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Politica

"Ci stiamo preparando per la prossima manifestazione, quella più importante". Antonio Pappalardo, dopo le azioni davanti a Montecitorio promette mobilitazione contro il Rosatellum anche in occasione dell'esame al Senato della riforma elettorale. Ma l'ex ufficiale dei Carabinieri annuncia anche, sempre dalla sua pagina Facebook, che "intanto abbiamo dato disposizioni a tutti i nostri militanti di arrestare tutti i parlamentari che incontrano nel loro percorso secondo l'art.383 del c.p.p.". 

Scheda: Chi è il generale Pappalardo e chi sono i suoi fratelli politici

 

Silvio Berlusconi è arrivato sabato sull'isola di Ischia per la convention di Forza Italia, una due giorni in cui si parlerà del futuro del partito. Il presidente Berlusconi è andato a visitare la zona rossa di Casamicciola, colpita dal terremoto dell'agosto 2017, si è fermato a parlare con alcuni cittadini. Berlusconi si è poi recato al centro congresso dell'isola, acclamatissimo dagli azzurri presenti in sala. Il presidente ha parlato dal palco toccando i principali temi di attualità in prima fila per ascoltare l'intervento di Berlusconi anche il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani.

AltrimondiNews
 

Dopo il sì della Camera, i detrattori del Rosatellum bis affilano le armi in vista dell'iter in Senato, che nelle intenzioni della maggioranza dovrà essere rapido e indolore. È sempre più probabile che il governo ponga la fiducia anche a palazzo Madama. Martedì si riunirà la conferenza dei capigruppo del Senato: l'obiettivo, viene confermato da fonti dem, è di avviare l'esame della riforma in commissione già all'inizio della prossima settimana, così da farla approdare in Aula per la discussione generale il martedì successivo e fissare il voto finale al massimo entro la mattina di giovedì 26. Poi si aprirà formalmente la sessione di Bilancio e, una volta approvata la manovra in via definitiva, si potrà dichiarare conclusa la legislatura. Proprio per questo è necessario che il Rosatellum bis superi la prova del Senato senza incidenti.

Lo spettro dei franchi tiratori (e di Napolitano)

Il timore è sempre lo stesso: i franchi tiratori. E non è un mistero che a palazzo Madama i numeri impensieriscano il Pd, così come Forza Italia. Il malessere di diversi parlamentari, d'altra parte, non è venuto meno con il primo ok alla riforma. E c'è l'aggravante, dal punto di vista dei sostenitori del Rosatellum bis, dell'annunciato intervento in Aula di Giorgio Napolitano, che ha duramente criticato il ricorso alla fiducia e alcune norme della nuova legge: parole che potrebbero, è il timore, convincere i dubbiosi a non votare la legge. 

Per Mdp nel testo c'è "un'incongruenza"

Sul rapido cammino del Rosatellum bis verso l'ok finale spunta poi un altro possibile intoppo: Mdp sostiene che il testo approvato dalla Camera contiene una "incongruenza" nelle norme relative all'elezione dei candidati nei collegi plurinominali. Errore che, per Alfredo D'Attorre, il Senato dovrà correggere, con il rischio di dover tornare alla Camera per un ulteriore passaggio. Dal Pd tagliano corto: "Nessun errore, la norma è chiara e non ci sono problemi".

Grillo attacca Salvini: "Traditore politico"

Ma è soprattutto la polemica tra le forze politiche a catalizzare l'attenzione. Nel centrosinistra è scontro aperto, con Pierluigi Bersani che accusa il premier Paolo Gentiloni di perdita di credibilità e Massimo D'Alema che mette la croce sopra a qualsiasi ipotesi di alleanza con Renzi, tacciandolo di aver siglato un "patto di potere" con Berlusconi e Salvini. Anche nel centrodestra il voto di giovedì ha creato una frattura e Fdi chiede un chiarimento ai potenziali alleati.

