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Politica

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda apre ad un “governo di transizione” sulle pagine di Repubblica: un esecutivo di tutti per provare ad uscire dalla paralisi politica e dal blocco che si è determinato dopo il voto.

Il ministro uscente parte da un’analisi della situazione siriana per dire che “L’Italia rischia di essere l’anello fragile di un Occidente fragilissimo. Siamo esposti finanziariamente, a causa del debito, e geopoliticamente”. Per Calenda: “Non possiamo affrontare questa tempesta perfetta in una situazione di instabilità politica e istituzionale che rischia anche di tagliarci fuori dal lavoro che Francia e Germania stanno iniziando per rifondare l’Europa”.

Quindi “Il Pd dovrebbe proporre la costituzione di un Governo di transizione sostenuto da tutte le forze politiche e parallelamente la formazione di una formazione di una commissione bicamerale sulle riforme istituzionali che risolva tre questioni fondamentali”, che per Calenda sono: 

  • la possibilità di formare esecutivi stabili,
  • il rapporto tra autonomia regionale e interesse nazionale,
  • i tagli ai costi della politica e la trasparenza nella gestione dei partiti.

Non si tratta di alleanze per Calenda, né di un governo politico, ma di un modo “per aprire in modo ordinato e sicuro la terza Repubblica”. Lo stallo politico, presente e presumibilmente futuro, per Calenda si potrebbe risolvere con un sistema elettorale a “doppio turno maggioritario”, previa riforma costituzionale. “I governi di Paolio (Gentiloni, ndr) e Matteo (Renzi, ndr) sono stati i migliori degli ultimi anni ma siamo stati travolti da un’ondata di riflusso che colpisce tutti i partiti progressisti. La destra può rifugiarsi nel nazionalismo, la sinistra deve trovare la sua nuova strada”.

"Abbiamo un tasso di digeribilità delle notizie che dovrebbero indignarci molto elevato. Forse questo è un aspetto della globalizzazione dei mezzi d'informazione che abbiamo vissuto in questi anni, che ha reso difficile capire chi stia dalla parte della ragione e chi stia dalla parte del torto". Lo ha detto Ferruccio De Bortoli – presidente di Longanesi ed ex direttore del Corriere della Sera – a Perugia per il Festival internazionale del giornalismo, rispondendo a una domanda sulla scarsa indignazione popolare di fronte alla guerra in Siria di questi anni, paragonata a quella degli anni Sessanta-Settanta, quando le masse scendevano in piazza.

"Il paradosso in un mondo di informazione digitale è che, come in questi giorni, spesso discutiamo di notizie che forse tra qualche mese non si riveleranno tali – ha affermato – da questo punto di vista si percepisce la fondamentale importanza di un giornalismo d'inchiesta che vada a scavare e che smonti le verità ufficiali, perché le opinioni pubbliche devono nutrirsi di verità e di indagine storica, altrimenti sono una sorta di massa che viene manipolata dal potere di turno".

Ferruccio De Bortoli, assieme a Paolo Flores d'Arcais, direttore di MicroMega, ha discusso a Perugia di cosa abbia significato il Sessantotto nella storia italiana e dei dilemmi davanti ai quali si trova ancora il giornalismo, acutizzati dall'avvento del web. "Una parte sana di quella energia forse manca oggi – ha detto De Bortoli – tra la voglia di una generazione di esserci, pur con tutti i suoi errori, e l'indifferenza di oggi, che scivola nel cinismo e nella solitudine digitale, io continuo a preferire la partecipazione".

Passando per il racconto degli errori in cui la stampa è caduta negli anni della contestazione, dalla "stampa militante di sinistra troppo viziata dall'ideologia – ha spiegato De Bortoli – a quella borghese, che trattava con pregiudizi ciò che stava accadendo", si è discusso del ruolo che dovrebbe assumere il giornalismo oggi. Riconoscendo che "sopravvive in certi reportage una dose di 'velinitudine' – ha detto D'Arcais – vogliamo leggere sempre più criticamente la stampa per imporre che, non troppo lentamente, diventi anche quello che era l'ideale di Pulitzer, cioè che abbia come primo potere la verità e la verità scomoda".

