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Politica

"Auspico l'appello da parte della Procura. Le mafie a Roma coesistono con un patto di non belligeranza nato con la garanzia della banda della Magliana". Lo dice la presidente della commissione Antimafia, Rosy Bindi, parlando con 'Il Fatto quotidiano' della sentenza del processo Mafia Capitale, che non ha riconosciuto il reato di associazione mafiosa contestato dalla Procura di Roma.

"Aspettiamo le motivazioni per capirlo. Posso dire – aggiunge Bindi – che mentre abbiamo una magistratura inquirente con professionalità e strumenti adeguati a leggere i fenomeni mafiosi forse non ne abbiamo una giudicante altrettanto specializzata". Secondo Bindi, è "difficile non definire mafia quella del 'mondo di mezzo', dal momento che il metodo mafioso utilizzato dagli imputati appare evidente: estorsione, minacce e intimidazione, corruzione, relazioni trasversali con la politica, infiltrazioni nella pubblica amministrazione". 

Oggi i due principali giornali italiani hanno intervistato il capo della procura di Roma Pignatone, dando entrambi buon risalto alla cosa nelle prime pagine dei quotidiani. I titoli dicono: 

 

  • Corriere della Sera: “Intervista a Pignatone: 'A Roma la mafia c’è. Nessuna sconfitta, vado avanti'”.

 

  • La Repubblica: “Pignatone: E’ vero, ho perso, ma a Roma i clan esistono e io non mi rassegnerò mai”. 

 

Titoli piuttosto simili nella forma, ma con un segno opposto. Pignatone ha ammesso o meno la sconfitta? Non è una questione di poco conto. Sulla sconfitta della teoria di Mafia Capitale, portata avanti dalla procura per sostenere la tesi che la corruttela romana nei palazzi del potere fosse organizzata come una cupola mafiosa, si è concentrato il dibattito degli ultimi giorni

“Io rifuggo dalla visione agonistica dei processi, e comunque non mi sento sconfitto. Attendiamo le motivazioni della decisione”, ha detto il capo della procura al Corriere, ricordando però che il processo “Non era una fiction, dal momento che la sentenza ha rivelato fatti di violenza nelle vicende”.  E continua: “In questi anni abbiamo dimostrato che la mafia a Roma c’è” riferendosi però a quella del riciclaggio, della droga. E quella di Carminati e Buzzi? “Io stesso ho più volte sottolineato che era una organizzazione ridotta”, spiega Pignatone: “La ricostruzione mediatica di quel presunto dominio non ci appartiene”. 

A Repubblica, nelle risposte si legge lo stesso Pignatone, ma incalzato sul lato negativo della sentenza, ovvero quello che ha negato l’esistenza della mafia a Roma, Pignatone dice: “Non c’è dubbio.  E’ il dato negativo di questa sentenza”.  E continua: “Con questa indagine intendevamo proporre un ragionamento avanzato sul rapporto tra mafia e corruzione.  Ora, il tribunale ha espresso un parere diverso e dunque aspettiamo le motivazioni per comprendere quale è stato il percorso logico della decisione. Se si tratta di questioni che riguardano l'interpretazione del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, o, al contrario, di una diversa lettura e qualificazione del fatto storico che il dibattimento ha provato. Dopodiché, se il tribunale ci convincerà, non faremo appello, altrimenti impugneremo”. Per poi ribadire lo stesso concetto: “A Roma le mafie esistono. E lavorano incessantemente nel traffico di stupefacenti, nel riciclaggio di capitali illeciti, nell'usura. Solo lo scorso giugno abbiamo sequestrato beni di provenienza mafiosa per 520 milioni di euro”. 

