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Politica

“Una volta ho partecipato ad una diretta Facebook. Mi hanno detto che aveva avuto dei numeri pazzeschi in termini di condivisioni e like. Fui preso da una irrefrenabile curiosità di capire cosa fosse successo. Ho cominciato a leggere qualche commento. Ma capii subito che non l’avrei più fatto. Era bellissimo, ma era come una droga. E per un politico essere dipendente da una droga che condiziona le tue scelte può essere letale”.

In un’intervista a Il Foglio di Claudio Cerasa, il ministro dell’Interno Marco Minniti spiega la sua visione della politica al tempo dei social network. Lui, che di social network non ne usa nemmeno uno. Niente Facebook, niente Twitter, niente Instagram. L’unico politico in Italia a non averne nemmeno. Ma anche uno dei ministri più apprezzati degli ultimi anni (41% secondo gli ultimi dati). Un politico che li mette al centro delle proprie scelte mina il concetto di politica, ma anche quello di democrazia. Per questo se ne sta lontano.

“Credo sia arrivato il momento di fare uno sforzo, di ribaltare alcuni equilibri e di smetterla di porre la politica alle dipendenze di un social network: di filtri che possono diventare specchi deformi”. La sua teoria degli specchi deformi la spiega più avanti nell’intervista: “I social hanno cambiato profondamente sia la comunicazione sia i processi di formazione della coscienza individuale” spiega il ministro.

Tutto avviene velocemente. I feedback sull’operato di un politico sono immediati. Ma questo non è un bene per chi fa politica, perché è indotto a pensare “che il consenso relativo – ovvero quello che riscuoti nella tua cerchia di amici – corrisponda al consenso assoluto” costituendo una sorta di “democrazia bonsai […] il cuore della democrazia è avere rapporti con quelli che non la pensano come te”. Quello che chiama ‘lo specchio deformante’ sarebbe quindi una specie di comfort zone nel quale il politico sui socia si siede, sicuro che i like siano indice del suo successo”. Se avesse badato ai social probabilmente non avrebbe preso alcune delle decisioni importanti che ha preso, spiega al Foglio. Che poi si sono rivelate positive, almeno agli occhi dell’elettorato.

Ma nessuna relazione tra il proliferare del populismo e i social network: "Il populismo è un fenomeno che ha sempre accompagnato le democrazie e provare a spiegare l'evoluzione del populismo attraverso gli strumenti della tecnologia lo trovo pigro", spiega Minniti, ma invece ha aperto al populismo l'incapacità da parte dei politici di diventare un argine, un contrappeso al rumore di fondo dei social. Spesso assecondandone gli istinti invece che smorzarli. 

Mai prima d'ora come in questa circostanza le elezioni per un Municipio di una metropoli sono al centro dell'attenzione generale. Accade per il ballottaggio di domenica prossima a Ostia, con contrapposte due donne: Giuliana Di Pillo (M5S), educatrice, e Monica Picca (Fratelli d'Italia per il centrodestra), professoressa di Lettere, nell'ordine la prima e la seconda al termine della conta dei voti nel turno di domenica 5 con uno scarto di 2.300 preferenze. La rilevanza nazionale è data da più elementi: perché il litorale della Capitale viene da un commissariamento di oltre due anni per infiltrazioni mafiose, e malgrado ciò la criminalità organizzata è ancora ben presente sul territorio; perché, in fondo, se Ostia fosse un Comune a sè con i suoi 231mila abitanti sarebbe la quattordicesima città italiana; e infine per l'eco avuta dopo l'aggressione da parte di Roberto Spada, un componente del clan Spada, ai danni della troupe della trasmissione 'Nemo-Nessuno escluso' di Rai2.

Quella testata non ha solo fratturato il setto nasale del giornalista Daniele Piervincenzi, ma ha riacceso di colpo i riflettori su Ostia, richiamato l'attenzione di tutta la stampa nazionale – ed anche internazionale -, registrato l'intervento sdegnato corale della politica e delle istituzioni. E innescato un giro di vite da parte delle forze dell'ordine, compreso un controllo che per quanto possa definirsi discreto sarà comunque stretto e marcato sul ballottaggio e sulle operazioni di scrutinio delle schede.

