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Informatica

Il 2018 è l’anno del riscatto per rossi, ricci e calvi che avranno finalmente un emoticon tutto loro. Il sito Emojipedia ha pubblicato una lista di 157 nuove ‘faccine’ e icone pronte per fare il loro ingresso a giugno sugli smartphone di tutto il mondo.

Oltre alle tre già citate (in tutte le sfumature di colore della pelle), ci saranno supereroi e cattivi, visi congelati, provette e la doppia elica del DNA.

Ossa, zanzare e sapone

Non mancano le attività sportive come lo skate, il frisbee e il lacrosse (un tipo di hockey), e quelle di cucito e ricamo. Fanno la loro comparsa anche le singole parti del corpo come le gambe, i denti, le ossa e i piedi.

 

Si amplia anche l’assortimento scarpe con stivaletti e ballerine. La lista è ‘infestata’ anche da un microbo e da zanzare, mentre il regno animale si arricchisce con il canguro, il pavone, l’aragosta, l’ippopotamo, il procione, il cigno, il pappagallo e il lama.

Il sapone fa la sua prima comparsa insieme alla scopa, alla spugna, al secchio e alla carta igienica. Sulla lista sventola anche una bandiera dei pirati.

 

 

 

 

 

Moovenda, azienda italiana leader del food delivery, annuncia di aver chiuso un round d'investimento per un valore complessivo di un milione di euro con una valutazione di pre money di 7,5 milioni di euro. "E' una cifra importante se si considera che si tratta di capitale quasi interamente raccolto tra investitori privati – dichiara il Ceo Simone Ridolfi – e sta a significare che Moovenda è considerata oggi un investimento di grande prospettiva".

Jacopo Paoletti, Ceo di Comunicatica e Cmo di Moovenda è uno degli imprenditori che più ha creduto nella startup nata nel 2015. "In poco meno di un anno, con un pool di manager e imprenditori, abbiamo raccolto direttamente circa mezzo milione di euro, che si aggiungono agli oltre 2 milioni di euro che Moovenda è riuscita ad ottenere dal mercato nei suoi vari round d'investimento" dice, "credo basti questo a dare un'idea della portata di questa iniziativa, e di quanto crediamo in questo progetto fin dai suoi esordi. Oggi Moovenda sta cambiando pelle, perché si avvia ad essere un'azienda matura, articolata e complessa, con voci ed anime diverse; con tanti soci (in molti casi provenienti da realtà industriali più strutturate) e con expertise interne multidisciplinari, da qui anche la scelta di istituire un CdA più rappresentativo della compagine societaria, dove ho l'opportunità, insieme ad altri stimati professionisti, di ricoprire il ruolo di membro non esecutivo. Moovenda non è più la startup romano-centrica di 2 anni fa, ma un'impresa che punta alla leadership nazionale nel food delivery: la serie di acquisizioni fatte in questi mesi, l'espansione in nuove città, la nuova strategia di comunicazione, e il nostro primo round serie A, sono tutti passi che vanno in questa direzione. Continueremo ad unire le forze con chi ha la nostra stessa visione: abbiamo già dimostrato con il nostro track record che è possibile pensare e fare grandi cose anche nel nostro Paese"

In questa rosa di investitori spicca il nome di Ciro Immobile, attaccante della Lazio e della Nazionale italiana, il quale ha deciso di puntare sull'azienda romana e di legare la propria immagine ad alcune iniziative promozionali del brand.

Tra le ultime novità di Moovenda:

  • Il servizio Prime che — tramite abbonamento — prevede la consegna gratuita su tutti gli ordini sopra ai 15 euro. Pensato per i tanti affezionati di Moovenda, è valido per tutti i ristoranti, senza limite di distanza.
  • La partnership con Smart, che ha offerto la possibilità di “ordinare” a domicilio un amico o un’amica con cui condividere il pranzo o la cena.

