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Informatica

“Se fossi in lui considererei con attenzione la nostra richiesta”. È molto diretta Sophie In ’t Veld, parlamentare europea olandese, vicepresidente del Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa, e tra le figure più attive sui diritti digitali e la privacy nel Vecchio Continente. “Lui” è Mark Zuckerberg. Che lo scorso giovedì è stato invitato dal Parlamento europeo a presentarsi davanti a tre sue commissioni.

Cosa vuole dirgli il Parlamento europeo

Non c’è ancora una data, e nemmeno una risposta (né un potere legale per obbligarlo a presentarsi) ma – come conferma ad Agi In ‘t Veld – i parlamentari europei “vogliono innanzitutto dirgli alcune cose, prima ancora di fare domande. E la prima è che lui collabori con noi e faccia in modo di seguire le nostre regole”.

Sul piatto del possibile incontro tra il fondatore di Facebook e l’Europa ci sono vari temi: informazioni sui 2,7 milioni di profili europei finiti a Cambridge Analytica, come evidenziato giorni fa dalla Commissaria Ue alla Giustizia, Vera Jourova; capire se e come Facebook seguirà le norme previste dal Regolamento europeo sulla privacy (GDPR), pienamente applicabile dal 25 maggio; come effettivamente sono garantiti i dati degli europei trasferiti negli Usa; se Zuckerberg vorrà sostenere l’altro regolamento ancora in discussione, quello ePrivacy, che riguarda le comunicazioni digitali; e poi ancora tasse e norme sulla libera concorrenza.

“Vogliamo dire a Mark Zuckerberg di seguire la nostra legge e spiegargli cosa vuol dire e cosa cambierà da qui ai prossimi mesi”, dichiara ad AGI In ‘t Veld. “Spiegargli alcune cose sull’etica, perché lui sarà pure un miliardario ma la sua educazione morale sembra ancora quella di uno studente. Contiamo sul fatto che sostenga il nostro regolamento ePrivacy, su cui stiamo lavorando e che è ancora più rilevante per queste questioni rispetto al GDPR. Vogliamo parlare di come sono trasferiti i dati europei oltre Atlantico e se le garanzie del Privacy Shield (l’ultimo accordo Usa-Ue sulla privacy e il trasferimento di dati, ndr) sono adottate. Vogliamo anche parlare di tasse, discutere la proposta della Commissione di una tassazione temporanea sui giganti Internet (la cosiddetta webtax, ndr). E fare in modo che le regole europee sulla concorrenza siano applicate in modo stretto”.

Anche Claude Moraes, parlamentare europeo britannico e presidente della Commissione sulle libertà civili, è certo che a Zuckerberg convenga presentarsi. “La Commissione Ue ha ampi poteri regolatori di cui Facebook dovrebbe essere consapevole”, dichiara ad AGI. “Vogliamo esaminare l’azienda e chiedere conto di quello che fa. E di come gestirà il Regolamento europeo sulla privacy. Nel complesso questa vicenda mostra che l’Europa aveva standard superiori sulla privacy, e che ci siamo mossi nella direzione giusta. Anche per questo dobbiamo avere la possibilità di porgli alcune domande”.

A quali regole stanno pensando negli Usa

Mentre l’Europa affila le unghie, non è chiaro cosa vogliano invece fare i legislatori americani. Durante le audizioni di Zuckerberg al Congreso Usa, il tema di nuove regole statali sulla materia è stato sollevato spesso. Nessuno però sembra essere andato nello specifico, e ancora non si sono concretizzate ipotesi plausibili. Il Regolamento europeo sulla privacy è stata la star delle audizioni, invocato a più riprese, e Zuckerberg ha detto di voler estendere in qualche modo le sue protezioni a tutti gli utenti. Ora però c’è anche una proposta di legge bipartisan negli Usa, annunciata nei giorni scorsi dai senatori Amy Klobuchar (democratica) e John Kennedy (repubblicano) che introdurrebbe salvaguardie simili a quelle europee. Ad esempio, l’obbligo di notifica in caso di violazione dei dati entro 72 ore; la possibilità di vedere quali informazioni sono state raccolte; di avere più controllo sui dati ecc. C’è anche un’altra proposta, nata in questi giorni, il CONSENT Act, e battezzata come la “carta dei diritti sulla privacy”, che vorrebbe far dettare nuove regole da parte della Commissione federale sul commercio.

Un’altra proposta di legge sul tavolo è l’Honest Ads Act, che estenderebbe alle inserzioni politiche online i requisiti previsti per gli spot politici che passano in tv e radio, e la necessità di indicare chi li ha pagati. Anche la Commissione sulle elezioni federali si sta muovendo in questa direzione.

Invece la possibilità di azioni anti-monopolistiche, benché sollevata nelle audizioni da alcuni, sembra ancora remota. Lo spettro della concorrenza tecnologica della Cina non sta solo nelle note di Zuckerberg ma anche nella testa di vari politici e analisti americani. Che considerano il social network una storia di successo a stelle e strisce. In compenso, alcuni vorrebbero almeno che Zuckerberg lasciasse il ruolo di presidente di Facebook (oggi è sia Ceo che presidente).

Che cosa (non) ha fatto Facebook

Nei giorni scorsi si è parlato molto delle misure prese da Facebook per arginare lo scandalo Cambridge Analytica. Dal vaglio di contenuti politici sponsorizzati e la verifica dell’identità degli inserzionisti, alla guerra alle app che accedono a troppi dati; fino alla chiusura di un programma che permetteva agli inserzionisti di accedere a dati raccolti dai data broker fuori da Facebook.

Tuttavia, restano ancora dei buchi che non sono stati colmati. E degli interrogativi che non sono stati chiariti. Il primo ha a che fare proprio con l’adeguamento al Regolamento europeo sulla privacy. Ricordiamo, come già scritto su AGI, che già nelle note di Zuckerberg nella prima audizione l’indicazione era di fare il vago al riguardo. “Non dire che già facciamo quanto richiesto dal GDPR”, ricordava un appunto. Inoltre non ci sono dettagli su come Facebook voglia estendere le protezioni europee sulla privacy a tutto il mondo.

Il secondo punto, emerso con forza dopo le audizioni, riguarda le informazioni sugli utenti raccolte senza che questi ne siano consapevoli. Ma ancora di più quelle sui non-utenti risucchiate dal social. Si tratta dei dati rastrellati attraverso gli indirizzi email dei contatti caricati da chi si iscrive; e attraverso i cookies, file salvati via browser durante la navigazione web, se sulla pagina ci sono i pulsanti Mi Piace e Condividi di Facebook. Sono i “profili ombra” su persone che non usano il social, come li chiama anche la Electronic Frontier Foundation. Anche su questo non sono arrivate risposte, tranne quelle vaghe di Zuckerberg al Congresso, per cui alla base di questo tracciamento di non-utenti ci sarebbero ragioni di sicurezza. 

Se vi capita di passare per l'Orto Botanico di Brera, in questi giorni, vi capiterà di osservare 700 mini case di luce, tutte diverse tra loro, che punteggiano il giardino. È l'installazione creata dall'architetto Mario Cucinella per il fuorisalone di quest'anno, un progetto creato insieme alla SOS School (school of sustainability), una scuola post-laurea con base a Bologna, impegnata nella formazione di figure professionali nel campo della sostenibilità.

Un'idea fortemente voluta da Eni Gas e Luce, in partnership con Hive, per raccontare come "il rapporto tra energia e design, grazie alla contaminazione portata dalla tecnologia, serva a migliorare la vita degli italiani all'interno delle loro case". A sostenerlo, durante la conferenza stampa di presentazione all'Università statale di Milano, è Alberto Chiarini, amministratore delegato di Eni Gas e Luce che ha anche sottolineato come l'azienda "abbia il dovere di portare avanti un discorso sul risparmio energetico, soprattutto dal punto di vista comportamentale". Un risparmio garantito anche dalla piattaforma Genius che con le sue soluzioni ha permesso di risparmiare, nell’ultimo anno, fino a 3,5 milioni di kWh.

