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Informatica

Possono gli animali percepire in anticipo un terremoto? Sì, secondo lo scienziato tedesco Martin Wikelski, che è arrivato a questa conclusione dopo aver monitorato gli animali di un'azienda casearia di Pieve Torina, paese delle Marche, in provincia di Macerata, devastato dal terremoto del 26 ottobre scorso. La scoperta aprirebbe nuove strade allo sviluppo delle tecnologie e dei sistemi di allerta, permettendo il salvataggio di centinaia di persone, assicura lo scienziato. Ma facciamo un passo indietro.

Una teoria controcorrente

Dopo le prime scosse sismiche che hanno messo in ginocchio il Centro Italia, Wikelski, direttore dell'

L'esperimento nelle Marche

Il 'laboratorio' di Wikelski e del suo project manager, Uschi Muller, è stata la fattoria dell'azienda dei fratelli Angeli, che produce formaggio e altre specialità locali. Di fronte alla proposta dello scienziato di collaborare i fratelli Angeli non hanno tentennato nemmeno un istante. "Dopo quello che abbiamo vissuto era il minimo che potevamo fare", ha spiegato all'Agi Luca Angeli. Nell'azienda di Pieve Torina i due scienziati, insieme ai fratelli Angeli, hanno applicato dei dispositivi elettronici alimentati con piccoli pannelli solari su conigli, pecore, mucche, tacchini, polli e cani. Il dispositivo registra in momento degli animali secondo alcuni parametri: direzione, velocità, altitudine, temperatura, umidità, accelerazione e localizzazione. "E' una sorta di piccola scatola nera piena di informazioni", l'ha definita lo scienziato che ha sottolineato l'importanza di tracciare diverse specie di animali: "Permette di ottenere un sistema di percezioni collettive" che Wikelski definisce "l'internet degli animali". La speranza è che i dati mostrino diversi comportamenti prima, durante e dopo un sisma. 

Lo studio fa parte di un progetto più ampio russo-tedesco chiamato Icarus (International Cooperation for Animal Research Using Space): un sistema di monitoraggio satellitare che traccia decine di specie animali grazie a dispositivi alimentati a energia solare.

I risultati fanno sperare

Ad aprile i due ricercatori sono tornati per analizzare i dati raccolti e, sebbene, Wikelski non possa rivelare i dettagli dello studio prima che questo sia pubblicato su una rivista specializzata, lo scienziato lascia intendere al quotidiano di New York che i risultati sono molto soddisfacenti, confermando che gli animali cambiano comportamento ore prima rispetto a una scossa di terremoto. 

Il precedente studio sull'Etna

Non è la prima volta che Wikelski si precipita in Italia seguendo l'onda sismica: dal 2012 al 2014, lo scienziato ha monitorato capre e pecore sul monte Etna. "Gli animali avvertivano le eruzioni più potenti 4-6 ore prima che queste si verificassero e, nervosamente, si postavano in altre zone in cui la natura suggeriva che erano state risparmiate dalle colate laviche".  Sulla base di questi risultati, lo scienziato ha richiesto una domanda di brevetto sull'"Utilizzo della Natura per diramare l'allerta disastri", ma risulta ancora pendente.

Facebook scende in campo nella lotta al terrorismo, promettendo di non dargli alcuna ospitalità. "Stiamo mettendo in piedi uno strumento di intelligenza artificiale che ci consenta di trovare in modo veloce contenuti ed account legati al terrorismo", ha annunciato Mark Zuckerbeg in un post sulla propria pagina del social network da lui fondato e che conta oggi due miliardi di utenti.

"La nostra posizione sul terrorismo è abbastanza chiara: il terrorismo non deve aver post in alcun luogo, né su Facebook né altrove su Internet. E' una cosa che prendiamo molto sul serio. Il problema è come combattere efficacemente il terrorismo e al tempo stesso proteggere la privacy della gente", sottolinea Zuckerberg, che spiega quali passi concreti stia facendo in questo senso Facebook. "Abbiamo team che valutano le informazioni riferite a post che sostengono il terrorismo: cerchiamo di rimuovere questi ultimi il più velocemente possibile. Nei casi rari in cui ci accorgiamo che la minaccia è imminente, mettiamo a conoscenza di questa le forze dell'ordine".

Per far questo, Zuckerberg chiede la collaborazione degli utenti. "E' un sistema questo, che confida sulla gente, e sulla sua disponibilità a dirci dei contenuti terroristici che vedono. Questa cosa funziona proporzionalmente alle informazioni che riceviamo". Facebook cercherà difiltrare post, foto, immagini servendosi di algoritmi, con la consapevolezza che tutto ciò potrebbe limitare la libera espressione di pensieri e opinioni. "E' un dibattito che durerà anni – conclude Zuckerberg – ma nel caso del terrorismo credo che la sicurezza della nostra comunità sia un argomento forte, e per questa vogliamo impegnarci". 

