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Informatica

Sono Bologna, Milano e Firenze le città italiane che più spiccano nei tre fattori chiave della creatività, connettività e innovazione. È quanto emerge dalla ricerca New Renaissance Hotspots, realizzata da Institute of Arts and Ideas e Kjaer Global, e commissionata dal colosso Huawei. Nelle tre città italiane, sostiene la ricerca, raggiungerà il massimo splendore il “Nuovo Rinascimento” cui il gigante della telefonia cinese ha dedicato il lancio della gamma Huawei P20. “Come il movimento europeo che è iniziato nel Medioevo, il cambiamento di questo nuovo Rinascimento sarà guidato dalla tecnologia”, si legge sul comunicato stampa.

L’impatto del Nuovo Rinascimento (in numeri)

L’impatto del Nuovo Rinascimento sull’economia italiana ed europea sarà notevole, la ricerca di Kjaer Global ha, infatti, ipotizzato che il Nuovo Rinascimento contribuirà a creare 1.1 milioni di posti di lavoro in Europa entro il 2025 e 1.47 milioni di nuove occupazioni entro il 2030. Questa stima tiene conto anche di tutte quelle posizioni e ruoli che ancora non sono stati aperti. Questo trend di crescita conferma le dimensioni già assunte dal mercato negli ultimi anni: le start up operanti in Italia a fine 2017 sono state 8.391, circa il 24% in più del 2016. Questa crescita ha consentito l’assunzione di 10.847 persone (20% in più). Questi dati sottolineano la rilevanza delle start up nel mercato italiano.

Le professioni del Nuovo Rinascimento

Uno degli elementi che caratterizzeranno principalmente il Nuovo Rinascimento sarà la velocità. Il mondo del lavoro cambierà radicalmente aprendo nuovi orizzonti e creando sempre nuove opportunità. Gli studi dimostrano, infatti, che l’85% delle professioni del Nuovo Rinascimento devono essere ancora inventate. Ecco alcune delle nuove professioni:

  • Designer e Architetti dell’apprendimento – Il designer dell’apprendimento studia e propone nuove modalità di corsi basati sull’apprendimento online e sul cloud
  • Agricoltura molecolare – I nuovi prodotti agricoli saranno creati grazie alla cultura delle cellule in modo etico e sostenibile. Per esempio, saremo in grado di produrre carne senza gli animali e otterremo il latte senza le mucche.
  • Stakeholder Ecosystems Plotter – Le future aziende richiederanno alleanze con tutti gli stakeholder e non solo con gli azionisti. Per dare un senso anche agli ecosistemi di stakeholder più complessi, le organizzazioni globali avranno bisogno di questa figura, il loro alleato strategico.

Creatività, Connessione e Innovazione: le città simbolo

Secondo lo studio, Milano e Bologna condividono il primo posto come città simbolo della creatività. Milano è la città che offre il maggior numero di posti di lavoro, 71.379, nel settore creativo, e questo primato è sicuramente sostenuto dalla potenza finanziaria assunta dal capoluogo lombardo. La città ospita l’85% delle banche straniere e nel 2017 ha aperto il suo primo hub fintech. I due appuntamenti annuali con la settimana della moda e il ruolo di epicentro per l’arte contemporanea contribuiscono a rendere Milano un energico polo della creatività.

Bologna condivide il primo posto nella classifica grazie al punteggio ottenuto per creatività e dinamismo digitale. Bologna è inoltre riconosciuta come capitale mondiale della gastronomia. Questo consente al capoluogo emiliano di affermarsi come polo turistico d’eccellenza.

Firenze guida la classifica per la capacità di creare Connessioni. È infatti la terza città in Italia per abitanti stranieri residenti ed è seconda solo a Venezia per numero di eventi, concerti e spettacoli. Gucci, Roberto Cavalli e Salvatore Ferragamo sono alcune delle firme della Moda Italiana nate a Firenze. Il ricco ecosistema ospitato dalla città ha consentito l’affermarsi di momenti di importanza nazionale come Pitti Immagine e IED Fashion Lab, vere e proprie occasioni per le persone di connettersi tra loro e con gli esponenti e le aziende di settore.

