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Informatica

Gli scienziati di Google hanno addestrato un’intelligenza artificiale a predire il rischio di disturbi cardiovascolari in un paziente attraverso la scansione degli occhi. Il software sviluppato da Verily, società di proprietà del colosso informatico specializzata nella ricerca in ambito biomedico, è in grado di ricavare informazioni di un paziente quali età, pressione sanguigna, genere e se sia fumatore o meno attraverso la scansione degli occhi. Grazie all’elaborazione di questi fattori i ricercatori possono predire le probabilità di un paziente di avere un infarto.

La ricerca di Verily, pubblicata lunedì sulla rivista Nature, rafforza la presenza di Google nel settore dell’industria sanitaria, e segna un punto di riferimento nell’integrazione tra medicina e intelligenze artificiali. La prospettiva di applicazioni di machine learning nello screening per il rischio o la presenza di una malattia, come già dimostrato nel caso della retinopatia diabetica, suggerisce una nuova frontiera nel settore sanitario.

L'apprendimento automatico consente ai ricercatori di analizzare i segnali in ambienti ricchi di dati, come le immagini, che in precedenza erano difficili da esaminare data la loro complessità e consentono analisi scientifiche più ampie. “Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte a livello globale – si legge in un post pubblicato da Verily – e un importante numero di ricerche ci aiuta a capire che cosa può causarle: tutti i comportamenti quotidiani, tra cui esercizio fisico e dieta in combinazione con fattori genetici, età, etnia e sesso biologico”.

Lo studio dimostra che l'apprendimento dell’intelligenza artificiale, applicato a un'immagine del fundus retinico (la parte più interna dell’occhio), può spesso prevedere e identificare questi fattori di rischio. Anche se il risultato raggiunto dai ricercatori non offre sostanziali miglioramenti negli esami che già vengono svolti di routine, dimostra che nel futuro potrebbero essere resi più veloci e meno invasivi.

L’addestramento dell’intelligenza artificiale è avvenuto tramite l’analisi delle retine e dei dati medici di oltre 280mila pazienti provenienti dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. Il software è stato così programmato per cercare autonomamente elementi in grado di suggerire la presenza di condizioni favorevoli al verificarsi di pericoli per la salute. Il metodo ancora richiede di essere perfezionato e finora è stato in grado di individuare correttamente la retina di pazienti che avevano avuto episodi cardiovascolari nel 70% dei casi – meno del 72% in media con lo stesso esame condotto attraverso le analisi del sangue. 

Il futuro di Twitter potrebbe essere nei video, cioè quei contenuti che Facebook ha recentemente deciso di sfavorire – insieme ai post dei giornali – nel newsfeed degli utenti. Lo scrive MarketWatch, secondo cui gli specialisti di marketing potrebbero strizzare l’occhio al sito di microblogging abbandonando progressivamente il social network di Mark Zuckerberg.

Tuffarsi su Twitter

“Crediamo che, a breve termine, un fattore trainante per Twitter sia la revisione dei feed di notizie di Facebook – ha spiegato Daniel Ives, analista di GBH Insights – perché costringe gli editori e gli inserzionisti online a tuffarsi sulla piattaforma Twitter iniziando così a incrementare gli investimenti pubblicitari su questa piattaforma”.

Un’opinione condivisa anche da Shyam Patil, analista per Susquehanna Financial Group, secondo cui il video si rivelerà un'area chiave. Chi si occupa da marketing è ancora "cauto nei confronti delle tendenze di spesa a breve termine su Twitter", ha spiegato, ma ci sono segni di "miglioramenti incrementali e cambiamenti di tono", in particolare sul comparto video. Qualche tempo fa Bloomberg segnalava che Twitter sta lavorando su una nuova funzione, in stile Snapchat, che renda più semplice postare video. Senza dimenticare che, a novembre scorso, la lunghezza dei tweet era raddoppiata, da 140 a 280 caratteri, i segnali di un rinnovamento sembrano esserci.

