Newsletter
Flag Counter
Facebook Page
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Informatica

L’uscita dei due fondatori di Whatsapp, Brian Acton e Jan Koum, è stata dovuta a disaccordi con Facebook – da cui la app era stata comprata – su come ottenere ricavi dalla piattaforma di messaggistica usando i dati degli utenti; e l’abbandono da parte dei due creatori di Whatsapp è costato loro 1,3 miliardi di dollari, riferisce una inchiesta del Wall Street Journal.

Che conferma quanto già si sospettava da tempo, dopo il clamoroso addio da parte di Koum lo scorso aprile. Un abbandono che aveva scosso particolarmente l’immagine del social network, in mezzo alla bufera di Cambridge Analytica. E tra le cause ipotizzate, c’era proprio il tema della pubblicità e del modello di business da adottare.

Ora fonti del Wall Street Journal confermano che la divergenza sarebbe nata dal rifiuto di Acton e Koum di monetizzare Whatsapp usando pubblicità mirate, e dalle pressioni da parte della casa madre Facebook che voleva mettere a frutto la vasta base utenti del servizio di messaggistica, forte di 1,5 miliardi di iscritti, e acquistato nel 2014 per 19 miliardi di dollari. Al tempo dell’acquisizione il Ceo di Facebook Mark Zuckerberg aveva dichiarato di essere d’accordo con Koum sul fatto che la pubblicità non fosse la strada giusta per ottenere ricavi da Whatsapp. Ma a partire dal 2016 sarebbe aumentata la pressione da parte di Facebook per monetizzare una serie di servizi che aveva acquisito.

Acton e Koum se ne sarebbero andati da Facebook per non essere riusciti a far valere le proprie posizioni, anche se avrebbero cercato di mantenere un buon rapporto con Zuckerberg. Quando Acton, che ha lasciato a novembre, ha poi twittato di voler cancellare Facebook dopo lo scandalo Cambridge Analytica, unendosi al movimento #DeleteFacebook, molti ex colleghi nel social network sarebbero rimasti molto stupiti.

 

 

Ad ogni modo Acton ha rinunciato a 900 milioni di dollari in stock rewards; Koum, che ha annunciato ad aprile di andarsene ad agosto, lascerà 2 milioni di azioni non maturate per un valore di 400 milioni di dollari.

 

Il classico testamento non basta non più. Insieme agli immobili e ai patrimoni ci sono altri beni che vanno salvaguardati e a cui va data una giusta collocazione dopo la morte del proprietario. Sono le password, gli account, i profili sui social media, gli accrediti e gli addebiti online. In altre parole: la vita digitale. Ed è per soddisfare questa necessità che si sta facendo strada, soprattutto in Usa, una nuova figura: una sorta di “imbalsamatore online”, come lo definisce la rivista Focus. Tra i pionieri di questo mestiere c’è Annette Adamska che lo scorso anno ha fondato la società “Back Up Your Life” (letteralmente, “fai il back up della tua vita”).

Cosa fa “Back Up Your Life” 

Il lavoro comincia con un’intervista, che serve a mettere nero su bianco tutto ciò che la persona vuole che sia documentato, archiviato e condiviso. “Se sono uno scrittore, dove conservo i miei testi? Cosa succede se ho abbonamenti o prelievi automatici?”, si chiede Adamska. Nello specifico, “Back Up Your Life” prevede piani per gestire account di social-media, iscrizioni online, archiviazione password, pagamenti ricorrenti e tutto quello che può far parte della nostra vita digitale, e di cui spesso sottovalutiamo la portata.

I costi partono dai 345 dollari e il piano base prevede la valutazione della propria situazione e un colloquio personale (di persona o virtuale). “È importante che altre persone nella vostra vita possano accedere a questi servizi e sappiano come volete che siano gestiti”, sostiene la creatrice di Back Up Your Life.

L’idea da una tragedia personale

"Nel 2015", racconta Annette Adamska sul sito, "ho ricevuto la telefonata che nessuno vorrebbe avere. La mia indipendente e sana mamma aveva avuto un terribile incidente mentre era in viaggio all’estero. Il colpo l’aveva resa tetraplegica. In un solo istante la vita di mia madre era cambiata e così anche la mia. In poco tempo se ne è andata. Non aveva fatto programmi, né testamento. I suoi documenti erano in disordine e le password inaccessibili. E a causa di questo ho trascorso giorni a cercare di venirne a capo invece di passarli al suo fianco o ad affrontare il mio lutto. Così, tempo dopo, ha pensato che fare testamento digitale è sempre più importante".

Chi sono i clienti? 

Per quanto possa suonare strano, pare che di questi temi i giovani si preoccupino più degli anziani, visto che la maggior parte dei clienti di Adamska ha un'età compresa tra i 30 e i 40 anni. “Aiuto i miei clienti con una strategia generale e lavoro con loro per creare un piano d'azione personalizzato su ciò che devono fare per lasciare indicazioni agli altri0”, spiega.  