Parlando di innovazione, Milano ha aperto il suo primo hub fintech nel 2017, guidato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dal Comune di Milano e ha contribuito così a fondare il Fintech District per imprenditori, start-up, istituzioni finanziarie, investitori e università. Situato nel Palazzo S32 di nuova costruzione, l’hub ospiterà anche strutture di co-working.

Una nuova Città Rinascimentale

Milano, guida la classifica come città simbolo del Nuovo Rinascimento, non solo capitale della moda, finanziaria e industriale dell’Italia, ma anche il più grande hub di start-up in Italia. L’innovazione nel settore tecnologico incontra e si contamina costantemente con l’arte e il design contribuendo a rendere Milano una città leader nell’ innovazione creativa.

Il primo ministro britannico Theresa May ha un piano per finanziare lo sviluppo di tecnologie di intelligenza artificiale da usare nella ricerca contro il cancro e nella medicina, in particolare nella diagnosi precoce.

Il progetto intende ridurre il numero dei decessi dovuti ad una diagnosi tardiva, e stima di poter diagnosticare precocemente i tumori alla prostata, alle ovaie, ai polmoni e all’intestino per 50mila persone annualmente, arrivando a salvare 22mila vite all’anno entro il 2033, secondo quanto riportato nel comunicato dello stesso governo.

Servizio sanitario e privati

In questo schema, May vuole far lavorare assieme le aziende tecnologiche e il servizio sanitario nazionale britannico (National Health Service, NHS) per sviluppare algoritmi che usino i dati dei pazienti al fine di allertare il medico curante quando sia consigliabile prescrivere una visita specialistica di controllo, riferisce il Guardian.

Infatti, per formulare queste indicazioni, il servizio sanitario nazionale metterà assieme cartelle e dati clinici sui pazienti con informazioni sulle loro abitudini e genetica, sottoponendo le informazioni raccolte ad alcune aziende tecnologiche specializzate in AI.

Una decisione che solleva dubbi su come verranno condivisi e utilizzati i dati, e sul ruolo giocato dal settore privato. Una delle ipotesi è che le aziende commerciali che parteciperanno al programma possano accedere ai dati sanitari per trarne profitto. Anche perché l’NHS ha messo assieme una grande quantità di informazioni sensibili e ambite che fanno gola a molte imprese. E le modalità di questa condivisione non sono note, né sono state espresse preoccupazioni al riguardo, al di là di un vago progetto su un comitato etico illustrato a gennaio da May.  Ma già un accordo fra la società specializzata in AI DeepMind – di proprietà di Google – e il Royal Free Hospital, un grosso ospedale di Londra, che consentiva la condivisione di 1,6 milioni di dati clinici sui pazienti senza il loro consenso era stato bocciato dall’autorità per la protezione dei dati britannica.

Gli investimenti sulla AI

Ad aprile la Gran Bretagna aveva annunciato un piano di investimento ad hoc nell’intelligenza artificiale da 1,1 miliardi di euro, attraverso una collaborazione con aziende tech americane, telco europee, venture capital giapponese, che prevedeva anche il finanziamento di un migliaio di nuovi dottorati di ricerca nel settore e un centro per studi sull’etica e la sicurezza del machine learming.

L’annuncio seguiva quello della Commissione europea, che a sua volta aveva comunicato di aumentare a 1,5 miliardi di euro la spesa in ricerca sulla AI nel 2018-2020, con l’obiettivo di arrivare a 20 miliardi di euro di investimenti complessivi pubblico-privati nell’area nel 2020. Mentre a marzo il presidente francese Emmanuel Macron aveva delineato in un discorso la nuova strategia nazionale per l’AI del Paese, che comprende 1,5 miliardi di euro da spendere nei prossimi cinque anni per sostenere la ricerca nel campo, promuovere startup e raccogliere dati utili.