Abbiamo rivolto a entrambe sei domande, le stesse, per sapere chi sono e quali i loro programmi, finiti un poco in ombra tra la vicenda Spada e il forte consenso – 9% – ottenuto dall'estrema destra di CasaPound. Qualora venisse eletta presidente, la candidata pentastellata come primo atto chiederebbe di "incrementare l'organico della polizia locale" esplorando "la possibilità di poter utilizzare tali risorse per funzioni di vigilanza sulle spiagge, durante la stagione balneare", e poi si impegnerebbe "per abbattere il Lungomuro". La candidata di FdI per il centrodestra, invece, come primo atto nominerebbe "un assessore alla legalità e contestualmente" chiederebbe al sindaco di Roma, Virginia Raggi, di intervenire presso il Prefetto della capitale per potenziare le forze dell'ordine sul territorio". E poi riaprirebbe "la viabilità adiacente alla pineta di Castel Fusano, parco che anzichè riaprire i 5 Stelle hanno pensato bene di tenere chiuso anche per i prossimi 3 mesi".

Domenica si vota per il ballottaggio, una partita aperta, siete separate solamente da 2.300 voti. Come pensa di vincere?

Giuliana Di Pillo: "È importante che le persone vadano a votare. Per questo abbiamo lanciato la campagna 'Adotta un astenuto'. In un Municipio sciolto per mafia, più che altrove, i cittadini devono riappropriarsi delle istituzioni. Noi siamo gli unici che nel X Municipio non hanno mai governato. Abbiamo un programma serio e credibile, concreto, che va alla radice dei problemi annosi che riguardano questo territorio e che offre soluzioni chiare e precise. La sinergia e la sintonia con Roma Capitale è una marcia in più per rilanciare tutto il territorio, non solo Ostia, perché, in troppi, si dimenticano che il X non è solo Ostia". 

Monica Picca: "Intanto penso di vincere mettendoci la faccia e non sottraendomi ai confronti pubblici come ha fatto più volte Giuliana Di Pillo. Ma probabilmente mi teme e capisco quindi il suo nervosismo. In questi 15 giorni ho incontrato moltissime persone, associazioni, comitati e operatori di settore. Soprattutto mi sono attivata quartiere per quartiere, casa per casa, per spiegare non solo il mio programma ma cosa farò da presidente del Municipio X".

Descriva il suo percorso personale e politico prima di arrivare a questa candidatura

Di Pillo: "Ho iniziato il mio percorso di partecipazione attiva con l'associazione 'Ostia che Cammina', di cui ho ricoperto la carica di presidente e, in seguito, ho cominciato a interessarmi ai temi portati avanti da Beppe Grillo, perché coincidevano con i miei valori. È stata una scoperta importante che ha segnato la mia vita. Ho capito che non era giusto che fossero gli altri a occuparsi della politica, non era giusto sempre delegare, ma che occorreva che ognuno facesse qualcosa in prima persona. Da allora sono passati un po' di anni, è nato il Movimento 5 Stelle, ho fatto già un'esperienza come portavoce municipale al X Municipio nelle file dell'opposizione, e sono ancora qui, a combattere, per cercare di affermare i miei valori e i miei ideali, nell'esclusivo interesse dei cittadini. Vorrei che il mio territorio, che le vecchie amministrazioni di destra e di sinistra hanno lasciato in macerie, potesse ripartire come merita, perché e' dotato di grandi ricchezze paesaggistiche e culturali".

Picca: "Vengo da questo territorio che ben conosco, nel Municipio X ci sono nata e cresciuta e vivo nel quadrante di Acilia. Ho a cuore la cosa pubblica fin da ragazza, sono entrata nelle istituzioni meno di 10 anni fa come consigliere municipale. Il mio impegno si è sempre profuso nell'area del centrodestra, sono stata eletta nel Pdl e ho proseguito il mio impegno con Fratelli d'Italia, il movimento di Giorgia Meloni che ho seguito fin dalla sua nascita. La mia candidatura, infatti, non è calata dall'alto, ma si e' trattata di una scelta ponderata, fatta insieme con tutte le altre forze politiche del centrodestra che mi sostengono e che ringrazio per la fiducia. Ostia e l'entroterra rappresentano un territorio straordinario, e mi sento fiera e orgogliosa di poterlo rappresentare".

In campagna elettorale si è parlato quasi solo del clan Spada. Chi avvantaggerà questa vicenda?