Quanto alla privacy, “i clienti non necessariamente mi forniscono la loro password o informazioni riservate sui loro account”, fa sapere Adamska. I dati sensibili, si legge nelle caratteristiche del servizio, sono infatti custoditi al sicuro su una piattaforma online terza, che in caso di necessità li renderà accessibili alle persone designate per tempo.

Il mestiere del futuro?

Secondo Technology Review, “Back Up Your Life” potrebbe essere solo l'apripista per altri servizi analoghi. La conferma che si tratti di un tema davvero sentito viene indirettamente anche da Google, che non per nulla fin dal 2013 prevede un piano di gestione dell’account Google in caso di inattività per un lungo periodo: “Stabilisci quando Google dovrà considerare inattivo il tuo account e come dovrà gestire i tuoi dati in seguito. Puoi condividere i dati con persone di cui ti fidi o chiedere a Google di eliminarli”, si legge tra le istruzioni per l'uso.

 

MyHeritage, una azienda israeliana che da vari anni offre un servizio per ricostruire la propria genealogia anche a partire dal test del Dna, martedì ha annunciato di aver subito una violazione della propria sicurezza. Un ricercatore infatti ha trovato online un file contenente tutti gli indirizzi email e le password (offuscate però con un procedimento noto come hashing) di più di 92 milioni di suoi utenti. La violazione risalirebbe allo scorso ottobre ma solo nei giorni scorsi l’azienda ne sarebbe venuta a conoscenza.  
 
MyHeritage è una piattaforma che ospita dati particolarmente sensibili. Permette agli utenti di creare degli alberi genealogici, di fare ricerche storiche, di cercare possibili parenti. Inoltre gestisce anche MyHeritage DNA, un servizio di test genetici che consente alle persone di inviare un campione del proprio Dna (in genere della saliva) per un’analisi delle proprie informazioni. 

“I dati sul Dna sono al sicuro” 

My Heritage ha dichiarato nel suo blog di non avere ragione di credere che i dati degli utenti siano stati compromessi e ha invitato gli stessi a cambiare password. Le informazioni genetiche sarebbero infatti conservate in sistemi separati da quelli del database utenti, e le password sarebbero “hashed”, cioè offuscate attraverso una funzione matematica che le trasforma in una stringa di caratteri da cui è difficile risalire al testo d’origine.

Tuttavia l’azienda non ha specificato quale metodo abbia usato per offuscare le password, e il dettaglio sarebbe utile perché non tutti i sistemi utilizzati sono considerati sicuri e alcuni potrebbero permettere di risalire alle password. “Se il database utenti di MyHeritage è stato preso e conservato da un hacker malevolo (invece di essere esposto inavvertitamente da un dipendente), ci sono buone possibilità che gli attaccanti cercheranno di violare tutte le password.

E se alcune di queste sono violabili, allora gli attaccanti entreranno in possesso di dati più personali”, ha scritto in una analisi della vicenda il noto giornalista ed esperto di sicurezza Brian Krebs. A maggior ragione, nota Krebs, è incredibile che un servizio del genere non avesse implementato una autenticazione a due fattori per proteggere meglio le informazioni degli utenti. 

Anche se nel suo comunicato MyHeritage ha specificato di stare lavorando proprio per introdurre tale funzione, che permette di aggiungere un sistema di autenticazione ulteriore oltre alla password. Inoltre sembra aver usato – come nota lo stesso Krebs – una tecnica nota come salting, che consiste nell’aggiungere dati causali alle password prima di offuscarla con l’hashing, rendendo più difficile la loro violazione.

Ad ogni modo l’episodio ravviva le preoccupazioni di sicurezza per la schiera di servizi online che offrono consulenze genetiche di vario tipo. E anche per i modi imprevedibili in cui queste possono essere sfruttate. Lo scorso mese aveva fatto discutere la storia di come gli investigatori americani avessero individuato un serial killer dopo anni sottoponendo il suo materiale genetico a un sito di questo tipo, per poi risalire all’identità dell’uomo attraverso un suo parente che aveva usato lo stesso servizio di analisi.  

La Apple sta preparando un brutto scherzo ad alcune società che promettono di aggirare le misure di sicurezza degli iPhone. E, di conseguenza, potrebbe anche riaccendere lo scontro con alcuni governi sul tema della crittografia, scontro che covava da un po' di tempo sotto le ceneri. Da quando il famoso braccio di ferro Apple-Fbi del 2016 per lo sblocco di un telefonino appartenuto a un terrorista si era interrotto grazie all’intervento di alcune aziende terze, che avevano aiutato i federali ad entrare nei dispositivi Apple, dribblando i suoi sistemi di protezione.

Da allora il mito dell’inespugnabilità dei dispositivi Apple sembrava essere rimasto solo nei discorsi di alcuni politici, quando invocavano il rischio che i criminali potessero far sparire nel nulla le proprie tracce e comunicazioni (quel che si dice going dark). Ma la realtà era che alcune aziende prestavano in modo silenzioso i propri servizi alle forze dell’ordine di vari Paesi per sbloccare gran parte dei dispositivi cifrati sotto sequestro, inclusi quelli della Mela morsicata.
Bene, ora la Apple sta cercando di rendere le cose un pò più difficili.