Il tema di quest’anno: HOUSE IN MOTION

In occasione del FuoriSalone 2018, la rivista INTERNI presenta la ventesima edizione della Mostra Evento più attesa per la Design Week, incontro fra progettisti affermati, grandi aziende e istituzioni.Il rapporto fra uomo e spazio è la base del concetto di "abitare": una connessione fra qualità di vita, e innovazione. In una città che per usare le parole del suo sindaco, Beppe Sala, è nel suo "momentum", la Design Week di quest'anno non poteva che parlare di dinamicità, un evento che è il motore della Milano di domani e che oggi ospita 300.000-400 000 visitatori. Del resto è proprio il connubio tra antico e moderno, tra azienda e progettisti, imprese e design, secondo Gianluca Vago, Rettore dell’Università Statale, "a rendere grande il capoluogo lombardo e l’Italia tutta”.

Un nuovo rapporto, paritario, tra uomo e natura

Per Mario Cucinella l'installazione, che fa parte della mostra "House in Motion", "rappresenta innovazione e tradizione che si incontrano". Le casette si stagliano sullo skyline di una città immaginaria per diventare le protagoniste di uno spazio interattivo dove la smart home dialoga con l'intero sistema urbano. Il rapporto tra la casa, elemento fondamentale della città, e il mondo digitale permette di esprimere al meglio il connubio tra l'energia e la sua gestione consapevole da parte dei cittadini. "L'uomo non può più sopraffare la natura". Quello che Cucinella auspica è una nuova collaborazione tra la componente artificiale e quella naturale. Una simbiosi paritaria espressa perfettamente dall'installazione all'Orto Botanico dove sì, sono presenti molte casette, ma dove è la natura a controllare e dominare l'ambiente.

L'accordo tra Eni Gas e Luce e Hive

Si tratta di una partnership quinquiennale che, al fuorisalone, punta a illustrare come la tecnologia 'smart' per la casa possa migliorare la vita di tutti i giorni e l'efficienza energetica per le famiglie italiane. I due partner proveranno a spiegare ai visitatori della smarTown un nuovo modo di sperimentare l'energia cercando di guidarli verso una scelta di prodotti smart per la casa che siano interconnessi, innovativi e facili da usare. Accanto a questo primo spazio di conoscenza e condivisione si inserisce il primo Experience Store di Eni gas e luce, aperto in Corso Buenos Aires, nel cuore di Milano. Sviluppato su due piani, è stato immaginato e creato per far sentire le persone come se fossero all'interno di una vera "smart home". Le persone potranno rilassarsi, lavorare o incontarsi, e sperimentare cosa significa vivere in una casa intelligente provando di persona le tecnologie Hive. 

In occasione della prossima Giornata Internazionale dei Monumenti, che si celebra mercoledì 18 aprile, Google lancia il progetto "Open Heritage": un'iniziativa mondiale per mappare e creare modelli 3D di aree archeologiche a rischio. L’idea non è nuova, nemmeno per la stessa Google che negli ultimi 7 anni, ha avviato collaborazioni con 1.500 musei di oltre 70 Paesi per portare online le loro collezioni e mettere il patrimonio culturale dell’umanità a portata di clic. Ma è la prima volta che alcune delle meraviglie più a rischio si scoprono “digitali” e “condivisibili” sui social. E tra quelle da visitare senza lasciare il divano di casa ci sono anche tre italiane: Piazza del Duomo di Pisa, Pompei e Stabia. In tutto sono oltre 25 i luoghi iconici di tutto il mondo mappati dal colosso, tra cui il Palazzo di Al Azem a Damasco, in Siria, Bagan in Thailandia e l’antica Metropoli Maya di Chichen Itza in Messico.

L’idea nata da una distruzione

Quando, nel 2001, Ben Kacyra vide in TV che i Talebani stavano distruggendo le statue buddiste a Bamiyan, in Afghanistan, risalenti a 1.500 anni prima, sentì il dovere di fare qualcosa. Kacyra, uno degli inventori del primo sistema di scansione laser tridimensionale, realizzò che questa tecnologia poteva essere usata per registrare i monumenti a rischio di danneggiamenti, per via di disastri naturali, distruzione dovuta alle guerre o ai danni legati all’attività turistica e all’espansione delle città così da preservarli per le generazioni future.

L’intesa tra Google e CyArk

Kacyra ha fondato CyArk, un’organizzazione non profit che ha sviluppato l’archivio digitale in 3D più grande e più dettagliato al mondo delle meraviglie attualmente a rischio: una lista di monumenti che potrebbero scomparire. Google Arts & Culture ha avviato una collaborazione con CyArk grazie alla quale, ora è possibile accedere a queste meraviglie, in versione digitale, e di condividerne la storia con chiunque.

Visitare un sito non è mai stato così semplice

“Con la tecnologia moderna – si legge in una nota diffusa da Google – possiamo catturare questi monumenti nei minimi dettagli: il colore, la trama delle superfici e la geometria che viene catturata dagli scanner a laser con precisione millimetrica in 3D. Queste scansioni dettagliate possono anche essere utilizzate per identificare le aree danneggiate e supportare le fasi di restauro”. Al visitatore sedentario basta “semplicemente utilizzare un computer, uno smartphone o un visore per la realtà virtuale come Daydream.

Le tre italiane: chi e come le ha mappate

Piazza del Duomo, Pisa 
“Questo ristretto spazio ospita 4 capolavori di architettura medievale: la cattedrale, il battistero, il campanile e il cimitero”, si legge nel comunicato stampa. La piazza e il Duomo sono visitati da un altissimo numero di turisti, motivo per cui richiede molta manutenzione e una grande attenzione alla conservazione. Sorprendentemente, le strutture non hanno subito danni causati dai secoli o dagli agenti atmosferici. Tuttavia il campanile poggia su fondamenta inadeguate al tipo di suolo”.  

Nel febbraio 2005 e nel luglio 2006 diverse squadre di esperti da ogni parte dell’Italia hanno condotto uno “studio ad alta definizione” per documentare lo stato del sito e valutare i possibili interventi.

Pompei
"È la più complete città antica al mondo, ma ha di fronte a sé molte sfide. Al di là della ovvia minaccia rappresentata dalla possibile eruzione del Vesuvio, il turismo ha il più forte impatto sul sito. Maggiore di quello dei fenomeni atmosferici. Nel 2003, studenti e staff del Centro ricerca per lo sviluppo dei processi automatici e integrati nel restauro dei monumenti (DIAPReM ) dell’università di Ferrara. Research Center for the Development of Integrated Automatic Procedures for Restoration of Monuments (DIAPReM) and the Faculty of Architecture of the University of Ferrara hanno mappato e documentato digitalmente il Forum: centro politico ed economico di Pompei.

Stabia
Non lontano da Pompei, Stabia, un tempo frequentato dall’elite romana, scomparve anch’egli nel 79 D.C. sotto 7 metri di ceneri vulcaniche. Una delle sfide più complesse è rappresentata dal grande numero di reperti da conservare. Nel giugno del 2013, l’organizzazione no-Profit “Restoring Ancient Stabiae (RAS)” , partner di CyArk, ha avviato un programma di catalogazione e digitalizzazione delle aree delle ville da proteggere con urgenza. 

Omar Itani sale sul palco: esulta e si copre le spalle con la sua bandiera, quella del Libano. Ha appena vinto la Global Social Venture Competition (Gsvc), il concorso internazionale che premia i progetti ad alto impatto sociale, e il primo premio da 40 mila dollari. La sua startup si chiama FabricAID e ha ideato un sistema di raccolta, riciclo e redistribuzione di abiti usati a comunità marginalizzate.

Il progetto FabricAID

La raccolta parte da scuole, università, imprese e Ong. I vestiti vengono quindi classificati, ordinati e puliti per essere venduti a prezzi bassi in negozi di seconda mano, mercati e negozi creati da FabricAID. Gli abiti in cattivo stato vengono invece riciclati per produrre, ad esempio, l’interno dei materassi. La startup riduce così l’impatto ambientale dei rifiuti tessili e, allo stesso tempo, crea lavoro e sostiene le comunità in difficoltà. Qualche minuto dopo, abbandonata la sala della premiazione, Omar ancora non ci crede. È seduto su una sedia, in disparte, sempre con la bandiera libanese addosso. Fissa l'assegno di cartone versione extra-large, si stringe la testa tra le mani e la scuote, come a dire “non ci credo”. Quei 40 mila dollari per FabricAID e per il Libano sono sono una cifra sostanziosa, con la quale aprire nuovi progetti: “Inizieremo a produrre mobili utilizzando i vestiti”, spiega Itani. “Si tratta di un nuovo progetto per il quale avevamo bisogno di capitali e ora abbiamo quarantamila dollari da investirci. Creerà nuovi posti di lavoro per persone che vengono da contesti molto svantaggiati o per orfani visto che svilupperemo questo progetto proprio in collaborazione con un orfanotrofio”.

