Newsletter
Flag Counter
Facebook Page
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Politica

"Vedete questa donna che tiene in braccio una bambina bionda? Appena le ho viste ho subito pensato che assomigliassero poco a una madre e a una figlia italiane, e molto di più a due russe in giro a fare shopping in via Montenapoleone. La “madre” ha addirittura un colbacco". Un giornalista di The Vision, sito di informazione online che in pochissimi mesi è riuscito a guadagnarsi una grande popolarità in rete, ha raccontato come ha scoperto che le persone ritratte nei messaggi elettorali di Matteo Salvini al grido di 'Prima gli italiani' in realtà italiani non sono.

Non solo non sono italiani gli uomini assoldati per tappezzare le città italiane con quei manifesti dove si ritraggono persone di carnagione chiara e capelli biondi in giro per Milano. Ma non sono italiani nemmeno i 'modelli' di quelle foto.

The Vision nell'articolo spiega che inserendo le fotografie in un motore di ricerca per immagini è stato possibile risalire al nome e cognome delle modelle utilizzate: "Non sono italiane e non sono nemmeno russe. Si tratta di due modelle ceche che lavorano per l'agenzia altrettanto ceca Citalliance". Un'altra foto mostra un papà e un bambino insieme. In questo caso si tratta di modelli slovacchi. "Salvini voleva dividere l'Italia con la secessione, ma è riuscito a riunire la Cecoslovacchia", conclude ironicamente l'articolo. 

Laura Boldrini attacca il Pd e la coalizione di centrosinistra. Nel mirino dell'esponente di Leu finiscono due donne, Emma Bonino, leader di +Europa, e Beatrice Lorenzin, che guida la lista Civica popolare, entrambe disponibili a dar vita a un governo di larghe intese. Il che tradotto, per Boldrini, significa aprire la strada a Silvio Berlusconi. Il quale, a sua volta, non disdegna i voti dei fuoriusciti o espulsi dal Movimento 5 Stelle in vista di un esecutivo targato centrodestra.

A meno di due settimane dal voto, si alza ulteriormente il livello di scontro tra le forze politiche, con lo sguardo rivolto alle possibili soluzioni alternative, qualora nessun partito o coalizione ottenga i numeri necessari per poter governare. La prima a disegnare un possibile scenario futuro è Bonino: "Gentiloni è un premier che potrebbe restare", spiega, alla guida di un governo da cui però sarebbero esclusi i 5 Stelle, Lega e Fratelli d'Italia.

"Finalmente Emma Bonino ha avuto il coraggio di dire chiaramente qual è l'obiettivo della sedicente coalizione di centrosinistra: un bel governo delle larghe intese con Forza Italia in perfetto stile radicale", attacca Arturo Scotto di Leu. E Boldrini rincara la dose: "Quello al Pd e ai suoi alleati è il voto utile per riabilitare Berlusconi".

+Europa si difende e ribatte: "È proprio il voto a Grasso quello pro-Salvini, pro-Cav e pro-Di Maio e ai loro candidati all'uninominale antieuropei, nazionalisti e xenofobi", spiega Benedetto Della Vedova. La diatriba sul 'voto utile' coinvolge tutti i partiti: anche per i pentastellati il voto al centrosinistra – o al centrodestra – è un voto valido solo "per l'inciucio", scandisce Alessandro Di Battista.

Di tutt'altro avviso Lorenzin: "Al di là di quello che tutti dicono, vedo altissimo il rischio di un'alleanza tra Salvini e Di Maio". Il leader di Forza Italia, però, si dice convinto che sarà il centrodestra a vincere e lui sarà in campo: "Io non so se entrerò nel governo, se arriverà in tempo la possibilità di farlo: farò l'allenatore, il regista", garantisce Berlusconi, che apre agli ex grillini: i candidati che saranno eletti ma che sono già fuori dal Movimento per la vicenda rimborsopoli​ potrebbero essere i 'responsabili' della prossima legislatura, perché, spiega l'ex premier, "non si dice mai di no a chi dice 'sottoscrivo il vostro programma'".

Torna a farsi sentire anche il cofondatore del Movimento, Beppe Grillo, che ha rinviato di un mese lo spettacolo previsto a Roma, e che quindi si terrà proprio in concomitanza con la prima seduta delle nuove Camere, il 23 marzo. L'ex comico genovese sembra rivolgersi agli elettori, e in un post sul suo blog scrive: "Non arrendiamoci a questa stupida new age fatta di psiconani e telegiornali taroccati, perché la percezione della realtà sarà pure un argomento della neurofisiologia, ma non è un delirio da pubblicitari: la scelta è sempre vostra".