L’attacco a forza bruta per il PIN

Tra gli annunci dati dal colosso di Cupertino nei giorni scorsi alla conferenza per gli sviluppatori, la Worldwide Developers Conference 2018, c’erano infatti varie novità pensate per rafforzare la privacy e la sicurezza dei suoi apparecchi. Tra quelle passate inosservate, perché non menzionata alla presentazione, c’è una versione beta del nuovo sistema operativo per iPhone e iPad, iOS 12, che renderà più difficile sbloccare un dispositivo da parte di aziende di informatica forense, come riferito per prima da Motherboard.

Oggi infatti società come l’israeliana Cellbrite e l’americana Grayshift, che offrono i loro servizi a varie forze dell’ordine, sono in grado di usare la connettività via Usb per superare le restrizioni di iOS sul numero di PIN errati che si possono inserire per sbloccare un iPhone. In tal modo, eliminando il limite della quantità di tentativi, le due società aumentano le possibilità di accedere al dispositivo (possibilità che variano a seconda della lunghezza della password, più è lunga più la faccenda si fa complicata).

“Il loro metodo consiste nel fare tentativi infiniti di PIN senza far bloccare l’iPhone. Non hanno cioè un baco con cui violare la cifratura ma tentano un attacco a forza bruta, in cui si immettono tante password finché non si trova quella giusta”, commenta ad AGI Paolo Dal Checco, consulente di informatica forense. “Ma mentre normalmente dopo dieci tentativi l’iPhone si blocca, loro hanno trovato un modo per azzerare il contatore e non farlo scattare”.

I telefoni Apple sono infatti dotati di un chip hardware, noto come Secure Enclave, che gestisce le chiavi di cifratura; e che rende particolarmente dispendioso se non impossibile (perché appunto a un certo punto il tempo rimanente diventa infinito o il dispositivo si resetta) fare un attacco a forza bruta. Se però si trova un modo per aggirare questo sistema, la velocità e quantità di inserimento password non è più limitata.

Le due società capaci di sbloccare gli iPhone

A partire dallo scorso marzo, era emerso che la società israeliana Cellbrite sostenesse di poter sbloccare anche gli ultimi modelli di iPhone, come riportato da Forbes. E poco dopo era comparsa anche un’altra azienda, la startup americana Grayshift, fondata a quanto pare da un ex ingegnere di sicurezza di Apple e da contractor del governo Usa, che offriva uno strumento per lo sblocco degli iPhone (inclusi ultimi modelli e sistemi operativi) di nome GrayKey a 15mila dollari per 300 utilizzi; a 30mila dollari per uso illimitato.
“I telefoni Apple hanno un chip progettato per impedire alle persone di fare un attacco a forza bruta per indovinare la password limitando il numero di tentativi che puoi fare”, twittava qualche settimana fa il crittografo Matthew Green. “Al momento, questi chips sembrano essere compromessi”.

“Quello che succede è che, per entrare in un iPhone senza avere la password, queste aziende lo connettono al cavo Lightning e inseriscono tanti PIN senza dover ricorrere alla tastiera e soprattutto senza farlo bloccare”, prosegue Dal Checco. “L’ipotesi è che tra un PIN e l’altro passino qualche comando che faccia saltare il contatore. Tuttavia il successo di questa tecnica dipende anche da quanto è complicato e lungo il PIN”.

La versione beta di iOS 12 con restrizioni Usb

Ora, la funzione introdotta nella versione beta di iOS 12 si chiama USB Restricted Mode e obbliga gli utenti a sbloccare l’iPhone con la password quando lo connettono a un apparecchio attraverso la porta Lightning, a meno che il telefono non sia rimasto sbloccato nell’ora precedente. In questo modo viene neutralizzato il sistema usato dalle società di informatica forense per indovinare il PIN con più tentativi.

Va detto che si tratta pur sempre di una versione beta che potrebbe anche non arrivare agli utenti, per capirlo bisognerà aspettare l’autunno. “Le versioni beta dopo un pò iniziano a girare tra addetti ai lavori”, commenta Dal Checco. “Probabilmente Apple sta valutando bene come fare questa cosa, perché chiudere le porte è un rischio, se sbagliano qualcosa l’iPhone si blinda e si chiude in se stesso. Ma è anche l’unico sistema che hanno ora per proteggerlo da quel tipo di attacco: nel dubbio tagliano la comunicazione”.

Già in passato Apple aveva introdotto in una versione beta delle restrizioni Usb che richiedevano l’inserimento della password ma solo dopo che il telefono non era stato sbloccato per una settimana. E comunque erano state rimosse prima di essere inserite nella versione finale.
Tuttavia questa ultima funzione sembra andare in direzione di rendere la misura di sicurezza ancora più efficace e stringente, mostrando la volontà di Apple di contrastare i tentativi di soggetti terzi di accedere ai suoi dispositivi senza conoscere i codici di sblocco.

Ritorni di criptoguerra?