Siamo 7,5 miliardi sulla Terra e continuiamo ad aumentare velocemente, via via più concentrati in ambienti urbani, con appartamenti sempre più piccoli a disposizione. Quale occasione migliore, quindi, di una spedizione scientifica su Marte per immaginare arredi e mobili adatti a uno spazio vitale sempre più ristretto? A lanciarsi in questa avventura – che fortunatamente non ha richiesto nessuna vera missione spaziale – è stata Ikea, il colosso svedese che ha ‘inventato’ mobili economici, pratici e di design.

Tre giorni nel simulatore per ‘assaggiare’ la vita degli astronauti

Un gruppo di suoi designer ha passato tre giorni nella Mars Desert Research Station nello Utah, completamente isolati, per “avere un assaggio di quello che gli astronauti provano per tre anni”, ha spiegato in un comunicato il leader creativo di Ikea, Michael Nikolic, parlando di “un’esperienza folle e divertente”. Insieme alla Nasa e agli studenti della Lund University School of Industrial Design, si vuole “usare la conoscenza dello Spazio per una migliore vita quotidiana sulla Terra”.

La Terra alle prese con sovrappopolazione e inquinamento

L’obiettivo, infatti, è capire come il funzionamento in spazi così angusti possa essere replicato, su larga scala, sulla Terra dove si va verso modelli di vita caratterizzati da condizioni ‘simili’, con città sovrappopolate e inquinate. Secondo l’Onu, entro il 2050 il 70% della popolazione vivrà in aree metropolitane: se si riesce a immaginare uno spazio abitativo confortevole in una cupola in mezzo a una landa desolata su Marte, si può riportare lo stesso concetto sul nostro attuale Pianeta, alle prese con le megalopoli.

Dalla questione del letto a quella dei bagni, ristretti e funzionali, il gruppo sul campo ha vissuto tutto in prima persona, “solo per imparare e fare esperienza”, ha puntualizzato Marcus Engman, a capo del design a Ikea, presentando l’iniziativa al Democratic Design Day. “Lo scopo è quello di capire come rendere le nostre case più ‘intelligenti’ qui, insieme a nuove tecniche di produzione e nuovi materiali”.

Ikea studia il concetto di comfort in uno spazio ristretto. E già pensa a una serie ad hoc…

“Cosa significa ‘comfort’ in condizioni di vite compatte? Come ci sentiamo in spazi piccoli?” si è chiesta Ikea, mandando i suoi uomini sul campo per provare in prima persona cosa si provi. E poi essere contenti di tornare a dormire nel proprio letto, con qualche esperienza e idea in più su come potrebbe essere quello del futuro. Un futuro neanche troppo lontano se si pensa che l’azienda svedese ha già annunciato il lancio nel 2019 di una serie da una trentina di pezzi ispirata allo Spazio.

“Penso che l’essenza di questa collezione sarà quella di apprezzare quello che abbiamo sulla Terra: gli esseri umani, piante, acqua pulita e aria – ha sottolineato Nikolic – Ma anche la diversità e un senso di appartenenza, cose che prendiamo per scontato quotidianamente”.

Poco più di due anni fa il Governo italiano ha approvato il Piano Strategico per la banda ultralarga, con lo scopo di raggiungere gli obiettivi dettati dall’Agenda Europea 2020 in tema di miglioramento ed estensione delle infrastrutture di connettività veloce in fibra ottica.

Lo scopo della strategia è riuscire a coprire entro il 2020 l’85% della popolazione con servizi Internet pari o superiori a 100 Mbps, e di offrire al 100% della cittadinanza un accesso alla rete di almeno 30 Mbps.

Gli strumenti previsti per attuare il Piano Strategico vanno dalla semplificazione amministrativa alla riduzione degli oneri per interventi di infrastrutturazione, dalla realizzazione di opere dedicate alle aree a fallimento di mercato (dette Aree Bianche) alla creazione del catasto del sopra e del sottosuolo.

Le fonti di finanziamento ammontano a 5 miliardi di euro di fondi pubblici nazionali, 3,5 miliardi provenienti dal Fondo Sviluppo e Coesione e 1,8 miliardi da programmi operativi nazionali e regionali.

Secondo i dati aggiornati del ministero dello Sviluppo economico, dal 2015 al 2018 la popolazione raggiunta da internet fino a 30 Mbps salirà dal 26,4% al 71,5% (oggi si attesta 35,4%). La Fibra Ottica a 100 Mbps salirà dal 10,1% al 23,1% (nel 2017 è all'11%).