Ai 5 Stelle e al loro fondatore replica Matteo Renzi: "Ai grillini" che "dicono che loro sono il partito degli onesti, ricordo che il Pd non prende lezioni da nessuno. Non le prende soprattutto da un partito fondato da un pregiudicato, che ha qualche problema di troppo con l'evasione fiscale e che ha inventato la sceneggiata dei rimborsi ma dimentica di dire che i cinque stelle hanno rinunciato (forse) a 23 milioni in 6 anni". 

"L'inconsistenza degli addebiti impone l'archiviazione del procedimento per l'inconsistenza della notizia di reato". La formula scelta dal Gip Annalisa Marzano del Tribunale di Roma per archiviare le indagini a carico di Virginia Raggi per la nomina di Salvatore Romeo a capo della segreteria politica del Campidoglio regala alla sindaca M5s la prima soddisfazione giudiziaria sul caso legato ai contestati incarichi da lei assegnati all'inizio della sua esperienza a Palazzo Senatorio.

Dipendente comunale in carico al Dipartimento Partecipate, Salvatore Romeo ha conosciuto i 5 Stelle romani durante la consiliatura guidata da Ignazio Marino, quando l'attuale assessore allo Sport Daniele Frongia presiedeva la commissione Trasparenza. Con l'elezione a sindaco di Virginia Raggi, Romeo si colloca in aspettativa e viene assunto sempre dal Campidoglio con un contratto a termine per svolgere il ruolo di capo della segreteria politica con relativo aumento salariale, con un balzo nello stipendio da 39 mila a 110 mila euro. Dopo i rilievi dell'Anac lo stipendio di Romeo è stato rideterminato con una delibera ad hoc che lo ha ridotto a 93 mila euro. Romeo tiene le fila dell'attività politica: assieme a Frongia la Raggi e Raffaele Marra, ex capo del Dipartimento Personale, faceva parte della chat Whatsapp dei "Quattro amici al bar", ritenuta dai detrattori della giunta, anche all'interno del Movimento 5 Stelle, come il vero nucleo di potere nella fase iniziale della giunta pentastellata in Campidoglio. La sua nomina, però, è durata poco, da luglio a dicembre 2016, perché in seguito all'arresto di Raffaele Marra – con l'accusa di corruzione per vicende precedenti al suo ruolo con l'amministrazione Raggi – diversi consiglieri a 5 Stelle hanno individuato nella sua figura il tramite tra la Raggi e Marra chiedendone un passo indietro.

Nei prossimi mesi il processo per il caso Marra

Le nubi su Romeo però non si sono placate con le dimissioni dal ruolo politico. Il 9 gennaio 2017 la Raggi è stata iscritta sul registro degli indagati della Procura di Roma per le nomine di Renato Marra, fratello dell'allora braccio destro Raffaele, da vicecapo della polizia municipale alla Direzione Turismo del Campidoglio, e per quella del responsabile della sua segreteria politica. Per la nomina di Renato Marra, Virginia Raggi ha chiesto il giudizio immediato. Il procedimento dovrebbe iniziare nei prossimi mesi. Il 2 febbraio 2017 nel corso dell'interrogatorio della sindaca emerge inoltre che Romeo nel 2016 ha stipulato alcune polizze vita con l'indicazione di numerosi beneficiari, tra i quali figura la stessa Raggi. Oggi però il Gip scrive che "appare piuttosto stravagante e comunque probatoriamente inconsistente conferire valenza illecita alle tre polizze assicurative che indacavano Virginia Raggi quale beneficiaria soltanto in caso di morte di Salvatore Romeo". 

"Tanti ora taceranno e faranno finta di nulla"

La sindaca ha affidato la sua reazione al proprio profilo Facebook.

"Oltre un anno di accuse da parte di politici e dei tanti 'soloni' che, dalle loro comode poltrone negli studi e salotti tv, pontificavano su materie che evidentemente non conoscono. Il giudice sottolinea la trasparenza e la bontà del mio operato grazie alle richieste di pareri legali che, prima della nomina, ho fatto all'avvocatura del Campidoglio e all'Autorità Nazionale Anti Corruzione di Raffaele Cantone", scrive la sindaca, "e, soprattutto, definisce falso che io possa aver nominato Salvatore Romeo per beneficiare di tre polizze assicurative di cui io non sapevo assolutamente nulla. Ancora fango e facile ironia sulle 'polizze a mia insaputa". "Eppure avevo ragione – aggiunge – sono stata accusata ingiustamente da tanti che ora taceranno o faranno finta di nulla. Invece, voglio ringraziare i miei avvocati e tutti voi che avete creduto in me, certi che mi sia sempre comportata correttamente. Andiamo avanti a testa alta". 