“Aspettatevi una nuova isteria sul going dark”, prevede ora il ricercatore di sicurezza Jake Williams, commentando su Twitter la mossa di Apple. Tra l’altro, a marzo, erano usciti nuovi dettagli sul retroscena dello scontro Apple-Fbi del 2016. Rivediamolo. Nel febbraio 2016 l’Fbi era andata da un giudice per obbligare la Apple a riscrivere il suo software per permettere ai federali di sbloccare un singolo iPhone appartenuto al terrorista autore della strage di San Bernardino. La tesi era che senza l’aiuto di Apple fosse impossibile accedere al dispositivo.

Apple si era opposta dicendo che sarebbe stato come chiedere una backdoor, “una porta sul retro”, che avrebbe compromesso la sicurezza di tutti. Ad ogni modo alla fine l’Fbi aveva trovato un’azienda che invece era entrata nel telefono e il caso legale era stato abbandonato. Ma lo scorso marzo è stato rilasciato un rapporto sulla vicenda da parte dell’ispettore generale del Dipartimento della Giustizia. Da cui emerge che l’Fbi non riusciva a sbloccare il dispositivo perché si era dimenticata di rivolgersi a una unità apposita per indagini cyber, la Remote Operations Unit o ROU.

Una volta mobilitata questa unità, infatti, si era subito trovato un consulente esterno, una società che aveva violato la sicurezza del dispositivo. L’aspetto più interessante è che, secondo il resoconto, il responsabile del caso non sarebbe stato contento dell’intervento salvifico della ROU. Tutto ciò rafforza il sospetto che l’Fbi volesse ottenere soprattutto un precedente legale, al di là del singolo caso.

Interessante anche notare che il numero di dispositivi inaccessibili a causa della cifratura sarebbe stato gonfiato per errore dalla stessa Fbi. Per mesi infatti l’agenzia federale americana ha sostenuto, in pubblico e davanti al Congresso, che la quantità di apparecchi elettronici, perlopiù smartphone, cui non riusciva ad accedere per la cifratura fosse nel 2017 intorno alle 7800 unità. Ma il numero effettivo sarebbe molto più basso e si aggirerebbe sui 1200, o comunque tra i 1000 e i 2000.

Monitoriamo tutto: il numero di passi che facciamo, le calorie ingerite e bruciate durante la giornata, i chilometri di corsa; gli smartphone ci dicono qual è il momento migliore per l'organismo per svegliarsi o cosa è meglio mangiare in gravidanza. L’idea di fondo dei giganti della tecnologia è di offrire il massimo per “migliorare” la vita quotidiana, tra una notifica di Instagram e una di Facebook. Ebbene, non funziona. Il rapporto col cellulare, a volte, può trasformarsi in una vera e propria dipendenza. Secondo uno studio di Locket, un utente sblocca il suo telefonino in media 110 volte al giorno. Realizza, in altre parole, uno sblocco ogni 13 minuti, che diventano sei minuti durante le ore serali. 

Apple contro la dipendenza digitale

Apple mette in campo nuovi strumenti per "limitare la dipendenza da smartphone". Si tratta di una risposta diretta agli azionisti che quest'anno più volte hanno espresso preoccupazione per il nuovo "disturbo" che rischia di colpire soprattutto i più giovani. Una ricerca del 2010 – riporta The Guardian – ha rilevato che gli adolescenti che trascorrono cinque o più ore al giorno su dispositivi elettronici hanno il 71% in più di probabilità di avere un fattore di rischio per il suicidio rispetto a quelli che trascorrono meno di un'ora al giorni

Nell'ultimo aggiornamento del sistema operativo Ios, quello per iPhone e iPad, è stata introdotta la funzionalità App Limits che tiene traccia del tempo di utilizzo del dispositivo e, soprattutto, anche quanto tempo si passa su una determinata applicazione.

L'ha 'testata' lo stesso Tim Cook, amministratore delegato dell'azienda: "Quando ho iniziato a ricevere i miei dati, mi sono reso conto che trascorrevo molto più tempo del dovuto", ha raccontato alla Cnn. Ora, con l'ultimo aggiornamento, si potrà decidere "quanto tempo ogni giorno trascorrere utilizzando il dispositivo", ha spiegato Craig Federighi di Apple agli sviluppatori. 

App Limits funge in sostanza da baby-sitter per iPhone: se un'app assorbe troppo del proprio tempo, si può impostare il limite, ad esempio un'ora al giorno per Instagram. Arriverà un avviso 5 minuti prima della scadenza (si può sempre prorogare). I genitori, inoltre, hanno controlli extra e possono decidere il tempo per i propri figli. Possono anche programmare "tempi di inattività" per impedire loro di controllare il cellulare prima di coricarsi.

YouTube ci dice quando prenderci una pausa

“Take a break”, cioè “prenditi una pausa”, è invece lo strumento annunciato da YouTube che ricorda quando è il momento di fare una pausa e alzare gli occhi dallo schermo.L'avviso deve essere impostato e si può scegliere dopo quanto tempo farlo apparire. 

I social si allineano ai colossi

Anche Facebook, dopo aver dichiarato all’inizio dell’anno di voler prendere provvedimenti per limitare l’abuso di social, in particolare da parte dei giovani, è passato ai fatti pubblicando, nel portale dedicato agli adolescenti, un decalogo in cui invita i ragazzi a “staccare la spina”. Si va dall’invito a “pensare per cinque secondi prima di agire” e a controllare la lista degli amici virtuali, a prestare attenzione alle impostazioni sulla privacy, fino all’invito a segnalare “contenuti che ti turbano o commenti di cattivo gusto sul post di un amico”. 