Twitter finalmente guadagna

La sensazione che qualcosa stia cambiando per Twitter è supportata anche dai numeri: la società americana ha pubblicato il proprio risultato economico relativo al quarto trimestre del 2017, il primo in cui è risultata in profitto. I 91 milioni di dollari di profitto, sui 732 totali di ricavi, rappresentano una crescita del 2% rispetto all’anno precedente: un risultato difficilmente immaginabile anche soltanto ad aprile del 2017, quando il titolo in borsa era crollato.

Una singola azione, dieci mesi fa, costava meno di 15 dollari: oggi viaggia intorno ai 26, che è comunque molto meno dei 41,65 con cui aveva esordito nel 2013. A fine 2016, poi, sembrava che l’azienda di Jack Dorsey fosse sul punto di essere venduta, salvo poi rimanere nelle mani del suo fondatore. La buona performance negli ultimi mesi di Twitter è avvenuta nonostante un sostanziale stallo nel numero di utente, fermo a 330 milioni. A proposito degli utenti, il problema maggiore del social network riguarda i profili falsi e il caso secondo cui, dietro a migliaia di account, ci sarebbe il governo russo intenzionato a influenzare l’esito delle elezioni statunitensi.

Wikipedia Zero, progetto nato per favorire l’accesso all’enciclopedia libera nei Paesi in via di sviluppo, terminerà entro il 2018. L’iniziativa, nata nel 2012, ha visto per anni la Wikimedia Foundation impegnata a lavorare in partnership con gli operatori mobili per ridurre il costo dei consumi sulle connessioni al portale da dispositivi mobili e portare nella comunità di internauti anche le aree più svantaggiate del pianeta. Ma da quest’anno, fa sapere l’organizzazione, non verranno stipulati nuovi accordi e quelli già in corso saranno portati avanti fino a scadenza.

“Nei sei anni di vita di questo progetto abbiamo fatto accordi con 97 operatori in 72 Paesi per consentire a più di 800 milioni di persone l’accesso a Wikipedia senza che questo pesasse sui costi di connessione”, fa sapere la fondazione sul suo sito. Ma dal 2016 il coinvolgimento nell’iniziativa è progressivamente diminuito: la rapida diffusione dei telefoni cellulari e la riduzione dei costi dei gestori mobili ha reso sempre meno indispensabile l’attività di Wikipedia Zero

Lo scopo di Wikipedia Zero è di favorire la conoscenza e la diffusione dell’enciclopedia nel mondo, così da estendere anche la sfera dei partecipanti. Uno dei problemi critici identificato dall’organizzazione è stato la scarsa conoscenza di Wikipedia al di fuori del Nord America e dell'Europa.

“Per risolvere questo problema – si legge nel comunicato della fondazione –  abbiamo sperimentato nuovi progetti e collaborazioni per aumentare la diffusione di Wikipedia, e abbiamo riscontrato alcuni successi iniziali. In Iraq abbiamo aumentato la diffusione di Wikipedia di oltre il 30%. In Nigeria, abbiamo collaborato con i membri della comunità nigeriana e le stelle di Nollywood (la produzione cinematografica nigeriana, ndr) per mostrare a più di 15 milioni di persone cosa è Wikipedia e come funziona”.

Le tecnologie digitali sublimano l’uomo. Non è un paradosso. O almeno non lo è per Giuliano Noci, professore di Strategia e Marketing alla School of Management del Politecnico di Milano.

In particolare, Noci sostiene che è tempo per il marketing di prendere in considerazione nuovi parametri basati sulla risposta non vocale dei consumatori d fronte a un prodotto. Cosa significa? Al di là delle parole, ognuno di noi produce delle reazione biometriche che daranno indicazioni su nostri acquisti. È quello che Noci definisce Biomarketing, tema che affronta nell’omonimo libro (pubblicato da Egea) in libreria dal 15 febbraio.