​La Tesla Model 3, la nuova berlina elettrica di Elon Musk, non solo è stata al centro di problemi produttivi ma ora è accusata di frenare poco. Secondo i test effettuati e pubblicati da Consumer Reports – la più importante associazione americana di consumatori – l’auto non ha passato le prove di frenata di emergenza (da 100 chilometri orari a 0) e ha incassato un giudizio negativo.

Ingegneri indipendenti hanno verificato che l'auto di Tesla, per arrestarsi completamente, ha impiegato oltre 2 metri in più rispetto al pesante pick up di Ford, l'F-150. I risultati migliori in queste prove si aggirano su circa 40 metri, performance ottenuta, ad esempio, dalla Bmw Serie 3.

Dal quartier generale di Tesla una risposta non si è fatta attendere: "I test effettuati – si legge in una nota del costruttore – hanno rilevato distanze di frenata, da 100 a 0 chilometri orari, in media di 40 metri, con pneumatici Michelin m+s (mud e snow – per tutte le stagioni) da 18 pollici. I risultati sono però influenzati da alcune variabili come la superficie stradale, le condizioni meteo, la temperatura degli pneumatici e quella esterna, lo stato dei freni e il comportamento di guida. Attraverso aggiornamenti software costanti ci impegniamo a migliorare e garantire la sicurezza ai nostri clienti".

Per Musk è un'altra tegola. Nel week end aveva per altro annunciato via Twitter una versione "premium" della Model 3, dal costo di listino più del doppio rispetto alla variante "base": 78.000 dollari. Questa versione a trazione integrale garantirà 500 chilometri di autonomia rispetto agli attuali 320, una velocità massima di 250 chilometri orari raggiungendo i 100 chilometri orari in 3,5 secondi.

I guai di Tesla sembrano non finire mai, impegnata su più fronti. Agli inizi del mese, nello Utah una Model S si è schiantata contro un camion dei pompieri fermo al semaforo: auto distrutta, l'automobilista se l'è cavata con una caviglia rotta. Il sistema automatico Autopilot, però, non si salva dal fuoco dei media e dei regolatori, soprattutto dopo l'incidente mortale avvenuto a marzo in California con una Model X e l'altro, più recente, in Florida con due morti  e un ferito (i conducenti hanno perso il controllo della loro Model S e il veicolo si è incendiato).

Su Twitter Musk aveva replicato a un articolo del Wall Street Journal, sottolineando che due Tesla in incidenti fatali fanno più notizia di 40.000 americani che muoiono sulle strade in un anno. L'ente federale americano per la sicurezza dei trasporti (National Transportation Safety Board) ha quattro indagini aperte su incidenti con veicoli Tesla e ha smentito di aver dichiarato che Autopilot riduce nettamente i sinistri, come riportato da Musk.

Articolo realizzato in collaborazione con il mensile L'Automobile.

Internet è la seconda fonte informativa sull'amministrazione pubblica, appena dopo la televisione. È quanto rivela una ricerca dell'Istituto Piepoli, secondo cui gli italiani restano affezionati al grande schermo ma il web sta diventando protagonista ogni giorno di più, guadagnando anche in affidabilità. La richiesta dei cittadini è di avere possibilità di partecipazione e informazioni in tempio reale.

Il digital divide? Solo sopra i 54 anni

L'indagine (compiuta il 14 maggio su un campione rappresentativo della popolazione di oltre 18 anni) illustrata nel corso della conferenza stampa di presentazione del 'Pa Social day', mostra che il 47% degli italiani si aspetta di trovare le comunicazioni della Pa su Internet (contro il 64% dalla tv e il 39% dai giornali), ma la percentuale sale al 59% nella fascia d'età 18-34 anni e arriva al 58% tra i 35 e i 54 anni. Questo significa che i social network hanno fatto proseliti e che il 'digital divide' esiste solo per una fetta di popolazione superiore ai 54 anni: in questa fascia d'età sceglie Internet solo il 27%. Aumenta però – secondo l'Istituto Piepoli – l'attendibilità della rete, nonostante il diffondersi di 'fake news' e il caso Cambridge Analityca: più di quattro italiani su dieci si fidano delle informazioni che ricevono sul web dalle pubbliche amministrazioni e nella fascia 18-54 anni il dato supera il 50% e, in questo caso, il web è appaiato alla tv. Sei italiani su dieci considerano i social un'importante occasione di lavoro e il 90% chiede alla Pa maggiore possibilità di partecipazione e informazioni in tempo reale.