Gli italiani all'estero ci riprovano. Prima esclusi, poi vituperati, a volte sospettati, i connazionali che hanno il diritto di votare anche se lontani da casa avranno fino al 1 marzo per farlo e il loro peso, in un'elezione sospesa come questa, può essere determinante. Specie in considerazione del fatto che dalle ultime elezioni il loro numero è aumentato sensibilmente: da 3,4 a 4,3 milioni. Quelli che votano, però, non arrivano a un milione.

In un lungo reportage pubblicato sull'edizione cartacea, La Stampa fa il punto della situazione soprattutto per quanto riguarda il pericolo di brogli. E scopre che, tra codici a barre per rendere tracciabile il percorso delle buste, escamotage per evitare doppi invii o furbetti che provano a votare due volte e diplomatici in pianta stabile in tipografia per presidiare le schede, la Farnesina ce la sta mettendo tutta per far sì che il voto all'estero sia limpido. 

Memori delle polemiche e dei rischi del passato, al ministero degli Esteri  si sono organizzati con qualche novità e contromisura, in attesa che mercoledì 21 la Consulta si esprima su un ricorso del Tribunale di Venezia che avanza dubbi sulla costituzionalità della legge che regola il voto all'estero.

Come votano e quanti sono

Gli elettori sono sparsi in 177 Paesi, cui si aggiungono poco più di trentamila italiani temporaneamente all'estero, circa 700 mila elettori in più delle scorse politiche. Per loro, il Rosatellum non ha introdotto novità: votano ancora per corrispondenza come prescritto dalla legge Tremaglia del 2001.

Le schede arrivano a casa per posta, si vota indicando le preferenze a differenza di quanto succede in Italia e si rispediscono entro il 1 marzo alle 16 alle sedi diplomatiche. Che provvederanno a inviarle su 120 voli verso Castelnuovo di Porto, dove la Farnesina avrà terminato il suo compito: sarà la Corte d'Appello di Roma a garantire lo scrutinio in circa 1.700 seggi. In palio per l'estero 12 deputati e 6 senatori: un bottino che in passato, in occasione di risultati incerti, ha fatto la differenza.

Quando il parlamentare eletto all'estero ha fatto la differenza 

Nel 2006 vinse per un soffio fu l'Unione di Romano Prodi. Cinque anni fa, i voti all'estero furono determinanti per giocarsi il titolo di partito più votato tra Pd e M5S.


I seggi assegnati grazie al voto all'estero:

Camera

  • 5 per l'Europa,
  • 4 per il Sud America,
  • 2 per Centro e Nord America,
  • 1 per Africa, Asia, Oceania e Antartide

Senato

  • 2 per l'Europa,
  • 2 per il Sud America,
  • 1 per Centro e Nord America e
  • 1 per Africa, Asia, Oceania e Antartide 

Una storia di brogli e tradimenti

In 12 anni di voto degli italiani all'estero ci sono state denunce, inchieste, servizi tv sui trucchi per taroccare le elezioni. Le schede destinate ai connazionali vengono contraffatte, falsificate, fotocopiate, sottratte ai legittimi proprietari, prestampate con tanto di croce sul candidato, cestinate, bruciate, comprate e rivendute per 5-10 euro ciascuna. Pre quasi vent'anni Mirko Tremaglia, fece lobbing fino a strappare nel 2001 la legge che porta il suo nome.

Il primo a denunciare anomalie fu proprio lui, nelle elezioni politiche nel 2006, vinte da Romano Prodi poi 'tradito' da un senatore italo-argentino: Luigi Pallaro, inizialmente vicino a Berlusconi,  poi passato a sinistra e tornato in extremis nel centrodestra.

O Antonio Razzi: eletto in Svizzera con Di Pietro, transitò con Scilipoti da Berlusconi  all'epoca dei 'responsabili', fino a diventare in un crescendo grande estimatore del leader coreano Kim Jong-un, ancora, Sergio De Gregorio, leader del movimento Italiani nel Mondo che raccontò al pm Henry John Woodcock di essere stato pagato da Berlusconi per far cadere Prodi.

Come funziona all'estero

In Paesi come la Gran Bretagna, scrive EuroNews gli "expats" che vivono all'estero da più di 15 anni perdono il diritto di voto, in Germania dopo 25, in Canada dopo addirittura 5 anni. Nelle Filippine bisogna dichiarare di voler tornare a risiedere sul territorio entro tre anni. Altri, come Israele, Taiwan, El Salvador e la Slovacchia consentono agli espatriati di votare ma solo a condizione che questi tornino fisicamente a mettere la scheda nell'urna. 