D'Arcais ha esortato quindi a tornare "alla definizione di Jules Michelet: giornalismo come 'censura continua sugli atti del potere', cioè potere dei cittadini rispetto agli altri poteri dello Stato, cane da guardia al servizio dei cittadini rispetto agli altri poteri".

Nemmeno il weekend ha fatto fare passi avanti alle trattative per la nascita di un nuovo governo. L'appello del capo dello Stato alla responsabilità, resasi ancor più necessaria dopo l'acuirsi della crisi siriana, sembra non aver aperto un varco nel blocco di veti incrociati tra Movimento 5 Stelle e Forza Italia come tra Lega e PD.

Il risultato, dopo sei settimane dalle elezioni e due giri di consultazioni, è che si brancola ancora nel buio. Matteo Salvini ha chiesto a Luigi Di Maio uno sforzo in più ma il leader del MoVimento 5 Stelle ha confermato la sua linea: il centro-destra unito è un danno per il paese e apre al Pd.

Mentre Silvio Berlusconi ha confermato la sua idea di un governo di alto profilo senza i Cinquestelle. Unica timida schiarita nel panorama la disponibilità annunciata dal PD a sedersi per un confronto con l'eventuale premier incaricato, quando ci sarà.

La totale assenza di dialogo, perlomeno ufficiale, tra i due leader che hanno avuto maggior successo alle elezioni sembra quindi far calare nel borsino del toto premier l'ipotesi di un pre incarico a uno dei due. Quando venerdì al termine del secondo giro di consultazioni Sergio Mattarella aveva annunciato che la prossima settimana avrebbe fatto sapere qual era il percorso da lui scelto per uscire dallo stallo tutti avevano capito che l'idea del preincarico e quella del mandato esplorativo avevano pari possibilità.

Ma ora l'ostinazione a restare sulle posizioni di partenza fa ipotizzare a qualcuno che la via del mandato esplorativo a uno dei presidenti delle due, Camere Elisabetta Casellati o Roberto Fico, potrebbe essere quella più utile perché darebbe ancora un estremo supplemento di tempo ai partiti per avviare un confronto. Ma sono solo ipotesi che potrebbero cambiare se ci fossero novità nei prossimi giorni.

Primo cruciale banco di prova del confronto potrebbe essere il dibattito al seguito delle comunicazioni del presidente del consiglio Paolo Gentiloni sulla crisi siriana previste martedì al Senato. Il giorno dopo, molto probabilmente, il capo dello Stato suonerà la campanella di fine ricreazione: vi ho dato abbastanza tempo per confrontarvi ma non è servito a nulla, ora decido io perchè il paese ha bisogno di un governo.

Ma a fronte delle distanze ancora incolmabili le strade sono ancora due: il preincarico a Salvini o Di Maio o il mandato esplorativo, e di certo quest'ultimo sarebbe la soluzione meno dirompente e che darebbe un supplemento di tempo alle forze politiche.

Domani Sergio Mattarella sarà a Forlì per ricordare l'assassinio da parte delle Br di Roberto Ruffillì politico e docente democristiano che aveva lavorato alla commissione Bozzi per le riforme e aveva fatto della dialogo tra i partiti e della cultura della coalizione il suo faro: un ricordo che il capo dello Stato spera possa essere di ispirazione anche in queste settimane.

L'unico incontro è stato con un bicchiere di 'Di Majo Norante', spumante brut dell'omonima cantina molisana, ottenuto da vitigni Falanghina Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono rimasti tre ore sotto gli stessi padiglioni del Vinitaly senza incrociarsi nemmeno.