Verso il PA Social Day

"L'invito degli italiani alla Pa è di avere informazioni senza cercarle: vogliono essere informati in modo semplice e intuitivo – ha spiegato Livio Gigliuto, direttore dell'istituto Piepoli – Dagli italiani arriva un invito alla pubblica amministrazione a stare sempre di più dove i cittadini vogliono incontrarla, farsi trovare senza farsi cercare, accorciare le distanze". "I nuovi dati dell'Istituto Piepoli sul rapporto tra cittadini e Pubblica amministrazione – spiega il presidente dell'associazione Pa Social Francesco Di Costanzo – ci spingono a fare sempre di più sulla nuova comunicazione pubblica. È ormai evidente che web, social network, chat, sono straordinari strumenti di servizio pubblico, mezzi scelti dagli italiani per informazioni e servizi nella quotidianità, anche nel rapporto con enti e aziende pubbliche. L'Italia è piena di ottime pratiche di utilizzo di queste piattaforme per il servizio al cittadino, superato da tempo il dibattito sull'utilità della presenza o meno su questi strumenti, oggi dobbiamo impegnarci sulla qualità dei servizi e delle informazioni, sull'affidabilità, sull'innovazione, sul riconoscimento delle nuove figure professionali, sull'organizzazione, dare gambe e rendere 'normale' questa rivoluzione sempre più concreta. È per questo che per la prima volta in Italia dedichiamo una giornata ai tanti significati e obiettivi della nuova comunicazione pubblica. Il Pa Social Day, che ci celebra il 6 giugno in tutta Italia, sarà un grande momento di partecipazione, dibattito, confronto e crescita su temi che riguardano la vita di tutti i giorni".

Google ha annunciato novità nel modo in cui mostrerà sul suo browser Chrome i siti web protetti da cifratura. Fino ad ora le pagine web protette dal protocollo HTTPS (HTTP Secure, cioè “HTTP Sicuro”, perché crea un canale di comunicazione sicuro rispetto a HTTP) sono indicate con l’immagine di un lucchetto e il termine “Sicuro” nella barra degli indirizzi. Ma in futuro, a partire dal rilascio della versione di Chrome 69 a settembre, la parola Sicuro sparirà (così come l’attuale colorazione in verde). Ecco uno schema qua sotto, come è ora in Chrome 67 e come sarà in Chrome 69: 

La ragione, secondo le dichiarazioni della manager di prodotto Emily Schechter contenute nel blog Chromium, è che ormai una larga parte del traffico web passa per HTTPS, e quindi non sarebbe più necessario indicare quella modalità come Sicura. “Gli utenti dovrebbero aspettarsi il fatto che il web sia sicuro di default, e che saranno avvisati quando c’è un problema”.

D’altra parte, come già annunciato in precedenza, Chrome inizierà a indicare come Non Sicure tutte quelle pagine web che saranno ancora in HTTP a partire da luglio, quando verrà rilasciato Chrome 68. Questo sarà un cambiamento significativo e potrebbe spingere molti siti che ancora non hanno adottato HTTPS ad accelerare il passaggio. Da ottobre Chrome farà anche in modo di trasformare la dicitura Non Sicuro in rosso ogni volta che un utente inserirà dei dati in un sito HTTP, cioè ogni volta che metterà informazioni sensibili (email, password) in un modulo. Come si vede nell’immagine sotto: 

"Speriamo che questi cambiamenti aprano la strada a un web che è facile da usare in modo sicuro di default”, ha dichiarato Schechter. “Oggi HTTPS è più economico e semplice di prima, e consente funzionalità potenti – non aspettate a migrare a HTTPS”.