Nemo: un “medico” sempre in casa

Le finali della Global Social Venture Competition, organizzate per la prima volta in Europa, a Milano, da ALTIS Università Cattolica, hanno premiato anche Nemo (seconda, con un assegno di 25 mila dollari) e Thinkerbell Labs (terza, con 10 mila dollari). La prima è una startup statunitense: offre un dispositivo indossabile che permette alle famiglie che vivono nelle aree rurali di monitorare i neonati anche a casa. Nemo ha già ottenuto la fiducia (e 100 mila dollari) dalla Bill and Melinda Gates Foundation, l'ente guidato dal fondatore di Microsoft e dalla moglie. L'assegno della Gsvc, spiega Ailon Haileyesus del team di Nemo, “ci permetterà di crescere”. Anche se il riconoscimento va oltre i soldi: “La GSVC ci darà sicuramente molta notorietà e risorse per generare un vero impatto e tradurre la nostra idea in qualcosa di concreto da offrire alle persone che ne hanno maggiormente bisogno, in particolare in Uganda dove stiamo già lavorando”, spiega il co-fondatore di NeMo Benjamin Ostrander.

Il digitale per imparare il codice Braille

La terza posizione è andata all'India: Thinkerbell Labs ha sviluppato un dispositivo audio-tattile che permette ai non vedenti di imparare il codice Braille sia da autodidatta che in classe, sia a mano che tramite specifiche componenti hardware e un pc economico. “Penso che quello che porteremo con noi di questa esperienza è questo incredibile gruppo di persone che, come noi, sono impegnati a imprimere un vero cambiamento sociale e credono nel loro business”, afferma la co-fondatrice Sanskriti Dawle. “Abbiamo realizzato che siamo tutti nella stessa barca e che, seppur in settori diversi, affrontiamo le stesse sfide. E poi, 10 mila dollari faranno certamente una bella differenza”.

Lo street food “solare”

Oltre ai premi principali, sono stati assegnati altri riconoscimenti speciali ad alcune delle altre 19 finaliste. Il Priya Haji Memorial Award (da 2.500 dollari), assegnato al migliore tra i team che non è entrato nella rosa dei primi 6 progetti, è andato ad Acarí (USA): la startup forma i pescatori messicani e offre loro l’attrezzatura per lavorare e vendere pesce-gatto, trasformandolo in una fonte di reddito e creando nuovi posti di lavoro. Gli studenti dell’Università Cattolica hanno invece scelto la loro startup preferita, assegnando il People's Choice Award (e 1500 dollari) a Musana Carts (Uganda): ha ideato carretti con prese elettriche e fornelli alimentati a pannelli solari per i venditori ambulanti. Permettono ai piccoli imprenditori di migliorare le condizioni igienico-sanitarie per la conservazione e la preparazione del loro “street food”. I carretti riducono così l'impatto ambientale e creano lavoro.

“Professor Pinker! Professor Pinker, ci dica: ma se il mondo non è mai stato così bene, come affermano i suoi dati, allora perché sembriamo tutti così infelici?”.

La domanda, così, piatta, è rimbalzata nella grande sala dove due giorni prima il grande studioso di Harvard aveva svolto il suo intervento, ed è diventata un passaparola tra i capannelli di persone nella pausa caffé, spesso accompagnata da una risatina vendicativa, “mai stato così bene? Lui forse…”:

E poi è uscita da lì, l’avveniristico centro congressi di Vancouver, affacciato sull’Oceano Pacifico, per entrare  nella rete globale, rilanciata persino dal profilo ufficiale di Twitter dell’evento. “Perché sembriamo infelici, professore?”.

Steven Pinker in quel momento non c’era, l’avrei notato. Si sedeva sempre sul lato destro del teatro, in uno dei posti vicino alle scale per avere più libertà di movimento credo.

E poi nonostante il rango e il prestigio indiscussi, ha il vezzo di indossare camicie di un colore solo, ma sgargiante e sempre diverso, una scelta che sul corpo lungo e dinoccolato che si ritrova a 64 anni, lo fa sembrare una rockstar. Infine i capelli: qualcuno dice che ricorda Albert Einstein, con la sua inconfondibile chioma da leone bianco.

Anche Pinker ha i capelli bianchi in effetti, ma i suoi formano degli strani boccoli che gli scendono fino alle spalle. E così assomiglia, involontariamente immagino, a certi personaggi del suo secolo preferito, il 700, il secolo dei lumi. In quel tempo, quelli come lui li avrebbero chiamati “i parrucconi”, ma “i parrucconi” erano nemici del progresso, Pinker invece lo vede ovunque. E poi i capelli del prof sono autentici.

E comunque non c’era Pinker in quel momento al TED, non c’era quando uno dei presenti è salito sul palco nello spazio che la scaletta tradizionalmente dedica a brevi repliche del pubblico, si è messo al centro del tappeto rosso circolare che è un tratto di fabbrica dell’evento, e ha fatto la domanda del momento: “Perché sembriamo tutti così infelici?”.

Strano sentirlo dire al TED. In quello che per anni è stato considerato il club degli ottimisti. La conferenza, anzi la comunità di quelli convinti che il mondo possa cambiare e diventare migliore grazie alla forza di una idea; e che questa idea possa essere l’idea di ciascuno di noi; ma quelli che sanno anche che per diventare reale quell’idea ha bisogno di essere condivisa, raccontata, supportata.

È una vecchia storia, sintetizzata in un proverbio africano e ripetuta da intere legioni di politici: “Finché sogni da solo è solo un sogno, ma se sogniamo insieme è una rivoluzione”. Qui al TED i sognatori da sempre abbondano, ma questa volta, per la prima volta, molti sembrava che avessero fatto un brutto sogno. Anzi due. E se il mondo non fosse migliore di prima? E se non fosse vero che possiamo migliorarlo così facilmente?

Prima di provare a capire dove sono finiti gli ottimisti e dove è finita la nostra felicità e se le due scomparse sono in qualche modo legate, vorrei dire ancora due parole sul TED.

Perché se c’è un luogo, un evento, un format che in questi anni ha rappresentato il positivismo, la convinzione del progresso umano, la fede nella scienza, ma soprattutto la forza della rete, quel luogo è il TED che è nato come una conferenza qualunque in California, 34 anni fa, con l’idea di mettere assieme una volta l’anno un po’ di gente di Hollywood, un po’ di Silicon Valley e qualche hippie californiano, ed è diventato un movimento globale verso il progresso sostenibile e inclusivo.

Questo è accaduto da quando il timone lo ha preso un giornalista britannico, Chris Anderson, figlio di un oculista impegnato in zone di guerra in paesi lontani e quindi cresciuto con una sensibilità fuori del comune per certi argomenti: ha visto fin da piccolo che il mondo non era solo quello dei ricchi e felici.

Ad Anderson si devono le due intuizioni che hanno fatto del TED quello che è adesso: niente interviste sul palco ma solo interventi in prima persona di 18 minuti (il famoso personal storytelling alla massima potenza); e poi il video di ogni singolo intervento, di ciascun talk, finisce subito sul web dove tutti possono vederlo e diffonderlo facendolo diventare “conversazione globale”.

Infatti “Ideas worth spreading, idee meritevoli di essere diffuse” è lo storico motto del TED, mai cambiato. E mentre col tempo i minuti da 18 sono passati a 9 (solo quelli bravi ne hanno ancora 12, in qualche rarissimo caso 15), il format è essenzialmente lo stesso con un mix che si ripete ogni anno e che assomiglia a quello di certi cocktail di successo che non ti stancano mai.