Le più grandi società del settore hanno moltiplicato gli investimenti e avviato progetti per ampliare l’infrastruttura in Fibra e raggiungere anche le aree più remote del Paese. La rete Vodafone, ad esempio, tocca oltre 300 città con una velocità di connessione fino a 50 o 100 Mega. Tim copre oltre 700 Comuni (e a Milano e Torino si può già navigare fino a 300 Mega). Tiscali raggiunge con la fibra ottica 162 comuni e copre la Sardegna, Fastweb è diffuso in 87 centri e punta ad estendere la rete ad almeno 500 città entro il 2020.

Le offerte a disposizione sono diverse. Prima di scegliere un operatore, è bene verificare la copertura della fibra ottica, ossia l’effettiva presenza del servizio in una determinata area geografica. Sono molti gli strumenti online disponibili. Il comparatore online Facile.it ha redatto una guida alla fibra ottica: fornisce le risposte alle principali domande che riguardano questa nuova tecnologia.

La prima distinzione da sottolineare è quella tra rete in fibra e ADSL. La prima si avvale di cavi realizzati in fibra di vetro o di polimeri plastici. L’ADSL si appoggia invece sulla rete dei cavi telefonici e sul doppino di rame. La rete in fibra garantisce una velocità di navigazione superiore, fino a 1024 Mb/s o 1 Gb/s. I cavi dell’ADSL, invece, forniscono performance più limitate, con una velocità massima di 20 Mb/s.

La fibra ottica consente inoltre di raggiungere anche grandi distanze senza interruzioni di connessione, mentre l’ADSL può non arrivare in tutte le frazioni e i borghi del Comune di riferimento, ma solo fino ad una certa distanza dalla centrale.

Ciò non toglie che, in alcuni casi, neppure la fibra ottica garantisce prestazioni eccellenti. Avviene quando la rete è del tipo FTTS, più lenta perché utilizza il doppino in rame, anche se solo nell'ultimo tratto di collegamento tra la centrale e l'abitazione dell'utente. Al contrario, la rete FTTH è altamente performante perché priva di questo imbuto. Per questo motivo, gli investimenti degli operatori si stanno concentrando su questa tipologia.

Per sfruttare una navigazione ultra-veloce, quindi, prima dell’acquisto di un’offerta Internet, è preferibile misurare la connessione in Fibra Ottica. Ci sono due software gratuiti, Nemesys e MisuraInternet Speed Test, che consentono all’utente di valutare in modo autonomia la qualità dell’accesso a Internet.

L’importanza della misurazione va al di là della semplice verifica, perché i valori ottenuti possono essere utilizzati dall’utente anche in sede di reclamo, per contestare ad un operatore l’inefficienza della connessione rispetto alla promessa contrattuale. Dopo aver verificato la copertura della fibra ottica e confrontato le tariffe più vantaggiose si può effettivamente procedere con la stipula di un contratto. Per consultare preventivamente le offerte delle diverse compagnie telefoniche può essere utile ricorre ad un supporto online, come lo strumento di comparazione delle tariffe Adsl messo a disposizione da agi.it.

Software come questo permettono di confrontare le offerte presenti sul mercato grazie a più di 300 sonde distribuite sul territorio, operanti tutti i giorni dell’anno 24 ore su 24, e di ottenere un certificato di qualità di connessione per richiedere il ripristino degli standard minimi.

Giovedì 8 giugno a Torino sono stati presentati i dati di un’indagine nazionale dal titolo “Come si muovono le informazioni prima di diventare notizie”. Si tratta di un osservatorio ideato da una startup torinese The Press Match,  piattaforma realizzata grazie a un finanziamento della Digital News Initiative di Google,  che permette ai comunicatori professionisti e non di segnalare una notizia a giornalisti e blogger con la certezza di arrivare solo a quelli davvero interessati al tema trattato. 
L’indagine, realizzata in collaborazione con la Federazione Relazioni Pubbliche Italiana (FERPI) e la società di ricerche Pragma, ha lo scopo di capire come si muovono le informazioni prima di finire sui giornali e nei notiziari, a partire dal modo in cui giornalisti/blogger e addetti stampa/comunicatori si rapportano tra loro quando devono passarsi informazioni prima della pubblicazione.
 
Dal Report (disponibile qui), realizzato grazie a due sondaggi  condotti contemporaneamente su un campione di 511 professionisti della comunicazione in tutta Italia tra il 18 marzo e 3 aprile 2017, è possibile trarre alcune linee guida per non creare (né subire) il sovraccarico di informazione. A partire dall’utilizzo del comunicato stampa sia per chi comunica sia per chi fa giornalismo. 

1) Tra le fonti più utilizzate dai giornalisti non ci sono i social

E’ uno dei punti fondamentali messo in evidenza dall’indagine che dimostra come i social network siano ultimi nella classifica delle fonti più utilizzate da chi fa informazione e che preferisce i contatti diretti, i siti di divulgazione (es. Wikipedia) e i comunicati stampa insieme ai lanci di agenzia per scovare e verificare notizie di prima mano. Realizzare una campagna social sperando che i giornalisti carpiscano da Facebook la notizia, quindi, è altamente sconsigliato.