Nel day after, però, la scena è tutta per il Movimento 5 Stelle e la Lega, che se le danno di santa ragione. "Matteo Salvini è un traditore politico", è l'attacco frontale dei pentastellati. "Noi vogliamo votare il prima possibile a differenza dei grillini che con la scusa di voti segreti e legge elettorale cercano di ritardare il voto per mantenere poltrone e lauti stipendi", replicano i presidenti dei gruppi parlamentari della Lega Nord Gian Marco Centinaio e Massimiliano Fedriga. Ironico – con tanto di bestemmia inclusa – il cofondatore del Movimento: "Pd, Lega, Forza Italia, verdiniani et similia, convergono magicamente" e realizzano "il miracolo italiano", approvando "una legge perfetta, inappuntabile, impermeabile a qualsiasi critica". 

Da una parte la piazza, alimentata dai Cinque stelle, da Mdp e Sinistra italiana; dall'altra i sottoscrittori del patto sul Rosatellum bis secondo i quali l'Aula di Montecitorio dovrebbe dimostrare responsabilità ed evitare imboscate nel segreto dell'urna. La partita vera si gioca in un solo colpo, ovvero sul voto finale al provvedimento. Se salta il Rosatellum va in tilt tutto il sistema, l'avvertimento di chi mette in guardia dal rischio di portare il Paese all'esercizio provvisorio.  

I 'peones' incontrollabili

Nella Lega si nega che siano pronti all'azione franchi tiratori ma soprattutto in FI, Pd e Ap si fa la conta di chi tra giovedì sera (al massimo venerdì mattina qualora i tempi si dovessero allungare a causa dell'alto numero degli ordini del giorno da parte di M5S e Mdp) possa decidare di affossare il sistema di voto. Difficile fare calcoli, i mal di pancia vanno per aree geografiche trasversali più che per schieramenti politici.

Tra i dem alla Camera si pensa che una quota di trenta contrari sia fisiologica, ma i 'peones' vengono considerati non 'controllabili', delle vere e proprie 'mine vaganti'. "Di fronte ai propri interessi non c'è leader che tenga – argomenta un esponente dem -. Ci definiscono sconosciuti ma semplicemente noi facciamo affidamento sui nostri voti, non sulle coperture di qualche capo corrente", tra quelli intenzionati a votare contro. 

Il partito dei 'franchi tiratori' 

Quello dei franchi tiratori è un partito trasversale: "Non ci scriviamo per non lasciare traccia, magari ci telefoniamo", spiega un altro deputato del Pd. Mercoledì tutti i 'big' dem, da Orlando a Franceschini, erano in Transatlantico per 'catechizzare' i propri deputati di riferimento. Al momento agli atti c'è il no alla fiducia di Cuperlo, Meloni, Monaco. C'è la perplessità di Napolitano ma – argomenta un altro malpancista Pd – "le logiche sono personali, chi è al terzo mandato oppure è sicuro di non essere ricandidato spariglierà le carte". 

Bersani: "In 4-5 vogliono deformare la volontà degli italiani"

Un cauto ottimismo

In realtà a Montecitorio tra i sottoscrittori del patto prevale comunque un cauto ottimismo, soprattutto qualora arrivasse il soccorso di qualche pisapiano: sulla carta i sì sarebbero oltre 400, una cifra che potrebbe sfiorare i 450. Quindi per bocciare la legge le defezioni dovrebbero essere da un minimo di 120 a un massimo di 127, e tutto il fronte del 'no' compatto dovrebbe venire in Aula a votare, senza assenze. Semmai, i problemi potrebbero manifestarsi più a palazzo Madama. Da qui l'intenzione della maggioranza di 'forzare' e avviare l'iter del Rosatellum già la settimana prossima, con l'ok finale prima del voto siciliano. 

Il Rosatellum fa paura

"Abbiamo margini per portare la legge a casa", è la convinzione al Nazareno. "Ogni voto segreto è a rischio", dice però il presidente dem, Orfini. Dubbi ci sono anche in Forza Italia, soprattutto tra i parlamentari del sud che con il Rosatellum vedono ridursi le possibilità di rielezione e anche tra i deputati del nord che temono di essere sopraffatti nel gioco dei collegi dal Carroccio. 