La formula di un TED perfetto la possiamo sintetizzare così: un po’ di ricercatori di frontiera, soprattutto del MIT e di Stanford, qualche pioniere digitale, diversi esploratori, un grande vecchio (questa volta la parte l’ha recitata da par suo un grandissimo, ieratico, Renzo Piano), diversi ragazzini apparentemente geniali, un paio di cinesi ma aperti al resto del mondo, una manciata di attivisti dei diritti umani, qualche artista (il massimo è quanto ti capita una violinista pazzesca che è anche un’attivista di Amnesty come questa volta Lili Haydin); a volte un mago ma tecnologico, e infine, sempre, un comico intelligente per spezzare il ritmo. Shakerare bene e servire freddo in cinque giornate di fila, all’inizio di aprile e il successo è assicurato.

Da cinque anni il TED ha lasciato l’amata California ed è approdato a Vancouver dove resterà almeno fino al 2023. Non ho capito le ragioni di questo trasloco verso nord finché non sono arrivato qui, nella Columbia Britannica, estremo Canada Orientale. Intanto va detto che Vancouver ha lo stesso fuso orario di San Francisco, Los Angeles e Seattle, tre città da cui vengono molti membri della community.

Per loro questa è una piacevole gita fuoriporta. E poi Vancouver è una città dove tutto funziona alla perfezione: da tre anni finisce nei primi tre posti della classifica mondiale delle città con la migliore qualità della vita, traffico, rifiuti, criminalità qui non sono un problema, passeggi e ti sembra di stare nel parco tematico della città perfetta. Per dire,  l’aeroporto da nove anni vince il titolo di migliore aeroporto dell’America Settentrionale (da nessuna parte nel mondo ci ho messo così poco a fare check-in, svolgere i controlli doganali e recuperare bagaglio). Sì certo, piove. A Vancouver, che è affacciata sull’Oceano Pacifico, piove spesso. Questi giorni non ha smesso quasi mai al punto che una simpatica professoressa del MIT, Penny Chisholm, nel pieno del suo fondamentale intervento su dei misteriosi microorganismi che vivono negli oceani e che lei studia da una vita perché, naturalmente, potrebbero salvare il mondo, si è interrotta per dire questa grandissima verità: “A Vancouver non ti serve una app per sapere che tempo fa. A Vancouver ti serve un ombrello”.

Pioggia a parte, Vancouver è accogliente come pochi altri posti. E ha un centro congressi coi fiocchi che il TED affitta e occupa in ogni singola stanza (in quelle al terzo e ultimo piano ho scoperto che fanno lezioni di wellness e fitness al mattino presto, per esempio). Qui Chris Anderson ha fatto un autentico colpo di genio: smontare la classica, tradizionale, ingessata sala congressi per farsi fare un teatro su misura, su misura del TED. Non tanto e non solo in termini di capienza, è molto grande, ci staranno tremila persone; ma in termini di formato. È andato da David Rockwell, l’architetto che fa le scenografie degli Oscar, e si è fatto progettare il primo maxi-teatro per il personal storytelling.

Anderson infatti è convinto che il format del TED derivi praticamente dagli albori dell’umanità, da quando gli uomini e le donne la sera uscivano dalla rispettive tende e si riunivano attorno al fuoco per raccontarsi delle storie. Anderson sognava un teatro che riproducesse quel meccanismo ancestrale del tutti-attorno-al-fuoco. Il problema, mi hanno spiegato, non era banale perché i teatri sono di due tipi: ci sono quelli lunghi e stretti con un grande schermo dietro il palco per rimandare le immagini alle ultime file che sono lontanissime dall’oratore; oppure ci sono quelli circolari, shekspiriani, ma senza spazio per lo schermo, che invece in un TED è essenziale per mostrare video e primi piani. Rockwell ha progettato un teatro circolare ma con uno schermo dietro il palco di trenta metri. Mai visto prima. Lo ha progettato e realizzato su misura assemblando ottomila e 800 pezzi di legno, uno diverso dall’altro, che dopo la conferenza vengono smontati e tenuti in un container fino all’anno seguente.

Il risultato finale è mozzafiato. Questo gigantesco teatro di legno quando ci metti piede ti sembra un’Arca di Noé che deve portarti in un mondo migliore. Il diluvio fuori c’è e dentro non fanno che dirtelo. Ma quest’anno deve aver sbagliato rotta, visti i risultati. Che tirasse un’aria complicata per gli ottimisti a buon mercato Chris Anderson lo ha aveva intuito dalla fine del 2016 almeno: ci eravamo sentiti al telefono per una intervista e non c’era bisogno di attendere la vittoria di Trump per capire che il mondo migliore non era esattamente dietro l’angolo. Lo dissi ad Anderson e ricordo di averlo sentito per la prima volta esitante: era chiaro che lo storytelling andava aggiornato. E così il titolo di quest’anno, The Age of Amazing, l’Età della Meraviglia, scelto puntando tutto sul sostantivo più usato sul palco, quello con il quale vengono commentati quasi tutti gli interventi, “Amazing! Amazing!”, è diventato bifronte: “La meraviglia può essere di due tipi” ci aveva detto Anderson qualche giorno prima in un briefing telefonico con la stampa mondiale: “C’è la meraviglia per una cosa bellissima e quella per una cosa spaventosa”. Spazio anche alla paura allora. Del resto le cose spaventose non mancano se pensiamo che il 34 esimo TED si è svolto nella settimana in cui Zuckerberg è stato “grigliato” dal Congresso americano mettendo in luce il lato oscuro della rete; mentre il presidente degli Stati Uniti con un tweet informava il mondo che sulla Siria sarebbero arrivati dei missili “nuovo, simpatici e intelligenti”. Anche un po’ “amazing” avrebbero detto dal palco del TED.

In realtà Anderson, nonostante l’apertura alle paure dell’umanità, resta un ottimista convinto. Ha vacillato anche lui, si capisce, ha tentennato, lo ha detto, ma poi è uscito un libro che ha rimesso le cose a posto. Un po’ come la Bibbia. Il libro di Steven Pinker. Si chiama Enlightenment Now, Illuminismo Oggi, ed è un lunghissimo, dettagliatissimo, informatissimo, a tratti noiosissimo trattato sul perché viviamo nel migliore dei mondi possibili. Se vi ricorda il Candido di Voltaire non vi sbagliate. Va detto che è da qualche anno che Pinker sostiene questa tesi ma Enlightenment Now punta a dire la parola fine sul tema. È un libro informatissimo perché parte dai dati, dai numeri. Quelli di alcuni blog – uno in particolare, ourworldindata, di Max Roser, davvero imperdibile – dove si mettono assieme statistiche di lunghissimo periodo. Tipo: l’aspettativa di vita dal ‘700 ad oggi, la mortalità infantile dall’800, la povertà dal ‘900.

Ecco, visti nella prospettiva dei secoli e non degli anni, tutti o quasi i problemi del mondo appaiono in via di soluzione se non già quasi risolti. Viviamo molto più a lungo di prima, in condizioni molto migliori e con molte più comodità. Evviva. “E’ un fatto, se le persone non lo sanno è perché non sono informate bene” dice Pinker che qui viene su un terreno che mi riguarda: il ruolo di chi per mestiere produce informazione, i giornalisti. Dice Pinker che i giornali sono costruiti su questo semplice assunto: “Qual è la notizia terribile da mettere in prima pagina oggi?”. Ogni giorno ce n’è almeno una ovviamente, mentre le cose che contano davvero, quei trend di lungo periodo che ci dicono che il mondo sta davvero sempre meglio, non diventano mai notizia e quindi le persone lo ignorano e giorno dopo giorno cambiano. Diventano pessimisti.

“La narrativa del declino fa parte della natura stesso del giornalismo” ha provato ad argomentare Pinker “se un fenomeno negativo cala per cento anni, per esempio gli omicidi, e un anno registra una piccolissima ripresa, è solo quella ripresa che fa notizia”. E questo non è bello né giusto. Pinker lo ha detto in un lungo incontro intitolato in pieno spirito del tempo “How Dark is the Future, quanto è nero il futuro” e moderato da Anderson. Un’ora e mezza da solo due giorni dopo il talk di apertura: “È una eccezione, non lo facciamo mai ma questo libro è troppo importante” si è giustificato Anderson, ma bastava che dicesse che qualche mese fa ha regalato una copia del libro di Pinker a ciascun membro del suo staff e avremmo capito. Quel libro non è un libro, è un antidoto al pessimismo, andrebbe letto ogni giorno con costanza come si prende una pasticca antidepressiva. Tanto entusiasmo è tutt’altro che isolato se anche Bill Gates lo ha voluto recensire personalmente dicendo che “è il miglior libro mai letto” in tutta la sua vita. Sono cose.