Di Pillo: "Possiamo dire chi non ha avvantaggiato: i cittadini, perché non abbiamo potuto parlare meglio e in maniera più approfondita del nostro programma di governo per il territorio. Siamo rimasti stupiti quando Picca, Meloni e tutto il centrodestra, non hanno preso le distanze dall'endorsement degli Spada a CasaPound, e lo abbiamo subito denunciato. Chi si candida a governare un Municipio sciolto per mafia non deve tollerare zone grigie o lasciare adito a posizioni ambigue, e deve, invece, prendere subito le distanze nettamente dalle zone d'ombra. Per questo motivo, noi del Movimento 5 Stelle siamo scesi in piazza lo scorso sabato: sia per condannare la grave aggressione ai due giornalisti della troupe di Rai2, sia per dire un forte no a tutte le mafie. Spiace che Picca, invece, sia rimasta a casa, ha perso un'occasione per dire da che parte sta. Il M5S, invece, è sceso in piazza per dire chiaramente che sta dalla parte della legalità". 

Picca: "Credo che ai cittadini interessi poco sapere chi prenderà vantaggi dal fatto che si sia parlato del clan Spada, ma programmi e contenuti per rilanciare il Municipio dopo due anni di commissariamento. Resta il fatto che noi a Ostia non abbiamo mai preso voti dagli Spada e nemmeno li vogliamo, a differenza dei 5 Stelle che non solo hanno endorsement pubblici dal clan piu' rinomato del Municipio X, ma addirittura esistono dichiarazioni di voto". 

Cosa la differenzia sul piano del programma dalla sua sfidante?

Di Pillo: "Noi abbiamo presentato gran parte della squadra di governo, i nostri assessori designati, che governeranno il territorio se avremo la fiducia dei cittadini. Riteniamo che sia una forma di rispetto verso gli elettori sapere, prima del voto, da chi saranno governati. Picca non lo può fare perché è sostenuta da 5 liste, a cui deve rendere conto. Noi, invece, corriamo da soli e non dobbiamo spartire poltrone, ma fare solo l'interesse dei cittadini. Il nostro programma, inoltre, è stato realizzato con i cittadini, è un programma partecipato. Nel corso dell'ultimo anno, infatti, attraverso tavoli tematici, abbiamo affrontato i temi di maggior interesse per la popolazione, e abbiamo cercato di trovare soluzioni ai problemi. Non abbiamo redatto un libro dei sogni, tutto quello che c'è nel programma è attuabile e, soprattutto, non è calato dall'alto, ma partecipato".

Picca: "Innanzitutto il dilettantismo della Di Pillo, che sembra andare in perfetta continuità con il sindaco Raggi. Ricordo, infatti, che come delegata per il litorale non sa nemmeno se la palestra degli Spada sia pubblica o privata. A seguire direi l'immobilismo: in questi 17 mesi nulla è stato fatto dall'amministrazione Raggi per il Municipio X, a parte passerelle e spot elettorali per racimolare voti dopo l'emorragia di consensi al primo turno".

Se dovesse vincere quale sarà il primo provvedimento da presidente del Municipio X?

Di Pillo: "Il mio primo atto da presidente sarà quello di attivarmi per incrementare l'organico della polizia locale. Nel 2018, a Roma, saranno assunti trecento nuovi agenti, chiederò alla sindaca Raggi che una parte di tale personale venga destinato al X Municipio con compiti di istituto. Sottoporrò, quindi, al comandante dei vigili urbani del Gruppo X Roma Mare la possibilità di poter utilizzare tali risorse per funzioni di vigilanza sulle spiagge, durante la stagione balneare. Inoltre mi impegnero' fortemente per abbattere il Lungomuro, che impedisce la vista del mare ai cittadini e lavoreremo per rilanciare la vocazione turistica del X Municipio, abbandonato a se stesso in questi anni".

Picca: "Legalità e sicurezza sono al primo posto della mia agenda di governo, pertanto nominerò un assessore alla legalità e contestualmente chiederò alla Raggi di intervenire presso il prefetto per potenziare le forze dell'ordine sul territorio. E anche se non riguarda strettamente la legalità, ho già fatto sapere – e quindi lo farò – che firmerò un'ordinanza per riaprire la viabilità adiacente alla Pineta di Castel Fusano, parco che anziché riaprire i 5 Stelle hanno pensato bene di tenere chiuso anche per i prossimi 3 mesi, a conferma che sono dei passacarte e che amministrano solo a colpi di ordinanze".

CasaPound si è inserita nel vuoto lasciato da altri partiti nelle zone più difficili del litorale. Pensa di poter fare altrettanto?