Con questo aumento di capitale Moovenda, già presente a Roma, Viterbo e Napoli, oggi è operativa anche a Torino e Cagliari, grazie alla recente acquisizione di Delivery Sardinia per 250 mila euro. "Siamo collegati ad oltre 700 ristoranti in tutta Italia – continua Simone Ridolfi – siamo operativi in 5 città con una copertura di 5 milioni di Clienti. Abbiamo l'obiettivo di arrivare a 10 città entro il 2018 e di migliorare sempre di più il servizio per offrire il massimo ai nostri Clienti". Nel 2017 Moovenda ha generato un indotto per i ristoranti di 2,5 milioni di euro, rispetto al milione dell'anno precedente.

Moovenda usa un algoritmo sviluppato e brevettato  dall'azienda romana, in collaborazione con docenti e ricercatori dell'Università di Tor Vergata. Moovenda consegna in tutta la città senza limiti di distanza

“Uno dei più grossi leak della storia”, “un affare enorme”, così si è espresso Jonathan Levine, esperto di sicurezza, a proposito della pubblicazione (poi rimossa) sulla piattaforma GitHub di iBoot, il codice sorgente dell’iPhone, quello che certifica l'avvio e il caricamento iniziale del sistema operativo iOS. Levine, sentito dal tech magazine Motheboard, è convinto che il codice è proprio quello di iBoot.

Certo, la versione pubblicata su GitHub sembrerebbe essere quella relativa iOS 9, alcuni punti di codice potrebbero essere stati trasferiti a iOS 11 e non è del tutto chiaro se queste risorse rendano vulnerabile il sistema operativo attuale. Ma l’importanza della pubblicazione resta, perché ha aperto la possibilità ai ricercatori di esplorare il cuore del sistema operativo di Apple, che non ha mai divulgato iBoot, di scoprire vulnerabilità ancora non emerse, di emulare iOS su piattaforme non Apple. Possibilità che possono anche essere utilizzate in modo fraudolento dagli hacker.  

Il BIOS dell’iPhone. iBoot è il programma che carica il primo processo che viene eseguito quando si accende l’iPhone. Verifica che il il cuore del sistema operativo (il kernel) sia correttamente firmato da Apple e poi lo esegue: è come il BIOS nei computer. Apple nel corso degli anni ha reso open source alcune parti di iOS e MacOS, ma ha fatto particolare attenzione a mantenere chiuso iBoot.
 
La segnalazione di bug nel processo di avvio è pagata da Apple fino a 200 mila dollari. Al momento la società di Cupertino non ha rilasciato dichiarazioni in merito.

"Cosa ho visto di più? Principalmente pornografia, tonnellate di pornografia". Sarah Katz alla Bbc ha raccontato i suoi otto mesi di lavoro come moderatore di Facebook. "L'agenzia è stata molto diretta quando ci ha detto che tipo di contenuto avremmo visto, quindi non siamo stati lasciati al buio." 

Nel 2016, Sarah è stata una delle centinaia di moderatori umani che lavorano per un'agenzia che lavora per Facebook in California. Il suo compito era quello di esaminare i reclami relativi a contenuti inappropriati, come segnalato dagli utenti di Facebook.

Ha condiviso la sua esperienza con Emma Barnett di BBC Radio 5 live. "Ci hanno limitato a impiegare circa un minuto per post per decidere se si trattava di spam e se rimuovere il contenuto", ha detto. "A volte dovremmo rimuovere anche l'account associato".

"La direzione voleva che noi non lavorassimo più di otto ore al giorno, e dovevamo esaminare una media di circa 8.000 post al giorno, quindi circa 1.000 post all'ora". Come si impara a raggiungere certi ritmi? "Si impara praticamente sul lavoro, in particolare il primo giorno: se dovessi descrivere questo tipo di lavoro in una parola, beh non potrebbe essere che 'estenuante'". 

 

Twitter e Pornhub, il sito di video a luci rosse che nel 2017 ha sfiorato quota 30 miliardi di visite, si sono scagliati contro il deepfakes, cioè il porno realizzato con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale che permette di inserire il volto di una persona qualsiasi al posto di quella della persona originariamente nel video.

