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Informatica

L’anno prossimo, all’ingresso del parco olimpico dei Giochi invernali che si terranno in Corea del Sud, i visitatori si ritroveranno di fronte a un buco nero. O almeno questa è l’impressione che vuole ottenere l’architetto britannico Asif Khan, autore del grattacielo in costruzione a PyeongChang, che verrà rivestito in Vantablack: la sostanza create dall’uomo che più si avvicina al nero assoluto. Sviluppata e brevettata dall'azienda britannica Surrey NanoSystems, Vantablack è una sostanza composta da nanotubi di carbonio che assorbe fino al 99,96% delle radiazioni. ​

Detto in parole più semplici, è talmente nera che l’occhio umano non riesce a decifrare quello che vede. Se non si posizioneranno a una certa prospettiva, dunque, i visitatori del parco olimpico non riusciranno a individuare il profilo ondulato del grattacielo e non vedranno altro che il nero assoluto. Questo perché – spiega la CNN – Vantablack non è un colore, ma il suo esatto opposto: è assenza di colore. Se usato come copertura, la sostanza cambia le dimensioni degli oggetti, che da 3d diventano piatti.

Ed è proprio qui la sua forza: “Rompe le regole della percezione perché assorbe la luce anziché rifletterla. Ed è una cosa potentissima nel campo dell’architettura”, sostiene Khan che chiama la sua creazione “uno scisma dell’universo”. E proprio come accade al di la dell’orbita terrestre, il grande nero (delle facciate del palazzo) la sera verrà illuminato da migliaia di luci che ricordano le stelle. L’obiettivo di Khan è quello di offrire ai visitatori un’esperienza magica di “vuoto di profondità”.

Pensato per essere applicato nell’ingegneria spaziale, Vantablack – Vanta sta per Vertically Aligned NanoTube Arrays – ha svariate potenziali applicazioni, inclusa la prevenzione dell'effetto straylight nei telescopi e il miglioramento delle prestazioni delle termocamere ad infrarossi sia sulla Terra che nello spazio. Dal 2014 ne è già stata programmata la produzione per soddisfare le richieste degli acquirenti nei settori aerospaziale e della difesa. I primi ordini sono già stati consegnati pochi giorni dopo la scoperta. Nel febbraio del 2016 i diritti di utilizzo del Vantablack in ambito artistico sono stati acquisiti, in esclusiva, dall’architetto Anish Kapoor.

 

Oggi parlare con il proprio telefono o con un dispositivo non è più considerata una stranezza. Lo facciamo con Siri, che ci aiuta a cercare indirizzi e numeri nella rubrica telefonica. E c’è Alexa, la ‘donna’ di Amazon che accende il forno e i riscaldamenti al posto nostro, tanto per fare un esempio. Ma la tendenza a parlare con gli oggetti e a umanizzarli è molto più vecchia della nascita degli aiutanti digitali. E in alcuni casi è collegata a un senso di solitudine.

Abbiamo tutti il nostro Wilson

Secondo un articolo pubblicato da 'The Atlantic', “spesso umanizziamo gli oggetti perché ci sentiamo soli”. Lo dimostrano alcuni esperimenti secondo cui “quando le persone si sentono isolate sono più propense a attribuire caratteristiche e sentimenti umani alle cose”. In altre parole, a creare il proprio Wilson: il pallone che il naufrago Tom Hanks in “Cast Away” trasformò nel suo migliore amico, con tanto di occhi, bocca e capelli.  E funziona: lo stesso esperimento dimostra che farlo aiuta le persone a sentirsi meno sole. Ma ecco altri esempi:

Gli ‘amici’ di Facebook

Quando gli studenti del college si sentono esclusi, messi in disparte, tendono a stringere amicizia con più persone possibile su Facebook. Non sono, ovviamente, amici reali, ma in quel momento lo smartphone rappresenta per loro una fonte di conforto.

Il pc? “Fa quel che vuole…”

In altri casi tendiamo a personificare elettrodomestici e dispositivi per comprenderli meglio. O per spiegare il motivo per cui non riusciamo a raggiungere un risultato. E’ questo, ad esempio, il caso del pc che “ha desideri propri” e “fa quello che vuole”.

Ma c’è anche un altro aspetto da non sottovalutare: quando umanizziamo i prodotti diventa più difficile separarci da loro. Dopo aver chiesto a un campione di persone come descrivevano la personalità della propria auto, in pochi si sono detti pronti a venderla.