Di Pillo: "A noi non interessa riempire vuoti, ma dare risposte concrete alle esigenze dei cittadini. Tutti abbiamo letto dell'endorsement degli Spada a CasaPound: ebbene noi lo abbiamo subito condannato, a differenza dei nostri sfidanti al ballottaggio che hanno strizzato l'occhiolino agli estremisti. Noi, e lo ribadiamo, i voti degli Spada non li vogliamo. Noi guardiamo in casa nostra e lavoriamo per il ripristino della legalità e della trasparenza. Mai più affidamenti diretti, ma bandi pubblici con regole ferree. Il M5S e' l'unico argine a queste forme di estremismo. Abbiamo un programma concreto per l'alternativa di governo in questo territorio, già amministrato da centrosinistra e centrodestra, con Picca consigliera di maggioranza, con esiti disastrosi, come ammesso da lei stessa".

Picca: "Guardi, noi ci siamo sempre stati, nelle strade e in mezzo alla gente. Certamente il commissariamento ha lasciato un vuoto che, inevitabilmente, ha determinato sia il voto di protesta che il grande astensionismo. La politica deve tornare a occuparsi del territorio. Dobbiamo tornare a 'Fare Bene', non a caso questo è il mio slogan elettorale".

Tre anni fa Barack Obama definì la Russia "un potere regionale". Forse un po' poco per una nazione che abbraccia due continenti. L'estensione territoriale della Federazione, per quanto immensa, non comprende però il Mare Nostrum, a meno che non si voglia prendere in considerazione la base militare di Tartus, in Siria. Sui social network in queste ore è un fiorire di lazzi nei confronti del candidato premier del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, che, chiarendo al Tg1 le posizioni del suo partito in politica estera dopo il suo viaggio in Usa, avrebbe sottolineato come l'Italia sia un Paese "alleato degli Stati Uniti ma interlocutore dell'Occidente con tanti Paesi del Mediterraneo come la Russia".

Su Twitter i detrattori si sono subito scatenati. 

 

Cinguettii di dileggio anche dagli avversari politici. 

Alcune testate online, come "Giornalettismo", ci vanno giù dure.

Il problema è che il video che avete appena visto (così come altri che stanno girando) sarebbe, seppure impercettibilmente, tagliato. Di Maio avrebbe invece detto "tanti Paesi del Mediterraneo o come la Russia". 

Facendo un attento confronto con il video originale, pubblicato dal Messaggero, dal labiale appare piuttosto evidente che Di Maio pronunci la "o", sia pur abbassando la voce e "mangiandosela" un poco, esitazione dovuta probabilmente all'estrema delicatezza dell'argomento. Il video nella versione pubblicata dal Messaggero è stato condiviso, come replica alle polemiche, dallo stesso MoVimento su Facebook: "Noi la chiudiamo qui. Siamo buoni, per questa volta. Di sparare sulla Croce Rossa, davvero, non ci sembra il caso".

"Ieri è cominciata la mia prima giornata di incontri qui a Washington in veste di candidato premier del Movimento 5 Stelle […] Ho spiegato che non mettiamo in discussione la nostra permanenza nella Nato, ma vogliamo che la nostra voce venga ascoltata perché le cose che non ci vanno bene sono molte e si possono cambiare. Non ci interessa nemmeno uscire dall'Europa".

"Un'immagine autentica del Movimento"

Luigi Di Maio usa il blog di Beppe Grillo per 'aggiornare' i sostenitori del Movimento Cinquestelle sul suo tour a Washington. Un viaggio, secondo il candidato premier M5S, che ha confermato "la voglia di conoscerci da vicino" da parte degli Usa, "ed io sono stato ben contento, e anche orgoglioso, di presentare loro un'immagine davvero autentica del Movimento". Di Maio è stato al Dipartimento di Stato americano, ha incontrato il Vice Assistente Segretario, Conrad Tribble. A seguire un incontro anche con il majority whip della Camera dei Rappresentanti Steve Scalise. 

"Esco molto soddisfatto, facile smentire etichette su di noi"

"Esco da questi colloqui molto soddisfatto, soprattutto per la cordiale accoglienza che abbiamo ricevuto e per l'interesse sincero che i rappresentanti del governo americano e lo stesso Scalise hanno manifestato nei confronti del Movimento 5 Stelle e delle nostre proposte", racconta Di Maio, spiegando di aver raccontato ai suoi interlocutori "cosa siamo, cosa abbiamo fatto in Parlamento e sui territori in questi anni, e soprattutto come vogliamo governare l'Italia, quali sono le nostre proposte e ho detto loro che questo nostro programma vogliamo attuarlo con una squadra di uomini e donne di eccellenza. È stato facile, parlando, smentire le etichette che ci sono state appiccicate addosso da chi in Italia ha fatto tanta, troppa disinformazione su di noi e ha alimentato all'interno della comunità internazionale pregiudizi nei nostri confronti".