La battaglia di Google per rendere più sicura la navigazione web va avanti da tempo. Almeno da quando nel 2014 annunciò che passare al protocollo HTTPS avrebbe migliorato il posizionamento (il ranking) di un sito. E dal 2017 aveva preso a indicare come non sicure le pagine HTTP che contenevano moduli da compilare. La migrazione all’HTTPS è stata favorita anche dalla diffusione di un progetto come Let’s Encrypt, che rilascia certificati web gratuiti. Purtroppo va detto che la presenza di HTTPS non garantisce dell’autenticità di un sito, come dimostrato dai crescenti casi di truffe in cui siti di phishing (finti siti usati per rubare le credenziali degli utenti) usano domini simili a quelli che vogliono impersonare con tanto di connessione “sicura”.

Per ora è poco più di una vittoria simbolica, ma raccoglie i frutti di mesi di lavoro e di tweet di protesta: il 17 maggio il Senato americano ha votato sul mantenimento della neutralità della rete con 52 voti a favore e 47 contrari. Il principio – sancito durante l’amministrazione Obama – prescrive l’obbligo da parte degli operatori di trattare i dati trasmessi su Internet nello stesso modo. Quindi di non creare preferenze sulla velocità di alcuni servizi rispetto ad altri.

La decisione contrasta il principio fortemente sostenuto da Trump e dalla Federal communications commission – l’agenzia statunitense per le comunicazioni – secondo il quale gli operatori devono essere liberi di assegnare velocità diverse ai servizi online.

Ma ora la risoluzione dovrà passare per la Camera dei rappresentanti (dove i Repubblicani hanno la maggioranza), prima dell’entrata in vigore dell’abolizione della neutralità della rete, prevista il mese prossimo.

La decisione di Donald Trump di demolire una delle più importanti eredità dell'amministrazione Obama, era stata vista dai più come l'esito di uno scontro politico tra i Repubblicani, schierati con i grandi Internet provider, e i giganti della Silicon Valley, tra i quali è sempre prevalso l'orientamento liberale. I problemi della Casa Bianca con le grandi aziende tecnologiche sono all’ordine del giorno dall’elezione di Trump, a partire dai reiterati attacchi del Presidente nei confronti dell’editore del Washington Post, che è anche fondatore di Amazon.

Leggi anche: Cosa succede se Trump fa saltare la net neutrality

Cosa significherebbe l'abolizione della neutralità

L’abolizione della neutralità della rete, in concreto, determina la possibilità da parte dei provider di assegnare diverse velocità ai servizi che si servono di Internet. Questo implica che un operatore possa, per esempio, fornire abbonamenti specificamente progettati per l’uso di Facebook o YouTube. Una soluzione di questo tipo favorirebbe però uno sbilanciamento del potere delle società tecnologiche più grandi rispetto a servizi emergenti. Ai quali potrebbe essere assegnata arbitrariamente una velocità minore.

Chi sostiene invece l’abolizione del principio di equo trattamento, evidenzia il fatto che alcuni servizi (come per esempio gli accessori dell’Internet of Things, che si servono della rete), non hanno bisogno della stessa capacità di altri servizi, e quindi sarebbe giusto poterla limitare. 

Dal monopolio al dominio

Se la risoluzione sulla net neutrality non passerà anche alla Camera bassa del Congresso americano, sarà la vittoria di Trump, che da quando è in carica ha lavorato per sovvertire alcuni principi voluti dal suo predecessore. Come l’intesa sul nucleare e l’accordo sul clima di Parigi. Ma a rendere importante il tema della neutralità della rete negli Stati Uniti è anche il fatto che, con la “dottrina Trump”, chi offre la connessione a Internet salirebbe a una posizione di sostanziale dominio, dal momento che nel Paese At&T e Verizon controllano il 70 per cento della quota di mercato.

Leggi anche: Gran parte dei post favorevoli all'abolizione della net neutrality sono fake

Il dibattito sulla neutralità della rete aveva generato una vera e propria battaglia sui social network. Da un lato i sostenitori della politica di Obama, dall’altra chi si era schierato con Trump e con il capo della Fcc, Ajit Pai. Ma una ricerca pubblicata a gennaio dalla società di analisi di Internet Gravwell, aveva dimostrato che la gran parte dei commenti online a favore dell’abolizione della neutralità rete erano in realtà dei fake, di cui un milione proveniente da finti account PornHub. 