Lo spettro dei 101 che affossarono Prodi

C'è chi poi, soprattutto tra le file azzurre, non nasconde la rabbia per la decisione di blindare il percorso della legge elettorale. Mercoledì però durante la riunione di gruppo presieduta da Brunetta non si è levata alcuna voce contraria. Anche la Lega martedì ha tenuto una riunione di gruppo: "Si prevede una totale compattezza", dicono fonti parlamentari del Carroccio. Ma in ogni caso nessuna forza parlamentare si sente di scongiurare lo spettro dei 101 franchi tiratori che affossò la candidatura di Prodi al Quirinale.

Oggi ne servirebbero molti di più, ma la consapevolezza è che nel segreto dell'urna possano essere altre le logiche dei 'dissidenti' nei partiti che hanno siglato l'intesa sul Rosatellum. "Chi dice che questa legge va bene è solo perché sa di essere ricandidato, ma l'unica cosa sicura – queste per esempio le perplessità di deputati sparsi anche tra le forze politiche favorevoli – è che così si va a votare dritti a marzo e non a maggio e noi perdiamo circa 30mila euro…".

Il merito di averlo reso noto al grande pubblico probabilmente va dato a La Zanzara, la trasmissione di Radio 24 condotta da Giuseppe Cruciani e David Parenzo. Lui è il leader indiscusso del Movimento di Liberazione Italia. Lo ha guidato a Roma per una ‘marcia’ indetta il 10 ottobre per chiedere lo scioglimento del Parlamento ritenuto “abusivo”. Qualche decina di persone, non ne risultano di più, ma agguerrite e chiassose, saliti agli onori delle cronache per aver cacciato a malo modo Alessandro Di Battista che ha provato ad aizzarli contro il Palazzo, prima di essere costretto a “rifugiarsi dentro l’odiato Palazzo come un renziano qualsiasi”, come ha scritto Gramellini oggi nella sua rubrica su Il Corriere della Sera.

Ma chi è Antonio Pappalardo? Un profilo efficace lo traccia l’Espresso, che scrive: “Il generale in pensione è già stato parlamentare, sottosegretario e sindacalista. E ha un colore per ogni stagione: è stato vicino al Partito socialdemocratico, ad Alleanza Nazionale, ai Radicali, al Movimento per le autonomie di Raffaele Lombardo e persino al Movimento dei Forconi, che tra 2012 e 2013 sembrava dovesse stravolgere la politica italiana” Leader del MLI dal 2016, quando lo costituisce, come obiettivo si è dato: “trasformare l’Italia nel Paese della pace” togliendo il potere ai “cialtroni abusivi del Parlamento” e ridare il potere al “popolo sovrano”. Ma al di là dei proclami, e dei continui richiami al ‘popolo sovrano’, Pappalardo è diventato un fenomeno vero su Social. I toni sono piuttosto forti contro la politica e ‘i suoi mestieranti’. Non mancano arringhe al suo popolo, che non si stanca mai di chiamare in piazza a manifestare.
 

Ieri il suo discorso in piazza del Popolo a Roma ha toccato i suoi temi principali, e ne ha dato un saggio piuttosto esaustivo del suo linguaggio e delle sue prerogative
politiche, tra cui: “Io voglio stampare moneta”.
 

Una sintesi del suo pensiero sul ‘regime comunista’ che starebbe caratterizzando questa fase della politica italiana l’ha espressa alle telecamere poco prima del comizio
 

E nelle settimane ha ottenuto importanti endorsement. Come quello di un templare.

E quello di un’altro personaggio che in queste settimane a Montecitorio si è levato a difensore e voce del popolo italiano. Emilia Clementi, estetista siciliana, la cui posizione politica è stata riassunta in questo fortunato jingle de La Zanzara.
 