"Non siamo né isolazionisti né filorussi. Rimarremo nella Nato"

 Di Maio sottolinea che "come prima cosa ho chiarito che il Movimento 5 Stelle non è isolazionista nè filorusso, come una parte della stampa italiana in questi anni ha voluto dipingerci: al contrario ci interessa avere piu' relazioni internazionali e interlocutori possibili, come è sempre stato per il nostro Paese, in un'ottica in cui gli Usa sono e resteranno uno dei nostri principali alleati e la Russia un nostro interlocutore storico".

Ma soprattutto "Ho spiegato che non mettiamo in discussione la nostra permanenza nella Nato, ma vogliamo che la nostra voce venga ascoltata perché le cose che non ci vanno bene sono molte e si possono cambiare. Non ci interessa nemmeno uscire dall'Europa, ma riteniamo sacrosanto mettere in discussione i trattati economici che fino ad oggi ci hanno impedito di fare investimenti a deficit, perché questa è l'unica strada per sviluppare il nostro progetto di innovazione tecnologica e tornare a crescere". Insomma, "ho voluto spiegare che il Movimento 5 Stelle non è una forza da demonizzare, ma a cui guardare con interesse per le proposte e la nuova idea di Paese di cui siamo portatori. I feedback che ho ricevuto sono stati tutti positivi". 

“Ho rifiutato il confronto con Renzi perché non volevo legittimarlo come leader del Pd dopo un voto che è stato una batosta per il suo partito che nemmeno io mi aspettavo”. Luigi Di Maio, leader e candidato premier per il Movimento 5 stelle è intervenuto domenica 12 novembre a Che tempo che fa, la trasmissione di Fabio Fazio su Rai Uno. Dopo aver precisato il motivo del rifiuto al confronto con il segretario del Pd, ha proseguito su obiettivi e strategie del M5s.

Dalla paura che M5S avrebbe menato in Parlamento al paragone con Andreotti

“Noi non siamo né di destra né di sinistra, perché sono ideologie in cui non ci riconosciamo. Le forze politiche hanno votato una legge elettorale per accordarsi subito dopo il voto, ma con il M5s capace di arrivare al 40% sono sicuro che gli romperemo questo giocattolo". Se dovessero centrare l'obiettivo del governo “noi rilanceremo il Paese applicando le leggi esistenti e non facendone altre. Siamo contro la burocrazia esercitata come linguaggio della politica che le cambia in continuazione”.

E rispondendo a chi, come Vespa nel suo ultimo libro, sostiene che si comporti politicamente come il primo Giulio Andreotti replica: “Tutti pensavano che magari una volta eletto avrei lanciato che so, lanciato i libri in testa ai politici. Ma noi siamo una forza anti violenta e da quando siamo in Parlamento abbiamo sempre portato avanti questa idea. Questo fa di me un Andreotti? Non credo”.

"Premier è complesso a 31 anni? Lei presentava Quelli che il calcio"

Per quanto riguarda l’ipotesi di diventare premier a 31 anni, risponde di Maio: “Io so che governare è complesso, ma qui siamo nell’epoca in cui con la scusa della complessità si resta nell’immobilismo. Io ho 31 anni, e credo che rappresento una generazione tradita che in questo momento ovunque in Europa sta prendendo il potere. E poi lei – indicando Fazio – a 31 conduceva già Quelli che il calcio”.

“Noi puntiamo al 40%. Se saremo la prima forza politica noi chiederemo di formare un governo e i voti alla Camera senza promettere poltrone a nessuno”, ha detto Di Mail, che ha aggiunto: “Il 5 Stelle al governo farà restare l’Italia nell’Unione europea e l’Euro, ma vogliamo che cambino alcune cose. Diamo 20 miliardi all’Ue e ce ne rendono 12, questo ci dà un peso per chiedere alcune cose altrimenti chiederemo il referendum”.

Sullo Ius soli, che i 5Stelle non hanno votato, dice che è un tema importante, ma troppo perché l'Italia decida da sola: "Voglio parlare con Francia e Germania prima, ma riconosco che è un tema urgente". 