Sulle conseguenze politiche di Mafia Capitale, 'Io non c'entro'

Un altro aspetto rilevante dell’intervista a Pignatone, e speculare sui due giornali, sono gli effetti politici dell’inchiesta. Al Corriere, dice: “Le valutazioni politiche su quanto è emerso dalle nostre indagini neon le abbiamo fate noi, né posso essere chiamato io a rispondere se qualcuno ha voluto utilizzarle politicamente”. Il riferimento, chiaro, è alla caduta di Marino e all’elezione del sindaco Raggi dei 5 Stelle. E a Repubblica, invece: “Dire che con le nostre inchieste abbiamo cambiato il corso politico degli eventi a Roma, che abbiamo esposto la città al ludibrio del mondo, significa attribuirci un uso politico della giustizia penale che non abbiamo in alcun modo esercitato”, ma è successo: “È successo. Ma non siamo noi i responsabili dell'effetto mediatico di un'inchiesta. E, come magistrato, non lavoro per il plauso o il consenso dell'opinione pubblica”

 
 
 
 

Ci sono tre aspetti su cui i giornali si sono concentrati oggi dopo la sentenza di ieri del Tribunale di Roma sull'inchiesta 'Mafia Capitale'. Il primo: la mafia a Roma non esiste, e ora? (per esempio, Il Foglio). Il secondo: la mafia non esiste, ma esiste una situazione diffusa di corruzione quindi niente esultanze (per esempio, La Repubblica). Il terzo: la mafia a Roma non esiste, ma chi ripagherà la città del danno subito? (per esempio, La Stampa). 

"Fuori la mafia dal Comune!"

Scrive Mattia Feltri: “Ieri i giudici hanno stabilito che Roma è stata vittima di una calunnia entusiastica, colossale e globale”. “È stata calunniata Roma, le sue amministrazioni, fallimentari ma non mafiose, i suoi cittadini e la sua trimillenaria storia che in giro per il mondo porta ancora il titolo del trionfo, malgrado evidenti e abissali disastri. Mafia capitale non era mafia, era una banale, banalmente grave storia di corruzione e delinquenza”. E qualcuno ne ha approfittato. Continua Feltri: “Dunque, chi pensa che Roma sia passata ai Cinque stelle per una campagna brutale e dissennata, cui ha preso parte acriticamente buona parte della stampa, sa dove deve bussare”.  I grillini ci hanno “infilato le mani” per la propria campagna elettorale. “Erano i pomeriggi invernali in cui i loro militanti e quelli di Giorgia Meloni e Matteo Salvini andavano sotto il Campidoglio a gridare «fuori la mafia dal Comune». In cui il New York Times scriveva che la dimensione dello scandalo «sbalordisce persino gli italiani», e si noti la delizia di quel «persino»”. (La Stampa, 21 luglio). 

"L'insano sollievo"

Mario Calabresi, direttore di Repubblica, parla di "Insano Sollievo": “Quando ci si sente sollevati perché i Palazzi erano infiltrati fino al midollo da un’associazione criminale che non può essere definita mafiosa, allora si è perduti”. E poi continua: “Amare Roma significa fare pulizia, non continuare a nascondere la spazzatura della corruzione, del malaffare e della criminalità organizzata dietro una rivendicazione d’orgoglio posticcio”. E chiude con un tono un po’ inquietante: “Possiamo andare a dormire tranquilli, magari dopo aver fatto un brindisi. Ma chiudete bene la porta e assicuratevi che i ragazzi siano in casa”. 

"L'uso improprio dell'indicativo"

Il Foglio, che ha dedicato uno speciale alla fine di Mafia Capitale,  scrive con il suo direttore Claudio Cerasa: “Mafia Capitale non ha mai conosciuto alcun tempo diverso rispetto a quello dell’indicativo. Nel linguaggio della cronaca giudiziaria, e non solo, l’indicativo, si sa, esprime un fatto di validità permanente e l’utilizzo di questa forma verbale ha una serie di implicazioni importanti sulle nostre coscienze, non ultima quella di certificare che ciò di cui si sta parlando esiste davvero, senza condizionali”. Insomma, per Cerasa l’errore più grande errore di politici e giornalisti è stato dare per scontata l’esistenza di una ‘Cupola’ capitolina senza averne la prova fattuale. Aver alimentato un senso di diffidenza nei confronti della città, dei suoi amministratori, anche se colpevoli di corruzione (come in questo caso), che però mafiosi non erano. E con evidenti conseguenze politiche. 