Instagram si allinea a Google, Facebook e Youtube e combatte la dipendenza dai social network. Viene infatti introdotto uno strumento che avvisa quanto tempo si passa sopra il social network, invitando anche a fare altro dopo alcuni limiti prestabiliti. 

La Worldwide Developers Conference 2018 è, come ogni anno, l'appuntamento in cui Apple​ svela buona parte delle novità per l'anno successivo. Dalle novità di iOS 12 a quelle di WatchOS 5, fino a Mojave, il nome scelto per l'ultima versione di MacOS, alla TvOs 12 e alle Memoji. Tutte disponibili per gli utenti a partire dal prossimo autunno.

  • I numeri di Apple

Il ceo Tim Cook ha fatto da cerimoniere, lasciando ai responsabili delle singole divisioni la presentazione dei prodotti. Lui si è occupato dei numeri. Apple ha fatto guadagnare 100 miliardi di dollari agli sviluppatori con l'App Store, che a luglio compirà dieci anni. "Abbiamo cambiato il nostro modo di vivere", ha esordito Cook. L'App Store – ha proseguito rivolgendosi alla platea – è chiaramente il posto migliore dove essere ricompensati per il vostro duro lavoro e la vostra creatività". E ha spiegato che l'App Store ha una media di 500 milioni di visitatori a settimana.

  • Realtà aumentata

Con ARKit 2 gli sviluppatori possono creare le app in AR piu' innovative per la più grande piattaforma AR al mondo. Le loro app sono ancora più dinamiche grazie ai nuovi strumenti per integrare esperienze condivise, alla realtà aumentata persistente e collegata a una determinata posizione, al rilevamento degli oggetti e al tracciamento delle immagini. Con un nuovo formato file aperto chiamato usdz e progettato in collaborazione con Pixar, la realtà aumentata arriva quasi ovunque su iOS, anche in app come Messaggi, Safari, Mail, File e News, portando grafica potente e funzioni di animazione.

  • Memoji 

Accanto alle Animoji, le faccine che riproducono le espressioni degli utenti, su iOS12 arrivano le Memoji, personaggi personalizzabili a immagine e somiglianza di ogni utente Apple. Si aggiungono nuovi personaggi: fantasma, koala, tigre e tirannosauro. Animoji e Memoji ora possono rilevare l'occhiolino e i movimenti della lingua, per offrire più espressioni. 

  • Facetime di gruppo

FaceTime è l'app per la comunicazione faccia a faccia tra utenti. Adesso si apre alle conversazioni di gruppo. I partecipanti si possono aggiungere in qualsiasi momento, arrivare più tardi se la conversazione è ancora in corso, e scegliere se parlare in video o con solo l'audio via iPhone, iPad o Mac. Possono anche partecipare da Apple Watch con FaceTime audio.

  • Siri

L'assistente digitale è in grado di suggerire un'azione al momento giusto. Gli utenti possono personalizzare le Shortcuts impostando un semplice comando vocale per dare il via all'attività o scaricare la nuova app Shortcuts per creare una serie di azioni da diverse app, da svolgere con un semplice tap o un comando vocale personalizzato. Le traduzioni di Siri sono ora disponibili in oltre 40 coppie di lingue, con più conoscenze su sport, celebrità, cibi e nutrizione.

  • Screen time

Le nuove modalità di Non disturbare permettono di interrompere la funzione in automatico in base a un'ora, ad una posizione o ad un'azione predefinita. E 'Non disturbare durante il sonno' aiuta le persone a dormire meglio riducendo la luminosità del display e nascondendo tutte le notifiche sulla schermata di blocco fino a un nuovo comando al mattino. 'Screen time' è una sezione che permette di monitorare, con grande dettaglio, il tempo speso su iPhone e iPad. Con la possibilità di avere un report settimanale. Ogni utente potrà conoscere il tempo speso sulle singole app o su categorie di app (social network, intrattenimento, produttivita'), quante volte ha preso in mano il telefono e lo ha attivato. L'utente potrà impostare singoli limiti di tempo per ogni applicazione. E i genitori avranno uno strumento in piu': potranno controllare le stesse statistiche che riguardano il dispositivo del figlio. Impostando propri limiti.

  • Privacy e sicurezza

Come per tutti gli aggiornamenti software di Apple, i miglioramenti a privacy e sicurezza sono una priorità anche in iOS 12. In Safari, il sistema antitracking intelligente migliorato impedisce che i pulsanti "Like" o "Condividi" tengano traccia delle attività degli utenti senza il loro permesso. Inoltre Safari ora fornisce informazioni di sistema semplificate durante la navigazione degli utenti per evitare che le loro attivita' vengano tracciate in base alla configurazione del sistema.