Il professore propone una nuova piattaforma di marketing che, mettendo al centro l’uomo e la sue dinamiche mentali, introduce chiavi interpretative e nuovi strumenti per progettare al meglio il rapporto tecnologia-individuo/consumatore. “Se guardiamo l’uomo come consumatore ha acquisito un potere negoziale molto più rilevante che in passato; se lo vediamo come manager è ancora l’unico agente in grado di fare la differenza grazie a una sensibilità e creatività non riproducibili dal punto di vista tecnologico. Occorre però una nuova bussola che orienti analisi e strategie verso il mercato, anche a costo di scardinare dogmi e miti consolidati”.

Gli acquisti? Nel 90% dei casi sono emotivi

“Tutti noi pensiamo che Internet abbia reso gli individui dei soggetti razionali e in possesso di informazione completa. Così non è e in circa 90% dei casi le decisioni di acquisto vengono prese sull’onda di spinte emotive. Se non capiamo questo — afferma Giuliano Noci — il rischio di perseguire strategie di marketing errate – ad esempio, inutilmente fondate su una politica di prezzi bassi – è molto alto”.

È dunque necessaria una nuova piattaforma di marketing, che si sviluppa secondo tre direttrici.

  1. In primo luogo, nuovi strumenti di ricerca per interpretare i fenomeni: “l’analisi del dichiarato non è più sufficiente, è invece necessario ricorrere all’analisi di dati biometrici (del corpo) e dell’attività celebrale al fine di fornire interpretazioni autentiche del perché un individuo manifesti certe reazioni quando esposto a uno stimolo (di marketing)”.
  2. È fondamentale, in secondo luogo, concepire in modo nuovo il valore che si intende generare al mercato: fino ad oggi ci si è concentrati su prodotto e servizio, ora è fondamentale costruire un’architettura di interazioni consistente nel tempo; il valore è dunque la somma di “che cosa” un’impresa propone + “come” si relaziona al mercato.
  3. Vi è infine un tema di nuovo ritmo del marketing, per combinare una visione di lungo periodo – orientata al raggiungimento di uno status di intimità collettiva con il mercato (un concetto che trova le sue fondamenta nell’opportunità di fare in modo che la marca sia in risonanza emotiva con il mercato di riferimento) – e una di breve – finalizzata all’identificazione dei love times (i momenti chiave in cui ci si gioca la decisione di acquisto nel variegato percorso che il consumatore compie rispetto a una marca/insegna).

In cosa consiste il Biomarketing

“Abbiamo la necessità di comprendere come risponde un individuo esposto a uno stimolo visivo, olfattivo o altro. Da qui la necessità di combinare nuove tecniche di rilevazione con quelle tradizionali. Ci tengo a precisare che se il neuromarketing si concentra sull’intercettare segnali celebrali, il biomarketing ne rappresenta l’ulteriore evoluzione. A noi interessano una pluralità di segnali biometrici, per citarne alcuni la respirazione, micro espressioni, battito cardiaco, sudorazione. La somma di tutte queste rilevazioni ci permette di comprendere le emozioni e le reazioni suscitate da un prodotto, da un brand o da uno stimolo.

Non solo big data

“In questo quadro, è cruciale per il mondo delle imprese prendere atto che il marketing diventa strategia e che non è sufficiente rifugiarsi nei big data — conclude Giuliano Noci —. Occorre saper individuare “dati spessi” – di cui quelli biometrici ne costituiscono un sotto-insieme – e trasformarli in informazioni precise sul consumatore, liberandosi dalla prospettiva a silos (prodotto-centrica) in cui molte imprese ancora oggi versano. Questo significa andare oltre la visione per business unit tipica delle multinazionali e vedere nel consumatore la dimensione aggregante di tutti i processi aziendali. Non c’è che dire: un bel cambiamento ma solo in questo modo le imprese potranno evitare di perdere fatturato e profitti a favore di nuovi player (non necessariamente di stampo tecnologico)”.