Il voto via posta è garantito in Italia, ma anche negli Stati Uniti, in Spagna e Portogallo e in alcuni casi anche in Canada e Regno Unito. Polonia, Lituania, Ucraina, Colombia, Venezuela, Peru, Francia, Russia, Svezia, Giappone ed altri stati attrezzano ambasciate e consolati per la tornata elettorale – un po' come succedeva anche da noi. La Francia ha fatto qualche sperimentazione con il voto online. 

“Se stringi la mano così forte non ti sposa nessuno”. Così Berlusconi ha voluto dare un prezioso consiglio a una giovane reporter della BBC, 'colpevole' di averlo salutato con una stretta di mano troppo decisa: “Uno poi pensa che lo meni e non ti sposa più. Questo incontro ti cambierà la vita”. Il video è stato pubblicato sul sito dell’emittente inglese che ha poi intervistato il leader di Forza Italia sulle imminenti elezioni: “È naturale che gli italiani mi rivotino. Conoscono il mio passato come uomo d’impresa, uomo di Stato e uomo di sport”. 

Berlusconi ha poi parlato della sentenza che lo ha costretto a non potersi presentare come candidato premier. Una sentenza che non ha intaccato la fiducia del suo popolo: “Ho avuto dagli italiani 200 milioni di voti, più di qualunque altro politico nella storia del nostro Paese”.

Sono passati 60 anni esatti dalla loro messa al bando, e puntuale, come ad ogni elezione, è arrivata la proposta di riaprire le cosiddette case chiuse. Ad avanzare l’idea è il segretario della Lega Matteo Salvini che propone una “regolamentazione e tassazione della prostituzione come nei Paesi civili” attraverso la “riapertura delle case chiuse, nome con cui venivano chiamate le strutture statali in cui lavoravano le prostitute fino al 1958, prima dell’entrata in vigore della cosiddetta legge Merlin (ecco il testo).

“Aberrante” e “anacronistico”

“Aberrante”, ha replicato la presidente della Camera Laura Boldrini, intervenuta a Brescia all’iniziativa "Libere e Uguali femminile plurale”. “Io sono nettamente contraria alla riapertura delle case chiuse. Sono invece favorevole alle case aperte per i giovani che vogliono costruirsi un futuro”.

Contraria è anche la deputata del Pd Fabrizia Giuliani: “Sull’idea delle “case chiuse” Salvini se ne faccia una ragione: il nostro Paese, per fortuna, non tornerà mai indietro”. Noi “non consentiremo mai politiche che farebbero felici i trafficanti di esseri umani. Le donne della Lega si ribellino, anche perché l’Europa, forse Salvini non lo sa, sta andando in senso opposto”. 

Salvini non incassato nemmeno il favore di Pia Covre, storica attivista e fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute, che in passato ha presentato una proposta di disegno di legge, elaborata insieme al Codacons e all'Associazione radicale Certi Diritti, per regolamentare l'esercizio del sex work, ossia il lavoro sessuale. 

“Aspettiamo, con ansia, che qualcuno affronti l'argomento spinoso in Parlamento, non quando si devono convincere gli elettori per ottenere consenso, come accade di solito e com'è successo anche oggi. In quell'occasione commenterò volentieri e magari daremo il nostro contributo. Oggi preferisco tacere, anche perché l'approccio al problema della Lega, in passato, non è mai stato quello nostro”. In campagna elettorale, ha poi aggiunto, “si fa sempre un uso strumentale di queste tematiche. Io non intendo fare da cassa di risonanza a Matteo Salvini e alla Lega”. 

Cosa dice la Legge Merlin

Il 20 febbraio del 1958, 10 anni dopo il primo ddl, venne approvata la legge Merlin, che prende il nome dalla senatrice socialista Angelina detta Lina, promotrice della chiusura delle case di tolleranza.

La nuova legge, il cui intento era quello di contrastare lo sfruttamento delle prostitute, sancì l'abolizione della regolamentazione della prostituzione con la conseguente chiusura delle case chiuse che alla fine degli anni ’50 sono 560 e ospitavano circa 2.700 professioniste. In particolare, la legge Merlin introdusse i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. La prostituzione in sé, volontaria e compiuta da donne e uomini maggiorenni e non sfruttati, restò però legale, in quanto considerata parte delle scelte individuali garantite dalla Costituzione, come parte della libertà personale inviolabile (articolo 13).

