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Informatica

Wpa2, il protocollo di sicurezza su cui si basa la protezione delle connessioni wireless, presenta una vulnerabilità che può essere utilizzata per sottrarre informazioni sensibili o per manipolare il traffico dei dati trasmessi. Questo fa sì che la vulnerabilità potrebbe essere usata per veicolare malware (software malevoli) e ransomware (software capaci di criptare il contenuto di un dispositivo per costringere la vittima a pagare un riscatto), semplicemente stando nel raggio d’azione del router del bersaglio scelto. Ma la buona notizia è che non c’è ragione di preoccuparsi almeno nell’immediato, perché il codice utilizzato per ‘bucare’ il protocollo non è stato reso pubblico

La scoperta è stata fatta da un gruppo di ricercatori dell'Università Cattolica di Leuven, Belgio, che il 16 ottobre hanno pubblicato un paper dal titolo "Key Reinstallation Attacks: Forcing Nonce Reuse in Wpa2", nel quale si dimostra che tramite un attacco 'KRACKs' (Key Reinstallation AttaCKs), è possibile compromettere la sicurezza delle connessioni wireless: "l'attacco funziona contro qualsiasi tipo di router moderno", scrivono i ricercatori. La ricerca, resa pubblica oggi, era stata già sottoposta a confronto in ambito accademico a maggio del 2017. Negli ultimi cinque mesi i ricercatori hanno continuato a studiare il problema, scoprendo che la vulnerabilità è più sensibile di quanto inizialmente pensato, come loro stessi fanno sapere.

Il metodo con il quale i ricercatori hanno dimostrato di poter ‘bucare’ il protocollo Wpa2 non è stato reso pubblico, ed è estremamente improbabile che dei cracker (hacker malevoli) intenzionati a sfruttare questa vulnerabilità possano riuscire a scoprire come fare prima che i sistemi vengano aggiornati. I dispositivi maggiormente vulnerabili risultano essere soprattutto quelli basati su Linux e Android. Tuttavia alcune varianti dell’attacco ‘KRACKs’ sono in grado di compromettere anche la sicurezza dei sistemi Windows e iOS. L'unica soluzione per mettere in sicurezza i dispositivi affetti da questa vulnerabilità – che coinvolge router, smartphone e pc – è di installare gli aggiornamenti non appena saranno resi disponibili dalle case produttrici.

L'esperto: non basta cambiare una password

Come ha spiegato ad Agi Matteo Flora, esperto di sicurezza informatica e fondatore di The Fool: “per quanto possa essere frustrante, l’unica opzione che è possibile sfruttare è quella di aspettare pazientemente che gli sviluppatori dei nostri ‘pezzi di ferro che parlano WiFi’ dal frigorifero al cellulare, dalle lampadine al pc, dal tablet al coniglio che balla. Attendere che ci sia un aggiornamento di sicurezza, scaricarli ed installarli”. In questo caso ci troviamo di fronte a una vulnerabilità informatica per la quale i vecchi metodi non funzionano: “non si tratta di cambiare una password, di accendere un led in più o di ricordarsi di attivare questa o quella opzione strana”, spiega Flora. “Ma è proprio un problema nel protocollo per come è stato pensato e sistemarlo significa riscrivere come tutti gli ‘oggetti che parlano WiFi’ devono dialogare”.

Cos'è il protocollo Wpa2

Wpa2 (Wi-Fi Protected Access II) è il protocollo entrato in uso nel 2004 come aggiornamento del predecessore Wpa, ed è attualmente il sistema più diffuso per la sicurezza delle connessioni wireless. La vulnerabilità scoperta fa parte di Wpa2 fin da quando è entrato in uso. La Wi-Fi Alliance fa sapere che "non ci sono prove che la vulnerabilità sia stata sfruttata per fini malevoli, e abbiamo intrapreso immediatamente le misure necessarie per continuare a garantire agli utenti che utilizzano il Wi-Fi la più solida protezione".

Cosa succede quando si scopre una falla?
 

Quando dei ricercatori o degli hacker ‘white hat’ – quelli buoni – scoprono una falla, la segnalano a chi di dovere in modo che possa essere rilasciato un aggiornamento per risolverla. Così ha fatto Mathy Vanhoef, il ricercatore autore di ‘KRACKs’. Una volta scoperta la vulnerabilità, l’autore del paper ha inviato una comunicazione ai venditori dei sistemi che erano stati testati, il 14 luglio di quest’anno. Dopo aver comunicato con loro si è reso evidente, data la portata del problema, usare metodi in grado di diffondere più velocemente le informazioni relative alla vulnerabilità. Così, il Computer Emergency Response Team (Cert/CC), in collaborazione con in Vanhoef, ha rilasciato una prima comunicazione a tutti i produttori di dispositivi wireless, il 28 agosto 2017.