Ma nonostante questi endorsement la discussione è apertissima come si è visto al TED. A un certo punto uno gli ha chiesto: insomma, è colpa dei giornalisti, professor Pinker, se l’ottimismo è finito in cantina? “Io non sto difendendo le ragioni dell’ottimismo, ma semplicemente voglio dimostrare che il declino non esiste, è una illusione, le persone dovrebbero saperlo”. A nostra insaputa, insomma, siamo in una nuova Età dei Lumi, altro che Età della Meraviglia Spaventosa. E pazienza se dopo l’Illuminismo è arrivata la Rivoluzione Francese con le teste mozzate e Napoleone si è proclamato imperatore del mondo (e in giro di aspiranti Napoleoni se ne vedono più di un paio). Tutto va bene, anzi benissimo nel favoloso mondo di Pinker.

Ma al TED per la verità stavolta non si sentiva, anzi per la prima volta sentivi urgenti i problemi del mondo. Le ingiustizie, le contraddizioni, la mancanza di soluzioni facili e persino la diffidenza verso la tecnologia e verso la rete, un tempo viste come la terra promessa che avrebbe creato automaticamente un’umanità migliore. Uno storytelling ormai finito, possiamo dirlo, ora che il TED 2018 si è concluso.

Il primo giorno, il 10 aprile, un’oretta prima di Pinker, che ovviamente aveva avuto l’onore dalla conclusione della giornata, era intervenuto Jaron Lanier che con i lunghissimi capelli ricci su un corpaccione monumentale è anche fisicamente il tipico esponente della controcultura californiana, quelli che pensavano che la rete avrebbe creato un mondo libero e si sono ritrovati con Google e Facebook a vendere i nostri dati. Lui queste cose le dice, anche al TED, da anni, ci ha fatto conferenze e libri per avvertirci che “se un prodotto è gratis, il prodotto sei tu”. Lo diceva e nessuno se lo filava. Che noia, dateci un ottimista. Stavolta ha parlato, ha detto che la rete è rotta e va aggiustata e che non possono farlo quelli che l’hanno rotta (“un tragico, assurdo, ridicolo errore”); e ha aggiunto che un giorno pagheremo per avere un motore di ricerca efficiente e un social network adeguato, pagheremo e sarà meglio di adesso perché non è accettabile che se due persone devono comunicare c’è un terzo che ci guadagna spiandoli. Lanier insomma ha fatto Lanier: ma stavolta niente spallucce, stavolta è venuto giù il teatro dagli applausi (qui c’è l’abitudine della standing ovation se uno speaker è molto apprezzato); e il primo talk ad andare in rete (un onore accordato solo ai più apprezzati) è stato il suo. Titolo: “How we need to remake the Internet”, 15 minuti scarsi, già 300 mila views in tre giorni, andrà lontano stavolta Jaron, così come il libro di prossima uscita, “Dieci ragioni per uscire da tutti i social network. Adesso”.

In realtà raccontato così sembra che il TED sia stato una palla e invece è stata nonostante tutto una festa. La solita festa. Del resto è una settimana molto costosa per chi vuole partecipare, diciamo mille dollari al giorno fra una cosa e l’altra, e va bene che l’ottimismo è temporaneamente perduto, ma il divertimento e una certa stravaganza no, quella è compresa nel prezzo. E quindi se sul palco il clima era a tratti cupo, tendente al depresso (l’apice si è toccato giovedì sera quando la conclusione è stata affidata ad un cantante straziante che dopo la prima canzone ha detto con convinzione “io amo la depressione”); fuori era il solito luna park che mescolava futuro prossimo, buone intenzioni e demo di prodotti incredibili. Nulla è lasciato al caso. Nulla. Per dire, il cibo. Non è cibo. La barretta proteica è distribuita con lo slogan “mangiala, salverà il mondo” (nel senso che per ogni barretta si impegnano a dare un pasto a bambini affamati); nei frigoriferi sparsi trovavi una bottiglietta di Brain Gear, un liquido che aiuta memoria e brillantezza mentale (in realtà è un mix di succo di ananas e mango, ne ho bevuti litri, chissà che non mi aiuti sulla memoria); se volevi l’acqua dovevi cercare “una stazione di idratazione”, cioè una fontanella ma dovevi portarti la borraccia vuota da casa perché la plastica distrugge il mondo.

In generale il cibo al TED deve rispettare tre requisiti: farti bene, fare bene al mondo ed essere innovativo. E quindi al buffet del pranzo, accanto ad ogni pietanza c’era un cartellino che ti diceva, questo è ricco di vitamina B12, questo ha il calcio, questo zabaione è vegano. Ma il massimo era il Food Lab, un angolo dove erano offerti vari tipi di cibi del futuro. Il Beyond Burger per esempio è il famoso hamburger vegetale ma che sa di carne e che però non inquina il pianeta perché appunto è vegetale. C’era ogni volta una tale fila per assaggiarlo che ho rinunciato. In compenso ho apprezzato gli ottimi mini-pancake fatti con uno scarto della farina che raccolgono nei mulini invece di buttarla; e soprattutto le orrende bevande salutiste fatte mischiando alghe, frutti, essenze, aromi. Hanno uno scopo ben preciso ovviamente: una favorisce la devozione (non la digestione!), una la resistenza, una la tenacia e una naturalmente l’innovazione. La formula di quest’ultimo dice tutto: H2o alcalino, clorofilla, e3 live (un’alga, mi hanno detto), succo di limone, miele grezzo e sale dell’Himalaya. Colore verde brillante. Ne ho presi due “shottini” oggi, se mi trovate diverso sapete il perché.

Il cibo non è tutto, ovviamente. Nei larghissimi viali all’interno del centro congressi durante il TED ci sono istallazioni di realtà virtuale che ti fanno sentire dentro Star Wars, robottini domestici e parlanti, stampanti di DNA sintetico (giuro!), test istantanei del tuo DNA per avere una dieta personalizzata (giuro di nuovo);  sistemi per trasformare tutte le tue password in un DNA (questa non l’ho capita neanche io, proverò); e poi droni per scattarsi i selfie, e selfie per sembrare cloni, giochi e gadget di ogni tipo e naturalmente un classico di questi eventi, la combinazione di donne e motori. Solo che il motore è quello di una strepitosa auto elettrica da corsa di una grande casa automobilistica e le donne sono tre giovani violiniste molto rock che suonano con vigore notevole degli strani violini stampati in 3d.

Un circo, ma un gran bel circo va detto. Fuori è così divertente che a volte ti chiedi perché tutti facciano la fila per tornare dentro appena iniziano le sessioni di talk. Semplice, lo fanno perché ci credono. Credono alla favola del mondo migliore e hanno bisogno che qualcuno gliela racconti di nuovo. (“È vero che alla fine il drago perde? E’ vero figlia mia”, funziona così in fondo, è un meccanismo che viene da lontano). E il bello è che nonostante il momento, lo spirito del tempo e l’incredibile serie di cazzate fatte in Silicon Valley, per dirla alla Lanier, la favola resiste. Resiste perché ci sono ancora persone che fanno cose straordinarie. Ed è vero che non fanno notizia, è vero che devi venire fino al TED per scoprirli altrimenti non lo sapresti mai.

A me per esempio ha colpito il medico liberiano Rai Panjabi che ad Harvard ha creato una app per formare decine di migliaia di infermieri in Africa dove si muore per mancanza di semplici cure immediate. Oppure lo scienziato della Pennsylvania Aaswath Raman, che dopo essersi occupato di come riprogettare i campi profughi in Sierra Leone, ha lanciato una startup che promette di creare il freddo senza elettricità, semplicemente usando il grande freddo dello spazio “perché il sole è essenziale alla vita, ma anche il resto del cielo ha qualcosa da offrirci”. O Enric Sala che ha usato i satelliti per incastrare tutte le navi che vanno a pescare dove è vietato negli Oceani. E poi Floyd Romesberg che si è chiesto “perché il DNA deve essere limitato a sole 4 lettere (G, A, T e C)? Non ne posso fare uno di sei?” E ha iniziato a creare biomolecole artificiali che forse potranno curare malattie incurabili.