Un nuovo ritmo nel Marketing

In poche parole, secondo Noci, oggi serve un nuovo ritmo del marketing, dato “dalla capacità di combinare virtuosamente sul pentagramma suoni alti – la visione di lungo periodo, che ci riporta a una dimensione emotiva profonda – e suoni bassi – che guardano al breve, alla dimensione più specificamente interattiva”. In questo quadro, sono centrali due obiettivi:

  • L’intimità collettiva: una prospettiva di lungo periodo, volta alla costruzione di una marca capace di creare nel contesto risonanza emotiva, ovvero un ambiente diffuso di connessioni emotive e di coerenze valoriali tra la base di consumatori in target e l’azienda/marca
  • Love times: muoversi in una prospettiva di breve periodo richiede di identificare i cosiddetti love times, ovvero quei momenti in cui è massima la probabilità di ricezione dello stimolo da parte del consumatore.

Quando si scatenò la polemica sui 23 milioni di euro spesi per le 'voting machine' da utilizzare per il referendum sull'autonomia della Lombardia, il governatore Roberto Maroni pensò di spegnerle con un annuncio: finite le votazioni sarebbero andati alle scuole.

Nobile proposito, finalmente realizzato: quattro mesi dopo il referendum i primi 1.500 tablet sono stati consegnati alle scuole della regione. Ma già qui bisogna fare una precisazione, perché secondo una inchiesta pubblicata sull'edizione cartacea del Messaggero, non si tratta proprio di un maneggevole device, ma di un 'mamozzo' da due chili che non funziona esattamente né come un iPad nè come uno dei suoi fratelli che montano il sistema operativo Android.

Innanzitutto perché non supportano quasi nessuno dei software a disposizione delle scuole, che prevalentemente utilizzano Windows di Microsoft. E poi perchè la risposta 'touch' non è fluida come quella di un tablet.

Del resto la società che ne ha forniti 24.400 alla Regione Lombardia lo aveva messo nero su bianco: non sono tablet, ma 'identity management device' del tipo, per fare un esempio, utilizzato in banca per fare firmare i moduli digitali. E il sistema operativo montato – Ubunto di Linux – non è esattamente l'ideale per le app più diffuse. Inoltre si tratta di una macchina ingombrante, che ha bisogno di un collegamento costante alla rete elettrica e monta un provcessore che quatrro anni fa era all'avanguardia, ma che oggi è già obsoleto. 

Uno sforzo inutile, quindi? Nemmeno per idea: nelle scuole italiane (e quelle lombarde non fano eccezione) la fame di tecnologia è tale che non si butta niente. Così i dirigenti degli Istituti citati dal Messaggero si stanno già inventando delle soluzioni per non lasciare le ingombranti – ma solide – macchine a prendere polvere. C'è chi sta già pensando di utilizzarle come registri elettronici, chi per i test Invalsi e chi per le comunicazioni tra bidelli.

"Diciamo che avremmo speso i soldi in modo diverso, ma ormai ci sono" è il laconico commento di Luca Montecchi, rettore del Don Gnocchi di Carate Brianza. E in classe, si sa, bisogna ottimizzare le risorse. Ma alla Corte dei Conti non la vedono allo stesso modo e più prosaicamente hanno avviato una indagine.

Lo scorso febbraio Alphabet, la casa madre di Google, denunciò Uber per aver sottratto segreti industriali a Waymo, la divisione di Mountain View dedicata alle auto senza conducente.

Dopo otto anni al lavoro su questo progetto, un ingegnere, Anthony Lewandowski, aveva lasciato, nel gennaio 2016, Waymo per fondare una sua startup, Otto, portando con sé i brevetti.

Subito dopo Otto sarebbe stata acquistata da Uber, che avrebbe utilizzato la tecnologia LiDAR rubata a Waymo per i suoi esperimenti sulle "self driving car". Accuse delle quali l'ex numero uno di Uber, Travis Kalanick, era stato chiamato a rispondere di fronte alla legge in un processo la cui prima udienza si è tenuta lo scorso 7 febbraio e conclusosi dopo cinque giorni con un patteggiamento che ha visto Uber cedere a Waymo una quota dello 0,34% e impegnarsi a non fare uso della tecnologia LiDAR.