  • WatchOS 5

Come al solito, l'accento è posto sulla salute e lo sport. La nuova versione introduce una funzione che permette di competere con se stesso, in modo da essere più motivati. Sarà Apple Watch a capire, in automatico, se è in corso l'allenamento o se è stato sospeso. Tra le novità anche una nuova modalità di allenamento pensata per lo Yoga. Migliora l'audio, con una modalità "Walkie Talkie" che consente di comunicare da Apple Watch a Apple Watch (via Lte e wi-fi) come se fossero vecchie ricetrasmittenti. Si potrà chiamare in causa anche Siri, che guadagna spazio e modifica l'interfaccia. Arrivano anche i podcast si approfondisce l'integrazione con le app. L'ultima novità è stilistica: un "Pride Band", cioè un cinturino con i colori della bandiera arcobaleno.

  • MacOS MOJAVE

Il nuovo MacOS, il sistema operativo per pc e laptop di Apple, si chiama Mojave. Come sottolineato dal vicepresidente Craig Federighi, la Mela abbandona i consueti paesaggi dei precedenti sistemi operativi (la montagna) per addentrarsi nel deserto. Mojave porta con sè una modalita' "notturna". Il desktop introduce "stacks", una modalità che sposta documenti e cartelle che popolano la scrivania verso destra, facendo un po' di ordine. C'è anche una procedura più immediata per gli screenshot, che possono catturare anche non solo immagini ma anche brevi clip. Il nuovo sistema operativo si concentra sui temi della sicurezza e della privacy, con Safari che riduce il tracciamento (come fa su iOS 12). Nuovo look per l'App Store. Non ci sarà, come vociferato, una sovrapposizione tra app per iOS e per MacOS. Ma i due mondi saranno sempre più integrati, con un'accelerazione che dovrebbe vedersi il prossimo anno.

  • TvOS 12

TvOS 12 è il sistema operativo per l'intrattenimento sullo schermo di casa. Con tvOS 12, Apple TV 4K sarà l'unico streaming player certificato sia Dolby Vision sia Dolby Atmos. Tra le partnership, spicca quella con Charter Communications: il secondo operatore via cavo più grande degli Stati Uniti offrirà Apple TV 4K ai propri clienti. Apple TV identifica la rete dell'utente e esegue in automatico il login per tutte le app supportate incluse nel suo abbonamento, senza bisogno di digitare nulla. In arrivo anche nuovi salvaschermo, con immagini aeree.

Quante sono le startup in Italia? A quante persone danno lavoro e quanto valgono? A dare i numeri è Banca d'Italia che nella sua Relazione annuale  analizza i dati delle aziende iscritte nella sezione speciale del registro delle imprese. Al 31 dicembre 2017 erano 8.391 (attive per il 77% nei servizi e per il 20% nell'industria in senso stretto) coinvolgevano complessivamente circa 35.000 soci e impiegavano 11.000 dipendenti.

L'età media dei dipendenti in prevalenza assunti a tempo indeterminato era inferiore ai 34 anni. Secondo un sondaggio del Mise nel 2016 la gran parte di queste startup ha realizzato innovazioni di prodotto o servizio, prevalentemente di tipo incrementale, sostenendo spese di R&S (ricerca e sviluppo) pari in media al 47% dei costi annui.

Il venture capital fatica a sfondare

Il 58% di tali imprese ha come unica fonte finanziaria risorse proprie, il 25% utilizza anche credito bancario e l'11% ha ricevuto finanziamenti anche da fondi di venture capital. Un quinto degli imprenditori si è dichiarato insoddisfatto delle delle risorse finanziarie a propria disposizione mentre la gran parte non risulta avere mai cercato finanziamenti di società di venture capital o di altre istituzioni oppure operato campagne di raccolta di capitali di rischio attraverso portali online (equity crowdfunding). Il tasso di sopravvivenza di tali imprese, pari al 97% dopo un anno e al 90% a cinque anni dalla nascita, è risultato superiore a quello registrato in media da tutte le nuove imprese.

PepsiCo ha annunciato la seconda edizione del programma di incubazione aziendale Nutrition Greenhouse, un’iniziativa concepita per scoprire e promuovere la crescita di brand di svolta nei settori food e beverage. PepsiCo si prefigge di identificare fino a 10 brand emergenti nel settore della nutrizione, con prodotti rivolti ai consumatori europei. Le aziende selezionate riceveranno fondi per 20.000 euro, oltre alla possibilità di lavorare a fianco di esperti provenienti da alcuni dei brand di punta di PepsiCo, incluso Quaker, Alvalle, Sunbites e Tropicana. I brand che attualmente generano un fatturato pari o inferiore a 5 milioni di euro sono invitati a informarsi sul programma e a inoltrare la candidatura all’indirizzo www.nutritiongreenhouse.com entro l’11 giugno 2018.

In aggiunta alla sovvenzione iniziale da 20.000 euro, ognuno degli imprenditori selezionati potrà beneficiare di un programma di tutoraggio di 6 mesi che prevede un affiancamento individuale ai dirigenti PepsiCo, la cui competenza nel settore permetterà agli imprenditori di sostenere in breve tempo le sfide del mercato e di perseguire una crescita significativa. Al termine del programma, l’Azienda vincitrice si aggiudicherà un premio di 100.000 euro per continuare la propria espansione.