L’ultima immagine che ho è quella di una mia conoscenza di qualche anno fa, Hugh Herr, scienziato del MIT, con lo sguardo algido da attore alla 007 e due protesi alle gambe che ha perso drammaticamente in un incidente. Era il 2009 quando finì sulla copertina di Wired Italia, perché aveva trasformato una sua tragedia personale in una ossessione scientifica: come realizzare protesi migliori per tutti. A Vancouver è salito sul palco con disinvolta eleganza, ha accennato un paio di saltelli, ha fatto finta di iniziare a correre e poi ha raccontato una storia. La storia del team che ha creato al MIT, si chiama Team Cyborg, un team di persone che punta a creare protesi che non siano più solo protesi, ma integrazioni naturali del nostro corpo, potenziamenti inimmaginabili, la chiama “bionica personale”; e ha concluso con voce ferma, come se vedesse quello che stava dicendoci: “Presto con questa tecnologia gli uomini saranno come i supereroi, e potranno volare”.

Ce ne sarebbe abbastanza per tornare ottimisti e dare ragione a Pinker insomma. Va tutto bene, andrà tutto sempre meglio. Ma sarebbe sbagliato. Non è questo il messaggio del TED 2018. Il messaggio è quello che emerso dal talk di un giovane attore venezuelano, uno YouTuber diremmo noi, che ha parlano venerdì mattina. Ci arrivo, ma prima di lui c’è stato un altro intervento che ci ha fatto riflettere. Alle 8 e 30 sul tappeto rosso è salito il giovane James Bridle, presentato come artista e scrittore, pensavo che il suo sarebbe stato il solito intervento di alleggerimento per iniziare la giornata. E infatti ha esordito mostrando un video dove per sette minuti si vedono due mani che aprono ovetti di cioccolato con la sorpresa dentro. “Quel video è stato visto 30 milioni di volte e come quello ce ne sono altri 10 mila su YouTube”.

Poi ci ha fatto vedere come, sempre da YouTube, con la funzione “autoplay” che fa partire in automatico un altro video correlato, puoi partire con Peppa Pig e in sei o sette passaggi arrivi, non sai perché, a un video dove Topolino si masturba. Davvero nessuno sa perché, “ma se avete figli, teneteli lontani da YouTube”, ha detto. Ma più in generale ci ha messo in guardia dai tanti pericoli della rete, dalle contraddizioni evidenti, e ha concluso così tra applausi scroscianti: “Smettiamola di pensare alla tecnologia come ad una soluzione per tutti i problemi del mondo, e iniziamo a considerarla una guida per capire meglio chi siamo”. Anche Bridle ha un libro pronto, uscirà fra un mese. Si chiama “New Dark Age”, il Nuovo Medio Evo, con tanti saluti all’Illuminismo di Pinker.

Ma il podio più alto di questo TED 2018 va ad un altro intervento, quello che più di ogni altro forse ci può aiutare ad attraversare questa fase complicata. Lo ha pronunciato Dylan Marron, 29 anni, origini venezualane, attore dice la sua bio, ma è choaro che è molto di più. Qualche tempo ha creato una web serie per denunciare il fatto che nei film i neri hanno sempre parti dove parlano poco: l’ha chiamata Every Single Word, e in pratica prendeva un film e lo doppiava usando solo le battute pronunciate da attori neri. Un successone. Quando negli Stati Uniti si è aperto il caso su quale toilette pubblica debbano utilizzare i trans, lui, gay dichiarato, ha lanciato un’altra web serie, Seduto nel gabinetto con un trans, dove li intervistava nei gabinetti pubblici. Il Anche qui, il successo è stato immediato, ma accanto al successo sono arrivati gli haters, quelli che hanno iniziato a insultarlo e a minacciarlo in molti modi. E lui allora ha risposto con un’altra serie, stavolta un podcast, solo audio: People Who Hate Me, persone che mi odiano. In pratica ha telefonato a quelli che lo insultavano e ci ha parlato. Li ha fatti parlare e li ha ascoltati. E ce li ha fatti ascoltare. Scoprendo dove finiva la loro umanità e perché. Capendoli e facendosi capire. Mettendo in luce la brutalità del mondo e di certe conversazioni in rete, ma provando a indagare le cause per tentare delle soluzioni.

Sentire frammenti di quelle conversazioni è stato uno dei momenti più intensi del TED; assistere a come questo ragazzo evidentemente simpatico e bello invece di dire che va tutto bene e voltarsi dall’altra parte, ha scelto una strada difficile e coraggiosa per andare incontro ai problemi trovando un modo per non farsi travolgere, è stato illuminante.

Una delle frasi più potenti e condivise della settimana l’ha pronunciata Cesar Hidalgo, un giovane e brillante ricercatore del MIT. Ha detto: “I pessimisti hanno sempre un problema per ogni soluzione” (difendendo una sua proposta apparentemente davvero insensata per unire la democrazia diretta e l’intelligenza artificiale). È una bella frase, una frase da TED. Ma la frase che meglio riassume il momento che stiamo vivendo e che risponde alla domanda dove sono finiti gli ottimisti e perché sembriamo tutti infelici, quella frase non l’ha veramente detta nessuno con le parole che vi dirò, ma in un certo senso l’hanno ripetuta in tanti. La frase è: “Il mondo è più complicato del previsto, alcuni problemi sono molto seri e non esistono soluzioni semplici, ma con pazienza, studio ed empatia verso il prossimo è possibile trovare delle soluzioni sapendo che nel mondo c’è anche chi usa i nostri stessi strumenti per fare del male; ma se sapremo resistere, capire, imparare e se sapremo farlo con altri è possibile che alla fine ce la faremo”. 

L'innovazione non è un pranzo di gala.

Omar Itani sale sul palco: esulta e si copre le spalle con la sua bandiera, quella del Libano. Ha appena vinto la Global Social Venture Competition (Gsvc), il concorso internazionale che premia i progetti ad alto impatto sociale, e il primo premio da 40 mila dollari. La sua startup si chiama FabricAID e ha ideato un sistema di raccolta, riciclo e redistribuzione di abiti usati a comunità marginalizzate.

Il progetto FabricAID

La raccolta parte da scuole, università, imprese e Ong. I vestiti vengono quindi classificati, ordinati e puliti per essere venduti a prezzi bassi in negozi di seconda mano, mercati e negozi creati da FabricAID. Gli abiti in cattivo stato vengono invece riciclati per produrre, ad esempio, l’interno dei materassi. La startup riduce così l’impatto ambientale dei rifiuti tessili e, allo stesso tempo, crea lavoro e sostiene le comunità in difficoltà. Qualche minuto dopo, abbandonata la sala della premiazione, Omar ancora non ci crede.

È seduto su una sedia, in disparte, sempre con la bandiera libanese addosso. Fissa l'assegno di cartone versione extra-large, si stringe la testa tra le mani e la scuote, come a dire “non ci credo”. Quei 40 mila dollari per FabricAID e per il Libano sono sono una cifra sostanziosa, con la quale aprire nuovi progetti: “Inizieremo a produrre mobili utilizzando i vestiti”, spiega Itani. “Si tratta di un nuovo progetto per il quale avevamo bisogno di capitali e ora abbiamo quarantamila dollari da investirci. Creerà nuovi posti di lavoro per persone che vengono da contesti molto svantaggiati o per orfani visto che svilupperemo questo progetto proprio in collaborazione con un orfanotrofio”.

Nemo: un “medico” sempre in casa

Le finali della Global Social Venture Competition, organizzate per la prima volta in Europa, a Milano, da ALTIS Università Cattolica, hanno premiato anche Nemo (seconda, con un assegno di 25 mila dollari) e Thinkerbell Labs (terza, con 10 mila dollari). La prima è una startup statunitense: offre un dispositivo indossabile che permette alle famiglie che vivono nelle aree rurali di monitorare i neonati anche a casa. Nemo ha già ottenuto la fiducia (e 100 mila dollari) dalla Bill and Melinda Gates Foundation, l'ente guidato dal fondatore di Microsoft e dalla moglie. L'assegno della Gsvc, spiega Ailon Haileyesus del team di Nemo, “ci permetterà di crescere”.