Non che un incontro fosse stato concordato, anzi i due protagonisti avevano chiarito sin dal loro arrivo che non vi sarebbe stato faccia a faccia, ma intorno alla loro presenza contigua e contemporanea dei due leader si era creata una attesa mediatica e forse anche un po' nei rispettivi partiti.

Nemmeno un brindisi o uno scatto insieme, Salvini e Di Maio hanno duellato a distanza in una giornata al termine della quale, nel 'borsino' dei posizionamenti post voto in vista della formazione del governo, appaiono forse un po' più distanti tra loro. A dividerli le questioni note: la premiership rivendicata da entrambi e soprattutto il 'no' del M5s a un governo esteso a tutta la coalizione del centrodestra, Forza Italia e Silvio Berlusconi compresi.

Al Vinitaly – oggi quasi una 'terza' Camera del Parlamento per l'affollamento di protagonisti dell'attuale scenario politico (oltre a Salvini e Di Maio, anche la presidente del Senato Elisabetta Casellati, il segretario reggente del Pd Maurizio Martina e la presidente di FdI Giorgia Meloni) – Salvini ha confermato che il suo "obiettivo è di tenere unito il centrodestra"; mentre Di Maio è stato duro forse come non mai, definendo la coalizione Lega-FI-FdI come "un danno per il Paese".

"Un brindisi con vino scaduto al governo Pd-5 stelle"

"L'ipotesi di un governo del cambiamento la proponiamo anche al Pd", ha poi detto il leader cinque stelle. Suscitando la replica amara del 'capitano' leghista: "Auguri. Un bel brindisi con uno vino scaduto, prodotto in Romania finto italiano, al governo Pd-5 stelle". Mentre dal Pd l'unica apertura sulla partita governo rimane l'eventuale disponibilità, confermata da Martina, a "incontrare l'eventuale incaricato" dal presidente della Repubblica "quando ci sarà".

La mattinata si era aperta con Salvini e Meloni che erano tornati a escludere governi di larghe intese, evocati da Silvio Berlusconi nella lettera sulla crisi siriana pubblicata dal 'Corriere' (il presidente di Fi chiede un "governo autorevole" sostenuto da una "maggioranza non qualsiasi). Lapidaria la risposta di Meloni: "Se c'è una cosa che abbiamo imparato è che un governo autorevole non è mai frutto di inciucio".

Il segretario leghista si era poi detto "pronto a governare" e a guidare l'unico esecutivo possibile, quello formato dall'unione della coalizione di centrodestra e dei secondi arrivati alle elezioni, il M5s. A chi gli chiedeva che vino avrebbe offerto a Di Maio, Salvini aveva 'scomodato' lo 'Sforzato', vino della Valtellina: "Qualcuno si dovrebbe sforzare", aveva detto, al fianco dello scrittore Mauro Corona.

Tra assaggi e bagni di folla con 'selfie' il capo del partito di via Bellerio si era poi trasferito nel padiglione del Veneto per l'inaugurazione con Casellati e il governatore Luca Zaia. Salvini aveva brindato con la presidente del Senato, salutandola poi "affettuosamente".

"Il centrodestra non esiste"

"E' molto brava", aveva tenuto a dire della seconda carica dello Stato in predicato per un mandato esplorativo che faciliti la formazione di un governo. Con l'arrivo di Di Maio, la doccia fredda. "C'è qualcuno che in questo momento continua a ostinarsi sull'idea di centrodestra, che le stesse immagini del Quirinale hanno dimostrato non esistere", ha esordito il pentastellato. "Siamo di fronte ad un centrodestra che non esiste, una strada non percorribile, ma che potrebbe essere anche un danno per il Paese".