E all’estero? La notizia ha fatto il giro del mondo, come prevedibile. Ma nella rassegna del Foglio si capisce come, forse tranne El Pais, nessuno ha fatto un passo indietro netto e l'onta di una Roma mafiosa rimane intatta. Come dire, oramai il danno è fatto. E se la domanda è: Chi ripagherà l’onore di Roma? La risposta sembra: Nessuno. 

 
 
 
 

Una lettera e tanti messaggi nella bottiglia. La lettera è quella che Fillea, Filca e Feneal (i sindacati degli edili) hanno inviato al ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini, per chiedere il riconoscimento della qualifica di restauratori. “Un riconoscimento – si legge – atteso da ben 13 anni”.

E che sembrava imminente nel 2015, quando era stato avviato un bando pubblico e il Mibact aveva costituito una commissione esaminatrice. Ma “a 22 mesi dalla conclusione della procedura telematica per il riconoscimento della qualifica, lo scorso 13 luglio il Mibact ha concesso una ulteriore proroga di sei mesi ai lavori della Commissione esaminatrice”. I sindacati definiscono chiedono chiarimenti sul "perché di questo ennesimo ritardo". E lo definiscono “un danno gravissimo per tutti i 6300 addetti del settore, che continuano a svolgere il loro lavoro senza vedersi riconosciuta la qualifica, quindi esposti al ricatto e a contratti al ribasso”.

Ma anche “una mancanza di rispetto nei confronti del patrimonio culturale, storico e artistico” che i restauratori “tutelano con il impegno”. Fillea, Filca e Feneal chiedono quindi “garanzie per l’approvazione entro il 2017 dell’elenco dei restauratori e l'applicazione corretta dei contratti collettivi nei cantieri di restauro”. La lettera è stata accompagnata da una campagna social, battezzata con l'hashtag #messageinabottle, che si è arrampicata fino alle soglie della top 10 dei trending topic di Twitter.

Il vento autonomista torna a soffiare forte nel Nord dell'Italia. I sindaci di tutti i capoluoghi lombardi governati dal centrosinistra stanno aderendo al referendum indetto per il 22 ottobre dai governatori di Lombardia e Veneto, Roberto Maroni e Luca Zaia, per dare più autonomia alle due regioni.

Ovviamente sarà un referendum solo consultivo, ma a nessuno sfugge il valore politico che potrebbe avere una grande partecipazione al voto e soprattutto una schiacciante vittoria del Sì, data da molti già per scontata.

Agli elettori lombardi e veneti si chiede se vogliono che alle due regioni siano riconosciute ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia

L'articolo 116 della Costituzione riconosce alle cinque Regioni a statuto speciale “forme e condizioni particolari di autonomia” e non esclude che alcune di esse possano essere concesse anche ad altre Regioni. Ma questo è possibile solo all’interno di una cerchia bene definita di temi.

Come funziona l'autonomia delle Regioni

Le pincipali materie in cui è già richiesto l’accordo tra Stato e Regioni: 

  • Istruzione
  • Tutela del lavoro
  • Protezione civile
  • Trasporti

Materie su cui lo Stato ha competenza esclusiva:

  • Norme generali sull’istruzione
  • Tutela dell’ambiente e dei beni culturali
  • Giustizia

Perché Lombardia e Veneto vogliono il referendum

Le due regioni vogliono poter legiferare in via esclusiva su una serie di argomenti che oggi richiedono l’accordo con lo Stato. Per fare questo non sarebbe necessario modificare la Costituzione, ma basterebbe una semplice legge dello Stato. In realtà, dietro la genericità del quesito referendario e il suo formale rispetto del dettato costituzionale, c’è l’aspirazione a ben più ampi poteri.