Facciamo il punto

  • La vulnerabilità del protocollo Wpa2 può essere corretta attraverso l’aggiornamento del sistema
  • Se un sistema in cui la vulnerabilità è stata riparata comunica con uno che non ha ricevuto l’aggiornamento, è comunque al sicuro
  • Sia la Apple che Linux hanno già messo a punto gli aggiornamenti necessari per correggere la falla, che verranno rilasciati nelle prossime ore
  • Le connessioni HTTPS offrono una maggiore sicurezza rispetto a quelle HTTP, anche se una errata configurazione dei siti potrebbe causare l’inefficacia del protocollo HTTPS
  • I dispositivi Apple e i computer con Windows sono meno vulnerabili all’attacco ‘KRACKs’ rispetto ai Mac e ai dispositivi Linux o Android

 

Oggi è un mazzo di fiori, un piatto di sushi, un gatto; domani sarà nostro fratello, nostro figlio, la casa in cui viviamo, l'ufficio in cui lavoriamo. E' l'Inteligenza Artificiale applicata alla telefonia: uno smartphone in grado di riconoscere l'oggetto che stiamo fotografando e ottimizzare i settaggi. Un po' come se scattassimo una foto già pronta per essere condivisa su Instagram, senza bisogno di passare per i filtri. Tutto qui? Milioni di dollari in ricerca per un telefono che sa distinguere un piatto di fagioli da un cucciolo di cane? Sì, per adesso sì. Ma non è poco. 

Il nuovo Huawei Mate 10 presentato a Monaco di Baviera non è un giocattolo e le dimensioni lo dimostrano. Nato per fare concorrenza ad iPhone 8 Plus e al Galaxy Note 8 di Samsung, è il primo a integrare l'intelligenza artificiale ad apprendimento neurale su un processore Kirin 970. In parole povere è una macchina che impara da sola in base all'esperienza. Per adesso si limita a distinguere un oggetto da un altro – anche un viso umano dal muso di un gatto – ma le potenzialità sono enormi. Non solo in trermini di sicurezza, come ha già dimostrato Apple con il face recognition nell'ultimo modello di iPhone.

Ma quella dell'Intelligenza Artificiale non è l'unica sfida che il nuovo Mate 10 si propone di affrontare. Durata della batteria e longevità del device sono due temi ai quali i consumatori sono molto sensibili. Per questo Huawei ha investito sulla riserva di energia del nuovo telefono e sul fatto che dopo due anni di utilizzo uno smartphone da 800 euro non sia già da buttare. 

Perché è tanto che costerà il Mate 10 Pro (in Italia non arriverà la versione base):  con 6GB di Ram e una memoria di 128GB, sarà disponibile a partire dalla metà di novembre nei colori Midnight Blue e Titanium Gray a 849 Euro. Anche per questa serie, come già per il Mate 9, sarà disponibile una versione progettata in collaborazione con Porsche: 6GB di Ram e una memora di 256GB, a partire dalla metà di novembre nella colorazione Diamond Black a 1.395 Euro.

Le caratteristiche:

  • Kirin 970, il primo processore AI per dispositivi mobile dotato di un’unità di calcolo neurale (NPU)
  • Un vetro 3D dotato con un bordo appena accennato, Huawei FullView Display e tecnologia HDR10 per supportare la visione di colori vivaci e luminosi;
  • Batteria Huawei SuperCharge certificata TUV Safety e batteria 4000 mAh con gestione AI-powered Battery;
  • Nuova Leica Dual Camera con obiettivi SUMMILUX-H, con apertura dual f/1.6 e modalità di fotografia intelligente, tra cui Real-Time Scene AI-powered, riconoscimento degli oggetti ed effetto Bokeh AI-powered;
  • Una nuova e semplificata interfaccia EMUI 8.0 basata su Android 8 Oreo
  • Schermo 6 pollici di HUAWEI con un display 18:9 OLED.
  • Certificazione IP67 di resistenza all'acqua e alla polvere.

Le fotocamere

Huawei ha rinnovato la partnership con Leica per progettare insieme i doppi obiettivi che mettono insieme sensori 12-megapixel RGB + 20-megapixel monocromatici, un’ottica di stabilizzazione dell'immagine (OIS), apertura dual f/1.6, effetto Bokeh e Digital Zoom AI-powered, mentre la fotocamera anteriore è da 8 megapixel. Le nuove funzioni Real Time Scene AI-powered e il riconoscimento degli oggetti, che impostano automaticamente le funzioni della fotocamera basandosi sull'oggetto e sulla scena, supportano un avanzato zoom digitale AI-powered con AI-Motion Detection per ritratti più nitidi e immagini di oggetti più delineati.

La batteria

Huawei Mate 10 Pro dispone di una batteria ad alta densità 4000 mAh con un sistema di gestione della batteria intelligente che comprende il comportamento dell'utente e alloca risorse per massimizzare la durata della batteria. Supporta il fast-charging a bassa tensione da 4.5V/5A, alimentando il dispositivo dall’ 1% al 20% in 10 minuti e dall’1% al 58 percento in 30 minuti.

Dal display allo schermo tv

​Mate 10 Pro è dotato di una funzione di proiezione facile per collegarlo a uno schermo più grande sia di mirroring che di estensione dello schermo smartphone come un PC.

Nuovi accessori

  • La fotocamera EnVizion 360 consente di scattare foto in formato 5K e video da 2K a 360 gradi con modalità di visualizzazione multiple per consentire agli utenti di condividere i propri canali multimediali.
  • La Huawei SuperCharge Power Bank supporta una carica rapida a bassa tensione da 4,5V / 5A.
  • La Smart Scale può monitorare e analizzare informazioni sulla salute come la percentuale di grasso corporeo e l'indice di massa corporea tramite un'applicazione mobile.