E ora Waymo si prepara a godersi una pesante riscossa. L'azienda sta infatti per lanciare un servizio di trasporto con vetture senza conducente in diretta concorrenza con Uber. Se le accuse contro Kalanick verranno confermate, si tratterebbe di un vero smacco per Uber, che proprio in questa tecnologia vedeva un requisito necessario per restare competitiva.

Perché per Uber è una pessima notizia

Lo scorso 24 gennaio il dipartimento dei Trasporti dell'Arizona, riporta Quartz, ha concesso a Waymo l'autorizzazione di operare come società di trasporti. La documentazione inoltrata da Alphabet contiene immagini dei Chrysler Pacifica minivan senza guidatore che la compagnia sta testando in cinque Stati degli Usa. In particolare, dallo scorso aprile Waymo sta sperimentando a Phoenix un servizio di trasporto passeggeri senza conducente tramite una app analoga a Uber, che vede così materializzarsi i suoi peggiori timori.

"Mentre continuiamo a collaudare la nostra flotta, stiamo adottando tutti i passi necessari per lanciare un servizio commerciale quest'anno", ha sottolineato un portavoce di Waymo, le cui vetture hanno finora percorso 4 milioni di miglia su strade pubbliche. Il servizio verrà lanciato a Phoenix per poi espandersi in altre città. Su quali siano Google mantiene il riserbo.

Si realizzerà la profezia di Kalanick, che due anni fa aveva dichiarato a Bloomberg che, senza self driving car, l'azienda sarebbe fallita? Per farsi un'idea, basti considerare che, nel quarto trimestre del 2017, Uber ha speso 8 miliardi di dollari, il 72% del suo fatturato lordo, in bonus e retribuzioni per i conducenti, chiudendo l'anno fiscale con un rosso di 4,5 miliardi di dollari. Un costo che, al momento, non le consente di lavorare in utile. E che Waymo non dovrà sopportare.

 

Il Giappone è in rampa di lancio con gli Stati Uniti oramai nel mirino, mentre la Germania viene staccata dalla Cina. La crescita delle economie dell’est ai danni di quelle occidentali è certificata anche dal Global Innovation Barometer, il report annuale redatto dalla General Electric.

La multinazionale statunitense che opera nel campo della tecnologia e dei servizi ha da poco pubblicato la sesta edizione del suo studio, quest’anno intitolato “Dal caos alla fiducia: attori, tecnologie e sfide emergenti”. Stilato grazie al contributo di 2.090 imprenditori, attivi in 20 paesi (e l’Italia non c’è), che si occupano di prendere decisioni in tema di innovazione per le loro aziende, il GIB rappresenta lo stato dell’arte della tecnologia in giro per il mondo. Leggerlo significa tuffarsi nel mondo dell’innovazione per cercare di decifrarne le linee principali.

Gli attori di domani

Il documento è organizzato in tre parti che offrono il punto di vista degli intervistati a una serie di temi. Alla domanda relativa a quale pensino sia il “campione d’innovazione globale”, la maggior parte ha risposto Stati Uniti. Washington, o forse sarebbe meglio dire la Silicon Valley, si conferma quindi la realtà più riconosciuta, ma in forte diminuzione rispetto alle scorse rilevazioni. Se appena due anni fa riscuoteva il doppio successo del Giappone (33% contro 17% di favori), oggi il vantaggio si è assottigliato ed è di appena 7 punti percentuali (28% contro 21%). Il tutto mentre la Germania perde la sfida diretta con la Cina, venendo staccata del 5%. Segno che le economie emergenti non sono più tali, quanto piuttosto realtà oramai affermate. La geografia dell’innovazione è piuttosto chiara: la maggior parte dei manager asiatici continua a guardare agli Usa come leader d’innovazione, mentre a incoronare il Giappone ci hanno pensato i sudamericani, dove i nipponici stanno investendo fortemente. Dinamica simile, ma con voto assegnato alla Cina, in Africa dove Pechino è oramai il principale partner commerciale.