Il programma PepsiCo Nutrition Greenhouse è parte dell’impegno di PepsiCo a favorire l’innovazione e a collaborare con gli imprenditori e innovatori del futuro dei settori food e beverage. La prima edizione del programma, lanciato nel 2017, ha visto le otto aziende partecipanti conseguire una crescita combinata stimata oltre i 10 milioni di euro con un incremento quadruplo nelle vendite nel corso del programma. Il secondo anno prevede un focus più ampio sulla nutrizione al di là delle tematiche della salute e del benessere, e sarà rivolto a brand che si inseriscono nei principali trend del lifestyle, che favoriscono le performance personali o che sono trainati da un obiettivo.​

"La classe di startup del 2017 ha generato un precedente stimolante e di grande ispirazione per il programma di quest’anno, con una forte crescita riscontrata in tutte le otto aziende. In PepsiCo riconosciamo l’importante ruolo che rivestiamo per quanto concerne la crescita dei brand alimentari del futuro e l’evoluzione che caratterizzerà il nostro settore, come parte della nostra politica aziendale “Performance with Purpose”. Non vediamo l’ora di collaborare e imparare da coloro i quali condividono la nostra visione”. ha detto Juan Ignacio Amat, vice presidente nutrizione di PepsiCo e promotore del programma. 

Il programma è aperto agli imprenditori in campo nutrizionale con un brand maturo per il mercato della salute e del benessere. Saranno inoltre presi in considerazione brand inseriti in particolari trend legati alle performance individuali o al lifestyle, così come quelli guidati da una specifica mission. Il marchio o l'azienda devono avere un fatturato pari o inferiore a 5 milioni di euro e non essere in concorrenza diretta o indiretta con PepsiCo o i suoi brand.

Un giudice indipendente valuterà inizialmente le candidature per stabilire l'ammissibilità al programma e, in seguito, un comitato di selezione composto da esperti e professionisti di PepsiCo nel settore alimentare e in materia di investimenti esamineranno le domande sulla base dei seguenti criteri:

  • qualità dei prodotti e del brand: profilo nutrizionale, indicazioni potenziali sulla salute, origine naturale o biologica, etichetta pulita e altri fattori allettanti per i consumatori, oltre naturalmente alle qualità costituite dal gusto, dalla presentazione del brand e dal rapporto qualità/prezzo;

  • un'attenzione evidente per la salute dei consumatori, ivi compresi la performance umana, funzionalità specifiche per le condizioni di salute, fasi e stili di vita sana inclusi scelte alimentari, cambiamenti nelle fasi di vita e gestione delle condizioni;

  • Impatto dimostrabile sull’obiettivo-guida, sulla base dei prodotti (a.e. tracciabilità), dell’impatto sul pianeta (a.e. packaging sostenibile) o sulle persone (a.e. attraverso il supporto delle comunità locali).

  • modello di impresa espandibile;

  • unicità sul mercato.

Saranno selezionate al massimo 10 aziende che riceveranno 20.000 euro e parteciperanno al programma incubatore della durata di 6 mesi. Al termine del programma, un'azienda riceverà altri 100.000 euro per sostenere ulteriormente la propria crescita. Accettando la sovvenzione di 100.000 euro, il vincitore accetterà di cedere a PepsiCo diritti esclusivi per un periodo di sei mesi allo scopo di effettuare un investimento azionario a condizioni reciprocamente concordate.​

Cresce l’allarme per i droni in volo su zone vietate, come centri cittadini, aeroporti, impianti industriali carceri o altre aree sensibili. Ma a rassicurare gli animi arriva in Italia una sorta di “autovelox” dei droni, un sofisticato sistema di tracciamento, già utilizzato in tutto il mondo, che consente di individuare con alta precisione un piccolo multirotore in volo a chilometri di distanza e di conoscerne una serie di informazioni per valutarne l’eventuale pericolosità. Questo rivoluzionario sistema si chiama “DJI AeroScope” ed è stato realizzato dal colosso cinese DJI, il maggiore produttore mondiale di droni per usi amatoriali e professionali. Nei giorni scorsi, è stato presentato ufficialmente alle autorità italiane durante un test operativo svoltosi presso l’Aeroporto dell’Urbe a Roma. Grande l’interesse da parte delle istituzioni aeronautiche, come l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC) e l’Agenzia Nazionale per la Sicurezza del Volo (ANSV). Particolare attenzione anche da parte delle Forze dell’Ordine, delle Forze Armate e degli apparati di sicurezza dello Stato.

Come funziona

Il “DJI AeroScope” è dotato di un sistema di antenne sensibili e di apparati sofisticati che intercettano il canale di collegamento radio tra il radiocomando e il drone, oppure il segnale di telemetria video che lo stesso drone trasmette a terra. Il ricevitore decodifica quindi le informazioni e le invia allo schermo di un terminale, dove sono facilmente disponibili su una mappa per l’utente.