 

In "La risposta", breve racconto fantascientifico scritto da Fredric Brown nel 1954, i computer di tutti i pianeti abitati dell'universo vengono connessi in un unico circuito che dà vita a un supercalcolatore racchiudente il sapere di ogni galassia. "C'è Dio?", domanda lo scienziato che ha l'onore della prima domanda. "Sì, adesso un Dio c'è", risponde la gigantesca macchina. Lo scienziato, in preda al terrore, si precipita verso la leva dello spegnimento ma viene incenerito da un fulmine che cala dal cielo e fonde la leva, inchiodandola per sempre al suo posto. Un racconto che è stato citato più volte da Stephen Hawking nei suoi ricorrenti moniti sulla pericolosità dell'intelligenza artificiale. Come le scarpe di Marty McFly o i 'microwire' di Robert Heinlein, presto anche questa invenzione narrativa potrebbe diventare realtà. O almeno questo è l'obiettivo di Anthony Levandowski, l'ex ingegnere di Google salito agli onori delle cronache per le accuse di aver ceduto a Uber segreti industriali rubati a Mountain View.

Una divinità artificiale per un mondo migliore

A quanto si evince dai documenti depositati presso il Fisco Usa e rilanciati da Wired, Levandowski due anni fa ha fondato un'organizzazione religiosa no profit, denominata Way of The Future, con lo scopo – testuali parole – di "sviluppare e promuovere la realizzazione di una divinità basata sull'intelligenza artificiale e, tramite la comprensione e la venerazione della divinità, contribuire al miglioramento della società". L'associazione, o setta che dir si voglia, non ha risposto alle richieste di informazioni delle testate che hanno provato a contattarla. L'unica cosa certa è che ora Levandowski ha finalmente il tempo libero necessario per occuparsi di questa nuova avventura. Lo scorso maggio Uber lo ha infatti licenziato in seguito al clamoroso danno d'immagine legato al presunto furto di segreti industriali da Google. 

Levandowski nel gennaio 2016 aveva lasciato Waymo, la divisione di Alphabet al lavoro da quasi otto anni sulle “self-driving cars, per fondare una sua startupOtto, che puntava a sviluppare furgoni che si guidano da soli. Dopo appena sei mesi, Otto fu comprata da Uber per 680 milioni di dollari. Altri quattro mesi dopo, Uber avviò i suoi test su vetture senza conducente. Sulla base, aveva accusato Google, delle tecnologie che Levandowski avrebbe scaricato dai computer di Waymo.

Perché la Silicon Valley ha bisogno di un nuovo Dio

Per quanto distopica, se non genuinamente bizzarra, possa apparire l'iniziativa, una platea di potenziali fedeli per il nuovo culto esiste e l'idea dietro Way of the Future si presta ad alcune considerazioni antropologiche non banali. Il senso del sacro è innato nell'uomo e ha sempre bisogno di essere soddisfatto: se Dio è morto, ci si rivolge ad altro. Così si spiegano, ad esempio, la mania dello spiritismo all'inizio del XX secolo o il fanatismo di natura religiosa suscitato dalle grandi ideologie totalitarie del Novecento. E anche l'evolversi della tecnica cambia le necessità spirituali: come sottolineò Yuval Harari, gli dei delle civiltà agricole non potevano che essere diversi da quelli delle società di cacciatori e raccoglitori. Allo stesso modo, sostiene Harari, la società digitale avrà bisogno di nuove divinità

Proprio perché dominata dal razionalismo e da un generale rigetto, almeno in pubblico, delle religioni tradizionali, nella Silicon Valley hanno già iniziato a diffondersi idee che hanno il crisma del dogma religioso. Si pensi alla cosiddetta "Singularity", ovvero la convinzione che un giorno l'intelligenza artificiale surclasserà quella umana in qualsiasi campo, rendendoci obsoleti. O, più in generale, a tutto quelle dottrine che ricadono sotto l'ombrello del transumanesimo. Secondo Zoltan Istvan, il "libertarian futurista" che si è candidato a governare la California nel 2018, "Dio, se è la più potente delle 'Singularity', di sicuro è già diventato pura intelligenza organizzata, estendendosi sull'universo attraverso la manipolazione subatomica della fisica". Secondo Christopher Benek, un pastore floridiano che ha fondato l'Associazione dei Transumanisti Cristiani, le nuove frontiere dell'intelligenza artificiale saranno del tutto compatibili con il cristianesimo. "Si tratta solo di un'altra tecnologia che gli umani hanno creato sotto la guida di Dio e che può essere usata sia per il bene che per il male", ha spiegato Benek al Guardian, "sono assolutamente convinto che l'intelligenza artificiale possa partecipare ai propositi di redenzione di Cristo".

Anche Pokemon Go potrebbe essere tra gli strumenti utilizzati dalla propaganda russa per promuovere tensioni sociali negli Stati Uniti. Una iniziativa promossa dal collettivo ‘dontshoot.us’ – non sparateci – il cui nome può facilmente confondersi con quello delle iniziative sorte in contrasto ai metodi violenti della polizia statunitense nei confronti degli afroamericani, aveva lanciato un contest nel quale si invitavano i partecipanti a catturare i mostriciattoli del videogioco nei pressi dei luoghi dove sono avvenuti scontri tra cittadini e forze dell’ordine, come riportato dalla Cnn.