Un portavoce del social network, che a differenza di altri consente la pubblicazione di scatti intimi, ha spiegato a The Verge che questa tipologia infrange i suoi termini di utilizzo che vietano scatti “prodotti o distribuiti senza il consenso del soggetto”. Pornhub, dal canto suo, ha detto a Motherboard di “considerare questo genere di contenuti come porno non consensuale”, lo stesso del cosiddetto revenge porn, e che perciò li rimuoverà. Ma che cos’è il deepfakes?  

“Siamo fottuti”

Tutto è nato su reddit pochi mesi fa. A dicembre Motherboard aveva scoperto un utente – chiamato deepfakes, con più di 90 mila followers – che pubblicava video in cui cambiava il volto dei protagonisti di video porno con quelli di celebrità di Hollywood. Il tutto grazie all’Intelligenza Artificiale. Il meccanismo grossomodo funziona così: il software usato si basa su librerie come Keras che girano su altri software di machine learning open-source come TensorFlow, messo a punto da Google con intenti molto differenti e distribuito liberamente a chiunque.

L’apprendimento automatico consiste nel fatto che diversi nodi svolgono calcoli sui dati di input, che in questo caso sono corpo e volto delle persone coinvolte, fino a riuscire a manipolare il video in maniera automatica. Ma con una breve ricerca su internet si arriva facilmente a un thread in cui l’autore spiega passo a passo come imparare questa tecnica di fotomontaggio.

L’articolo che ha svelato il trucco – intitolato inequivocabilmente “Il porno falso fatto con l’ausilio dell’AI esiste e siamo tutti fottuti” – lanciava l’allarme spiegando che “ci troviamo sul ciglio di un mondo in cui è facile, persino banale, produrre video credibili di persone che dicono e fanno cose mai dette e fatte, persino sesso”.

Da Scarlett Johansson a Nicolas Cage

Sono molte le star del cinema già finite nella trappola del deepfakes. Da Scarlett Johansson a Gal Gadot, da Natalie Portman a Emma Watson, passando per Sophie Turner e Natalie Dormer, la maggior parte delle vittime sono donne e i loro volti sono finiti in video espliciti. Tra gli uomini il più gettonato è Nicolas Cage, utilizzato però in diverse scene di film non a luci rosse. Con un effetto almeno in parte divertente, come ha scritto Forbes in un articolo che condanna comunque senza mezze misure il fenomeno.

Il problema rimangono dunque i video porno: su reddit alcuni utenti hanno già chiesto aiuto alla community per mettere la propria ex fidanzata su qualche altrui corpo nudo, presumibilmente come vendetta per la fine della relazione.

L’annuncio di Twitter e Pornhub non è il primo: altri gruppi come Discord (la comunità di appassionati di videogames) e Gfycat (sito di GIF) avevano mosso passi in questa direzione, proibendo contenuti che “rappresentano in modo falso il legame con qualche persona”. Ma per Forbes proibire non basta, perché il problema è altrove: “Non siamo pronti per raccogliere parte del potere che la tecnologia ci offre – ha scritto – e come per molte delle cose che succedono online non esiste soluzione”.

Lo Stato dell’Australia Meridionale ha annunciato un piano per dotare oltre 50 mila unità abitative di pannelli solari e accumulatori di energia, che insieme formeranno la più grande centrale elettrica "virtuale" del mondo. Il progetto, iniziato con l’installazione degli impianti su circa mille case “pilota”, prevede l’impiego di pannelli solari da 5 chilowatt (kW) e una batteria Tesla Powerwall 2 da 13,5 chilowattora (kWh), installati gratuitamente e finanziati attraverso la vendita di elettricità. Secondo le previsioni, il costo dell’energia per famiglia diminuirà di 300 dollari australiani (190 euro) l’anno.