Pappalardo non è nuovo della scena politica italiana. Come ormai è noto, ha anche un vitalizio da parlamentare. E il suo volto, come ricorda l’Espresso, era già noto negli anni Novanta quando va spesso in tv per difendere “da presidente del Cocer (il sindacato delle Forze Armate), la legittimità di una rappresentanza sindacale per i carabinieri, e non solo. Vuole fare dei carabinieri una forza personale di un leader presidenzialista plebiscitato dalle masse”, si legge su L'Espresso.  

Siamo stati un baluardo contro il comunismo. Siamo stati in trincea contro il terrorismo. Adesso l’Arma vuole essere baluardo contro la degradazione, siamo la linea difensiva della società degli onesti

Nell’aprile 1992 viene eletto deputato indipendente nelle liste del Psdi. Fonda un suo movimento politico, Solidarietà democratica, con cui si candida senza successo come sindaco di Pomezia nel marzo 1993” ricorda l’Espresso. “Si consola della sconfitta grazie a Carlo Azeglio Ciampi, che il 6 maggio lo nomina sottosegretario alle Finanze nel primo governo tecnico della storia repubblicana. Carica che verrà revocata nemmeno due settimane dopo: l’11 maggio il tribunale militare lo condanna a otto mesi di reclusione per una diffamazione ai danni del Comandante generale dell’Arma, Antonio Viesti (la condanna verrà poi annullata dalla Cassazione nel dicembre del 1997, ndr).

Ciampi lo invita a dimettersi, lui rifiuta.  Arriveranno altre due richieste di lasciare l’incarico di governo. La prima, il 14 maggio, da parte del deputato leghista Mario Borghezio, durante un’interrogazione parlamentare in cui indica la moglie di Pappalardo come collaboratrice del Sismi, il servizio segreto militare. La seconda, il 22 maggio, direttamente dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro: «Ingoia il rospo e dimettiti». Prova ancora a fare politica, ma non gli riesce bene. Si candida a Roma e prende percentuali da “prefisso telefonico”. Alle Europee nel 1994, stesso esito. Pappalardo torna a far parlare di se sei anni dopo. In una lettera alle forze armate auspica «la fondazione di un nuovo tipo di Stato e di una nuova Europa, che i partiti politici così come sono strutturati, e comunque lontani dai problemi dei cittadini, non riescono più a garantire» (L’Espresso). 

La conseguenza è che viene tolto dal Comando del II Regimento Carabinieri di Roma. D’Alema e Mussi allora parleranno di gravi parole contro l’integrità dello Stato. Nel 2006 torno ancora come leader dei forconi. È uno degli artefici della ‘rivolta dei tir’ che nel 2011 paralizza le strade a lunga percorrenza italiane. E dopo altre manifestazioni dal 2014 per chiedere al Capo dello Stato lo scioglimento delle camere perché ‘abusive’ organizza con questo motto “Li cacceremo via, parola di generale dei carabinieri. Viva l’Italia” una manifestazione per il 10 ottobre. Qualche decina di persone. E endorsement più folcroristici che di reale peso politico.

L'aula della Camera ha approvato la prima fiducia sul Rosatellum. I sì sono stati 307, i no 90, gli astenuti 9. Più tardi si voterà una seconda fiducia.

Il Presidente della Repubblica non ha potere legislativo, non può cioè scrivere una legge, ma ha alcuni poteri, stabiliti dalla Costituzione, esercitando i quali può di fatto 'bocciare una legge', o almeno bloccarne l'iter legislativo, ma sempre entro limiti ben precisi e molto rigidi e circostanziati.

Chi può 'fare' le leggi in Italia

Le leggi possono essere di iniziativa governativa (decreti legge o disegni di legge) o parlamentare (proposte di legge) o di iniziativa popolare (ma vanno votate anch'esse dalle Camere). Il Capo dello Stato può solo intervenire dopo l'approvazione di una legge da parte del Parlamento, o dopo il varo di un dl (decreto legge) o di un ddl (disegno di legge) da parte del Consiglio dei ministri.