La campagna, promossa attraverso il social network ‘tumblr’, prometteva premi consistenti in gift-card di Amazon da 100, 75 e 25 euro per i primi tre classificati. Ciononostante non è possibile verificare se questi primi siano effettivamente stati erogati o se qualcuno abbia partecipato al gioco. Gli anonimi creatori del sito ‘dontshoot.us’ avevano ramificato le loro comunicazioni su Instagram, Tumblr, Facebook e Twitter, costituendo quella che a tutti gli effetti può essere definita una ‘troll-farm’, fabbrica online di contenuti deliberatamente provocatori che hanno come scopo l’incentivazione di divisioni e scontri.

“È importante sottolineare che la piattaforma Pokemon Go non può essere utilizzata per condividere informazioni tra gli utenti”, ha spiega Niantic​, la società che sviluppa il gioco, in un comunicato alla Cnn. “Questo contest richiedeva che le persone facessero lo screenshot dal telefono per condividerlo attraverso i social network, quindi non utilizzando la piattaforma stessa”. Sebbene non sia chiaro quale fosse lo scopo dell’iniziativa di promozione di Pokemon Go, sembra possibile che l’obbiettivo fosse quello di alimentare la tensione proprio nei luoghi nei quali sono avvenuti incidenti tra cittadini afroamericani e forze dell’ordine.

I contenuti della pagina di Tumblr di ‘dontshootus’ sulla quale è stato inizialmente promosso il ‘contest’ per Pokemon Go sono attualmente scomparsi, rimpiazzati da una serie di post a sostegno di campagne filo-palestinesi. Le pagine Facebook, Instagram e Twitter sono invece state rimosse su iniziativa degli stessi social network.

Nasce negli Stati Uniti l’istituto che ha come obiettivo di fornire le competenze necessarie per diventare il prossimo Steve Jobs. E se può sembrare un’affermazione audace, giovi aggiungere che a lanciarlo è il cofondatore di Apple, Steve Wozniak, che giovedì scorso ha presentato il progetto in una conferenza stampa.

‘Woz U’, l’università per futuri rivoluzionari della tecnologia, è pensata per formare gli studenti attraverso un approccio personalizzato al 'coding' (programmazione informatica), in grado di farli entrare nel mercato del lavoro più velocemente e portarli prima a occuparsi di ricerca e sviluppo e nuove startup.

"Il nostro obiettivo è di educare e addestrare le persone in conoscenze digitali immediatamente spendibili, senza che debbano sobbarcarsi anni di debiti", ha spiegato Wozniak. "Spesso le persone hanno paura di scegliere una carriera basata sulla tecnologia perché pensano sia troppo difficile. Io so che è possibile, e voglio dimostrarglielo".

La scuola, che fa parte della Southern Careers Institute del Texas, per ora offre solo corsi online, attraverso un portale dedicato e programmato dallo stesso Wozniak. Ma nel progetto presentato giovedì l'istituto si doterà di una sede fisica entro la fine del 2018 in Arizona, e amplierà nello stesso periodo l'offerta formativa.

Per ora i curricula disponibili sono due: uno per specialisti di supporto informatico e uno per sviluppatori di software. Secondo quanto spiegato da Wozniak, l'offerta didattica si arricchirà con i corsi in 'Data Science', 'Mobile Application' e 'Cyber Security'. Nel futuro è previsto che 'Woz U' possa aprire 30 sedi fisiche dotate di campus per ospitare gli studenti. I costi dei corsi ancora non sono noti, ma nelle ambizioni del programmatore e padre della Apple, l'insegnamento della tecnologia dovrebbe essere reso accessibile a tutti.

Un ricercatore dell'università di Padova ha pubblicato un'indagine sull'utilizzo degli smartphone da parte degli adolescenti, da cui ne esce un utilizzo piuttosto ingenuo e potenzialmente pericoloso. Un libro pubblicato qualche settimana fa indaga proprio le dinamiche che definiscono la presenza dei bambini e degli adolescenti sui social. Lo hanno firmato Simone Cosimi, giornalista, e Alberto Rossetti, psicanalista e psicoterapeuta: “Nasci, cresci e posta” (Città nuova, pp. 110). Cosimi è un esperto di tecnologia, e ha commentato ad Agi i risultati della ricerca. 

L'hanno sorpresa i risultati dell'indagine? 

"I dati dell’indagine non mi sorprendono. Evidenziano d’altronde un clamoroso gap culturale fra genitori e figli, un problema proprio di grammatica e di consapevolezza delle possibilità dello strumento. I genitori si fermano all’opportunità di acquistare o permettere uno smartphone. Sono inchiodati all’oggetto, non ai servizi a cui dà accesso. Insomma, non si sporcano le mani, non entrano nei meandri delle app su cui i figli passano la stragrande maggioranza del tempo. Un genitore, nel nostro libro, si diceva per esempio stupito che su YouTube suo figlio potesse disporre di un “canale”. Pensava che i canali fossero un’esclusiva della vecchia televisione. Come si capisce, è una questione di competenze. Come proviamo nel nostro libro, le applicazioni sono ormai sinonimo di internet così che anche lo smartphone è sinonimo di rete. Difficile tutelare i propri figli senza inoltrarsi almeno un po’ nelle logiche di quelle piattaforme".
 

Come pensa si possano evitare i rischi per i più piccoli?