Maroni, ad esempio, ha già detto di volere "lo statuto speciale per la Lombardia, come quello della Sicilia". Ma, soprattutto, vuole che "i lombardi si tengano le tasse che pagano".

C'è già chi si tiene i soldi delle tasse

Oggi lo possono fare solo le Regioni a statuto speciale.

  • La Sicilia trattiene il 100% del gettito fiscale
  • La  Val d’Aosta e Trentino Alto Adige il 90%
  • La Sardegna il 70%
  • Il Friuli Venezia Giulia il 60%

Lombardia e Veneto occupano i primi due posti nel contributo fiscale dato al resto del Paese, con uno scarto tra tasse e spese pubbliche effettuate sul proprio territorio di oltre 70 miliardi. 

La proposta alternativa di Bonaccini

Al governatore dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, la svolta autonomista piace, ma niente a che fare con i referendum della Lega Nord in Lombardia e Veneto. "Noi cerchiamo l’autonomia nel solco della Costituzione", racconta a Repubblica "e vogliamo farlo con l’accordo di sindacati e imprese". 

"Il centrosinistra" aggiunge Bonaccini, "è da sempre attento all’autonomia dei territori. Molto più della Lega, che ha fatto molti slogan, ma poi quando è stata al governo ha fatto politiche centraliste. Noi chiediamo maggiore libertà su specifiche competenze e maggiori margini per gestire le risorse che ci trasferisce lo Stato. Le competenze sono sanità e welfare, lavoro e formazione, impresa ricerca e sviluppo, ambiente e territorio. In pratica chiediamo la libertà di utilizzare più risorse per gestire alcune funzioni. Parliamo di una autonomia fiscale, in parte, ma soprattutto della libertà di decidere dove investire i fondi".

C'è chi la chiama già la 'startup' di Silvio Berlusconi. Di certo il Cavaliere sta preparando un nuovo soggetto politico e reclutando la truppa e gli ufficiali che dovranno farne parte. C'è chi, come Franco Carraro citato da La Stampa, dice che Berlusconi "accoglierà a braccia aperte i centristi e li metterà nel suo nuovo contenitore; anzi, in un bel secchio". E chi, come Fabrizio Cicchitto, parla di 'bad company' di Forza Italia a proposito del gruppo che dovrebbe raccogliere gli ex berlusconiani pronti a tornare all’ovile. 

Ma, battute a parte, il Cavaliere sta facendo sul serio e le dimissioni del ministro Enrico Costa sono l’inizio di una offensiva che mira a impossessarsi rapidamente dell’area centrista ed entro breve il contenitore prenderà le sembianze di un vero e proprio movimento, destinato a fiancheggiare il partito berlusconiano.

Tempi rapidi

È già pronto il nome: si chiamerà Italia Civica, un nome che evoca il partito di Mario Monti e le liste autonome che fioriscono spontanee in molti Comuni. Tra fine mese e l’inizio di agosto verrà formalizzata la nascita del nuovo soggetto politico. Motore dell’operazione è l’avvocato Niccolò Ghedini, il quale da tempo ha assunto una veste di maggiore protagonismo dentro Forza Italia, in piena sintonia con il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta.

Qual è l'obiettivo di Berlusconi

L’obiettivo consiste nel dare casa a gruppi e personaggi che potranno tornare utili nella campagna elettorale, radicati sul territorio e con un pacchetto di voti. Ecco chi potrebbe entrare nel gruppo: 

  • L’ex leghista Flavio Tosi porta con sé 100mila preferenze
  • Lorenzo Cesa, segretario Udc, con il suo 1 per cento di consensi
  • Il Partito dei pensionati
  • Gli animalisti di Michela Vittoria Brambilla
  • Maurizio Lupi, già ministro con Matteo Renzi.