Sulle modalità dell'iter legislativo, se cioè utilizzare un decreto o un disegno di legge e sulla decisione di porre la questione di fiducia, il Presidente della Repubblica non ha nessun potere. Lo strumento considerato politicamente e istituzionalmente il più forte è il rinvio alle Camere, normato dall'articolo 74 della Carta, che recita:

"Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata".

Tale potere prevede che il Presidente blocchi una proposta di legge o un disegno di legge o un decreto legge convertito in legge, dopo la sua approvazione definitiva da parte del Parlamento. Tale potere è stato esercitato 22 volte da Francesco Cossiga (1985-1992), 8 volte da Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006), 7 volte da Sandro Pertini (1978-1985), 6 volte da Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999), 1 volta da Giorgio Napolitano (2006-2015).

Il messaggio per destare l'attenzione delle camere su un tema specifico

Caso ben diverso, spesso più propositivo che ostativo, è quello, in base all'articolo 87, di messaggio alle Camere: il presidente della Repubblica può in un messaggio ai due rami del Parlamento, sottoporre alla loro attenzione un tema su cui tarda un intervento legislativo, come è successo quando il presidente Giorgio Napolitano, nel suo unico messaggio alle Camere chiese attenzione sulla condizione carceraria. L'articolo 87 prevede poi un altro potere per il Capo dello Stato: egli "autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del governo. Promulga le leggi ed emana i decreti e i regolamenti".

Questa è ovviamente 'un'arma a doppio taglio' perché il Presidente può 'firmare' tali strumenti legislativi ma può anche rifiutarsi di farlo, come è più volte successo in passato. Fece clamore il 'no' di Giorgio Napolitano al decreto su Eluana Englaro, varato dal governo Berlusconi. Nel caso di un decreto legge (quindi di un testo varato dal Consiglio dei ministri), è compito del Quirinale verificare se esistono i presupposti di necessità e urgenza che rendono inevitabile il varo di un decreto da parte del governo.

La scelta se 'firmare o no' gli strumenti legislativi

Se tali presupposti non sussistono, il Presidente, ha stabilito la Corte Costituzionale recentemente, non firma il testo che quindi non entra in vigore e di fatto l'operato del governo in quella materia si ferma. Spesso in passato i presidenti hanno chiesto al governo di modificare un decreto poiché esso accorpava diverse materie tra loro disomogenee. Nel caso di disegno di legge anch'esso varato dal Consiglio dei ministri), il Presidente deve 'solo' autorizzarne la presentazione alle Camere, a cui spetta poi l'esame e il voto prima del quale il testo non diventa operativo.

Per essere autorizzato il testo deve essere letto e analizzato dal Presidente, che spesso utilizza questo tempo per la cosiddetta 'moral suasion', cioè un lavoro di lima in un dialogo più o meno serrato con il governo. A volte questo botta e risposta resta relegato nelle segrete stanze, altre volte se ne ha notizia ufficiosamente o ufficialmente. I motivi per cui un Presidente della Repubblica può, e secondo alcuni deve, rifiutarsi di autorizzare la presentazione alle Camere riguardano evidenti casi di incostituzionalità, ma per alcuni costituzionalisti tale caso è legato non tanto al merito politico di un atto del governo quanto alla conformità con la Carta perché l'unico giudice riconosciuto è la Corte Costituzionale. 

Nel giorno della fiducia alla Camera, la maggioranza pensa al blitz sulla legge elettorale a palazzo Madama, qualora arrivasse entro venerdì il via libera di Montecitorio, per poi, ricompattata, accelerare sullo ius soli, una legge che sembrava insabbiata ma la cui approvazione potrebbe ora rivelarsi utile per recuperare la sinistra, che, anche nella componente dialogante incarnata da Giuliano Pisapia, che sul Rosatellum-bis annuncia la rottura con il Pd. Rottura che il guardasigilli Andrea Orlando spera di superare adottando correttivi al Senato, dove pure potrebbe essere posta la fiducia. Certo, ci sarà il voto sul provvedimento finale, "ma non si è mai vista in nessuna legislatura – sottolineano fonti dem – che l'Aula bocci un testo dopo la fiducia". 