Il cuore e le tasche

In parte, come già spiegato, per il bisogno di sentirci meno soli. Ma in alcuni casi – ed è quello che avviene con le aziende – è anche una strategia di marketing per raggiungere il cuore e le tasche dei consumatori. E’ questo il caso ad esempio di People (l’uomo della Marlboro) o di Larry Bird (l’uccellino di Twitter). 

L'auto elettrica più veloce di sempre, punto. Il Ceo di Tesla, Elon Musk ha definito così la Roadster 2, nuova versione della supercar che il costruttore californiano ha prodotto dal 2008 al 2012 e che ora torna con prestazioni ancora più sensazionali: autonomia di 620 miglia, ovvero 1.000 chilometri, e accelerazione da 0 a quasi 100 chilometri orari in 1,9 secondi – la Tesla Roadster di ultima generazione inghiotte praticamente mezzo chilometro in 10 secondi.

L'eccentrico imprenditore di nascita sudafricana non ha deluso il suo pubblico con la scenografica presentazione tenuta in un hangar a Hawthorne, vicino Los Angeles, in cui ha fatto sfrecciare la Roadster 2 mentre gli invitati (a distanza di sicurezza) immortalavano col cellulare lo spettacolo della supercar che curvava a tutta velocità. Qualcuno ha anche potuto provarla, lasciando un anticipo di 50.000 dollari sull'acquisto visto che Musk aveva invitato all'evento una selezione di potenziali compratori.

I numeri della Roadster 2 sono tutti da record per una macchina che non è un prototipo ma è destinata alla produzione per il mercato; Musk ha affermato che nessun veicolo elettrico ha finora raggiunto l'accelerazione da 0 a 100 in meno di 2 secondi. "E non svelerò qual è la velocità massima", ha aggiunto Musk: "Posso dire solo che supera i 400 chilometri all'ora”. "La Roadster è uno schiaffo ai produttori d'auto tradizionali, in confronto una sportiva a benzina vi sembrerà una macchina a vapore". Il prezzo partirà da 200.000 dollari ma se si desidera l'edizione speciale Founder’s Series, limitata a 1.000 pezzi, bisognerà spenderne almeno 250.000. Il futuro è d'obbligo: la produzione è prevista nel 2020.

È un record anche l'autonomia della Roadster 2: 1.000 chilometri grazie alla batteria da 200 kilowattora, il doppio di quanto possibile con gli altri modelli di casa Tesla. "Vi farete il viaggio da Los Angeles e San Francisco e ritorno senza dover ricaricare", ha detto Musk. Anche se, mappe alla mano, il viaggio andata e ritorno tra le due città californiane è di circa 1.126 chilometri, ma sono dettagli. Così come la capienza della Roadster 2: quattro posti, annuncia l'azienda, 2 persone davanti e 2 dietro. Be', quelle dietro dovranno essere molto piccole, aggiungono i commentatori americani, vista la scarsa abitabilità posteriore.

Ironia a parte, i teatrali eventi di Musk non possono far dimenticare le difficoltà di Tesla, la cui produzione della Model 3 si sta rivelando per sua stessa ammissione "un incubo": la Gigafactory non riesce a tenere i ritmi previsti. Eppure è dalla Model 3 che dipende il futuro dell'azienda, perché questa è l'auto per il mercato "di massa", con un prezzo che parte da 35.000 dollari, accessibile a molti.

Tesla non ha mai generato utili dalla sua attività: brucia denaro (1,4 miliardi di dollari solo nell’ultimo trimestre) e scommette sul  futuro. Ora la velocissima Roadster 2 e anche il camion elettrico semiautonomo, il Tesla Semi, presentato allo stesso evento di Los Angeles, sembrano l'ennesima costosa distrazione per l'azienda di Musk: davvero Tesla può produrre camion che competono in prestazioni e costi con gli attuali mezzi pesanti alimentati con diesel? Ma all'imprenditore-showman si perdona tutto, perché gli annunci e le supercar di Elon sono davvero capaci di abbagliare. Alla faccia dei numeri negativi.