“Più energia rinnovabile significa più potere economico per tutti i cittadini. Il mio governo ha già realizzato il più grande accumulatore di energia al mondo, e ora creeremo la più grande centrale elettrica virtuale del mondo”, ha dichiarato Jay Weatherhill, capo del Governo dello stato federato dell’Australia del Sud. “Il nostro piano energetico dimostra che stiamo guidando il mondo delle energie rinnovabili”, ha detto. L’obiettivo del progetto sarà di unire tutte le abitazioni in un unico sistema integrato di produzione di energia, in modo che il flusso di corrente elettrica sia autoregolato virtualmente da un software in grado di stabilire autonomamente quando e in che misura servire l’abitazione o alimentare la rete. Il sistema, realizzato dall’azienda Tesla di Elon Musk, dovrebbe riuscire a ottimizzare gli sprechi tipici degli impianti fotovoltaici autonomi, che non dialogano con la rete e sono quindi meno efficienti.

Il cuore del progetto è la tecnologia di Tesla, la quale produce gli accumulatori di energia Powerwall. Grazie a queste grandi “batterie” a muro, è possibile conservare l’energia prodotta e alimentare la rete; il software che la gestisce è in grado di capire se c’è un blackout e quindi di rivolgere gli accumulatori istantaneamente verso le abitazioni. Negli ultimi tempi l’Australia Meridionale ha sofferto di mancanze di energia dovute a eventi climatici avversi: “Grazie a questa soluzione, fintanto che le batterie hanno carica, in caso di blackout, gli abitanti se ne accorgerebbero neanche”, si legge nel sito del progetto. La costruzione dell’impianto, che ha richiesto uno stanziamento di 647 milioni di euro, dovrebbe essere terminata entro il 2020.

Le rivoluzioni tecnologiche che impensieriranno di più le autorità politiche mondiali nei prossimi anni riguardano lo sviluppo dell'intelligenza artificiale e le sfide poste al mercato del lavoro dall'espansione della robotica.

Sarà però l'espansione della realtà virtuale e della realtà aumentata ad avere – nel breve periodo – l'impatto più clamoroso sul settore dell'elettronica da consumo. E a investire in questo comparto non sono più solo i colossi della Silicon Valley, come Facebook e Alphabet​.

Walmart, il maggior marchio Usa della grande distribuzione, ha annunciato di aver rilevato una piccola azienda, Spatialand, da un anno coinvolta nello Store No. 8, l'incubatore di startup, finanziato dalla catena di supermercati, la cui principale area di ricerca è proprio la realtà virtuale. La fondatrice di Spatialand, Kim Cooper, entrerà nell'organigramma di Walmart mentre Katie Finnegan, che si occupava della supervisione dell'incubatore, diventerà Ceo ad interim della società. 

Il ragionamento è semplice. Quali sono le attività principali che le persone saranno più contente di non dover più svolgere di persona? Certo, poter parlare con un ologramma di un amico lontano sembra stimolante ma è probabile che alla maggior parte dei navigatori continuerà a essere sufficiente la videochat.

Ben più interessante sembra invece la possibilità di fare acquisti da casa indossando un visore che ci consentirà di scegliere i prodotti dai banconi come se fossimo nel punto vendita, invece che sulla nostra poltrona. È questa l'intuizione alla base dell'acquisizione di Spatialand, che produce software in grado di creare esperienze di realtà virtuale sulla base di dati ottenuti da luoghi e oggetti preesistenti. 

Non si tratta di una novità assoluta. Lo scorso novembre Amazon aveva già presentato un visore in grado di applicare la realtà aumentata allo shopping. Ed è sempre dello scorso novembre l'acquisizione di una startup specializzata in realtà aumentata da parte di Williams-Sonoma, una catena di negozi di mobili. Walmart intende però andare ancora più oltre e offrire ai clienti un'esperienza di realtà virtuale tout-court, con prodotti che non si potranno solo vedere in 3d ma anche "toccare con mano". 

Bisognerà quindi attendere un po' per poterci fare un giro tra gli scaffali della catena Usa senza muoverci dalla nostra abitazione ha spiegato Finnegan in un'intervista, sottolineando che le applicazioni alle quali lavora Spatialand non avranno una diffusione di massa prima di cinque o dieci anni. Bocche cucite anche sul dettaglio dei progetti che, ha aggiunto Finnegan, non verranno resi pubblici prima del 2019.