Il voto finale sarà comunque segreto

"La più grande preoccupazione della maggioranza, fugata ora dalla fiducia posta dal governo, era che la riforma fosse nuovamente affossata sotto il tiro dei franchi tiratori, protetti dai circa 50 voti segreti richiesti dalle opposizioni", sottolinea la Repubblica, "un'incognita a cui Pd, Forza Italia, Ap e Lega (le forze del nuovo patto a quattro sulla legge elettorale) pensavano di rispondere in un primo tempo con la tecnica parlamentare del 'canguro', ossia con emendamenti predittivi che avrebbero fatto cadere automaticamente tutti gli altri. Ma poi l'ipotesi del ricorso alla 'fiducia tecnica' ha prevalso. Dopo la riunione di maggioranza ho telefonato al premier Paolo Gentiloni riferendo che è opportuna la fiducia per superare il ricorso ai voti segreti", spiega il capogruppo dem Ettore Rosato, che dà il nome alla legge. Saranno dunque poste tre fiducie tecniche sui primi tre articoli della legge, quelli oggetto degli emendamenti su cui le opposizioni avrebbero voluto il voto segreto. Il voto finale sul provvedimento sarebbe comunque segreto, come previsto dal Regolamento della Camera.

Come è stato archiviato il "canguro"

"Da giorni il copione era già scritto e Mattarella ne era stato informato", rivela un retroscena de La Stampa, "ma fino a lunedì sera il premier propendeva per il 'canguro', ovvero la tagliola parlamentare studiata per neutralizzare i voti segreti: tuttavia, quando di fronte all’evidenza si è capito che il canguro, escogitato da Emanuele Fiano, avrebbe lasciato comunque in piedi diversi voti segreti, è stato chiaro a tutti che non ci sarebbe stata alternativa alla fiducia. Perché c’era un altro patto dietro le quinte, quello tra Rosato e gli altri capigruppo di Forza Italia, Lega e Ap: se salta un tassello salta tutto, niente scherzi. Il premier Paolo Gentiloni è preoccupato, sa di giocarsi l’osso del collo con un voto finale sulla riforma che sarà a scrutinio segreto. Ma non ci sono alternative e tira dritto". 

I compromessi per salvare lo ius soli

E subito dopo l'esame del Rosatellum, già la prossima settimana, i senatori potrebbero discutere lo ius soli. L'idea dunque è quella di accelerare su entrambi i provvedimenti, prima della legge di stabilità. Sul tema della cittadinanza ai minori stranieri potrebbe arrivare un maxiemendamento del governo per consentire ad Area popolare di ammorbidire la posizione. Poi la fiducia. 

Ripartire dallo ius culturae, rafforzando il tema del ciclo scolastico è il percorso immaginato dal gruppo del Pd, che intende inviare un segnale a Pisapia. Al momento la legge prevede che i minori stranieri nati nel nostro Paese o arrivati entro i 12 anni di età possano diventare italiani dimostrando di aver frequentato regolarmente almeno 5 anni di percorso formativo. Allo studio un altro compromesso: al momento secondo la legge i bambini nati in Italia da genitori stranieri possono acquisire la cittadinanza italiana se uno dei genitori è titolare di diritto di soggiorno illimitato oppure di permesso di soggiorno dell'Unione Europea per soggiornanti di lungo periodo. L'intenzione è quella di modificare il testo, di prevedere che entrambi i genitori siano titolari di diritto di soggiorno. 

Ma per Ap "non passerà mai"

La legge di bilancio al Senato dovrebbe approdare intorno al 27 ottobre. Prima dell'arrivo della manovra il Pd quindi intende valutare se ci sono i numeri parlamentari per arrivare all'ok sullo ius soli. Ma Ap insiste sul no al ricorso della fiducia. "La legge non passeraàmai", afferma Lupi. Difficile invece ipotizzare un doppio passaggio parlamentare. Aperture nei giorni scorsi sono arrivate da Ala, ma l'eventuale voto di fiducia sullo ius soli sarebbe comunque a rischio, considerando anche il ko della maggioranza sui due emendamenti alla legge europea. Mdp promette "un Vietnam" parlamentare, soprattutto sulla manovra. "Ala e FI hanno salvato il governo sulla legge europea. È la prova di qual e' la reale maggioranza", spiega un senatore bersaniano.