"Le indicazioni sono molte. Anzitutto occorre tenere presente che non è obbligatorio che un ragazzino possegga uno smartphone o dei profili sui social network. Specialmente sotto i 10 anni: fino a quell’età i piccoli conoscono il mondo giocando e le piattaforme sociali non sono esattamente il posto più adeguato per giocare. Ci rendiamo ovviamente conto che invece nella fascia considerata dall’indagine diventa durissimo sottrarre uno strumento assoluto di socialità, da cui ormai passa la costruzione dell’identità dei teenager. La bacheca ha d’altronde sostituito l’archetipo psicanalitico dello stadio dello specchio di cui parlava Jacques Lacan: Facebook, Instagram, Snapchat, Musical.ly concedono l’illusione di esistere al di fuori di se stessi, di poter costruire un altro da sé. A parte insegnare a proteggere la riservatezza, a manovrare le impostazioni che le piattaforme mettono a disposizione, a fornire l’esempio (se anche papà e mamma stanno tutto il giorno attaccati a Facebook o pubblicano gigabyte di foto del fratellino appena nato, diventa difficile ergersi a maestri di vita e stile) occorre un patto con i propri figli: i temi della vita digitale devono diventare temi casalinghi, di cui discutere insieme il più possibile".
 

Com'è il mondo degli adolescenti che raccontate nel vostro libro? 

"Un mondo piuttosto contraddittorio. In cui i bambini e i ragazzi si appropriano delle piattaforme che più li interessano con assoluta dimestichezza, mentendo sulla propria età e scatenando spesso un livello incredibile di creatività (penso ancora a Musical.ly) ma di cui al contempo sembrano presagire alcuni rischi. Senza il supporto di una guida, però, finiscono spesso col perdersi. Gran parte di loro, per esempio, non protegge la privacy degli account e dice di non essersi mai posto il problema della sicurezza della propria presenza online. In gran parte non si rendono conto di partecipare, anche indirettamente, a far circolare contenuti che li rendono corresponsabili di cyberbullismo. Si ritrovano spesso appesantiti da materiali pubblicati in passato, quando erano piccoli, dai genitori (il cosiddetto sharenting). Le piattaforme, d’altronde, sanno che milioni di under 13 si muovono fra le loro pagine ma fanno poco per “bonificare” la composizione dell’utenza. E anche nel caso degli adolescenti, sfoggiano regole di moderazione contraddittorie. Basti pensare a cosa è venuto alla luce con i Facebook Files rispetto ai minori".
 

Tre secondi per identificare chiunque. In confronto il passaporto elettronico è già preistoria. Perché presto basteranno una telecamera e 90 terabyte per identificare tutti i cittadini cinesi. Perché stupirsi: la Cina è seconda solo agli Usa per investimenti nell’intelligenza artificiale. E ha un’ossessione per la sicurezza (che oggi si manifesta anche nei teatri internazionali) – una forma di repressione preventiva. Si è messo in moto un progetto che punta a costruire un enorme database per il riconoscimento facciale. Sì: i cinesi sono 1 miliardo e 300 milioni. E il database vuole scannerizzarli tutti. Come funziona? Il piano, lanciato dal ministero per la Pubblica Sicurezza nel 2015, conta di creare un sistema in grado di collegare il volto di ciascun cittadino con la foto identificativa al tempo di un battito di sopracciglia.

Lo riferisce in un lungo articolo il quotidiano di Hong Kong South China Morning Post. A vincere l’appalto, una compagnia attiva nei servizi di sicurezza basata Shanghai, Isvision. Contattata dal Post, l’azienda ha confermato di aver siglato il contratto nel 2016 senza fornire dettagli. Isvision ha già all’attivo diversi sistemi di sicurezza: le prime videocamere di sorveglianza con il suo marchio furono installate a piazza Tian’anmen nel 2003, e più di recente sono state adottate dalle forze dell’ordine nella turbolenta provincia del Xinjiang, e anche nel Tibet. Invision utilizzerà un algoritmo sviluppato da SeetaTech, una start-up creata da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Tecnologia Informatica dell’Accademia delle Scienze Sociali di Pechino. I quali ammettono: “Alcuni cinesi senza alcun legame di parentela presentano tra di loro somiglianze così forti che persino i genitori faticano a distinguerli se messi davanti a due foto”.

Un margine di precisione del 90%

Il sistema verrà collegato agli impianti di videosorveglianza delle forze di polizia e sfrutterà il cloud computing per allacciarsi ai centri di elaborazione dati diffusi in tutto il Paese.  Il margine di precisione – assicurano fonti ben informate – sarà del 90%. Per immagazzinare i dati principali di ciascun cittadino servono 13 terabyte, mentre il database completo, corredato di dettagliate informazioni personali, non supera i 90 – secondo alcuni paper pubblicati sul sito del Ministero. Il rischio però è un altro. Perché sapete quanto spazio serve per contenere all’incirca 10 terabyte? Basta un hardisk che sta sul palmo di una mano. E c’è già chi teme un data-leaks. “In teoria potresti metterlo in una borsa di viaggio e imbarcarlo in volo”, spiega Chen Mingming, docente di scienza informatica presso la Nankai University di Tianjin. “Le informazioni potrebbero essere facilmente sottratte e messe online, causando non pochi problemi”, ammette Chen. Impossibile, rassicura il ministero della Sicurezza: scaricare tutti i dati “sarà difficile quanto lanciare una testata nucleare”.