@CiccioRusso_Agi

Si chiama Song Biz ed è una piattaforma per il trading delle royalty musicali, un marketplace dove si incontrano domanda e offerta di editori discografici. In altre parole, uno spazio che dà la possibilità agli utenti privati, anche a quelli privi di un profilo SIAE, di diventare virtualmente editori, grazie al meccanismo dell’editoria diffusa. La piattaforma di sharing economy è stata sviluppata da Bandbackers, la società di Roberto Calabrò, ceo, 46 anni, anche chitarrista. 

“La sharing economy – ha spiegato Calabrò – è stata la base di tutti i ragionamenti che ci hanno mosso in questi anni. È stato il nostro ossigeno”. Una grandissima opportunità “che permette di disintermediare. La sharing economy finalmente ora è una pratica quotidiana”. A proposito di Song Biz, Calabrò ha spiegato che “l’editoria diffusa permette ad un editore di cedere co-edizioni a utenti privati e rappresentarli”. 

 

Sul modello di business ha precisato: “Prendiamo una fee del 10% sulle transazioni tra gli editori e una fee del 10% sulle transazioni di editoria diffusa”. Uno strumento, Song Biz, a disposizione di tutti gli addetti al settore. “Dal grande editore alla piccola etichetta discografica”, con obiettivi diversi, come “rivalutare un vecchio catalogo musicale, come il supporto di un artista emergente”. 

Song Biz è l’evoluzione di un altro progetto di Roberto Calabrò, legato ad una piattaforma di crowdfunding verticale sempre dedicata alla musica, sempre basata sulle royalties. “La piattaforma si chiamava Bandbackers – spiega sempre Calabrò – è stata una social music label, un’etichetta finanziata dai fan, ha lanciato 12 campagne per altrettanti artisti e 10 sono andate a buon fine”. Il meccanismo era quello del “royalty crowdfunding, che dava indietro non ricompense simboliche, ma revenu dall’attività musicale degli artisti coinvolti”.

Questa l’evoluzione dei 2 progetti. “Bandbackers ci ha permesso di validare una modello che avevamo in mente. Il problema che risolveva Bandbackers poteva essere spostato sul target degli editori e abbiamo pensato di verticalizzare la piattaforma sulla compravendita delle edizioni”. L’idea di Bandbackers è nata nel 2014 nel corso di InnovAction Lab, il programma di accelerazione (nato in seno a LUISS Enlabs) di idee di impresa che ha preparato giovani con idee innovative ad affrontare il mercato.

 

Tante cose potevano andare male. Ed Elon Musk, che con la sua SpaceX punta a rendere i viaggi spaziali il business del futuro, aveva messo le mani in avanti elencando lui stesso le diverse evenienze che avrebbero potuto far fallire il lancio del Falcon Heavy, il più potente razzo mai costruito dopo il Saturn V della Nasa. Così potente da poter trasportare nello spazio un Boeing 737 a pieno carico, sostiene la stessa SpaceX. A bordo, però, c'era solo una Tesla Roadster di un rosso fiammante, una delle auto elettriche prodotte dalla casa automobilistica di Musk, il quale aveva stimato per l'esperimento un 50% di probabilità di successo. E invece, finora, sembra che tutto sia proceduto alla perfezione e il primo viaggio di un astronauta su Marte è da oggi più vicino.

La folla intervenuta a Cape Canaveral per assistere al lancio, seguito da milioni di persone in diretta streaming, ha accolto con un boato il conto alla rovescia che ha preceduto l'accensione dei ventisette motori. Il timore era che le vibrazioni li potessero far collidere. Un'ulteriore incognita era rappresentata dalle bassissime temperature dei carburanti, che avrebbero potuto causare incrostazioni di ghiaccio un cui eventuale distacco avrebbe comportato ulteriori danni, in caso di contatto con i propulsori. Il razzo che farà da prototipo a quelli destinati a raggiungere il pianeta rosso ha quindi superato con successo la velocità del suono, resistendo alle onde d'urto supersoniche senza danni strutturali.