A marce forzate verso la nuova legge elettorale. Il cosiddetto Rosatellum bis sarà votato dalla Camera dove il governo a messo la fiducia tra le polemiche di M5S e delle piccole opposizioni di sinistra. Come scrive Tgcom24, ci saranno tre le votazioni sul provvedimento: secondo il calendario stabilito dalla conferenza dei capigruppo della Camera, si inizia mercoledì alle 15:45 e il voto finale è atteso entro giovedì sera. Come scrive il Foglio, la ragione ufficiale è che sottoporre il Rosatellum bis, elaborato dalla commissione Affari costituzionali della Camera, alla minaccia dei voti segreti “metterebbe in difficoltà il complesso del testo”. Ettore Rosato, il parlamentare che ha dato il nome alla legge elettorale in discussione, parla di “un faticoso equilibrio tra maggioranza e opposizione” da preservare. E si riferisce ovviamente all'accordo raggiunto tra Pd e Alleanza popolare con Lega Nord e Forza Italia.

Il patto tra Pd, FI, Ap e Lega

Una decisione 'concordata' anche con le forze di opposizione che appoggiano la riforma elettorale, Forza Italia e Lega, che hanno dato il loro benestare. Non voteranno la fiducia, scrive il Sole 24 Ore, ma non voteranno contro. Mentre daranno il loro ok alla legge nel voto finale, che sarà a scrutinio segreto ma che non dovrebbe riservare sorprese, visto che sulla carta il Rosatellum bis può contare su un'ampia maggioranza di oltre 400 voti. Dunque, anche se ci dovessero essere defezioni, la legge passerebbe ugualmente. E una volta superato il primo scoglio a Montecitorio, è sempre più certo che il governo bisserà anche al Senato, con un nuovo voto di fiducia e tempi rapidi (nella maggioranza si parla di fine ottobre per il via libera definitivo). 

Berlusconi voleva 'metterci la faccia'

Forza Italia "voterà sì alla legge, pur non partecipando alla votazione sulla fiducia". Lo dice, come riporta Repubblica, il capogruppo dei deputati azzurri, Renato Brunetta. Lunedì Silvio Berlusconi, riferiscono fonti parlamentari, era per 'metterci la faccia' sul Rosatellum bis.

Ma non per soccorrere il governo né per sottolineare un asse con il Pd sulla legge elettorale. Semplicemente – spiegano dalle parti di FI – perché era contrario a quelli che il Cavaliere definisce bizantinismi. Un modo solo di far capire che Forza Italia rispetta i patti, non che fosse disposta ad accodarsi alla maggioranza per un cambio di linea politica.

M5S e sinistra in piazza

Le opposizioni vanno in piazza contro il Rosatellum bis. Il Movimento 5 Stelle e i partiti della sinistra, scrive il Corriere della Sera, hanno deciso di spostare fuori dal Palazzo la protesta contro la riforma della legge elettorale e, soprattutto, contro la decisione di maggioranza e governo di porre la questione di fiducia: un atto giudicato "eversivo". Ma niente Aventino. La protesta di piazza non sostituirà quella in Aula. I 5 Stelle manifesteranno mercoledì alle 13 davanti Montecitorio, Si e Mdp alle 17,30 davanti al Pantheon. 

I deputati di Pisapia non voteranno la fiducia

"I parlamentari che aderiscono a Campo Progressista non voteranno la fiducia alla legge elettorale posta dal Governo". È quanto si legge sul profilo Facebook di Campo Progressista, condiviso anche da Giuliano Pisapia.