A favore della legge si schierarono socialisti, comunisti, repubblicani, democristiani e alcuni socialdemocratici, mentre tra i contrari figurarono liberali, radicali, missini, monarchici. Tra le principali argomentazioni contro la chiusura dei bordelli c’era la questione della sicurezza sanitaria. La legge italiana in vigore fino ad allora prevedeva che venissero eseguiti controlli sanitari periodici sulle prostitute, in realtà i controlli erano sporadici e soggetti a pressioni di ogni genere da parte dei tenutari, specialmente al fine di impedire di vedersi ritirata la licenza per la gestione dell’attività. Tra gli scettici c’era anche il filosofo Benedetto Croce (Partito Liberale Italiano) secondo cui “Eliminando le case chiuse non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male”.

 

Prima di Salvini

 

Da decenni il dibattito sula regolamentazione della prostituzione continua a tenere banco. Ecco alcune proposte (in un senso o nell’altro) prima di quella di Salvini:

 

  • Nel 2008, il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna (Forza Italia-Popolo della Libertà) propose un disegno di legge proibizionista contro la prostituzione stradale, ma non arrivò mai all'iter parlamentare.

 

  • Nel marzo 2014 venne presentato un disegno di legge da parte della senatrice Maria Spilabotte del Partito Democratico al fine di regolamentare il fenomeno, iniziativa che però non si è mai concretizzata in una norma di legge, pur godendo dell'appoggio trasversale di molti gruppi tra cui Lega Nord, Movimento 5 Stelle, Nuovo Centrodestra, PSI e Forza Italia.

 

•       Nel 2017, basandosi sul decreto legislativo n. 46/2017 (cosiddetto decreto Minniti-Orlando sull'immigrazione clandestina), il sindaco di Firenze Dario Nardella (Partito Democratico) ha emesso un'ordinanza sul divieto di chiedere o accettare prestazioni sessuali a pagamento per strada, con pene dall'arresto fino a tre mesi e multe fino a 200 euro anche se il rapporto non si è consumato.
 

•       Mentre la proposta di alcuni sindaci di zone a luci rosse nei loro comuni (ad esempio a Roma da parte di Ignazio Marino), sono peraltro sempre state abbandonate su richiesta dei prefetti perché in contrasto con la legislazione nazionale definita nella legge Merlin.

 

Le dimensioni del fenomeno

 

Ma quanto è esteso oggi il fenomeno della prostituzione? Wired ha provato a fare una stima stabilendo che “la spesa complessiva degli italiani in questo campo si aggira da anni intorno ai 4 miliardi di euro: poco meno di un terzo del mercato totale della droga, per fare un confronto”. Non solo: a un mercato di tali dimensioni “non corrisponde affatto un’attività investigativa, poliziesca o giudiziaria significativa. Le leggi in proposito non vengono tirate in ballo quasi mai, tanto che denunce per sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione son rarissime: in effetti diffuse tanto quanto quelle per omicidio o mafia. Sono pochi anche i detenuti e le detenute condannati per istigazione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione. Si tratta di appena qualche centinaio in tutta Italia nel 2016, su una popolazione carceraria complessiva di circa 138mila persone. In sostanza, nonostante l’ampiezza del fenomeno è come se le leggi in materia non esistessero”.

 

L’Italia è davvero “l’eccezione tra i Paesi civili”?

 

Tra i Paesi europei ci sono grosse differenze sulle leggi che riguardano la prostituzione. In molti paesi, spiega Il Post, è illegale: in alcuni di questi, come la Croazia, sono previste pene sia per le persone che si prostituiscono che per i loro clienti; in altri, come la Francia e la Svezia, solo per i clienti. Ci sono poi i Paesi in cui la prostituzione è legale e regolamentata, come la Germania o l’Olanda. Infine ci sono molti paesi, tra cui l’Italia, il Regno Unito e la Spagna, in cui prostituirsi non è un reato ma nemmeno un’attività lavorativa regolamentata; in questi paesi le attività collaterali alla prostituzione, come la gestione di bordelli e lo sfruttamento della prostituzione, sono illegali.

La campagna elettorale corre veloce verso l'appuntamento del 4 marzo, quando milioni di Italiani andranno a votare per le elezioni politiche. Per tutti coloro che vogliono seguire la conversazione e commentare le elezioni su Twitter, la piattaforma ha introdotto una emoji speciale – che raffigura un’urna elettorale avvolta dalla bandiera italiana – che apparirà utilizzando gli hashtag #Elezioni, #Elezioni2018 e #ItalyElection2018.

Utilizzando gli hashtag, quindi, sarà ancora più semplice partecipare alla conversazione sulle elezioni su Twitter: le persone potranno trovare i Tweet ancora più velocemente, e sarà più facile per tutti rispondere ai commenti e partecipare alla discussione.