Il totale potrebbe superare il 2 per cento. Nell’elenco di senatori pronti a stabilizzarsi nel centrodestra, scrive il Corriere della Sera, i nomi sono 25: ai dieci di Federazione della Libertà, guidati da Gaetano Quagliariello, stanno per aggiungersi quattro in arrivo dal partito di Alfano (più tre, che sono incerti), quattro da Ala-Scelta civica (più un incerto), quattro dall’Udc e tre della pattuglia di Tosi.

La Startup

La settimana prossima verrà fatto un passo in avanti. Con l’arrivo dei nuovi innesti, i gruppi di Forza Italia e di Federazione della Libertà formalizzeranno una sorta di coordinamento comune. Che, di fatto, agirà d’intesa anche con il gruppo della Lega Nord. L’impressione è che Berlusconi tenga aperte tutte le strade. Tanto quella della Grande Coalizione con Renzi, quanto quella del centrodestra con Salvini. Tutto dipenderà dalla legge elettorale.

 

Arriva il via libera della commissione Bilancio della Camera alla proposta di legge sull'abolizione dei vitalizi, a prima firma Richetti. Un via libera dato, però, senza la relazione tecnica della Ragioneria, che non è ancora pronta, viene spiegato. Ma, soprattutto, si tratta di un via libera condizionato e nel quale si mette in evidenza il "rischio ricorsi".

Tra le condizioni più 'pesanti' poste dalla Bialncio, c'è la soprressione della gestione separata dell'Inps, contenuta nell'articolo 5 della proposta di legge. Tuttavia, proprio la previsione della gestione separata per i parlamentari era uno dei pilastri della riforma del sistema pensionistico di deputati e senatori, in quanto diversi tecnici e osservatori avevano messo in guardia dal rischio della non fattibilità della riforma qualora non si provvedesse a istituire una cassa separata.

Ma rischia di essere incostituzionale

"Così si rende il provvedimento incostituzionale", sottolinea l'esponente di FI, Palese. Le altre condizioni – si legge nel documento della commissione Bilancio – riguardano l'articolo 3 e l'articolo 13, ovvero l'estensione della nuova disciplina alle regioni e alle province autonome di Trento e di Bolzano e la "Rideterminazione degli assegni vitalizi", altro punto qualificante della Pdl Richetti.

Dunque, per la commissione Bilancio della Camera non può essere istituita una gestione separata dell'Inps. Quanto alle altre due condizioni poste dalla Bilancio, si chiede che all'articolo 3 sia previsto "espressamente" la determinazione degli assegni delle Regioni sulla base del nuovo metodo contributivo, il che comporta una riduzione di quelli che vengono gia erogati. Infine, per quel che riguarda l'articolo 13, si legge ancora nella relazione della Bilancio, vengono espressamente richiesti "criteri precisi per la rideterminazione dell'importo del trattamento previdenziale". Una misura necessaria al fine di evitare "contenziosi" che rischierebbero di "vanificare" i risparmi. 

“Adesso leggo che la prossima ricetta per la crescita sarà quella di sforare il deficit e promettere meno tasse a tutti, più crescita e meno debito. Se volete ve la traduco in tre lingue”. Addirittura tre? “In inglese è: win, win, win. In italiano: godimento cosmico. E poi c’è la metafora: il maiale è tutto di prosciutti”. A parlare è Pierluigi Bersani in un’intervista oggi al Fatto Quotidiano.  Ce l’ha con Renzi e la sua proposta di rivedere il deficit contenuta nel suo ultimo libro e anticipata al Sole 24 Ore. 

Il circolo virtuoso che ne verrebbe, secondo Renzi, dovrebbe rilanciare l’economia e permettere di abbassare le tasse e il debito pubblico. Tutti ‘prosciutti’ secondo Bersani, nel miraggio che tutto possa andare per il verso giusto solo con quell’azione sul deficit. Un abbaglio, appunto, come pensare che "il maiale sia tutto di prosciutti". 