Anche se il riconoscimento va oltre i soldi: “La GSVC ci darà sicuramente molta notorietà e risorse per generare un vero impatto e tradurre la nostra idea in qualcosa di concreto da offrire alle persone che ne hanno maggiormente bisogno, in particolare in Uganda dove stiamo già lavorando”, spiega il co-fondatore di NeMo Benjamin Ostrander.

Il digitale per imparare il codice Braille

La terza posizione è andata all'India: Thinkerbell Labs ha sviluppato un dispositivo audio-tattile che permette ai non vedenti di imparare il codice Braille sia da autodidatta che in classe, sia a mano che tramite specifiche componenti hardware e un pc economico.

“Penso che quello che porteremo con noi di questa esperienza è questo incredibile gruppo di persone che, come noi, sono impegnati a imprimere un vero cambiamento sociale e credono nel loro business”, afferma la co-fondatrice Sanskriti Dawle. “Abbiamo realizzato che siamo tutti nella stessa barca e che, seppur in settori diversi, affrontiamo le stesse sfide. E poi, 10 mila dollari faranno certamente una bella differenza”.

Lo street food “solare”

Oltre ai premi principali, sono stati assegnati altri riconoscimenti speciali ad alcune delle altre 19 finaliste. Il Priya Haji Memorial Award (da 2.500 dollari), assegnato al migliore tra i team che non è entrato nella rosa dei primi 6 progetti, è andato ad Acarí (USA): la startup forma i pescatori messicani e offre loro l’attrezzatura per lavorare e vendere pesce-gatto, trasformandolo in una fonte di reddito e creando nuovi posti di lavoro. Gli studenti dell’Università Cattolica hanno invece scelto la loro startup preferita, assegnando il People's Choice Award (e 1.500 dollari) a Musana Carts (Uganda): ha ideato carretti con prese elettriche e fornelli alimentati a pannelli solari per i venditori ambulanti. Permettono ai piccoli imprenditori di migliorare le condizioni igienico-sanitarie per la conservazione e la preparazione del loro “street food”. I carretti riducono così l'impatto ambientale e creano lavoro.

 

 

Agi Agenzia Italia – storica agenzia di stampa italiana che dal 1950 affianca con i suoi notiziari il mondo editoriale, istituzionale, economico ed industriale italiano- e Contently – azienda americana specializzata in tecnologie per il marketing che aiuta aziende di tutto il mondo a gestire i contenuti in modo efficace – sigleranno un accordo di partnership per lanciare sul mercato italiano innovative soluzioni di content marketing per gestire produzione di contenuti professionali, flussi di lavoro centralizzati e garantire una distribuzione ottimizzata.

"È da quando abbiamo aperto la prima sede a Londra nel 2016 che siamo interessati a sondare il mercato EMEA e a rafforzare la nostra presenza nella regione", ha affermato Joe Coleman, cofondatore e AD di Contently. "La partnership con Agi è coerente con le nostre radici di media company tecnologica profondamente interessata al giornalismo, e siamo ansiosi di lavorare con Agi per creare insieme soluzioni taylor made per il mercato italiano e le sue specifiche esigenze".

"Contently è stata fondata nel 2010 per realizzare un universo mediatico migliore: abbiamo individuato soluzioni per consentire alle aziende di raggiungere il loro pubblico di riferimento attraverso storie autentiche e accattivanti in grado di superare la pubblicità tradizionale", ha affermato Shane Snow, Founder-at-Large di Contently. "Siamo felicissimi di questo accordo con Agi, l’agenzia italiana leader in innovazione e autorevolezza, tempestività e fact checking, storytelling e data driven”.

Grazie a questa partnership, Contently ha accesso all'esperienza e alla competenza giornalistica di Agi, al suo ampio portafoglio di clienti italiani e alla sua consolidata capacità di rendere virali i contenuti. Agenzia Italia, d'altra parte, si assicurerà un diritto di "residenza creativa", uno staff dedicato e, soprattutto, l'accesso alla tecnologia di Contently e alla sua rete globale di pluripremiati professionisti, fotografi, video e designer.

"La complementarità di Agi e Contently e delle rispettive mission è evidente: vogliamo entrambi raggiungere il nostro pubblico con contenuti dirompenti, naturalmente senza trascurare la deontologia giornalistica", ha affermato Salvatore Ippolito, amministratore delegato di Agi. "Oltre a collaborare per fornire il miglior servizio possibile al mercato italiano, siamo impazienti di sfruttare l’eccellente piattaforma di Contently per la gestione di contenuti che ci consentirà di snellire e rendere ancora più efficace il nostro processo di creazione e distribuzione dei contenuti".

AgiFactory è la content factory di Agi. Dal fact checking all’arte dello storytelling, AgiFactory mira a creare le storie più accattivanti e influenti, capaci di stabilire relazioni tra brand e un pubblico sempre più ampio. "Grazie alla tecnologia e al know-how di Contently", continua Salvatore Ippolito, "vogliamo essere il fornitore di contenuti italiano di riferimento per agenzie e specialisti nella comunicazione dei brand più importanti, tanto in termini di qualità e profondità dei contenuti, quanto nella varietà e nei e dei modelli relazionali ".

La presenza al Festival del Giornalismo di Agi si articola quest’anno in vari panel e una newsroom all’interno dell’Hotel Brufani, uno spazio dedicato a interviste e dibattiti sul futuro del giornalismo e delle news, le nuove formule della professione, lo storytelling per le aziende, lo storyfacting.

Agi dedica il primo panel – giovedì 12 aprile Sala del Dottorato, ore 14:00 – moderato da Marco Pratellesi (condirettore Agi), al futuro delle news e a come le grandi agenzie internazionali si stanno organizzando per avere un ruolo sempre più importante nel nuovo ecosistema dell’informazione: dalla multimedialità all’intelligenza artificiale, un focus di alto profilo sulle trasformazioni in atto e su cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi 5-10 anni. Partecipano importanti agenzie di stampa internazionali come Associated Press, AFP e Reuters.

“Storyfacting: dal brand journalism allo storytelling per le aziende” è il tema del secondo panel – venerdì 13 aprile Sala Raffaello, ore 15:15 – moderato da Daniele Chieffi (responsabile digital communication & project development Agi) con il keynote d’eccezione Joe Lazauskas, responsabile della Content Strategy di Contently, che spiegherà come ridurre le distanze tra storytelling e giornalismo. Saranno presenti inoltre, Carlotta Ventura (direttore Centrale Brand Strategy e Comunicazione di Ferrovie dello Stato Italiane), Mafe De Baggis (digital media strategist) e Luca De Biase (giornalista).

Nel terzo panel – sabato 14 aprile Sala San Francesco, ore 12:00 – moderato da Marco Pratellesi (condirettore Agi), si parla di “formule del giornalismo”: fatti, dati e mobile. Tra gli speaker: Elisabetta Tola (Formicablu), Giovanni Zagni (Pagella Politica) e Lorenzo Pregliasco (YouTrend).

La partecipazione al festival è gratuita e non è richiesta pre-registrazione agli eventi. Gli incontri si terranno in inglese o italiano. Tutti gli eventi del festival saranno trasmessi in diretta streaming sulla homepage del sito e disponibili on demand.

Telecamere che tengono traccia di chi passa per i luoghi pubblici, accesso agli atti amministrativi e politiche di conservazione dei dati degli utenti che oltrepassano ogni ragionevole limite temporale. Gli ingredienti dell’incubo della sorveglianza di massa sono stati protagonisti durante il panel “Privacy nightmare Italia: storie di sorveglianza”, presentato nel primo giorno della dodicesima edizione del Festival del giornalismo di Perugia. 

Fabio Pietrosanti e Giovanni Pellerano, tra i fondatori dell’Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights, e Riccardo Coluccini di Motherboard, hanno raccontato storie e inchieste sul tema della sorveglianza in Italia. Paese dove il Foia (dispositivo che consente ai cittadini di richiedere anche dati e documenti che le pubbliche amministrazioni non hanno reso pubblici) fatica a essere recepito dagli uffici pubblici e nelle stazioni ferroviarie vengono (venivano) usati metodi di riconoscimento facciale per fini pubblicitari, nell’inconsapevolezza dei passanti.