"Noi siamo il futuro, vogliamo fare dell'Italia uno stato innovatore"

E ha concluso: “Chi voterà per noi sceglierà il futuro. Noi guardiamo alla rivoluzione tecnologica che sta avvenendo in questo periodo, penso a blockchain e all’Internet of things. Chi sceglie noi scegli questo contro i partiti che vogliono che si investa ancora sul carbone”.

E infine rispondendo alla domanda sul suo viaggio negli States in programma la prossima settimana dove dice che andrà per "Spiegare cosa è davvero il M5s"dice: “Gli Stati Uniti sono un Paese che ha saputo investire in nuove tecnologie e si è comportato da stato innovatore e ora hanno aziende come Facebook e Tesla. Questo è quello che vogliamo fare in Italia. Investire in tecnologia per avere anche noi la Facebook e la Tesla italiane”.

Il dibattito su una possibile coalizione nel centrosinistra potrebbe arrivare al punto finale con la direzione del Pd di domani. Giuliano Pisapia raduna a Roma l'assemblea di Campo progressista (Cp) e insiste sulla strada "giusta" dell'unità del centrosinistra: "Non vogliamo un'altra Sicilia, non possiamo non fare di tutto per unire" (La Repubblica). Lancia un ultimo appello ai dem per una nuova alleanza che segni la discontinuità con le politiche del passato, chiude a qualsiasi coinvolgimento di vecchi e nuovi centrodestra, e 'striglia' Mdp, perché una "ridotta" che può fare solo testimonianza e non cambiare il Paese non basta.

La sinistra è in zona Cesarini

Si è in zona Cesarini, di questo sono tutti consapevoli nei lavori di "Diversa, una proposta per l'Italia". È quello che, a più voci, si sottolinea, a partire da Marco Furfaro, esponente di primo piano di Cp, che riconosce la strada in salita, ad oggi, con il Pd di Renzi, ma la via dell'unità deve essere perseguita fino in fondo per il bene del Paese, che significa battere le destre e il populismo. E quindi, avere una coalizione di programma e di governo, non un'accozzaglia di simboli.

L'avvertimento al segretario del Pd è chiaro: non è un ultimatum, perché resta caparbiamente il dialogo la strada maestra. Ma certo, se chiuderà alle proposte e continuerà a non ascoltare chi vuole dare voce anche a quanti non vanno più a votare, avrà in mano il cerino della responsabilità del centrosinistra non solo spaccato, ma anche sconfitto. In campo scende la presidente della Camera Laura Boldrini (Il Messaggero). Lei sì, lo dice chiaro: ad oggi, con il Pd di Renzi "non ci sono le condizioni per fare una coalizione".

Standing ovation per Laura Boldrini

C'è una standing ovation, dall'arrivo alla conclusione del suo discorso, segno che l'agenda della terza carica dello Stato è la direzione che il popolo di Cp vuole seguire. L'unità del centrosinistra, scandisce, in queste condizioni, è un imperativo (Il Sole 24 Ore). I temi sono Europa, lavoro, immigrati, cittadinanza, una legge che guarda al futuro e che 'si deve approvare'. Anche per Pisapia, lo Ius soli e' l'obiettivo, insieme al fine vita, da perseguire (Agi). Ma sintonia si registra anche su altri grandi temi, come il ruolo delle donne per 'fare andare avanti il Paese'. Roberto Speranza , coordinatore nazionale di Mdp, prende la parola dal palco: chiede un cambio delle politiche del passato.

Sulla presunta trattativa fra il Pd ed Mdp, smentita da Pierluigi Bersani ("Cado dalle nubi" RaiNews), ai dem chiede di fare un cambio di passo per recuperare quella fetta di cittadini che non ci crede più e annuncia che con il Pd di Renzi la partita, di fatto, per come stanno le cose, è chiusa. Quindi 'abbraccia' l'agenda 'straordinaria' descritta da Laura Boldrini. Si può fare un campo non largo, ma larghissimo, dice, ma "bisogna stare alla realtà". 

Tabacci: "Rottamazione? Dopo 17 anni Berlusconi dà ancora le carte"

È Bruno Tabacci a rivolgersi al 'rottamatore' Renzi per dirgli che, dopo 17 anni in Parlamento si trova di nuovo Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, a dare le carte, il che è inammissibile, e a chiedere al Pd di svegliarsi. Intanto, i pontieri sono al lavoro: dal ministro Franceschini agli esponenti della sinistra del Pd, Gianni Cuperlo in testa, che domani, nella direzione del partito, chiederanno che le parole di Pisapia non cadano nel vuoto. E' Ciccio Ferrara a chiudere gli interventi della kermesse (Il Fatto Quotidiano). Non ha timore a dire che il Pd non ha mai ascoltato Campo progressista, ma che ora, a poche settimane, presumibilmente, dallo scioglimento delle Camere, e quindi dalle prossime elezioni politiche, c'è una corte che gira intorno e chiede di lasciare aperto uno spazio. Campo progressista alle elezioni ci sara' ma non e' in vendita, sottolinea, e non farà da stampella a nessuno. Sul palco anche verdi e radicali. 