Prima i nostri (e le multinazionali)”

Il protezionismo tira parecchio. Soltanto quattro paesi dei venti da cui provengono gli intervistati credono che un ambiente economico caratterizzato dal protezionismo danneggi l’innovazione. Meglio quindi chiudersi a riccio. Lo sostiene complessivamente il 55% dei manager. Tutti però sono d’accordo però nell’affermare che le politiche in materia di tutela della privacy e protezione dei dati personali rappresentino uno svantaggio. Se proteggere l’innovazione è di fatto una delle priorità, un segnale parzialmente contrastante arriva dalle risposte alla domanda “Chi è che fa da traino all’innovazione?”. Quest’anno a farla da padrone sono le multinazionali, individuate da quasi un quarto degli intervistati (23%) come il motore tecnologico nel proprio paese. Soltanto due anni fa a guidare questa speciale classifica erano le piccole-medie imprese, il cui indice di gradimento oggi è dimezzato (11%).

Realtà aumentata, no grazie

Una sezione corposa del report riguarda le tecnologie del futuro. Spicca lo scarso impatto atteso per la realtà aumentata, mentre a infiammare i sogni degli innovatori di tutto il mondo sono le reti energetiche intelligenti e l’intelligenza artificiale. E sono in molti a scommettere che presto arriveranno la diagnosi medica virtuale e il trasporto elettrico, o da fonti rinnovabili, a rivoluzionare le nostre abitudini.

Un capitolo a parte è dedicato alle stampanti 3D. Sebbene se ne parli da anni, la tecnologia è ancora lontana dalle applicazioni quotidiane della maggior parte dei cittadini; eppure chi si occupa di innovazione è ancora convinto che impatteranno in maniera positiva sul mercato, aumentando le possibilità creative e consentendo una filiera più breve dal concept del prodotto al mercato. Con un risparmio non indifferente.

Slow è meglio

Per quanto riguarda la filosofia che muove gli investimenti, gli  oltre duemila intervistati sono concordi: meglio prendersi qualche mese in più per lo sviluppo e atterrare sul mercato al massimo del proprio potenziale. Un bel cambio di ritmo, dopo l’imperversante filosofia del “first to market”, cioè l’importanza dell’essere i primi. “Le aziende preferiscono aspettare e proseguire nei test – si legge nel rapporto GIB – per perfezionare l’innovazione”. Per farlo si affidano all’analisi di big data e, più in generale, alla digitalizzazione. Il motivo? Difendersi dagli attacchi informatici sviluppando complessi meccanismi di difesa da hacker e avere un chiaro strumento di misurazione del ROI. Una misura il cui anagramma, da return on investment, diventa return on innovation, cioè ricavi dall’investimento in innovazione. Ma se è vero che la tecnologia può molto, a guidarla servono sempre persone in grado di farla fruttare. È per questo che la vera sfida del domani, concludono i manager, è trovare i talenti in grado di coprire quel gap di competenze che ancora oggi rappresenta il vero problema dell’industria tech.

Proprio mentre Facebook penalizza gli editori, Google offre loro un nuovo strumento: le Amp Stories. Un'altra copia del formato inventato da Snapchat e importato da Instagram? Non proprio, anche se le similitudini sono molte. Mountain view lo ha lanciato, per ora in fase di test: è un modo di raccontare con immagini e brevi testi. Non è del tutto nuovo, ma nelle mani di Google potrebbe assumere tutt'altro peso. Ecco come funziona (e come potrebbe farlo in futuro).

Che cosa sono le Amp Stories

Per capire cosa sono le Amp Stories basta combinare le due parole che ne compongono il nome. “Stories” ormai è un termine popolare tra gli utenti di internet. Sono contenuti brevi, che combinano foto, video, adesivi digitali e brevi testi. A inventarli è stato Snapchat. Ma il formato è stato poi adottato da Facebook e Instagram, che hanno affiancato alla propria struttura tradizionale questi post a scomparsa (visualizzati con con un'immagine circolare).