2) ll comunicato stampa e la conferenza stampa non sono morti

Dati spesso per superflui nell’era della divulgazione informale, strumenti di comunicazione come il comunicato e la conferenza sono invece ancora i canali preferiti sia dagli addetti stampa coinvolti nell’indagine sia dai giornalisti. Curare le public relations, quindi, sembra essere il modo migliore per fare notizia e per coltivare un rapporto di fiducia con le proprie fonti.
 

3) Per arrivare in prima pagina bisogna prima arricchire e diversificare i contatti dei giornalisti a cui si inviano le notizie.

Come accade per la pubblicità, anche per il “mercato” delle notizie vale la regola del “target di riferimento”: quando si vuole segnalare una notizia ai media, ciò che fa davvero la differenza è sapere di cosa si occupano in quel momento  i giornalisti a cui si sta inviando un comunicato stampa o un’email. Potrà sembrare banale, ma dei comunicatori intervistati per la ricerca solo il 41% risulta avere un indirizzario di giornalisti specializzati in un determinato settore mentre la maggior parte invia segnalazioni a pioggia rischiando di far cadere quelle informazioni nel vuoto. Avere poi un indirizzario di blogger aiuta a distribuire meglio il contenuto di una notizia sui canali non puramente giornalistici. Giornalisti e blogger, da parte loro, dovrebbero poi comunicare a i propri contatti e i settori di interesse in modo costante, per evitare di ricevere dopo anni comunicati su temi che ormai non seguono più.

4) Mai confondere la rilevanza di una notizia con la sua provenienza

Anche una storia o una notizia locali possono suscitare l’interesse dei siti di informazione nazionali. Purché, però, chi comunica ai giornali quella notizia sappia riconoscerne l’impatto su un pubblico più ampio. Il giornalista, infatti, è in grado di valutare più obbiettivamente la rilevanza della notizia di quanto non lo sia chi cura la comunicazione. Eppure proprio chi comunica dovrebbe essere il primo a dire con precisione se una informazione merita di finire sul settimanale di provincia o in prima pagina su un quotidiano nazionale. Spesso invece chi cura l’informazione verso i media non effettua questa analisi e distribuisce le news  in base all’unico criterio della localizzazione. 
 

5) Foto e video possono fare la differenza ma se riesci a dirlo con una infografica, meglio

Nelle redazioni e tra i giornalisti freelance inizia a farsi strada il data journalism: all’incirca il 16% dei giornalisti  intervistati per l’indagine si dedica alla realizzazione di infografiche il che richiede dati e analisi già pronte all’uso per velocizzare la pubblicazione. Un comunicatore che accompagna una notizia con dati e grafici fa sicuramente una scelta intelligente. Lo stesso vale per immagini e video, con una avvertenza: dato che solo il 21% dei giornalisti intervistati è in grado di curare l’editing di un video (e il 28,77% quello fotografico) è bene fornire materiale con le specifiche già adatte alla pubblicazione su quella specifica testata. E tenendo presente che il giornalista non è mai obbligato a utilizzare il solo materiale fornito da chi fa comunicazione, ma può e deve variare le informazioni di supporto.

6) Essere brevi e concisi ma senza dimenticare gli allegati

In genere si crede che comunicare in modo conciso aiuti a far passare meglio una notizia. Il che è vero, ma se si vuole diffondere una informazione al più ampio numero di media possibili, meglio non  lesinare sul materiale informativo (documenti, report, allegati) a supporto di chi riceve la segnalazione. Il giornalista, infatti, divulga informazioni attraverso il classico “pezzo”  (l’88,23% degli intervistati si dedica alla produzione di articoli) che ha bisogno di elementi di supporto per essere realizzato a dovere. Anche con dati ed elementi “concorrenti”: un articolo equilibrato infatti aumenta il grado di autorevolezza della notizia. 

7) L’oggetto dell’email determina il successo di una segnalazione

I giornalisti spesso non aprono le email degli uffici stampa per un motivo apparentemente banale: l’oggetto troppo lungo o poco chiaro che accompagna il messaggio. La presa in considerazione di una notizia quindi può dipendere anche dalla confezione prima ancora che dal contenuto quindi è bene centrare subito il cuore della segnalazione sin dal primo invio.

8) Fornire (e chiedere) le prove per la verifica e i contatti per le interviste

I giornalisti hanno sempre il dovere di verificare le informazioni contenute in un comunicato o in una segnalazione informale: per questo oltre a richiederli direttamente, inserire nel cs tutti i riferimenti utili perché chi fa informazione possa ricontattare il mittente è utile per velocizzare il processo di controllo ed evitare incomprensioni o interpretazioni diverse dall’oggetto della notizia. Specie quando si tratta di report, studi o dichiarazioni già preconfezionate.