"Twitter è il posto ideale per seguire la politica, perché consente a cittadini e politici di condividere le proprie opinioni e interagire tra loro. Con questa Emoji, vogliamo aiutare le persone ad esprimere il proprio punto di vista sulle elezioni e dare così un contributo importante e positivo ai cittadini in questo momento così importante per l’Italia.

Stiamo già notando come gli italiani utilizzino sempre di più Twitter per esprimere le proprie opinioni e condividere i propri interessi: questa Emoji renderà le conversazioni ancora più vivaci" ha dichiarato Sinéad McSweeney, Vice President for Public Policy and Communications.

Le promesse elettorali dei partiti valgono complessivamente mille miliardi di euro. Una cifra iperbolica che racconta bene la competizione elettorale che si concluderà il prossimo 4 marzo. È la fotografia che è emersa in una serie di fact-checking pubblicati su Corriere della Sera, La Stampa e Repubblica, fatto sui numeri depositati al Viminale da Carlo Cottarelli.

La sua sintesi è stata: “I partiti politici stanno promettendo molto, il problema è che molto spesso non viene detto come queste proposte saranno coperte”, ha spiegato Cottarelli che – attraverso un'analisi condotta dall'Osservatorio sui conti statali delle Cattolica che presiede – evidenzia come le promesse dei partiti in campagna elettorale, farebbero decollare il debito pubblico, mettendo a rischio il bilancio dello Stato.

Partito democratico: costo di 38 miliardi, e rapporto debito/pil al 134,8% 

Secondo quanto si legge nei documenti depositati dai Cottarelli presso il ministero dell’Interno, il costo del programma elettorale del Partito democratico è di 38 miliardi di euro (anche se l’economista Roberto Perotti su Repubblica parla addirittura di 52 miliardi).

Tra le misure che porterebbero la spesa ad aumentare c’è l’introduzione di un assegno mensile per i figli, l’allargamento degli interventi per contrastare la povertà, la riduzione della tassazione sulle imprese e dei contribuiti per i lavoratori a tempo indeterminato. Anche l’Osservatorio sui conti pubblici sostiene, analogamente a Perotti, che le coperture non sarebbero sufficientemente definite.

Il Pd ha comunque indicato tra i suoi obiettivi la riduzione del rapporto debito/pil dal 131,6% del 2017 al 118,4% nel 2022 e al 100% nel 2029. Obiettivi simili sarebbero possibili solamente in presenza di scenari decisamente ottimistici sul fronte dei tassi di interesse e della crescita economica. Secondo Cottarelli l’effetto più probabile del programma del Pd sarebbe quello di far crescere ulteriormente il rapporto debito-pil al 134,8% nel 2022, ovvero alla fine della prossima legislatura.

Centrodestra: costo di 136 miliardi, rapporto debito/pil sale al 135,8%

Il programma del Centrodestra invece costerebbe quasi cento miliardi in più: 136 miliardi. Cosa farebbe schizzare così i costi? Le misure più rilevanti figurano la flat tax, la riforma della legge Fornero sulle pensioni, l’aumento delle pensioni minime, l’introduzione del reddito di dignità, l’aumento delle risorse per la difesa e la sicurezza, l’eliminazione dell’Irap.

Le coperture indicate sono di 82 miliardi, e questo comporterebbe un buco di 54 miliardi. Sul fronte del rapporto debito/pil l’obiettivo di Berlusconi e alleati è quello di farlo scendere al 112,8% nel 2022.

Il risultato sarebbe frutto degli effetti delle misure contenute nel programma stesso, su crescita e contrasto all’evasione che avverrebbe in modo naturale con la flat tax. Ma si tratta di effetti teorici, al momento.

Cottarelli invece sostiene che questo potrebbe portare ad un aumento del rapporto debito-pil al 135,8%. Capitolo a parte per la Lega, che ha indicato obiettivi di finanza pubblica diversi da quelli concordati con il resto del centrodestra. E un po’ più deleteri per i conti pubblici. Per l’Osservatorio sui conti pubblici il programma di Salvini porterebbe il rapporto debito/pil al 135/140 per cento.

Movimento 5 stelle: costo 103,4 miliardi, rapporto debito/pil sale al 138,4% 

Un po’ meno del centrodestra, molto di più del centrosinistra. Secondo quanto affermato nei documenti depositati presso il ministero dell’Interno, il costo del programma elettorale del M5s è di 103,4 miliardi. Con coperture indicate pari a 39,2 miliardi e un disavanzo di 64,2 miliardi.