Si tratta, in tutti e tre i casi, di contenuti temporanei, che dopo qualche ora scompaiono. La seconda parola è “Amp”. È un acronimo che sta per Accelerated Mobile Pages. Cioè “Pagine mobile accelerate”: in sostanza, quindi, è uno standard pensato per gli smartphone che permette di visualizzare i contenuti con più velocità e leggerezza. Un po' quello che fa Facebook con gli Instant Articles.

Cosa cambia rispetto a Snapchat

Amp Stories è quindi un sistema agile per visualizzare coutenti a tutto schermo, su smartphone. E in questo, al netto dello standard differente, è simile agli omologhi prodotti di Facebook, Instagram e Snapchat. Ci sono però alcune differenze. Prima di tutto una curiosità: per cambiare Storia o proseguire nella lettura dello stesso contenuto (che non è quasi mai costituito da una sola schermata), Google sceglie “il tap”.

Per andare avanti, quindi, non si scorre con il dito sul display verso destra o sinistra ma si pigia sullo schermo. Altra differenza: non è ancora chiaro se le Amp Stories saranno contenuti stabili e sempre rintracciabili o effimeri. Per ora non consentiranno di integrare pubblicità.

Meno social, più editoria

Google non è un social network né aspira ad esserlo. E questo è l'altro scarto dalle altre Storie: per il momento non c'è la volontà di aprire il nuovo formato a chiunque. Big G sembra voler privilegiare contenuti informativi e chi li produce per professione, cioè gli editori. Nello sviluppo iniziale della nuova tecnologia sono infatti coinvolti Vox Media, Condè Nast, Meredith Corp, Cnn, The Washington Post. Le Amp Stories potrebbero quindi richiamare gli utenti che seguono le testate su Snapchat o Instagram.

Ma non si sovrappongono del tutto a queste piattaforme (fatte anche di persone e non di editori). Lo standard Amp è open source. Tutti, quindi, hanno la libertà di produrre Stories. Ma bisognerà capire quali saranno quelle indicizzate dal motore di ricerca.

Com'è e come potrebbe diventare

Il peso delle Amp Stories dipende proprio dall'integrazione con il motore di ricerca. La versione attuale funziona così: si accede a Google e si inserisce nella solita barra bianca il nome dell'editore (ad esempio Vox, Cnn, Washington Post). I risultati, oltre ai classici indirizzi e alle notizie, includeranno un carosello di Amp Stories.

Basta un tap per aprirle. Non è chiaro se la ricerca sarà sempre e solo per editore o anche per argomento (magari in una sezione dedicata, come oggi succede per le news o per le immagini). In questo secondo caso, la platea e l'impatto del formato potrebbe moltiplicarsi. Chi volesse vedere con i propri occhi quanto descritto in queste righe, può farlo, solo da mobile, cliccando qui. Potrebbe così dare un sguardo alle Amp Stories disponibili e a come sarà il motore di ricerca tra non molto.

Il granello di sabbia nell’ingranaggio di iOS è un carattere alfabetico vecchio di 2400 anni, che fa 'crashare' gli smartphone Apple non appena viene visualizzato sul proprio dispositivo. La lettera incriminata viene dal telugu, una lingua dravidica diffusa nell’India centro-meridionale, ed è in grado di bloccare l’applicazione che la visualizza non appena passa sullo schermo. I dispositivi affetti da questo bug sono sia iPhone e iPad alla versione 11.2.5, sia Mac e Apple Watch. Il difetto, segnalato la prima volta il 12 di febbraio nella community per cercatori di bug Open Radar, compare non appena si copia e incolla o si riceve il carattere per messaggio. A essere coinvolti sono WhatsApp, Twitter, Facebook Messenger, Gmail e Outlook, ma su ambiente Mac potrebbero essere colpiti anche i programmi Note, Safari and the App Store.