Nei mesi scorsi i governi hanno più volte fatto appello a Facebook e Google, ovvero i canali attraverso i quali la stragrande maggioranza degli utenti accede alle notizie (e alle bufale), perché si facessero carico della lotta alle fake news. Una responsabilità che le due aziende non vollero accollarsi: se proprio qualcuno doveva stabilire cosa è vero o cosa è falso, se ne occupassero i governi, argomentarono. Ma si trattava quest’ultima, per ovvie ragioni, di una strada politicamente non percorribile per le democrazie.

Facebook lanciò comunque alcuni esperimenti, come la possibilità di segnalare i post di bufale, rivelatisi inefficaci e parziali. Ma Mark Zuckerberg non tardò a comprendere la soluzione giusta: consentire al giornalismo professionale di sopravvivere e fare il proprio lavoro. Una presa di coscienza espressa in un post dello scorso 23 agosto destinato a fare la storia.

“"Non possiamo creare una comunità informata senza giornalisti”, scrisse Zuckerberg, “se sempre più persone leggono le notizie in luoghi come Facebook, noi abbiamo la responsabilità di contribuire a fare in modo che tutti abbiano una comprensione adeguata delle cose. Ma sappiamo anche che le nuove tecnologie possono rendere più difficile per gli editori finanziare il lavoro dei giornalisti, sui cui tutti noi contiamo. Per questo qualche tempo fa abbiamo lanciato Facebook Journalism Project. Il nostro obiettivo è lavorare più vicino alle redazioni, ma stiamo anche lavorando con ricercatori e università per aiutare le persone ad essere più informate e consapevoli delle notizie che leggiamo online".

La questione va dunque affrontata su due fronti. Da una parte occorre sostenere un’industria finanziariamente allo stremo che fornisce però a Menlo Park e Mountain View i contenuti di qualità. Il Facebook Journalism Project sarà lanciato entro fine anno e stimolerà gli iscritti a sottoscrivere abbonamenti alle testate che seguono (mentre è ancora in corso la trattativa tra Google e gli editori su nuove forme di sottoscrizione che garantiscano più entrate ai media). Ma come aiutare gli utenti a essere più “consapevoli”? Come educarli a comprendere se quello che leggono e affidabile o meno? E’ qua che entra in gioco The Trust Project.

The Trust Project è un consorzio di 75 testate giornalistiche americane ed europee che hanno elaborato otto “Indicatori di fiducia” in grado di consentire la valutazione della loro affidabilità. Il progetto è nato in ambito accademico ed è guidato dalla giornalista Sally Lehrman, a capo del programma di Etica del giornalismo al Markkula Center For Applied Ethics della Santa Clara University. Ed è coinvolto il meglio della stampa mondiale. Per citare solo alcuni nomi: il New York Times, The Economist, il Wall Street Journal, il Washington Post, la BBC, l’Associated Press, l’agenzia di stampa tedesca Dpa, e – per l’Italia – La Repubblica e La Stampa. Facebook, Google, Bing e Twitter – in qualità di partner esterni – si sono impegnati a mostrare un “Trust Mark” accanto alle testate i cui articoli vengono condivisi sulle piattaforme. Uno sforzo di trasparenza grazie al quale l’utente avrà tutti gli strumenti necessari per potersi fare, in autonomia, un’idea della credibilità di quello che legge.

Questi gli indicatori:

  1. Best practice. Quali sono i tuoi standard? Chi finanzia la testata. Qual è la sua mission. Gli impegni etici, il livello di pluralismo, l’accuratezza, la politica in fatto di correzioni et cetera.
  2. Competenze dell’autore. Chi ha scritto questo pezzo? Dettagli sull’autore dell’articolo e link ad altri suoi pezzi.
  3. Genere di articolo. Di cosa si tratta? Etichette che aiutino a distinguere tra articoli di opinione, analisi e contenuti promozionali o sponsorizzati.
  4. Citazioni e riferimenti. Un maggiore accesso alle fonti delle inchieste e degli approfondimenti.
  5. Metodi di lavoro. Perché i giornalisti hanno scelto di occuparsi di questo tema? Come sono state raccolte le informazioni?
  6. Le fonti sono locali? I giornalisti hanno avuto un accesso diretto?
  7. La testata dà spazio a voci di diverso orientamento? Ho di fronte una testata pluralista o schierata?
  8. Quale contributo possono dare i lettori? Gli utenti possono aiutare a stabilire le priorità e contribuire alla raccolta delle informazioni e alle correzioni?