"Il candidato è Pisapia"

Bersani in questa intervista si è dimostrato molto critico nei confronti del segretario del Partito democratico e gli chiede di rivedere le politiche sociali per continuare ad appoggiare il governo: “O sulla questione sociale c’è una radicale alternatività a quello che è successo negli ultimi tre anni, altrimenti non potranno chiederci di appoggiare il governo”, ha detto. Annunciando di appoggiare Pisapia come candidato unico del partito Articolo1-Mdp: “L’unico in grado di portarci a doppia cifra”.  Su Prodi: “Sarei felicissimo se fosse con noi”.

Ma non è l’unica metafora usata nell’intervista: “Meglio il tacchino del piccione”.  Pier Luigi Bersani nel suo stile inconfondibile spiega: “Lo dico a tutti i miei compagni: non accontentatevi del piccione in mano, andiamoci a prendere il tacchino”. In bersanese, scrive il Fatto, il tacchino è un centrosinistra “largo e inclusivo” con a capo Giuliano Pisapia e capace di andare in doppia cifra. Bersani è tornato. 

“Ho lavorato con entrambi e posso testimoniare che con loro si lavora benissimo. Vede, a volte i confini delle appartenenze dividono delle persone che sono fatte per stare dalla stessa parte. Vale anche per Renzi e Berlusconi”. Così oggi l’oramai ex ministro agli Affari regionali Enrico Costa in un’intervista al Corriere della sera. In molti oggi sui quotidiani hanno immaginato un suo imminente ritorno a Forza Italia, partito in cui ha militato e con il quale è stato eletto per la prima volta.

“Ho parlato e mi sono confrontato con Berlusconi” ha ammesso l’ex ministro. “C’è un fatto nuovo, la possibilità di riuscire a ricompattare il centrodestra attorno alle ricette liberali”. E poi precisa: “Non mi sono dimesso per lo Ius Soli”, ha detto Costa, “Sullo ius soli Gentiloni ha dimostrato molta sensibilità per le mie posizioni. Me ne sono andato perché sono successi fatti nuovi nel centrodestra. E non potevo più tenere i piedi in due scarpe”. 

 

 “L’estremismo di centro può essere appassionante, ma rischia di essere velleitario” aveva detto al quotidiano diretto da Calabresi Costa due giorni fa, chiedendo al suo partito di tornare a guardare al centrodestra. E a Berlusconi. Alfano, il capo del partito nel quale Costa milita attualmente, ha parlato di “dimissioni tardive”. Già da tempo infatti Costa dimostra di non avere più molto a che spartire con l’attuale maggioranza di governo. E oggi compie il primo passo verso il ritorno a casa, e verso Berlusconi. Cosa è il primo, di fatto, a fare il grande passo per tornare nel centrodestra.  E, ricorda Il Fatto Quotidiano,  l’ex ministro è stato anche il relatore del lodo Alfano, lo scudo per le più alte cariche dello Stato, utilizzato dal solo Berlusconi, ma in seguito bocciato dalla Consulta. 

Continua la campagna di Luigi Di Maio contro i vitalizi e dopo la pioggia di critiche per aver citato come cattivo esempio un deputato morto da un anno, il vicepresidente della Camera si trova ad avere a che fare con una sua celebre (ex) collega: l'onorevole Ilona Staller, in arte Cicciolina, la pornostar portata a Montecitorio negli anni '80 dai Radicali di Marco Pannella. 

In un post pubblicato sulla bacheca Facebook di Di Maio, Staller pretende scuse ufficiali e minaccia querela.

Nel post, la ex onorevole ricorda di aver preso 20mila voti, di essere stata assiduamente presente a Montecitorio per tutta la legislatura (dal 1987 al 1992) e di aver presentato 20 proposte di legge (sul sito della Camera, riporta però Repubblica ne risultano in realtà una decina, oltre a una ventina di interrogazioni). La Staller afferma di percepire un assegno da 2mila euro netti al mese e lo confronta con lo stipendio da deputato di Di Maio. Infine, anche lei lo rimbrotta per aver "menzionato anche un morto defunto da anni".

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