9) Non importa quante informazioni vengono segnalate, ma quando

E’ difficile che un giornalista continui a leggere comunicati stampa se ne riceve ogni giorno in modo indiscriminato. Pur essendo impossibile per chi fa comunicazione sapere quante segnalazioni simili abbia già ricevuto la redazione Y, è buona norma evitare gli invii quotidiani e lavorare invece sulle tempistiche di lancio. Ad esempio, informandosi in anticipo sull’orario in cui viene svolta una riunione di redazione o quando un giornalista freelance presenta le proposte di approfondimento alla sua testata.

10) Essere onesti sul vero contenuto di una segnalazione

Non tutto quello che è segnalato ai giornali è necessariamente una notizia. Imparare ad ammettere quando un contenuto è puramente commerciale fa risparmiare tempo e risorse a chi investe in comunicazione e soprattutto evita che la segnalazione sia cestinata di default da chi fa informazione. 
Oltre un terzo degli adolescenti italiani è convinto che i contenuti postati sui social siano visibili esclusivamente dai destinatari.
 
E’ quanto emerge da “Quanto #condividi?“, studio curato dalla Polizia Postale e dall’Università La Sapienza di Roma, con la collaborazione del dipartimento della Giustizia minorile, che ha coinvolto 1874 ragazzi tra gli 11 e i 19 anni, il 28,2% di scuola media e il 71,8% delle superiori, di 20 province italiane.

L'illusione di essere 'invisibili' 

Obiettivo? Analizzare le abitudini degli adolescenti in rete e capire quanto siano consapevoli dei reati informatici. I risultati sono preoccupanti: solo il 35% dei ragazzi dei licei è consapevole del fatto che una foto, o un commento postato sui social è 'visibile a tutti', mentre il 37% degli studenti delle medie è convinto che “solo destinatario” possa vederli.
 
“Risulta evidente – afferma la ricerca – che una gran parte dei ragazzi delle scuole superiori di primo e secondo grado resta convinta che i materiali pubblicati in rete abbiano una diffusione limitata”.
 
Non solo: sempre dallo studio è emerso un paradosso, definito del 'giovane navigatore': dopo essere stati informati di alcuni casi di cyberbullismo e di reati tratti dalle indagini della Polizia, i ragazzi hanno mostrato una sorta di sdoppiamento tra la gravità riconosciuta delle storie, ritenute realistiche, e la scarsa consapevolezza che potrebbe accadere anche a loro stessi o a persone vicine.

Paolo Crepet: “La colpa è della scuola”

“I dati non mi meravigliano affatto, anzi…”, commenta con l’Agi lo psichiatra, scrittore e sociologo Paolo Crepet, convinto che, se i ragazzi non conoscono i social e i rischi di questi strumenti la colpa è della scuola che non lo insegna. “Questo è il vero problema. Io non capisco perché non se ne parli nelle scuole. Non è mica il diavolo”.
 
Il cellulare e il mondo dei social network viene visto come qualcosa di estraneo ai banchi di scuola, ma “non è così: lontano sarà il latino. I ragazzi trascorrono 10 ore al giorno con il telefonino in mano. E’ la realtà di oggi. E non serve essere Marconi per capirlo. Mi meraviglio molto che la scuola non se ne occupi”, dichiara Crepet, che giudica ormai “finito” il mondo dell’istruzione. “In aula non si fa più nulla. Sono dei luoghi finti. Anche le materie classiche vengono insegnate in modo superficiale. Per non parlare delle lingue: nessun ragazzo alla fine del liceo conosce l’inglese, se non in modo maccheronico”. E lo stesso, sostiene Crepet, vale per i social network: “Gli insegnanti stessi non sanno come funzionano. Come possono insegnare ciò che ignorano?”, chiede provocatoriamente.

“Sui social nessuna differenza tra genitori e figli”

Secondo lo psichiatra al secondo posto tra i responsabili della scarsa consapevolezza dei giovani internauti c’è la famiglia. “Tutti sono sui social, ma nessuno sa come funzionano. Papà e mamme trascorrono su Facebook, Twitter e Instagram lo stesso numero di ore dei figli. Utilizzano i social allo stesso modo degli adolescenti, senza conoscerne i rischi. Di conseguenza non hanno nulla da insegnare. Se uno è ubriaco come fa a insegnare a non bere?”.
 

Niente foto di bimbi sui social. Crepet: “D’accordo, ma non basta”

Solo qualche giorno fa il Garante privacy, Antonello Soro, nella Relazione annuale al Parlamento, ha invitato i genitori a non pubblicare foto di bambini sui social per non esporli al rischio di pedopornografia. “Sono d’accordo, ma credo anche che sia uno sforzo vano”, commenta Crepet.
 