Facebook ha appena avviato i testi con Vox e AP, che verranno seguite dalle altre testate nei prossimi giorni. Vicino agli articoli del News Feed, apparirà un’icona. Cliccandovi sopra, si potranno leggere le informazioni che i media hanno condiviso in merito al loro rispetto degli otto indicatori. Seguiranno nei prossimi mesi i testi di Bing, Twitter e Google, che mostrerà il “Trust Mark” in tutti i suoi canali che consentono di accedere alle notizie, da Google Search a Google News. Coinvolta anche la piattaforma di blogging WordPress, che elaborerà un plugin specifico per i media ritenuti affidabili.

“Precisione, credibilità, trasparenza: il cuore di una notizia e base del rapporto di fiducia con il lettore, essenziale oggi più che mai in tempi di scetticismo dilagante, fake news che dominano il dibattito pubblico e un'offerta vastissima e spesso ridondante, in cui orientarsi alla ricerca di contenuti di qualità è sempre più complicato”, spiega Repubblica, che partirà il 22 novembre in coincidenza con la sua nuova edizione, “Ci vorrebbe una bussola. Ed è quella che Repubblica vuole fornire, rendendo espliciti i propri standard professionali in nome di un'informazione tracciabile, che risponda a precisi principi etici a garanzia dei propri contenuti”.

“Non ci sono notizie vere e notizie false, perché quelle false non sono notizie. Non ci sono giornali che pubblicano notizie false (chi lo fa non pubblica un giornale), ci sono giornali che sbagliano. E poi ci sono giornali trasparenti e giornali che non lo sono: i primi, se sbagliano, non hanno difficoltà ad ammetterlo, a spiegare al pubblico perché, a correggere gli errori”, sottolinea il quotidiano torinese, “il giornalismo digitale non ha cambiato queste regole – che sono quelle del nostro mestiere da sempre -, però ha allargato a dismisura il mare magnum di quanto viene pubblicato. Mescolando testate giornalistiche e satira, notizie e pubblicità, cultura e gioco. La scelta la fa da sempre il pubblico: questione di fiducia. Satira, pubblicità e gioco non sono contenuti meno nobili di quelli prodotti dall’informazione, sono semplicemente diversi. Il problema è evitare che qualcuno spacci una cosa per l’altra”. 

 

Fare il tassista per Uber non rappresenterà mai una grande opportunità di lavoro. Lo assicura uno studio pubblicato da Quartz e condotto da John Horton della NYU Stern e da due ricercatori di Uber, che per dimostrarlo si sono affidati a semplici teorie economiche.

Secondo gli studiosi, a nulla servirebbe un aumento delle tariffe da parte di Uber perché il mercato tornerebbe velocemente a uno stato di equilibrio, in cui i conducenti tornerebbero a guadagnare più o meno la stessa cifra di prima.

Dalla teoria ai fatti: “Immaginiamo che da 1 dollaro al minuto e 1 dollaro a chilometro si passi a due dollari per ognuno. In breve tempo, i conducenti guadagnerebbero di più perché le tariffe sono aumentate. Tuttavia dopo un po' si andrebbe incontro a due conseguenze:

1 Poiché Uber consente ai tassisti di guadagnare molto nell’immediato, questi lavoreranno di più.

2 Poiché Uber è più costoso, diminuiranno le prenotazioni.

Cosa significa?

Quando l’offerta sale ma la domanda cala c’è meno lavoro. Sebbene i conducenti si facciano pagare di più per una corsa, le ore totali di lavoro scendono. E nel giro di poche settimane (otto, per la precisione) il loro guadagno orario torna agli stessi livelli del periodo pre-innalzamento. In sostanza, a fronte di un aumento delle tariffe, i conducenti di Uber vedrebbero scendere il numero di clienti. D’altronde, Uber aveva utilizzato l’argomentazione opposta per difendere i tagli, sostenendo che i prezzi più bassi attirano i clienti.

“Studio ridicolo”

Ma c’è chi rigetta lo studio: l’Indipendent Drivers Guild, un sindacato che difende gli interessi degli autisti di New York, ha definito ridicole le tesi dei ricercatori.

“L’idea che Uber non abbia modo di aumentare lo stipendio dei conducenti è assurda”, ha dichiarato in un comunicato il direttore del sindacato Ryan Price. “La società sta intascando più soldi di quanto non abbia mai fatto. E se c’è margine di manovra per progetti di macchine volanti, c’è anche per l’aumento degli incassi dei conducenti”.