Veltroni: "La sinistra ha perso le parole giuste, a Renzi ho detto sempre di includere"

"Io ho inventato l'espressione 'vocazione maggioritaria'. Ma la vocazione maggioritaria del Pd per me non è mai stata isolamento. Vuol dire che l'orizzonte non è il 25 per cento. E' conquistare un consenso maggioritario costruendo a sinistra e al centro uno schieramento capace di vincere". Ha detto intanto Walter Veltroni a In Mezz'Ora di Lucia Annunziata. "A Renzi ho sempre detto di cercare di includere, di accogliere anche quelli più lontani da te, accetta le osservazioni più dure perché così si sta in una comunità".

E aggiunge: "La sinistra è stata abituata a organizzarsi in una società strutturata. Le fabbriche, i luoghi di lavoro, le sezioni, ora che la società si è disaggregata la sinistra sembra avere perso le parole giuste. Il vero tema di oggi è cosa sarà della democrazia. Non è che arriva Tejero o Mussolini, ma arrivano nuove forme di assolutismo", ha concluso Veltroni. "La sinistra sbaglia quando decide troppo poco, non quando decide".

 

"Fare ora una campagna elettorale polemica è aprire un'autostrada alla destra": è l'avvertimento lanciato da Walter Veltroni a "1/2 ora in più" su Rai . "C'è il rischio, in questo processo di messa in discussione della democrazia in Europa, che la sinistra si divida, spacchi il capello in quattro e ci si odi gli uni con gli altri", ha aggiunto l'ex segretario del Pd. "Se c'è un momento in cui la sinistra avrebbe il dovere di comporre le diversità è in questo momento", ha insistito, "sono divisioni irresponsabili in questo momento storico".

"La sinistra dà spesso la sensazione di non essere più una comunità", ha lamentato Veltroni, "a Renzi l'ho sempre detto: cerca di includere, di accogliere coloro che sono più lontani da te. Accetta le critiche. Anche le osservazioni più dure, perché così si dirige un partito. Poi mi colpisce anche l'acrimonia che c'è nei confronti di Renzi, spesso c'è un'esagerazione che tra di noi non dovrebbe esistere".

"Di fronte a tante espressioni di indisponibilità credo che non ci siano i presupposti per un'alleanza con il Pd. E io dico, purtroppo. Non sono contenta di questo". Lo ha affermato la presidente della Camera, Laura Boldrini, intervenendo a 'Diversa', l'assemblea di Campo Progressista. "Campo Progressista ha cercato un'alleanza con il Pd. L'obiettivo non era un'alleanza purché sia. Questo no basta. E non basta neanche fare le alleanze contro, per non far vincere qualcun altro", ha detto Boldrini, "sono qui per fare dialogare le varie anime progressiste: sarebbe imperativo stare assieme, tante persone chiedono risposte".

Il leader di Campo Progressista, Giuliano Pisapia, ha lanciato un appello all'unità del centrosinistra ma ha avvertito il Pd che non si possono imbarcare pezzi di centrodestra e che servono "segnali forti di discontinuità" fin dalla manovra. "Non vogliamo un'altra Sicilia, non possiamo non fare di tutto per unire, nella discontinuità, il centrosinistra", ha detto l'ex sindaco di Milano, aprendo a Roma i lavori di "Diversa, una proposta per l'Italia", "qualcuno dice che è una missione impossibile? No, sino all'ultimo giorno, dobbiamo provare". "Non basta distruggere, bisogna costruire: non è tattica", ha sottolineato, "è buona politica". "Ius soli e biotestamento sono due nostri obiettivi", ha aggiunto. Al Partito Democratico "voglio dire che l'idea dell'autosufficienza rischia di essere un suicidio politico", ha avvertito Pisapia, "i nostri avversari sono le destre populiste e non possiamo regalare il Paese a chi l'ha distrutto più volte". "Diciamo no alla ridotta minoritaria che fa testimonianza ma non cambia il Paese".