Quando sarà pronto? Difficile a dirsi. Alcuni ricercatori cinesi ammettono che non saranno poche le criticità in fase di realizzazione, dovute non solo ai limiti tecnologici ma anche all’immenso bacino demografico. Non solo: il governo cinese è molto esigente: vuole margini di accuratezza elevatissimi.

Un data base di portata mai vista

Simili database esistono già ma sono applicati a livello municipale o provinciale – almeno da un paio di anni Pechino è stata messa completamente sotto sorveglianza. Non su scala nazionale.  Lo spiega Chen Jiansheng, professore di ingegneria elettrica presso la Qinghua Università e membro della Commissione ministeriale che supervisiona l’avanzamento tecnologico delle forze di polizia: “Nessun Paese ha una popolazione vasta come la Cina, si tratta di costruire un sistema con una portata mai vista”.

Il database verrà utilizzato , dunque, per motivi di sicurezza. Esclusi per il momento applicazioni commerciale, non consentiti dalle leggi attuali.

Eppure, oggi il riconoscimento facciale in Cina ha a che fare soprattutto con i sistemi di pagamento. Al punto da rendere già arcaica la recente innovazione di pagare senza contanti utilizzando lo smartphone. Il primo esperimento è avvenuto nella catena di ristoranti Kpro legata al colosso del fast food, KFC. Qui per pagare basta metterci la faccia. Ecco come funziona. L’app si chiama “Smile to Pay” e l’ha lanciata il colosso dell’ecommerce Alibaba con Ant Financial (braccio finanziario nonché socio di KFC) e Alipay (la piattaforma di pagamenti online più diffusa in Cina con un market share del 51,8% e oltre 500 milioni di utenti registrati). Al cliente di Kpro non serve scomodarsi per pagare in cassa: dopo aver ordinato attraverso un sistema telematico, al momento del pagamento la scansione del volto verrà fatta risalire alla foto identificativa immessa nel sistema; se corrisponde, per completare il pagamento basterà che il cliente inserisca il proprio numero di telefono. Detto, fatto.

Nei ristoranti sarà possibile sapere i gusti dei clienti

Anche Baidu, il popolarissimo motore di ricerca, puntella il settore. Nel ristoranti aziendali è già possibile pagare con il riconoscimento facciale. Di più: Baidu e KFC hanno lanciato un sistema di scansione che permette di di prevedere i gusti dei clienti. Ed ecco che al farsi consigliare il menù da un algoritmo, il passo è breve. Altri ristoranti che utilizzano lo stesso sistema, addirittura ottengono sconti in base al loro indice di bellezza: a stabilirlo sempre lo stesso algoritmo.

Una tecnologia sicura, garantisce Ant Financial: si tratta di un software che utilizza una camera 3D e un algoritmo che riconosce la dinamicità della singola persona, e questo per vengano usate foto altrui per il pagamento. Proprio oggi un rapporto di  Capgemini and BNP Paribas  ha svelato che la Cina supererà gli Usa entro il 2020 come primo mercato per i pagamenti digitali con una crescita prevista del 36% nelle transazioni globali. Il riconoscimento facciale rivoluzionerà il settore del retail banking: si va verso un mondo dove per pagare una bolletta non saranno più necessari portafoglio e smartphone. 

Due settimane fa nel Gansu

Arrivo a Dunhuang, nella provincia nordoccidentale del Gansu, vicino al deserto di Gobi. Luogo fino a qualche anno fa dimenticato dalla modernità cinese, oggi punto di confluenza di risorse (Go West Policy) per la rinascita di una economia importante anche per la rinnovata Via della Seta, che proprio da qui vedeva partire cammelli carichi di seta diretti verso le regioni dell’Asia centrale, nella notte della storia. Partecipo a una conferenza internazionale insieme a un centinaio di ospiti stranieri. La mattina ci caricano sui pullman verso un giro turistico alle grotte di Mogao, o dei diecimila Buddha. Al rientro in hotel ho un soprassalto: davanti a me, appena varcata la soglia, si proietta su uno schermo posto all’ingresso la mia foto identificativa, la stessa stampata sul libro dei partecipanti. Ho appena superato un sistema di riconoscimento facciale. Man mano che entrano, scorrono per pochi secondi le foto di tutti gli altri ospiti. Grande segnale di ospitalità.  Eppure mi sento un po’ Emma Watson nel film The Circle.

Ma nulla di più lontano. 

Dopo i powerwall di Tesla, inviati in Porto Rico da Elon Musk per far fronte alla crisi energetica che il 20 settembre ha colpito l’isola dopo il passaggio dell’uragano Maria, a ristabilire l’accesso a Internet ci pensano i ‘router volanti’ di Google, che presto potrebbero popolare i cieli delle Isole Vergini. L’autorizzazione appena giunta da Fcc – Commissione federale per le comunicazioni statunitense – ha infatti dato il via libera a X, la società dei progetti spaziali di Google, che a breve potrebbe iniziare a far volare la sua flotta di palloni aerostatici dotati di ripetitori wireless per consentire agli abitanti del Porto Rico di accedere a Internet.