L'Italia ha i suoi primi 30 Innovation Designer. È una nuova figura professionale che fonde competenze di marketing, comunicazione e tecnologia, con il compito di portare la trasformazione digitale nelle aziende. Il percorso formativo, battezzato Innovation Camp, era aperto a laureati, laureandi, diplomati e disoccupati che non avessero ancora compiuto 30 anni. È iniziato ad aprile e si è concluso oggi, 15 novembre. A promuoverlo è stata Samsung Italia, in collaborazione con Randstad e Università Cattolica di Milano.

Come funziona l'Innovation Camp

Il progetto è composto da corsi online e da 23 ore di sessioni in aula, all’Università Cattolica di Milano e Roma, e all’Università di Foggia. In tutta Italia, la piattaforma online ha ricevuto 4.450 iscrizioni, quasi la metà (il 46%) provenienti dal Sud.

Tra tutti i partecipanti ai corsi online, 220 studenti hanno ricevuto la certificazione finale del corso (un titolo di alta formazione data ai ragazzi che hanno superato il test finale con almeno l’80% delle risposte corrette). Ne sono poi stati selezionati 77 per partecipare alle lezioni frontali.

I migliori 30, giudicati sulla base della qualità dei progetti sviluppati, hanno partecipato a una giornata di selezione di fronte ai manager di Samsung e Randstad. I primi 4 hanno ottenuto uno stage formativi (2 in Samsung, uno in Randstad e Accenture). Gli altri 26 ragazzi prenderanno parte a un percorso curato da Randstad per verificare le loro competenze e proporli ad aziende interessate a un Innovation Designer.

Gli studenti e i progetti premiati

Fabio Della Sala, di Volturara Irpina (AV), nato nel 1994 e proveniente dalla Facoltà di Ingegneria Informatica dell’Università degli Studi di Salerno, selezionato in Samsung Italia. Ha ideato il progetto Smartbag, una borsa che unisce le funzionalità delle tecnologie IoT (gps, bluetooth, NFC, con display touchscreen) a quelle di un design elegante. 

Gabriele Curvietto, di Sesto Fiorentino (FI). Nato nel 1988, ha un Master in Economia e Management del Turismo, con laurea in Scienze Turistiche presso l’Università degli Studi di Firenze. Il suo progetto è Get On, un'app che si integra con i propri documenti d'identità per semplificare e digitalizzare i processi di acquisto e fruizione dei titoli di viaggio. Selezionato in Samsung Italia

Francesco Di Domenico. Napoletano di Giugliano, nato nel 1994, ha una laurea in disegno industriale e comunicazione visiva presso Università degli Studi Luigi Vanvitelli di Napoli. Ha ideato Dheris, un servizio che digitalizza gli store fisici attraverso tecnologica in cloud, che comunica con un’app al servizio degli utenti. Selezionato da Randstad.

Francesca Baldisseri di San Pietro in Gù (PD). Classe 1994, laurea in Comunicazione presso l’Università degli Studi di Padova, ha progettato THYMBLE, un anello che permette a chi lo indossa di comunicare con qualunque dispositivo fornendo informazioni utili a personalizzare l'esperienza dell'utente. Selezionata da Accenture

L'Italia digitale vista dagli under 30

 

Gli studenti sono stati anche i protagonisti di una ricerca pensata per capire la visione che gli under 30 hanno dell'Italia digitale. Tre ragazzi su quattro pensano che le competenze digitali siano fondamentali in colloquio di lavoro. Ma solo il 46% considera la propria formazione universitaria non adeguata per una carriera professionale in un mondo del lavoro sempre più digitalizzato. Molti sperano che la propria occupazione consenta di rimanere in Italia: solo il 17% punta ad una carriera all'estero.

C'è un po' di indecisione sull'evoluzione tecnologica del Paese. Il campione intervistato è spaccato tra un 53% che considera l'Italia “poco o per niente competitiva in ambito digitale” e un 46,5% che ritiene il livello di innovazione adeguato.

Idee chiare, invece, sull'avvenire: il 38% degli intervistati aspira ad essere assunto in una grande azienda “nativa digitale” (come una piattaforma di e-commerce o un social network), il 27,5% punta alle aziende legate ai settori di business più “tradizionali” e il 14% è pronto a scommettere sul potenziale di una delle tante startup presenti oggi sul mercato. Minoritaria (con il 14,5%), come da tradizione, è la quota di chi preferirebbe aprire un proprio business.