Va detto che i Cinquestelle, scrive il Corriere, a differenza degli altri partiti non hanno pubblicato stime dettagliate sull’andamento dei conti pubblici per i prossimi 5 anni ma si sono limitati ad indicare l’obiettivo di riduzione del rapporto debito-pil più sfidante di tutti: 40 punti percentuali nel prossimo decennio.

Nel 2028 l’indicatore dovrebbe scendere sotto il 100% al 91,6%. Per Cottarelli di fronte all’imponente disavanzo le stime di riduzione del rapporto debito/pil sarebbero possibili solo con una crescita media dell’economia italiana, nel prossimo decennio, del 5-6% all’anno. Sarebbe un nuovo miracolo economico italiano, ma al momento difficile da immaginare con un’economia che cresce dell’1%. Detto questo, l’Osservatorio sui conti pubblici il programma dei Cinquestelle farebbe crescere il rapporto debito-pil al 138,4% nel 2022.

Liberi e uguali: un programma da 30 miliardi di spese, con coperture 'virtuali'

Secondo quanto scrive il Corriere, anche nel programma di Leu come in quello del centrodestra è raro trovare numeri. "I costi delle proposte non sono indicati, tranne che in un caso: 5 miliardi in 5 anni per finanziare investimenti nella sanità (rinnovamento tecnologico ed edilizia sanitaria)".

Ma anche qui ci sono diverse misure che potrebbero portare a un aumento della spesa pubblica, sempre ammettendo che non ci sia la miracolosa crescita economica che tutti si aspettano: un "piano straordinario di investimenti per rimettere in piedi il Paese" con una serie di misure che vanno da assunzione di giovani nella pubblica amministrazione a investimenti per arrivare al 100% fonti energetiche rinnovabili entro il 2050, dalla riduzione non meglio precisata della aliquota più bassa dell’Irpef, bilanciata da aliquote più progressive per chi guadagna di più alla revisione profonda della riforma Fornero.

Si tratterebbe, spiega il Corriere, di interventi che tutti insieme valgono decine di miliardi l’anno. Il programma di Leu prevede spese per 30 miliardi (soprattutto per ridurre il peso delle tasse ai redditi più bassi e aiutare i meno abbienti) e saldo zero, visto che sarebbe interamente coperti da un recupero equivalente (e sempre virtuale) dell’evasione. 

 

A quattordici giorni dalle elezioni Matteo Renzi punta ancora di più sul voto dei cattolici. Per raggiungere l'obiettivo di portare il Partito democratico ad essere il primo partito italiano e il primo gruppo del nuovo Parlamento (traguardo "a portata di mano", sostiene) il segretario dem si rivolge "alle donne e agli uomini del mondo cattolico" e li mette sull'avviso: "Siamo a un bivio – dice incontrando più di mille sostenitori al liceo Massimo di Roma – il centrodestra non è a trazione moderata, non è guidato dagli amici di Angela Merkel ma dagli amici di Marine Le Pen. Loro non sono moderati, noi siamo quelli del Terzo settore". Poi rincara la dose escludendo qualsiasi ipotesi di accordo per un eventuale governo di larghe intese con M5S o la Lega (che traina, afferma, la coalizione che forma con Forza Italia e Fratelli d'Italia): "La stabilità del Paese non vale un accordo con gli estremisti, non possiamo lasciare l'Italia dopo tutti i sacrifici che abbiamo fatto a degli estremisti".

"Se il Paese sta meglio è anche merito nostro"

Un invito lo rivolge anche a tutto l'elettorato di sinistra, ribadendo che il voto dato al partito di Bersani e D'Alema finirebbe con il favorire di nuovo l'estremismo. "Dobbiamo scrollarci di dosso la rassegnazione e la stanchezza" e condurre il resto della campagna elettorale con orgoglio rivendicando quanto fatto negli ultimi cinque anni. "Se il Paese sta meglio – incalza – il merito è degli italiani ma anche di chi ha scelto di fare riforme – in alcuni casi venute bene in altri meno – che hanno portato l'Italia a crescere; e questa cosa l'ha fatta il Pd". Su scuola, lavoro e famiglia si dice poi pronto a un confronto con gli avversari. E se questi continueranno a rifiutare un dibattito pubblico, annuncia, "faremo un confronto con gli ologrammi di Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio".

E proprio ai 5 stelle riserva un lungo passaggio del suo intervento. Il caso rimborsopoli​ non può essere accantonato. "Hanno scelto di restituire 23 milioni di euro agli italiani: è un loro pieno diritto. Ma se vogliono la lotta nel fango, dico che noi abbiamo abolito il finanziamento pubblico ai partiti, e che se facciamo la gara tra quelli che hanno restituito più soldi agli italiani finisce 6-0 6-0 per noi". Quindi "non prendiamo lezioni da questi truffatori". 