Project Loon, una delle iniziative della divisione semi-segreta di ricerca e sviluppo di Google, mira a far arrivare Internet dove non ci sono connessioni, utilizzando una rete di mongolfiere che interagiscono con una stazione a terra da cui ricevono un segnale ad alta velocità. I palloni sono progettati per resistere nella stratosfera, dove i venti possono soffiare oltre i 100 chilometri orari e la sottile atmosfera offre scarsa protezione dalle radiazioni UV e dalle forti escursioni termiche. Gli aerostati sono realizzati in fogli di polietilene, che consentono a ciascun aerostato di rimanere in volo per più di 100 giorni, prima di tornare a terra in discesa controllata. Secondo l’agenzia per le telecomunicazione, l’83% dei ripetitori del Porto Rico sono fuori servizio, e per ripararli ha stanziato 77 milioni di dollari. Già una volta gli aerostati di Project Loon erano stati impiegati in condizioni analoghe: nel 2017 decine di migliaia di peruviani erano riusciti a connettersi grazie a questa nuova tecnologia, dopo l’alluvione che colpì il Paese, uccidendo 94 persone e lasciandone senza tetto 700mila.

Accumulatori di energia e alloggi gratis

Fantasia, intuizione e velocità di esecuzione. Le aziende più tecnologiche degli Stati Uniti si sono date appuntamento in Porto Rico, dove hanno ricalibrato i loro servizi in modo da far fronte alle necessità della popolazione, martoriata dall’arrivo dell’uragano Maria. Mentre il tifone si abbatteva sull’isola, il Ceo di Tesla, Elon Musk, aveva già disposto l’invio di centinaia di unità Powerwall, in grado di accumulare energia per sopperire alle carenze energetiche degli impianti locali. La società Airbnb invece ha fornito alloggi e rifugi per gli sfollati dell’uragano, offrendo opzioni per i residenti portoricani e caraibici per offrire spazio a chi ha bisogno di alloggio. 

La realtà virtuale per vedere più da vicino il disastro

Facebook ha inviato sull’isola dei tecnici che lavorano insieme ai volontari di NetHope, per garantire il ripristino tempestivo della rete Internet, oltre ad aver donato un milione e mezzo di dollari ad associazioni caritatevoli locali come la Croce Rossa. Per il fondatore del social network, Mark Zuckerberg, è stata anche un’occasione per inaugurare la funzione per la realtà aumentata di Facebook, con la quale ha potuto guidare i suoi ‘followers’ tra le strade del Porto Rico, mostrando loro la gravità della situazione umanitaria.

Esperienze e recensioni online degli utenti guidano oggi le scelte delle destinazioni turistiche molto più che in passato. Una startup del turismo Italiana, Travel Appeal, partecipata da H-Farm, ha creato una mappa con le regioni che hanno la migliore reputazione online. Ne esce una classifica assai singolare in cui l’Alto Adige risulta essere la regione che ha migliori riscontri e opinioni in rete. 

L'Intelligenza Artificiale che legge le recensioni

Il premio, fatto in collaborazione con Ttg, Unicredit, Fondazione Italia patria e bellezza e Fas Italia, è frutto, spiega la società, “di una delle più grandi analisi mai effettuate su com’è percepita e quindi recensita online l’offerta turistica italiana dai viaggiatori e dagli utenti di tutto il mondo”. Sono state prese in considerazione ed elaborate a livello semantico, grazie al sistema di intelligenza artificiale di Travel Appeal, oltre 7 milioni di recensioni online (un milione in più rispetto alla prima edizione del premio, nel 2016) apparse sui canali Booking.com, Tripadvisor, Expedia, Google e relative a più di 200mila strutture ricettive tra alberghiere, extralberghiere e appartamenti (+85% rispetto all’analisi del 2016). 

La soddisfazione generale dei turisti che hanno soggiornato nelle strutture italiane risulta non solo alrta, ma anche in miglioramento, con un sentiment positivo dell’83,9%, in crescita rispetto al 2016 di un +1,5 punti. Il gradimento degli utenti è abbastanza omogeneo in tutta Italia, ma al Sud cresce in maniera più significativa (sentiment positivo 85%, +2 punti) rispetto al Nord e al Centro Italia. 

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Tra i turisti stranieri sono i tedeschi a rilasciare il maggior numero di recensioni online, mentre i più soddisfatti, tra i dieci mercati turistici internazionali di riferimento, risultano essere i russi, seguiti dai francesi e dagli americani. Le strutture ricettive italiane registrano ottimi risultati riguardo la pulizia, l’accoglienza e la posizione; sia quelle alberghiere ed extralberghiere tradizionali, sia gli appartamenti e gli affittacamere, che presentano invece qualche criticità rispetto al funzionamento e gratuità della rete internet e wifi. 

Le regioni premiate in base ai dati emersi sono state 6: il podio va all’Alto Adige, che si è aggiudicato il primo posto in termini di reputazione digitale (sentiment positivo 88.5%; l’anno scorso il primo premio era andato alla Basilicata). La regione più recensita è il Veneto (888.045 recensioni), la più accogliente è l’Umbria (sentiment positivo 94,7%), quella più amata dai turisti stranieri la Basilicata (88,9%), mentre il Piemonte vince il riconoscimento per la miglior connettività, infine alla Calabria, il premio per la migliore fidelizzazione.  La menzione speciale va alla Valle d’Aosta come regione più promettente.