Giovanni Pellerano, esperto di sicurezza informatica e cofondatore del Centro Hermes, è anche l’informatico che ha scoperto il software di tracciamento facciale utilizzato dai totem pubblicitari di Milano Centrale, e che ha portato a un’inchiesta realizzata con il Corriere della Sera. “Abbiamo potuto confermare la presenza di un software che decide, in base all’analisi della fisionomia, quali pubblicità devono essere mostrate. – ha spiegato Pellerano – ma studiando i brevetti abbiamo scoperto che i totem erano in grado di riconoscere la razza: pensando a recenti fughe di dati, il timore è che si possa usare tali dispositivi per fini politici”.

La scoperta dei membri di Hermes aveva portato all’interessamento del Garante della privacy, il quale infine aveva chiesto che sui totem venissero indicate le condizioni di trattamento dei dati raccolti. “È necessario verificare cosa viene fatto con i nostri dati – ha detto Marco Calamari, ingegnere e consulente in ambito privacy e Computer Forensics, che ha moderato l’evento -. Viene fatto legalmente? È necessario capire come le nostre informazioni vengono conservate, per quanto tempo, e a chi vengono trasmesse”.

 

Di tutta la bagarre scaturita dalla vicenda Cambridge Analytica, e di tutti i testimonial che hanno deciso di unirsi al corso di critiche contro Facebook, quello che fa più male è forse Steve Wozniak.

Il cofondatore di Apple, figura schiva ma a suo modo carismatica, da sempre molto amato negli ambienti nerd, ha deciso di chiudere il proprio profilo Facebook. In realtà per ora l’account è stato solo disattivato perché evidentemente Wozniak vuole darsi ancora del tempo.

Le ragioni del suo scontento erano state spiegate nei giorni scorsi a Usa Today: “I profitti sono tutti basati sulle informazioni degli utenti, ma questi non ottengono nulla di tali profitti. Apple fa i suoi soldi con dei buoni prodotti, non con gli utenti. Come si dice spesso, con Facebook tu sei il prodotto”.

Una linea di pensiero non dissimile da quella espressa qualche tempo fa da Tim Cook, il Ceo di Apple, che ha criticato Facebook per aver scelto di trasformare i propri clienti nel prodotto, mentre la casa della Mela morsicata sceglieva di vendere apparecchi e servizi. “Non trafficheremo nella vostra vita personale”, aveva detto Cook, spiegando che si trattava di una scelta presa molti anni prima.

A maggior ragione dunque anche l’uscita di Wozniak non stupisce. A 67 anni, il noto programmatore e imprenditore, soprannominato anche Woz (o L’altro Steve, rispetto al frontman Jobs, con cui ha fondato Apple nel 1976), è diventato una specie di oracolo nel mondo tech americano. Anche grazie al modo diretto con cui affronta vari temi, dalla privacy all’intelligenza artificiale.

Due mesi fa aveva stupito la platea del Museo di storia del computer di Mountain View, California, rivelando di essere l’unica persona ancora sul libro paga della Apple a partire dal primo giorno. “È una piccola busta paga”, aveva specificato. Aggiungendo che di fatto lui ancora riportava a Jobs, scomparso nel 2011. “Dato che è morto, non posso essere licenziato”, aveva chiosato nel suo stile. In realtà, in precedenti interviste, Woz aveva già spiegato di non aver mai lasciato davvero Apple, ma di aver solo smesso di lavorarci full-time nel 1987 per poter avviare un’altra azienda.

Un’altra storia che ha contribuito a creare un’aura di ammirazione attorno all’altro Steve riguarda la quotazione in Borsa di Apple. Wozniak, poco prima della IPO, nel 1980, avrebbe dato parte delle sue stock option personali ad alcuni dipendenti della prima ora che non le avevano ricevute, “perché potessero comprarsi una casa”.

Negli ultimi anni Wozniak era stato reclutato come direttore della ricerca di Primary Data, una startup di storage che all’inizio sembrava promettente, ma che ha chiuso i battenti, giusto due mesi fa. Ma Woz non sembra essersi scoraggiato e ancora recentemente non ha lesinato commenti su vari temi. Ad esempio, ha preso le distanze dalla visione apocalittica di Elon Musk, il fondatore di Tesla, rispetto all’intelligenza artificiale. “Non mi spaventa”, ha commentato Woz, spiegando che nelle macchine di intelligenza ce ne sarebbe ancora molto poca.

Da oggi la Pubblica amministrazione è un po' più aperta. Sono state pubblicate le “Linee Guida sull’Acquisizione e Riuso del Software”, frutto della collaborazione tra il Team Digitale e AgID.

Il Codice per l’Amministrazione Digitale (Cad) prevede già che le amministrazioni rilascino tutto il codice di loro proprietà sotto una licenza libera, mettendolo gratuitamente a disposizione di altre amministrazioni che vogliano personalizzarlo e utilizzarlo. Un obbligo fino a ora nullo. “Perché queste leggi potessero essere pienamente operative – spiega all'Agi Giovanni Bajo, responsabile dei rapporti con gli sviluppatori per il Team Digitale – era necessario creare un documento che spiegasse nel dettaglio i processi da seguire”. Con le linee guida, il quadro normativo italiano diventa “il più avanzato d’Europa in materia di open source dentro la Pubblica Amministrazione”.

I vantaggi di un software libero e condiviso

Con quali vantaggi? “C'è un risparmio evidente in termini di tempo e risorse – afferma Bajo – perché non si replicherà più qualcosa di esistente ma si incoraggiano le sinergie. Invece che iniziare da zero, le amministrazioni potranno (e dovranno) valutare prima un software open source esistente, e valutare se sia sufficiente personalizzarlo ed evolverlo per adattarlo alle proprie esigenze”. La spesa potrebbe quindi essere ridotta o condivisa: “Se tante amministrazioni condividono lo stesso software, perché non accordarsi e dividersi per esempio i costi di manutenzione?”, spiega Bajo.

Oggi la Pubblica Amministrazione italiana spende centinaia di milioni di euro per l’esecuzione di progetti legati al mondo del software. L'AgiD, ad esempio, ha censito 621 milioni di euro di spesa nel triennio 2013–2015 solo tra una ventina di grosse amministrazioni tra ministeri ed enti. Senza contare le amministrazioni più piccole.

Con un codice aperto e condiviso, afferma ancora Bajo, ci sarà “un patrimonio pubblico di software, costantemente aggiornato e ampliato”. Cui potranno attingere ministeri, regioni, comuni e scuole. L'obiettivo finale è creare “un motore di ricerca per software della PA”. Che metta a disposizione il codice ma che favorisca anche il contatto tra gli enti che lo hanno già utilizzato e quelli che intendano farlo.

Ma il problema della pubblica amministrazione rimane culturale, e di competenze

Certo, i problemi non mancheranno. Perché la PA italiana è molto frammentata, perché non c'è l'abitudine a fare squadra e perché mancano le competenze. “Rendere open source un software che non è nato per esserlo richiede un intervento tecnico”, ricorda Bajo. Un intervento che spesso il personale interno non è in grado di fare. Serve cercarlo altrove, impattando su tempi e costi. “Il problema delle competenze è fortissimo – ammette Bajo – ma stiamo lavorando con Consip per individuare un meccanismo di assegnazione efficace”. C'è poi da superare “un tema culturale: le PA sono abituate guardare al proprio interno o a fare appalti. E spesso mancano condivisione e comunicazione operativa, anche all'interno di dipartimenti dello stesso ente. Ma prima mancavano anche gli strumenti. Che adesso si sono”.

La linee guida saranno in consultazione fino al 5 maggio, per raccogliere commenti e consigli. Entro la fine dello stesso mese dovrebbero essere ufficiali e definitive. Ma il Team digitale partirà subito: è in contatto con alcuni enti che hanno mostrato interesse a diventare precursori e aprire il codice dei propri software. “Inizieremo immediatamente perché crediamo nell'esempio virtuoso”, conferma Bajo. “Ci sarà poi un monitoraggio e, dopo l'estate, un primo bilancio per capire risultati ed eventuali blocchi”.