Cosa aveva detto il garante della Privacy, Antonello Soro.
 
“Le nostre istituzioni sono niente nei confronti della potenza delle grandi aziende tecnologiche. Cosa può fare il Garante della Privacy contro Instagram? Se ognuno individualmente vuole cambiare può farlo, ma se lo Stato vuole cambiare per tutti non riuscirà mai a farlo”. Continua, poi, lo psichiatra: “Io, individualmente, sono più forte di Instagram, perché posso dire di no, ma lo Stato non può. Se un genitore è convinto che sia bello mandare in giro la foto del pupo che ha compiuto 3 anni, non ci sarà Stato che tenga”. Insomma la legge da sola non basta.
 
Qui il video del suo incontro nella redazione dell'Agi per 'Viva l'Italia'.

Legge e conoscenza contro il cyberbullismo

Di questo sono convinti anche Polizia e Istituzioni. Ne è la prova lo stesso studio “Quanto #condividi?” che anticipa di pochi giorni la pubblicazione in Gazzetta ufficiale della legge per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo (legge n.71/2017), in vigore dal 18 giugno prossimo.
 
Leggi il commento di Maura Manca 
 
“In certi casi – si legge nel rapporto – la legge, da sola, non basta. Soprattutto quando si affrontano fenomeni complessi, come il cyberbullismo. Comportamenti prevaricatori, persecutori, prepotenti, compiuti in rete e sui social da ragazzi contro altri ragazzi, che a volte configurano reati. E che nascono dal mix "esplosivo" e imprevedibile tra evoluzione tecnologica – il web con la sua viralità – e le dinamiche psicologiche dell'adolescenza, attratta dalla trasgressione e portata ad agire prima che a riflettere”. 
 

La Cuba di Raul Castro sta vivendo una nuova rivoluzione, quella digitale, e a guidarla questa volta non sono né Fidel né il Che, ma le regole della rete. C’è ancora tanta strada da fare, ma le prime aziende cubane che sfruttano il web per i loro business cominciano a svilupparsi.

Come quella di Bernardo Romero Gonzalez, si legge sulla Bbc, un ingegnere di software di 33 anni che ha lanciato Cubazon: una startup per ordinare prodotti online, come sapone, fiori e dolci, che poi vengono consegnati a domicilio. “E’ come un Amazon cubano, naturalmente con le differenze del caso”, ha detto Romero Gonzalez durante una presentazione del suo progetto a New York.

Bernardo Romero Gonzales con alcuni suoi collaboratori

Ha sottolineato come la sua attività sia solo agli inizi e ha dovuto affrontare molte difficoltà per avviarla. Il suo business punta a coloro che da fuori già adesso comprano prodotti e li spediscono sull’isola, la sua attività non avrebbe futuro se pensasse di sopravvivere con gli acquisti di chi vive a Cuba. “Credo sia il momento giusto per Cubazon – spiega Gonzalez -, visto che le spedizioni dagli Stati Uniti sono ancora limitate”.

Internet a Cuba

L'accesso a Internet a Cuba sta crescendo, attualmente 11,2 milioni di persone sono connesse.Tra il 2013 e il 2015, la percentuale dei cubani che usano la rete è passata dal 25 al 35%, in base alle stime dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni. L’interesse per l’isola è cresciuto anche da parte di alcuni giganti del web come Airbnb, Netflix e Google. Nel 2015 le famiglie che avevano la possibilità di navigare da casa erano solo il 6%, percentuale tra le più basse dell’emisfero occidentale. Nel Regno Unito è del 91%.

Ancora oggi la principale modalità di accesso al web è nei parchi e nei luoghi pubblici, dove ci sono le zone wi-fi, gestite dalle società di telecomunicazione. Il servizio degli hotspot è spesso lento, costoso e limitato, il governo vieta l’accesso a molti siti internet.

Primi segni di cambiamento

Timidi segnali di apertura ci sono stati negli ultimi anni. Il governo ha permesso di aumentare i luoghi di accesso alla wi-fi e anche i prezzi per il collegamento da casa si sono abbassati un pò. Tutto questo è in linea con il cambiamento economico che a Cuba è in atto, il presidente Castro ha diminuito le restrizioni per le imprese private e dopo il disgelo con gli Stati Uniti molti turisti americani si sono riversati sull’isola per le loro vacanze. "C'è aria di cambiamento”, dice Anna Maria Alejo, un’altra imprenditrice web cubana. "Non sappiamo bene cosa accadrà in futuro, ma tra i giovani c’è molto ottimismo”.