Il sistema è in grado di rivelare le seguenti informazioni di uno o più droni intercettati:

·     marca/modello

·     numero di serie

·     nome del proprietario

·     posizione del pilota

·     coordinate di decollo

·     rotta di volo

·     coordinate di posizione

·     direzione

·     altitudine

·     velocità

A differenza dei “radar per droni”, che non di rado forniscono dei falsi positivi (confondendo, ad esempio, un drone con un volatile), il “DJI AeroScope” è un vero e proprio sistema di tracciamento: permette infatti di tracciare i droni in maniera nativa, effettuando la scansione del link tra drone e radiocomando, e quindi sorpassa a livello tecnologico tutti i vecchi progetti che prevedevano l’utilizzo di un modulo aggiuntivo da installare sul drone.

Le due versioni esistenti 

Esistono due versioni del “DJI AeroScope”, una fissa ed una portatile. La prima (range circa 25 km) è già in uso in due aeroporti internazionali in Asia, mentre la seconda (range circa 5 km) è sottoposta a vari test in tutta Europa. La versione fissa può anche funzionare in cloud e vi possono essere collegati decine di apparati per coprire aree illimitate in tutto il mondo. Attualmente, questo sistema può tracciare tutti i droni prodotti dalla DJI (che sono circa l’80% delle decine di migliaia di piccoli multirotori venduti in Italia negli ultimi anni), anche se il colosso cinese sta già lavorando in cooperazione con l’agenzia europea EASA per ampliarne la capacità ad altri droni, ad esempio utilizzando il collegamento wifi oppure un piccolo modulo hardware per i droni autocostruiti.

A cosa serve DJI AeroScope 

“Il sistema ‘DJI AeroScope’ è stato sviluppato appositamente per rispondere alle esigenze delle autorità aeronautiche e delle forze dell’ordine, che potranno così migliorare la sicurezza delle aree sensibili, individuando per tempo la presenza di un drone e potendo così procedere con eventuali contromisure”, ha dichiarato Flavio Dolce, direttore di Elite Consulting, la società romana che rappresenta DJI in Italia. “E’ un sistema sicuro, facilmente implementabile e che sfrutta tecnologie già esistenti ed integrate nei droni. Grazie allo strumento di sviluppo SDK, potrebbe anche essere efficacemente integrato con le piattaforme radar per aeromobili, al fine di avere uno strumento unico di controllo del traffico aereo”.

 

Non c'è bisogno di #DeleteFacebook per allontanarsi dal social network. I più giovani lo stanno già facendo. E, con tutta probabilità, Cambridge Analytica e privacy c'entrano poco o nulla. Secondo una ricerca del Pew Research Center, Facebook non è più il social network preferito dagli adolescenti americani. Lo usa solo un utente su due tra i 13 e i 17 anni. Molto meno di altre piattaforme: il 69% utilizza Snapchat, il 72% Instagram e l'85% YouTube.

Come cambia la geografia dei social

Non è la prima volta che i dati testimoniano un invecchiamento del pianeta Facebook. La continua crescita degli utenti dimostra che (almeno per ora) il distacco degli adolescenti americani non è tale da impattare sulla platea complessiva. Per Mark Zuckerberg è comunque una cattiva notizia. Perché i giovanissimi di oggi sono gli iscritti di domani. E perché quest'ultima ricerca fa segnare un cambiamento molto rapido rispetto all'ultimo studio sullo stesso tema, che risale al 2015. Tre anni fa Facebook era utilizzato dal 71% degli adolescenti e si metteva alle spalle Instagram (52%) e Snapchat (41%). “È solo un esempio – affermano gli analisti – di come il panorama tecnologico per i più giovani si sia evoluto dal 2014-2015”. Gli adolescenti, quindi, si stanno allontanando da Facebook. Che è la piattaforma social più usata solo dal 10% dei ragazzi americani. Contro il 35% di Snapchat, il 32% di YouTube e il 15% di Instagram.

Più ricchi, meno Facebook

La ricerca indica anche alcune differenze demografiche. Facebook tende ad essere utilizzata di più dai ragazzi meno ricchi: il 70% degli adolescenti che vive in famiglie con un guadagno annuo inferiore ai 30.000 dollari frequenta il social. Una quota che si abbassa al 36% se il guadagno è superiore ai 75.000 dollari. La scelta del social preferito sembra essere influenzato anche da sesso ed etnia. Snapchat è più femminile (è il social più usata dal 42% delle ragazze e dal 29% dei ragazzi), mentre YouTube più maschile. I bianchi tendono a frequentare di più l'app di Evan Spiegel rispetto a ispanici e neri. Mentre gli afroamericani scelgono Facebook molto più spesso della media.

Adolescenti sempre online

In generale, comunque, lo smartphone è diventato ormai irrinunciabile per i giovanissimi. Il 95% ne possiede uno o ha a disposizione un dispositivo mobile. E il 45% afferma che l'accesso a internet è praticamente costante. Eppure, nonostante una presenza fissa, i ragazzi non hanno una cieca fiducia nei social network. Anzi, si dimostrano divisi sull'impatto che Facebook, Instagram e Snapchat. Per il 45%, non hanno effetti né positivi né negativi sui pari età; per il 31% l'impatto è in prevalenza positivo e per il 24% negativo.