Apparizioni televisive con il contagocce, nessuna intervista rilasciata a radio o quotidiani italiani e anche le risposte 'a margine' degli eventi ufficiali sono centellinate. È lo stile Gentiloni, un basso profilo mediatico che risulta agli antipodi rispetto alla bulimia di talk show, tweet, post, Enews e dichiarazioni alla stampa di Matteo Renzi. Certo, il segretario del Partito Democratico operava da Palazzo Chigi con il doppio incarico di leader di partito e di governo. Salta agli occhi, tuttavia, che fin dal suo insediamento, in undici mesi Gentiloni ha collezionato solo due 'ospitate' in televisione, da Fabio Fazio a 'Che Tempo Che Fa', e a 'Domenica In' con Pippo Baudo.

Su Rai Uno, Gentiloni compare il 5 marzo 2017. Seguono otto mesi di silenzio televisivo. Nessuna intervista a giornali italiani e solo una, recentissima, all'Economic Time of India, alla vigilia della sua visita a Delhi. Anche sui social network il presidente del Consiglio è poco attivo, soprattutto in confronto agli standard renziani: 187 tweet complessivi negli undici mesi a Palazzo Chigi. Quanti ne ha collezionati Renzi negli ultimi 90 giorni del suo governo (ma c'è anche da considerare che nel caso di Renzi gli ultimi tre mesi coincisero con il passaggio referendario).

Un consenso che cresce

Su Facebook, poi, se non fosse per i video dei discorsi ufficiali, Gentiloni sarebbe completamente assente. Discorsi ufficiali, per lo più, con poche incursioni nel'attualità politica italiana. L'intervento più pregnante da questo punto di vista fu quello alla Festa dell'Unità di Roma dove il presidente del consiglio toccò tutti i temi in campo, dallo Ius Soli alle tensioni nel Pd passando per l'amministrazione della città di Roma: "Quando è nato il Pd, fu una scelta giusta, con l'obiettivo di allargare il campo del centrosinistra senza rinunciare alla propria identità", è il passaggio dedicato alla difficile ricerca di un dialogo con le altre forze di centro sinistra. "Il governo non si rassegna, il Pd non si rassegna al declino della città: c'è la possibilità del rilancio", sono, invece, le parole di Gentiloni sulla Capitale. Uno stile che premia in termini di fiducia dei cittadini, stando almeno agli ultimi sondaggi ufficiali. Per Index Research, nel sondaggio commissionato per la trasmissione PiazzaPulita, in testa la maggioranza dell'elettorato di centrosinistra vedrebbe bene Gentiloni come prossimo premier (17%), seguito da Pietro Grasso (15%) e da Matteo Renzi (14%). Non a caso negli ultimi giorni, presagendo lo stallo che si verificherà in Parlamento dopo le elezioni, si è cominciato ad accennare alla possibilità di un reincarico di Gentiloni.

Solidissimo il rapporto con Mattarella

"Abbiamo Paolo Gentiloni che oggi è a Palazzo Chigi ed è un nome spendibile" per la futura premiership, ha detto il capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato – renziano di ferro – in una recente intevista radiofonica. "Ce ne sono tanti di nomi spendibili e Renzi lo ha detto chiaramente a Napoli: lavoro per portare il Pd a Palazzo Chigi e non per portare Matteo Renzi", ha poi aggiunto Rosato. La scelta spetta ovviamente al Presidente della Repubblica e, da questo punto di vista, il rapporto dell'inquilino di Palazzo Chigi con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è solidissimo. Ma ci sono altri elementi che faciliterebbero un reincarico di Gentiloni: in Consiglio dei Ministri non si sono mai registrati 'strappi' tra i vari ministri e la presidenza, se si eccettua il 'giallo' dell'assenza della componente 'Giglio Magico' in occasione del rinnovo del mandato di Ignazio Visco a capo di Bankitalia; le varie anime del Partito Democratico sembrano avere come unico comun denominatore la fiducia in Gentiloni.

E anche segmenti degli altri partiti, di maggioranza e non, mostrano un favore crescente in Gentiloni. Alla scarsa propensione a dichiarare, infatti, il presidente del Consiglio unisce una spiccata propensione alla mediazione. Lo si vede anche in queste ore di confronto con i sindacati sull'età pensionabile, una novità rispetto ai mille giorni di governo Renzi in cui la Sala Verde di Palazzo Chigi era rimasta pressochè off limits alle parti sociali. Se Renzi è conosciuto come il 'rottamatore', al suo successore si attaglia bene la figura del 'pontiere'. 

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