Un Mattarellum rovesciato

Il Rosatellum bis è una sorta di Mattarellum 'rovesciato', un mix tra maggioritario e proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona:

  • 64% di listini plurinominali a fronte del
  • 36% di collegi uninominali.

La soglia si sbarramento sia per la Camera che per il Senato è al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni. Ci sarà un'unica scheda e non viene concesso il voto disgiunto. C'è la quota di genere (60-40) e la possibilità di un massimo di cinque pluricandidature nei listini proporzionali, ma anche la possibilità per un candidato di presentarsi sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali. Infine, non c'è l'indicazione del 'capò della coalizione – ovvero del candidato premier – nè l'obbligo per la coalizione di presentare un programma comune. Durante l'esame in commissione sono state apportate alcune modifiche al testo.

Ventiquattromila tablet, che rimarranno a disposizione delle scuole lombarde, per il debutto del voto elettronico in Italia. Costo complessivo dell'operazione (che comprende fornitura, consegna, assistenza e ricondizionamento): 22 milioni di euro.

Le 'voting machine' entreranno per la prima volta nelle cabine elettorali il 22 ottobre, in occasione del referendum lombardo per l'autonomia. A Palazzo Lombardia si stanno preparando da mesi per quella che definiscono "la votazione più importante e grande mai gestita non direttamente dallo Stato". Il 5 ottobre i tablet sono stati collaudati. Ora è il momento della simulazione di voto davanti ai sindaci lombardi. Dal 10 al 17 ottobre si dovrebbero concludere le operazioni di consegna ai Comuni.

Ecco come si vota e come avverrà lo spoglio

Il voto

Domenica 22 ottobre, i seggi saranno aperti dalle 7 alle 23. Si andrà a votare nel proprio seggio, ovvero quello segnato sulla tessera elettorale e dove abitualmente ci si reca in occasione delle altre elezioni (politiche o amministrative). La tessera elettorale non servirà, per votare sarà sufficiente presentarsi con la carta d'identità (in ogni modo per chi fosse sprovvisto della tessera e volesse consultarla per verificare il seggio, potrà richiederla negli uffici elettorali comunali, che saranno aperti anche il 22).

Le voting machine

Al posto della matita e della scheda elettorale, nella cabina ci saranno le 'voting machine' (da due a quattro in base al numero degli elettori del seggio).

"Le machine hanno l'aspetto di un tablet ma sono un po' più spesse, perché hanno la stampante incorporata", ha spiegato l'assessore lombardo Gianni Fava, incaricato dal governatore Roberto Maroni di coordinare l'attività della giunta in vista della consultazione. "Sullo schermo dei tablet sarà presente il testo del quesito

Volete voi che la Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell'unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie a richiedere allo Stato l'attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all'articolo richiamato?

L'elettore potrà scegliere tra le tre opzioni: 'Si'', 'No' o 'Mi astengo', toccando col dito lo schermo come si fa abitualmente allo sportello bancomat. Dopodiché, il computer chiederà di confermare il voto: la scelta può essere confermata o cambiata una sola volta, il secondo voto sarà quello definitivo.

Entro cinque secondi poi apparirà un messaggio per segnalare che la votazione è conclusa, seguito da un 'beep' sonoro che avviserà il presidente".

Lo spoglio

Alle 23, il presidente del seggio dichiarerà chiuse le operazioni di voto. Il risultato sarà noto subito dopo: con un click sarà possibile  avere su un'unica stampata l'esito del voto in quel determinato seggio. Dopo la stampa, il presidente preleverà la chiavetta interna usb collegata al tablet e la consegnerà materialmente all'ufficio elettorale del Comune. Il responsabile elettorale comunale scaricherà  dati contenuti nella chiavetta in un sistema collegato direttamente con Lombardia informatica. Sarà la controllata della Regione a rendere pubblici i dati, con aggiornamenti in tempo reale aggiornati sul sito (come fa il Viminale in occasione delle elezioni politiche e amministrative). Entro due ore si potrà avere il dato definitivo.

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