Di seguito la classifica, regione per regione 

  • Regione con la reputazione migliore – Alto Adige 
  • Regione più recensita –Veneto 
  • Regione più accogliente – Umbria 
  • Regione più amata dai turisti stranieri – Basilicata 
  • Regione con la migliore connettività – Piemonte 
  • Regione con la migliore fidelizzazione – Calabria

Menzioni speciali:

  • Regione più promettente – Valle D’Aosta​

 

Forse i pericoli maggiori per i ragazzini che usano uno smartphone non riguardano la loro soglia di attenzione, o la capacità di relazionarsi agli altri, ma da quello che davvero fanno con il cellulare, quando nessuno li guarda. Una ricerca dell'Università di Padova e dell'European Institute for Science media and democracy ha indagato questo mondo, arrivando alla conclusione che il 99% delle app scaricate sono pericolose.

"Per la prima volta siamo entrati in un mondo ignoto"

"È stata la prima volta che si è fatto", ha spiegato all'AGI il ricercatore che l'ha firmata, Massimo Marchiori. "Finora nessuno si era posto il problema di vedere veramente cosa fanno con in cellulari i ragazzi". Lui in questo mondo ci è entrato. Lo ha mappato. E ha raccolto una buona mole di informazioni che hanno destato grande stupore, a cominciare dai genitori dei ragazzini. La chiave per entrare, racconta, è stata semplice quanto ingegnosa. Il team di ricerca padovano ha fatto installare sui cellulari dei figli di 65 coppie inglesi e americane un'app sui cellulari di 84 ragazzini, di età compresa tra i 13 e i 17 anni. Gli hanno convinti dicendo loro che si trattava un'app per chiedere aiuto in caso di necessità.

In realtà dentro conteneva uno spyware, un software 'malevolo' che ha consentito di controllare per mesi il loro comportamento. Con l'autorizzazione dei genitori, tutto rientra nella legalità, spiega Marchiori. Il primo risultato piuttosto sorprendente è il numero di app scaricate: 3.849 app, con una media di 42 app per cellulare. Di queste il 99,1% sono app potenzialmente pericolose, classificate in base gli standard di Google che controlla accesso alla webcam e a informazioni personali, come ad esempio quello che facciamo sul web tramite browser e la nostra posizione. Sono quelle che più riempiono gli smartphone dei più piccoli, e tra loro ci sono Facebook, Snapchat e gli alti social media.

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Solo una manciata di siti, internet per i giovanissimi è solo app. Con molti rischi

 L'uso dello smartphone e degli altri device mobili è quasi completamente assorbito dalle app. Nello stesso periodo, il campione dei ragazzi 'monitoratì da Marchiori ha aperto solo 1-417 siti web. Una media di 17 siti per ognuno. Di questi siti il 7,4% sono molto pericolosi e hanno contenuti sessuali espliciti. Ed è soprattutto da questa navigazione che arrivano i pericoli maggiori, potenziati dal fatto che alcune delle app installate potrebbero 'vederè questi comportamenti e ricavarne informazioni. Senza contare che alcune delle app pericolose, spiega la ricerca, potrebbe attivare la web cam dello smartphone senza autorizzazione. Forse una nota a parte va fatta sul comportamento dei ragazzi sul web.

Il fatto che le app siano decine di più rispetto al numero delle pagine web viste (di cui quasi un decimo ha contenuti per adulti) ricalca un fenomeno piuttosto diffuso negli negli ultimi anni che vorrebbe il web oramai morto, e che siano state state le app a ucciderlo. Colpa della loro diffusione massiccia che ha chiuso l'utilizzo di internet in 'sistemi chiusì, le app appunto, a discapito della varietà del web. Questo trend, stando alla ricerca, sembrerebbe oramai essersi consolidato, e i più giovani ne sono la riprova. Un altro passaggio su cui si sofferma la ricerca è il linguaggio usato sui social e, in generale, su tutte le app dove è possibile scrivere un testo. Marchiori ha raccolto migliaia di frasi scritte dagli utenti, circa 14,8 megabyte di testo. "Una su quindici almeno contiene frasi a sfondo sessuale o violento", spiega ad AGI. "Spesso parlano e usano termini sessuali, anche molto pesanti". "Credo che il risultato finale sia piuttosto inquietante", continua Marchiori, che ha sottoposto il risultato ai genitori dei ragazzini.

La sopresa dei genitori: "Ma come è possibile?"

Loro hanno dimostrato "assoluta sorpresa" riguardo il comportamento dei propri figli. Nessuno immaginava che il proprio figlio si comportasse in quel modo, o dicesse quel genere di frasi sui social e nelle chat di testo. "Molti inoltre non sapevano che le app scaricate potessero essere così pericolose", racconta il ricercatore padovano, "e questo dimostra che il problema maggiore è culturale. Va spiegato come funziona e come si usa uno smartphone, quali sono i rischi e i pericoli della rete e delle app. Non ho figli ma se ne avessi non vieterei loro l'utilizzo del cellulare. Ma cercherei di aiutarli a usarlo bene, che è la vera sfida per un genitore oggi". Ora un'idea i genitori se la potranno fare. Ma va capito se quel genere di comportamenti siano 'causati' dalle app, o se solo la possibilità di controllarli, dovuta all'utilizzo stesso di un'app, ha scoperto un mondo antico tanto quanto antica è l'adolescenza. 

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