Una buona e una brutta notizia per Jeff Bezos. Amazon è ancora il leader dei “maggiordomi digitali”: le vendite aumentano. Ma la sua quota di mercato cala rapidamente: per la prima volta è scesa sotto il 50%. Perché gli altri hanno iniziato a galoppare oppure sono appena entrati in pista, con risultati incoraggianti. A rincorrere il gruppo di Seattle sono Google e gli ultimi arrivati Alibaba e Apple. Lo afferma un'indagine di Strategy Analytics.

Un mercato in crescita

I dispositivi casalinghi connessi venduti nel primo trimestre 2018 sono stati 9,2 milioni. Nel giro di un anno, il numero è quadruplicato: erano 2,4 milioni nel primo trimestre 2017. Allora, più di otto smart speaker su dieci erano Amazon. Oggi lo è il 43,6%. Non è stato Echo​ a rallentare. Tutt'altro: le sue vendite sono raddoppiate da 2 a 4 milioni di unità. Sono stati gli altri a crescere o a esordire. Google (con il suo Google Home) si afferma come seconda forza del settore: nel primo trimestre 2018 ha venduto 2,4 milioni “maggiordomi”. È di Big G un dispositivo su quattro. Amazon è ancora lontana, certo. Ma il settore si muove a una velocità tale che Jeff Bezos non può stare tranquillo.

Alibaba & Apple

A erodere lo strapotere di Amazon non è solo Google. Sono anche due società che un anno fa non erano ancora entrate in questo mercato: Alibaba e Apple. Il gigante cinese ha venduto 700.000 unità e detiene una quota del 7,6%. La Mela segue a breve distanza: 600.000 HomePod​ venduti, pari al 6% del mercato.

Cupertino non ha fatto il botto, ma la performance resta significativo in ottica futura. Perché Apple, dopo qualche intoppo, ha lanciato il suo speaker connesso solo a febbraio. Rincorre anche Xiaomi, con 200.000 unità. E si allarga il gruppone dei marchi che Strategy Analytics mette sotto la voce “altri”.

Tutti assieme valgono il 13,9%, mentre un anno si fermavano al 5,8%. Segno di un comparto sempre più affollato. Senza dimenticare che, a breve, dovrebbe arrivare nella cristalleria un altro elefante: Facebook ha rimandato il lancio del suo maggiordomo digitale (con display) Portal.

È solo l'inizio

“Amazon e Google sono ancora dominanti, con una quota combinata del 70%”, afferma il direttore di Strategy Analytics David Watkins. Tuttavia, la loro fetta “è diminuita dall'84% registrato nel quarto trimestre 2017 e dal 94% del primo trimestre 2017”. Un andamento “in parte dovuto alla forte crescita del mercato cinese in cui attualmente sono assenti sia Amazon che Google. Alibaba e Xiaomi stanno aprendo la strada in Cina e la loro forza nel solo mercato interno si sta dimostrando sufficiente per spingerli nella top cinque globale”.

I dati, afferma il vicepresidente di Strategy Analytics David Mercer, “conferma che questo mercato rappresenta più di una semplice fiammata”. Per Mercer siamo ancora in un periodo di evoluzione, nel quale gli smart speaker non sono “prodotti finiti”: “Nei prossimi anni vedremo una rapida evoluzione nel design, nella funzionalità e nei campi d'utilizzo. Ci stiamo dirigendo verso un futuro, non troppo lontano, nel quale la voce diventerà la una modalità standard di interazione tecnologica, come lo sono tastiera, mouse e touchscreen”.

Articolo realizzato in collaborazione con il mensile L’Automobile.

La tecnologia può anche uccidere. Almeno a leggere cosa raccontano negli Stati Uniti. A scrivere la storia è il New York Times. Secondo il quotidiano americano, dimenticare di premere il pulsante per lo spegnimento dei veicoli keyless ovvero senza chiave, avrebbe causato 28 morti e 45 feriti dal 2006 a oggi. Numeri incredibili e folli.
 