Questo bug non è grave, e Apple ha fatto sapere che sta già lavorando per risolverlo, ma può essere sfruttato per fare fastidiosi scherzi. Dal momento che è sufficiente visualizzare il carattere per incorrere nell’errore di sistema, ricevere un Sms o un messaggio su Whatsapp che lo contengono può generare lunghi momenti di frustrazione. L’unico modo per risolvere il problema sarebbe accedere allo stesso servizio dove si è ricevuta la lettera attraverso un Pc o un altro dispositivo non Apple, oppure farsi mandare un messaggio in modo da far scorrere la conversazione e successivamente cancellare l’intero thread. Ma lo scenario peggiore sarebbe se il messaggio contenente il carattere venisse visualizzato nelle anteprime delle notifiche. In questo caso il telefono andrebbe in crash ogni volta che si sblocca lo schermo, ma una soluzione potrebbe essere quella di ricevere una telefonata e usare quella schermata come ponte per entrare nel telefono e cancellare il messaggio.

La prima soluzione comunque è stata fornita da alcune delle stesse app: su Facebook e Twitter infatti è impossibile pubblicare tweet o messaggi privati contenenti l’irritante carattere. Su Whatsapp una simile soluzione non è stata adottata, quindi non bisogna assolutamente provarci, a meno che non si voglia incorrere nelle ire di chi lo riceve.

A gennaio era stato scoperto e risolto un altro bug, ribattezzato chaiOS, che aveva un effetto simile. Un semplice link inviato tramite iMessage aveva il potere di far crashare l'app e di forzare il riavvio del dispositivo. Anche questo problema è stato risolto con un aggiornamento di sistema distribuito da Apple.

 

 

Poche attività sono energivore come "l'estrazione" di nuovi Bitcoin, per la quale è necessario eseguire una serie di complesse operazioni matematiche, spesso attraverso reti che condividono la potenza di calcolo di vari computer (i cosiddetti "mining pool"). Non per niente, in Russia gira l'idea di proporsi come hub mondiale delle criptovalute grazie alle ingenti risorse di idrocarburi presenti nel sottosuolo della Federazione. Molti "miner", però, preferiscono utilizzare fonti rinnovabili, meno inquinanti. Da questo punto di vista, l'Islanda è il luogo ideale per estrarre criptovalute, data la vasta disponibilità di energia proveniente da impianti geotermici e idroelettrici e il clima rigido, che riduce il pericolo di surriscaldamento dei terminali. E nell'isola si starebbero sviluppando talmente tante compagnie dedite al "crypto mining" che nel 2018 l'estrazione di criptovaluta sarebbe destinata a consumare più energia delle abitazioni di tutte le famiglie islandesi messe assieme. 

Rischio di blackout?

A fornire la stima all'Associated Press è Johan Snorri Sigurbergsson, manager della compagnia energetica Hitaveita Sudurnesja, secondo il quale nel 2018 la quantità di energia consumata dai "miner" raddoppierà dai 50 megawatt del 2017 a 100 megawatt, una cifra superiore ai consumi domestici dei 340 mila abitanti del Paese. "Non avrei mai potuto prevedere questa tendenza", ha spiegato Sigurbergsson, che afferma di essere appena stato contattato da una "mining company" intenzionata ad acquistare – da sola – 18 megawatt. E, proprio per il fatto di godere di un mix energetico composto quasi per intero da energia verde, l'intensificazione delle attività di mining, che hanno reso alcune città – come la località costiera di Keflavik – veri e propri hub del settore, sorge il rischio che non ci sia più abbastanza energia per le esigenze dei cittadini e che possano verificarsi dei blackout. “Se tutti i progetti d´installazione di computer per il Bitcoin mining annunciati in Islanda verranno realizzati, non avremo piú abbastanza energia”, avverte il manager. 

​La situazione è talmente preoccupante da suscitare allarme anche nel "tecnoentusiasta" Partito Pirata, che nel 2016 aveva inserito la necessità di regolare il comparto tra i punti del proprio programma elettorale e oggi chiede di tassare gli utili delle "mining company". "Stiamo spendendo decine, se non centinaia, di megawatt per produrre qualcosa che non ha un'esistenza tangibile e nessuna vera utilità per le persone al di fuori del regno della speculazione finanziaria", ha dichiarato all'agenzia stampa usa Smari McCarthy, esponente del partito, "questo non può essere positivo".