, per poi entrare a far parte dell’inner circle di Menlo Park. Per ora Lipsi è usata per lo più esclusivamente a Vancouver, ma in futuro potrebbe affiancare gli altri servizi dI categoria nell’aiutare le persone nelle relazioni sociali. Anche se viene il sospetto che siano proprio questi escamotage tecnologici, nell’epoca delle passioni tristi, a renderci tutti un po’ più insicuri e fragili nei rapporti dal vivo.

 

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