Una distrazione, magari legata all’uso dello smartphone, che può essere letale. Guidatori che, ignorando i segnali di avvertimento emessi dalle vetture, lasciano le auto ancora accese nei garage, che spesso sono attigui o collegati, come avviene spesso in America, alle abitazioni. Il motore rimane acceso a un regime di giri molto basso ma sufficiente comunque ad emettere dagli scarichi il monossido di carbonio. Inquinante letale e pericoloso: inodore e incolore, satura gli ambienti circostanti senza che nessuno riesca ad accorgersene in tempo. Il gas velenoso in ambienti chiusi si sostituisce all’ossigeno, fino a uccidere.

Il New York Times cita due casi molto simili tra loro. Nel 2010 Chasity Glisson e Timothy Maddock furono ritrovati in stato di incoscienza nel bagno della loro abitazione, per la ragazza non ci fu nulla da fare mentre il compagno si salvò, riportando però gravi lesioni cerebrali. Motore non spento nel garage di casa. Quattro anni prima Fred Schaub aveva dimenticato la sua Toyota Rav 4 accesa nel box, è stato trovato morto nella sua stanza da letto, con un livello di gas 30 volte superiore a quello tollerabile.

A questo punto sembra necessario correre ai ripari. Un avvisatore acustico, magari come quello utilizzando quando si lasciano i fari accesi, oppure una norma che regoli o obblighi le Case a trovare metodi efficaci e sicuri per contrastare possibili dimenticanze fatali. Ford e il gruppo Volkswagen hanno implementato nelle vetture un sistema che spegne automaticamente i veicoli nel momento in cui si abbandona il posto di guida. Toyota, invece, dopo 30 minuti che il conducente si allontana dall’auto.
 

Google ha annunciato novità nel modo in cui mostrerà sul suo browser Chrome i siti web protetti da cifratura. Fino ad ora le pagine web protette dal protocollo HTTPS (HTTP Secure, cioè “HTTP Sicuro”, perché crea un canale di comunicazione sicuro rispetto a HTTP) sono indicate con l’immagine di un lucchetto e il termine “Sicuro” nella barra degli indirizzi. Ma in futuro, a partire dal rilascio della versione di Chrome 69 a settembre, la parola Sicuro sparirà (così come l’attuale colorazione in verde). Ecco uno schema qua sotto, come è ora in Chrome 67 e come sarà in Chrome 69:

La ragione, secondo le dichiarazioni della manager di prodotto Emily Schechter contenute nel blog Chromium, è che ormai una larga parte del traffico web passa per HTTPS, e quindi non sarebbe più necessario indicare quella modalità come Sicura. “Gli utenti dovrebbero aspettarsi il fatto che il web sia sicuro di default, e che saranno avvisati quando c’è un problema”.

D’altra parte, come già annunciato in precedenza, Chrome inizierà a indicare come Non Sicure tutte quelle pagine web che saranno ancora in HTTP a partire da luglio, quando verrà rilasciato Chrome 68. Questo sarà un cambiamento significativo e potrebbe spingere molti siti che ancora non hanno adottato HTTPS ad accelerare il passaggio. Da ottobre Chrome farà anche in modo di trasformare la dicitura Non Sicuro in rosso ogni volta che un utente inserirà dei dati in un sito HTTP, cioè ogni volta che metterà informazioni sensibili (email, password) in un modulo. Come si vede nell’immagine sotto:

"Speriamo che questi cambiamenti aprano la strada a un web che è facile da usare in modo sicuro di default”, ha dichiarato Schechter. “Oggi HTTPS è più economico e semplice di prima, e consente funzionalità potenti – non aspettate a migrare a HTTPS”.