Un secondo boato ha accolto il distacco dei propulsori, versioni modificate del vecchio Falcon 9 di Space X. In sala controllo partono le note di 'Life on Mars' di David Bowie. E vengono diffuse le immagini, girate da una telecamera interna, che mostrano la Tesla nello spazio, con a bordo un manichino. Poi giunge la notizia dell'atterraggio dei due propulsori laterali, discesi in perfetto ordine a Cape Canaveral. Anche questo è un momento rivoluzionario: i due vettori potranno essere infatti riutilizzati, una possibilità ritenuta impensabile fino a pochi anni fa. Manca ancora all'appello quello centrale, che dovrebbe terminare il suo viaggio nell'Atlantico. 

Tutto a posto, quindi? È ancora presto per dirlo. Bisognerà attendere la conclusione delle sei ore di crociera nello spazio profondo, che servono a testare la capacità del Falcon Heavy di trasportare satelliti in orbite remote. Sei ore nelle quali il razzo attraverserà la cintura di Van Allen, un'area dello spazio prossimo alla Terra ad alta attività radioattiva. Si teme che le radiazioni possano "friggere" i circuiti elettronici del veicolo. O, ancora, il carburante potrebbe congelarsi e l'ossigeno vaporizzarsi, tutti incidenti che impedirebbero al Falcon Heavy di avvicinarsi all'orbita marziana. Ma, per adesso, si festeggia. 

"Creare, connettere e condividere rispetto: una migliore connessione Internet inizia da te": oggi, martedì 6 febbraio, si festeggia il Safer Internet Day, giornata di confronto per contribuire a creare una comunità informatica più sensibile e attenta nel mondo virtuale. L’iniziativa, rilanciata sui social con l’hashtag #SID2018, è un’occasione per affrontare i temi del cyberbullismo, della pedopornografia e dell’adescamento: situazioni di pericolo che bambini e adolescenti vivono quotidianamente durante la loro navigazione online o sui social. Sei adolescenti su dieci sono stati vittime di esperienze negative durante attività di streaming live, secondo quanto emerso dall’attività quotidiana degli operatori del Centro d’Ascolto di Telefono Azzurro, confermate anche dalla ricerca effettuata da Doxa Kids.

Secondo i dati forniti da Telefono Azzurro, per quattro ragazzi su dieci di età compresa tra gli 8 e i 18 anni Internet rappresenta un luogo di minaccia e il 40 per cento di loro teme che possa essere veicolo di bullismo e atti vessatori. "Senza adeguate misure di protezione, molti bambini e adolescenti saranno sempre più vulnerabili ai rischi e ai danni online nel nostro paese e nel mondo e gli stessi ragazzi ne sono consapevoli – ha dichiarato il Professor Ernesto Caffo, presidente di SOS Telefono Azzurro, docente di neuropsichiatria infantile alle Università di Modena e Reggio Emilia – Oggi il nostro impegno, unitamente a istituzioni, governi, aziende e società civile, dovrà essere non un impedimento alla vita ‘social’ al contrario un'adeguata e precisa programmazione di azioni intente a rafforzare la sicurezza in rete, perché tutto possa essere usato e usufruito correttamente”.

I risultati della ricerca consolidano il timore da parte dei più giovani di esser vittime inconsapevoli di una pericolosa esposizione a uno strumento utile, ma incontrollato e di cui avere paura. Gaming, denaro, sessualità, ricerca di informazioni, contenuti personali, violenza e prevaricazione sono sempre più alla portata dei bambini e degli adolescenti, i quali navigano spesso senza alcun controllo. Per contrastare questo fenomeno oggi è stata firmata anche la Carta di Milano per la dignità dei bambini e degli adolescenti nel mondo digitale, strumento che spera di dare un impulso alla promozione dei valori del rispetto reciproco. Ma per la lotta al cyberbullismo sarà utilizzato anche quest’anno il “Nodo blu”, simbolo lanciato dal ministero dell’Istruzione, e giunto alla seconda edizione, come iniziativa nel quadro del Piano nazionale contro il bullismo.