Cosa si potrebbe fare

“Cuba ha molti ingegneri di software bravi, è strano per un Paese che ha un accesso alla rete così tanto limitato”, dice Kirk Laughlin, ad di NearShore Americas. La società di consulenza ha pubblicato una relazione nel 2015 che mostrava il potenziale dell’isola da un punto di vista digitale, ma Kirk Laughlin ha dichiarato di essere stato deluso da come il governo ha migliorato la rete a banda larga e si è interfacciato con le imprese internazionali che avrebbero voluto investire nell’isola. Così il destino di molti cubani istruiti continua ad essere altrove. “Si potrebbe – continua Laughilin – facilmente portare la banda larga a Cuba e ci sarebbero tante opportunità da sfruttare”.

“Alcuni dicono che la situazione potrebbe cambiare quando Raul Castro si ritirerà il prossimo anno. Il probabile successore, il vicepresidente Miguel Diaz-Canel, sembra essere più aperto”. Ha detto Larry Press, professore alla California State University Dominguez Hills, che ha compiuto molti studi sull’accesso a internet nei Paesi in via di sviluppo e scrive un blog su Cuba.

Moderne navi fantasma potrebbero solcare i mari entro il prossimo decennio. Giganti da decine di migliaia di tonnellate che si muovono da soli, senza che a condurli ci sia un capitano o un equipaggio. È la sfida raccolta da diverse compagnie marittime giapponesi che, insieme, hanno deciso di investire centinaia di milioni di dollari per creare navi cargo gestite dall’intelligenza artificiale. Come riporta il Guardian, l’obiettivo è ridurre al massimo gli incidenti in mare facendosi aiutare dalla tecnologia per rimuovere il fattore dell’errore umano.

Navi ‘intelligenti’ per ridurre gli incidenti

Dopo i droni commerciali e le auto senza pilota, le navi cargo sono la naturale prosecuzione. Connettendo una serie di dispositivi della nave a Internet per ottenere dati come le condizioni meteo e altre informazioni, si punta a far muovere le navi cargo lungo le rotte più brevi, più efficienti e anche più sicure. Inoltre, le navi ‘intelligenti’ individuerebbero malfunzionamenti e altri problemi, in modo da evitare incidenti.  
 
Il progetto, scrive il Nikkei, vede coinvolte Mitsui OSK Lines, Nippon Yusen e altre compagnie marittime, così come aziende costruttrici, in un investimento collettivo da centinaia di milioni di dollari per realizzare fino a 250 navi controllate da remoto entro il 2025.
 
Il commercio marittimo mondiale vive da alcuni anni una profonda crisi, con un’economia che va a rilento, il calo del prezzo del petrolio cui si unisce un gigantismo che non riesce più a sostenere in tempi di vacche magre.

Il progetto della Rolls-Royce e i traghetti elettrici norvegesi

Tra i primi a parlarne era stata la Rolls-Royce, che nel giugno 2016 aveva annunciato di essere impegnata in un progetto per navi senza pilota. Per Oskar Levander, vice presidente dell’Innovazione marina “sta succedendo, non è questione di se, ma di quando. Le tecnologie necessarie perché navi autonome diventino realtà esiste”. Un cargo controllato da remoto vedrà la luce già “entro la fine del decennio”, aveva assicurato, mentre per una nave senza pilota bisognerà attendere il 2035.
 
E anche il Vecchio Continente non resta a guardare. La Norvegia nel 2015 ha ‘battezzato’ Ampère, il primo traghetto elettrico al 100%, che fa la spola tra le città di Lavik e Oppedal 34 volte al giorno ad una velocità di 10 nodi, con 360 passeggeri e 120 veicoli a bordo.
 
E sempre un’azienda norvegese, la Yara International, ha lanciato pochi giorni fa, insieme al gruppo industriale Kongsberg, un progetto per realizzare un cargo elettrico autonomo che trasporti fertilizzanti tra tre porti nel sud del Paese scandinavo. Inizialmente gestita da un equipaggio, la nave sarà operata da remoto nel 2019 per arrivare alla completa indipendenza l’anno successivo.
 
E non poteva mancare l’industria militare: già l’anno scorso la marina americana ha inaugurato una nave da guerra sperimentale, la Sea Hunter, senza comandante né equipaggio, in grado di restare per mare per due/tre mesi per individuare sottomarini nemici.

Un progetto pilota dedicato alla media innovation che punta a scoprire quali siano le competenze che permettono di superare la crisi. Secondo lo studio #Media4EU – presentato oggi presso la FIEG, con la collaborazione di Media Duemila – i giovani giornalisti, esperti di marketing e social media manager, ma anche e soprattutto i profili che comprendono tutte le competenze di queste diverse professionalità, sono le carte vincenti.