La battaglia di Google per rendere più sicura la navigazione web va avanti da tempo. Almeno da quando nel 2014 annunciò che passare al protocollo HTTPS avrebbe migliorato il posizionamento (il ranking) di un sito. E dal 2017 aveva preso a indicare(https://www.albertopuliafito.it/https-seo/) come non sicure le pagine HTTP che contenevano moduli da compilare. La migrazione all’HTTPS è stata favorita anche dalla diffusione di un progetto come Let’s Encrypt, che rilascia certificati web gratuiti. Purtroppo va detto che la presenza di HTTPS non garantisce dell’autenticità di un sito, come dimostrato dai crescenti casi di truffe in cui siti di phishing (finti siti usati per rubare le credenziali degli utenti) usano domini simili a quelli che vogliono impersonare con tanto di connessione “sicura”.

Snapchat ha successo con le Storie? Facebook e Instagram le importano. Telegram funziona soprattutto grazie ai gruppi? WhatsApp prova a migliorare i propri. L'app di messaggistica ha svelato alcune nuove funzioni, per cercare di avere una gestione più semplice e stimolare la creazione di gruppi più numerosi. Ecco che cosa cambia.

Il campo “descrizione”

Sarà possibile aggiungere al gruppo, oltre al nome, una “descrizione”. Cioè un breve testo all'interno della schermata “Info gruppo”. Permetterà – scrive Whatsapp in un post – di “impostare lo scopo, le regole e l'argomento del gruppo”. Quando un nuovo utente entra nel gruppo, la descrizione viene visualizzata in cima alla chat.

Più potere agli amministratori

Confermando le indiscrezioni dei mesi scorsi, arrivano anche maggiori “poteri” nelle mani degli amministratori. Che possono adesso scegliere quali partecipanti avranno il permesso di cambiare l'oggetto, l'immagine e la descrizione del gruppo. Non solo: gli amministratori potranno revocare i privilegi di amministratore ad altri partecipanti e i creatori del gruppo non potranno più essere rimossi dal gruppo che hanno creato. Non c'è, invece, la conferma ufficiale di un'altra funzione che dava maggiore forza agli amministratori: la possibilità di silenziare alcuni o tutti i membri del gruppo. Un'opzione che sarebbe stata utile quando i gruppi vengono utilizzati per comunicazioni “a una direzione”.

“Panoramica” in stile Twitter

Un'altra novità è la “Panoramica delle menzioni” e si rivolge soprattutto a chi si è perso un pezzo di conversazione. L'ultimo aggiornamento, sia per Android che per iOS, avrà un nuovo tasto. Si trova in basso a destra della chat (subito sopra il tasto per i messaggi vocali) ed è indicato con il simbolo della “chiocciola”: @. Permette all'utente di visualizzare velocemente i messaggi in cui è stato menzionato. Un po' come avviene per le notifiche di Twitter. La funzione “Ricerca dei partecipanti”, infine, consente di trovare chiunque faccia parte del gruppo cercando direttamente dalla schermata Info gruppo. Una possibilità che potrebbe essere efficace nei gruppi molto numerosi.

Leggi anche: Come cambia il lavoro con Whatsapp e le altre app

Facebook, il cannibale

“I gruppi – sottolinea il post – rappresentano una parte importante dell'esperienza WhatsApp, dai gruppi di familiari che comunicano tra loro da una parte all'altra del mondo, agli amici d'infanzia che si tengono in contatto col passare degli anni. Ci sono anche persone che usano i gruppi per aiutarsi, dai neo genitori in cerca di consigli, agli studenti che si organizzano in gruppi di studio, o addirittura alle autorità locali che devono coordinare i soccorsi dopo una catastrofe naturale”.

Sarebbe prematuro parlare di nuovo corso. Anche perché lo sviluppo di una nuova funzione non si fa in una settimana. Ma gli aggiornamenti dei gruppi sono di fatto il primo atto del nuovo ceo di Whatsapp, Chris Daniels, dopo l'addio del fondatore Jan Koum. Le novità testimoniano comunque la costante attenzione di Facebook (che controlla l'app di messaggistica) ai punti di forza dei concorrenti. Telegram su tutti, che proprio sui gruppi fonda gran parte del proprio successo. E poco importa se i numeri in ballo siano molto distanti: Whatsapp a 1,5 miliardi di utenti attivi; Telegram circa 200 milioni. Ma meglio non lasciare nulla al caso.