Parte il 20 novembre e si conclude con il 'Cyber Monday' del 27 novembre la quinta edizione del 'Black Friday' di Amazon.it​. I clienti possono però approfittare delle offerte già da oggi. Quest’anno il portale ha infatti preparato anche una settimana di conto alla rovescia: un totale di due settimane di promozioni per 15.000 offerte con sconti tra il 20% e il 40%. Oltre il 70% degli annunci totali riguarderanno i prodotti di piccole e medie imprese, "la percentuale più alta della storia di Amazon.it", spiega il country manager Francois Nuyts.

Come funziona

  • Durante la settimana del Black Friday, i clienti potranno godere di Offerte Lampo della durata massima di 6 ore e di Offerte del Giorno che riguarderanno prodotti molto popolari in promozione e che potranno durare 24 ore.
  • I clienti Amazon Prime avranno accesso alle Offerte Lampo 30 minuti prima di tutti gli altri, beneficiando delle spedizioni illimitate in un giorno senza costi aggiuntivi. Previste anche offerte esclusive per i clienti con questo profilo.
  • I clienti Amazon Prime di Amazon.it che vivono nell’area di Milano e hinterland avranno inoltre la possibilità di ricevere ancora più rapidamente gli acquisti del Black Friday effettuati tramite l'app Prime Now o sul sito primenow.amazon.it, beneficiando di consegne in un’ora o in finestre di due ore. Saranno centiania le offerte disponibili anche su Prime Now, tra cui alcune offerte esclusive. 

E il 27 novembre, Cyber Monday

Lunedì 27 novembre è invece il giorno del Cyber Monday. Verranno messe online ulteriori promozioni, attive già dal weekend precedente, che riguarderanno in particolare prodotti di elettronica e tecnologia, giocattoli, articoli per la casa e la cucina e utensili.

Apple sostiene che c'è una probabilità su un milione che uno sconosciuto a caso sia in grado di violare FaceID,  la funzione di riconoscimento facciale che è tra le grandi novità dell'iPhone X. I ricercatori di Bkav, una società di cybersecurity vietnamita, sostengono invece di essere già riusciti a creare, spendendo appena 150 dollari, una maschera in grado di superare il blocco. E hanno pubblicato su YouTube un video che lo dimostrerebbe.

Il sito specializzato Ars Technica non è però affatto convinto. In primo luogo, non è chiaro se la maschera sia stata in grado di violare l'iPhone al primo tentativo o sia servito tempo perché il dispositivo smettesse di distinguere il vero volto del proprietario dall'impostore mascherato (FaceID riscansiona e aggiorna di continuo l'immagine dell'utente). Non si capisce, inoltre, se i ricercatori abbiano messo a punto la maschera a partire da fotografie dell'utente o dal suo vero volto. In quest'ultimo caso, il malitenzionato di turno – per sbloccare l'iPhone X – dovrebbe sequestrare il proprietario e ricavare un calco dei suoi lineamenti, una soluzione non esattamente pratica. 

Quartz ha interpellato sia Apple che Bkav per maggiori dettagli. L'azienda di Cupertino si è limitata a linkare la relativa pagina della loro area Support. La società vietnamita non ha invece replicato alle richieste di ulteriori ragguagli sulle metodologie utilizzate.

 

Sembra che WhatsApp stia per lanciare una nuova versione dell'app di messaggistica, ma pensata esclusivamente per iPad. Finora non è possibile usarla sui tablet, e molte richieste in questo senso sembrano essere arrivate alla casa madre di San Francisco. Finora l'azienda non ha mai affrontato la questione, ma potrebbe cambiare qualcosa nelle prossime settiane.

Lo riporta oggi TheIndependent. Non è ancora chiaro come potrebbe funzionare la nuova applicazione, che, come sa bene chi la usa, è strettamente legata al numero di telefono di chi la utilizza. Ma, WABetaInfo, blog dedicato agli appassionati del servizio, in questi giorni sta pubblicando una serie di indiscrezioni su quello che potrebbe succedere a breve.

Oltre alla nuova app per iPad, sostiene il sito, ci sarebbero anche nuove modalità per l'app desktop e la web app.