La stampa tradizionale ha risposto alla globalizzazione con un approccio troppo localista. I media, secondo la ricerca, si sono ristretti nel mercato locale; ecco perché dalla cooperazione europea possono nascere invece nuove prospettive di crescita. Le risposte al cambiamento riguardano soprattutto il modello di business, che non è più legato alla pubblicità, ma anche all’organizzazione di eventi e a partnership inedite: unico modo per finanziare il giornalismo di qualità. Incertezze evidenti esistono su un eventuale coinvolgimento dell’Unione Europea quale attore per sostenere il cammino dei media e portarli fuori dalla crisi. Le soluzioni comprendono strategie per i media che affrontano la concorrenza di Google, Apple, Facebook, Amazon (GAFA), quali la cooperazione transfrontaliera. La novità anche nel parallelismo fra la crisi dell’Unione Europea e quella dei media.

Christophe Leclercq, presidente e fondatore di EurActiv, ha illustrato le finalità del lavoro che lo ha portato in giro per tutta l’Europa al fine di raccogliere pareri di esperti di più di 30 media di 6 differenti nazioni. Il risultato della ricerca è stato commentato da  Fabrizio Carotti (FIEG), Giampiero Gramaglia (IAI), Giacomo Mazzone (Eurovisioni), Stefano Polli (ANSA), Giampaolo Roidi (Agi), Eugenio Fatigante (Avvenire).

Carotti, nell’esprimere il punto di vista della Fieg, che rappresenta la quasi totalità della stampa quotidiana e periodica, ha ricordato come il tema delle risorse (-50% di ricavi complessivi negli ultimi dieci anni) sia il punto-chiave per capire in che direzione deve andare l’evoluzione del settore.

"Un settore che – ha ricordato infatti Carotti – vede  l’intervento di attori che utilizzano l’informazione per realizzare profitti. Le risorse sono necessarie per fare gli investimenti per l’adeguamento tecnologico e per continuare a garantire una informazione qualificata, credibile e affidabile, quella assicurata dai brand di qualità. E l’erosione delle risorse passa anche per l’azione dei grandi player del digitale, che raccolgono pubblicità online per più del doppio di quanto riesca a fare l’editoria quotidiana e periodica nel suo complesso, anche utilizzando dati degli utenti di terzi. Anche per questo – ha annunciato – la Fieg ha collaborato con altre Associazioni alla realizzazione di un Libro Bianco che chiederà, tra l’altro, a tutti i protagonisti del mercato digitale di garantire trasparenza nelle regole, negli utilizzi e nei risultati".

Una collaborazione, al di là di questi aspetti regolatori, va però senz’altro cercata – ha detto Carotti – e infatti la Fieg ha concluso un accordo strategico con Google basato proprio sulla condivisione di know how, dell’utilizzo dei dati degli utenti, del riconoscimento del diritto d’autore per i contenuti giornalistici. "Non sono battaglie di retroguardia, ma sono azioni necessarie per il riconoscimento  del valore del prodotto-giornale.  E’ poi fondamentale interrogarsi sull’evoluzione del ruolo e della funzione del giornalismo (o dei giornalismi) oggi. Le regole stesse devono essere adeguate ad un mondo che è cambiato e continua a cambiare. Se è vero come qualcuno ha detto che il giornalista si preoccupa della notizia, ma non si preoccupa di venderla, oggi è invece necessaria una stretta integrazione e cooperazione tra la parte creativa e quella commerciale dell’editoria giornalistica al fine di garantire e riaffermare l’insostituibile ruolo, anche per i valori stessi della democrazia,  di una informazione di qualità, affidabile e credibile".

Lo studio nasce dalla cooperazione fra la Fondazione EurActiv e l’Università “Libre de Bruxelles” e propone anche una visione europea su fake news, populismo, modelli di business e Digital Single Market.

Una certezza però dallo studio esce: i media tradizionali devono cambiare radicalmente in modo da competere con le piattaforme social. Solo in questo modo saranno capaci di opporsi alla propaganda populista.

È possibile scaricare il dossier completo dal sito www.media2000.it

Per maggiori informazioni redazione@mediaduemila.com

Per il terzo anno consecutivo li Wwworkers, la community italiana dei lavoratori digitali fondata nel 2010 da Giampaolo Colletti, si è riunita alla Camera dei deputati per raccontare le opportunità offerte da internet al futuro del lavoro. In occasione dell’incontro hanno presentato “Worktrends: La via italiana al futuro del lavoro”, un report che individua le 12 principali aree interessate dalla rivoluzione digitale. 

 

Opportunità raccontate da 25 imprenditori che hanno spiegato all’intergruppo parlamentare Innovazione le loro storie e come sono riusciti a scalare i propri mercati di riferimento trasformando business tradizionali grazie al digitale. Nuovi scenari e possibilità generati da un mondo del lavoro che sta cambiando pelle, contaminandosi con il digitale, e accelerando evoluzioni grazie alle nuove tecnologie. Permettendo a piccoli brand di entrare in un mercato molto più grande di quello locale e competere nello stesso campo delle grandi multinazionali. 

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