"Con Gentiloni non litigherò mai"

Intervistato da Lucia Annunziata non si sottrae infine alle domande sull'unità del centrosinistra e sulla decisione di Romano Prodi di votare per Insieme. Il Professore, ricorda, "ha detto che c'è una sinistra radicale che ha fatto la scissione, ha rotto l'unità della sinistra e si candida rischiando di far vincere la destra" e ha usato "parole chiare sulla coalizione. Non posso che esserne contento". Nessuna "preoccupazione" per il fatto che Prodi non lo abbia nominato e che invece abbia elogiato l'operato di Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi. "Quel che abbiamo fatto non lo cancella nessuno. I risultati di questi anni non ce li porterà via nessuno". Con il presidente del Consiglio, conclude, "non litigheremo mai, anche perché a sinistra litigano già abbastanza. Il premier potenziale lo decide il Presidente della Repubblica. È chiaro che chi ha fatto il presidente del Consiglio come Paolo Gentiloni potrà giocarsi le sue carte per il futuro".

Dopo quello dei rimborsi, un nuovo caso agita la campagna elettorale del Movimento 5 Stelle. Uno dei candidati più popolari del partito, il capitano Gregorio De Falco, l'anti-Schettino, quello del "vada a bordo, c…", è sotto accusa per violenze domestiche, dopo un articolo del Corriere secondo il quale sua moglie, Raffaella, "si è rivolta alla polizia di Livorno una settimana fa, raccontando agli agenti che, poco prima, il marito aveva alzato le mani contro di lei e sua figlia, appena maggiorenne, durante un pesante diverbio in famiglia". Candidato al Senato nel collegio uninominale di Livorno e come capolista nel collegio plurinominale Toscana 2, De Falco ammette i contrasti, di natura economica, con la consorte, dalla quale si starebbe separando, ma bolla le accuse di violenza come "una strumentalizzazione mediatica volta alla denigrazione".

"Le difficoltà di trovare un accordo economico tra le parti e la tensione che ne deriva è il motivo scatenante dell'episodio di un recente alterco", scrive De Falco su Facebook, "Che comunque affermo e ribadirò sempre con onestà, non mi ha visto attore di violenze, ingiustamente attribuite alla mia persona, nei confronti dei miei familiari. È evidente che si tratta di una strumentalizzazione mediatica volta alla denigrazione".

Le tensioni nate dal trasferimento

"Secondo il racconto della donna, De Falco avrebbe agito in maniera violenta mentre era in uno stato di alterazione, non meglio precisato. E la figlia, dopo essere stata presa per i capelli dal padre, sarebbe fuggita di casa per tornarvi solo dopo molte ore", scrive il Corriere, "la signora De Falco, visibilmente scossa per l’accaduto, ha spiegato tutto nei dettagli agli investigatori. E forse soltanto quando ha terminato il proprio racconto si è resa conto della conseguenze e ha preferito non formalizzare la denuncia. Le dichiarazioni della donna rimangono comunque agli atti perché rese davanti a pubblici ufficiali". 

"Il capitano De Falco e la moglie Raffaella — entrambi napoletani — sono sposati dal 1997 e, sempre secondo quanto riferito dalla signora, la relazione sarebbe andata a gonfie vele fino a qualche tempo fa, quando sarebbero iniziate le intemperanze del capo famiglia", prosegue il quotidiano, "il carattere non facile di De Falco, sebbene la violenza in famiglia sia formalmente tutta da verificare, avrebbe anche concorso al trasferimento dell’ufficiale, rimosso dai vertici della Marina da incarichi operativi e destinato a mansioni di ufficio".

Di Maio: "Se è vero, la signora denunci"

"Oggi la prima cosa che ho fatto è stato chiamare Gregorio De Falco, il comandante che disse a Schettino 'Risali a bordo', sulla Costa Concordia, e gli ho chiesto se fosse vero: lui ha smentito a me e pubblicamente", è la reazione del candidato premier 5 stelle, Luigi Di Maio. "ma la violenza sulle donne non è mai accettabile: chiedo quindi alla signora di inoltrare la denuncia in modo tale che possiamo accertare poi i fatti. Così che possiamo verificare se c'è stato un caso di aggressione". E, durante un evento elettorale a Roma, pur non nominando De Falco, Matteo Renzi lancia una stoccata: "Se c'è qualche candidato che mette le mani addosso alla moglie o alla figlia, tutti insieme si deve dire no. Non possiamo rischiare di avere i nostri rappresentanti a quel livello. La lotta alla violenza contro le donne deve essere patrimonio di tutti".