Che uno sviluppo incontrollato della robotica e dell'intelligenza artificiale possa mettere in pericolo la sopravvivenza dell'umanità non è una paranoia di chi ha visto troppi film di fantascienza. Moniti in questo senso sono stati lanciati da personalità del calibro di Stephen Hawking ed Elon Musk ed è tempo che la politica si faccia carico della questione. Soprattutto se si tiene presente che, come inevitabile, sarà l'industria della difesa a sfruttare alcune delle applicazioni più sofisticate di queste tecnologie, che da questa industria vedono arrivare gli investimenti più ingenti.

Quali nazioni lavorano alle macchine killer

Già oggi l'automazione è sempre più sfruttata dagli eserciti, come dimostra il crescente utilizzo di droni da parte del Pentagono per effettuare bombardamenti o eliminazioni mirate in Iraq e in Afghanistan. Cosa succederebbe se macchine create per uccidere e dotate di intelligenza artificiale sfuggissero al controllo dei governi, finendo nelle mani dei terroristi o, ancora peggio, autodeterminandosi? Con le tecnologie già disponibili, si tratta di scenari tutt'altro che remoti, tanto da aver costretto un gruppo di scienziati a raccogliersi sotto l'ombrello della campagna "Stop Killer Robots" e porre il problema all'attenzione delle Nazioni Unite perché pongano un veto sui robot assassini analogo a quello attualmente in vigore per le armi chimiche. Secondo i promotori della campagna, alcune nazioni – tra le quali Usa, Cina, Russia, Regno Unito, Israele e Corea del Sud – stanno già elaborando sistemi che conferiranno alle macchine una "maggiore autonomia di combattimento". La prossima generazione di droni non avrà più quindi bisogno di fare riferimento a un operatore umano per compiere le proprie missioni di morte. Ovvero, si va verso macchine che potranno decidere da sole se uccidere o meno un uomo.

Già lo scorso agosto cento manager responsabili di alcune delle aziende più innovative in campo di robotica e intelligenza artificiale avevano sottoscritto una lettera aperta all'Onu per chiedere di impedire l'impiego di robot negli eserciti. Tra i firmatari Mustafa Suleyman, numero uno di Deep Mind, la divisione AI di Google, lo stesso Musk e tre italiani: Alessio Bonfietti di MindIT, Angelo Sudano di ICan Robotics e Domenico Talia di DtoK Labs. Appelli analoghi sono giunti da diciannove Paesi, tra i quali figurano – in maniera significativa – Egitto e Pakistan, che vogliono scongiurare a ogni costo la possibilità di vedere queste armi in mano ai jihadisti.

Uno scenario più realistico delle auto che si guidano da sole

Uno dei cento firmatari, Stuart Russel, vicepresidente di Bayesian Logic e docente di Intelligenza Artificiale all'università di Berkeley, ha prodotto un cortometraggio, breve ma decisamente inquietante, che è stato mostrato oggi durante un'evento promosso dalla campagna presso la Convenzione delle Nazioni Unite sulle Armi Convenzionali. Il breve film mostra uno stormo di droni che – senza più il controllo dei supervisori originali – fa strage di umani con devastante efficienza.

"La tecnologia mostrata nel film è semplicemente un'integrazione di tecnologie già disponibili. Non è fantascienza. Anzi, è più semplice da raggiungere delle auto che si guidano da sole, che richiedono standard di performance ben più elevati. Perseguire lo sviluppo di armi autonome letali ridurrebbe drasticamente la sicurezza internazionale, nazionale, locale e personale". Questo genere di macchine, infatti, non ha costi di produzione eccessivi, e, con l'avvio di una produzione di massa, finirebbero facilmente in mano a organizzazioni terroristiche. Magari il principale dilemma posto dagli automi fosse comprendere se tassarli o meno.

"C'è una nuova corsa alle armi tra le nazioni più tecnologicamente avanzate per sviluppare sottomarini, aerei da combattimento, navi da guerra e carri armati autonomi che possano trovare il loro bersaglio da sole e usare forza bruta senza l'intervento di decisioni umane. Un solo grosso conflitto sarà sufficiente a scatenare queste nuove armi con tragiche conseguenze umanitarie e e una destabilizzazione della sicurezza globale", ha avvertito Noel Sharkey, professore emerito di intelligenza artificiale dell'università di Sheffield, "l'Onu si muove con la lentezza di un iceberg e interessi economici ostacolano ogni passo. Ma la campagna continua con un enorme sostegno della comunità scientifica. Dobbiamo riuscire perché le alternative sono troppo orribili".

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