Da Di Maio e' arrivata anche qualche apertura, pero'. Il leader 5 stelle ha lanciato un appello "al senso pratico di tutti", compreso il Pd. "Non ci si puo' fermare e bloccarsi su delle logiche politiche", ha detto. "Il vino fa conoscere le nostre bellezze e dà un valore in più al nostro Paese in tutto il mondo ma e' anche una grande occasione per distendere gli animi, per vedersi, per parlare, per dialogare. È uno strumento di dialogo". Ma dal Pd Martina si è detto, invece, "preoccupato" da "questa situazione di grande incertezza generata dall'incapacità di centrodestra e M5s".

"Assistiamo in queste ore al disfacimento del centrodestra", ha sostenuto il 'reggente' dem. 

Lo stallo delle settimane post voto sembrano rafforzare i partiti vincitori, a discapito dei partiti che hanno raccolto meno preferenze. Secondo un sondaggio Ixé per Huffington Post Italia "il 4 marzo Lega e M5S sommati arrivavano al 50%, oggi sono al 55%; PD e Forza Italia insieme raggiungevano il 32,7% oggi non arrivano al 29%". Ma sale anche la fiducia verso i leader dei partiti più premiati durante l'ultima tornata elettorale: "la fiducia in Salvini sale al 39% (+14), quella in Di Maio al 36%(+7) mentre Berlusconi rimane stabile al 23% (-1) e Renzi scende al 18% (-5)".

I leader 'sovranisti e populisti' dunque "viaggiano con il vento in poppa, mentre la componente social-liberale e i loro moderati leader (Berlusconi e Renzi) paiono arretrare ulteriormente". Huffington Post conclude dicendo che "il clima di opinione tenda a legittimare il tentativo di fare un governo portato avanti da Salvini e Di Maio. Parrebbe insomma che né l'arroccamento sul Cavaliere, né il virtuoso isolamento del PD fruttino molti dividendi".

"Scandaloso che la Camera non ci abbia dato i dati dei versati dai singoli parlamentari. Si risparmierebbero 150 milioni di euro all'anno se si uniformassero i trattamenti di deputati e senatori a tutti gli altri. Ora vedo che c'è un altro orientamento. In aggiunta ai vitalizi ho segnalato ai questori i privilegi rappresentati dal versamento dei cosiddetti oneri figurativi. Sono contributi consistenti perché rappresentano circa il 24 per cento dei loro versamenti. Auspico che quando si affronterà il tema dei vitalizi si affronti anche quelli degli oneri figurativi": lo ha detto Tito, presidente dell'Inps,  a In mezz'ora su Rai3. "Si aggiungono ai vitalizi e sono trattamenti molto di favore. In aggiunta a un sistema troppo generoso, i parlamentari si sono dati un ulteriore privilegio" (Corriere della Sera).

Ma cosa sono gli oneri figurativi? Sul sito dell'Inps si legge che "il riconoscimento ai fini pensionistici, da parte dell’ente previdenziale, di periodi di aspettativa non retribuita per astensione dal lavoro per l’esercizio di funzioni pubbliche elettive". Succede quindi che, spiega Boeri, "l'Inps deve versare (a questi parlamentari) i contributi: si tratta di circa il 24% della loro retribuzione, che in alcuni casi l'Inps ha versato per 20 o 30 anni".  A beneficiarne sono tutti gli eletti al Parlamento nazionale, agli eletti al Parlamento europeo e agli eletti alle assemblee regionali. Boeri ha spiegato di aver scritto una lettera all'ufficio di presidenza della Camera (la struttura operativa del presidente Fico ndr) per sollecitare un intervento, ma di non aver ricevuto al momento "alcuna risposta".

Quanto al reddito di cittadinanza, Boeri spiega che "è qualcosa di cui si discute a livello accademico e non esiste in alcuna parte del mondo: si dà un reddito a tutti a prescindere dal proprio patrimonio. Quello di cui si è parlato in campagna elettorale è qualcosa più vicino al reddito minimo, che aiuta i più poveri ad arrivare a un reddito per una vita dignitosa". "Quello del M5s è congegnato per costare davvero molto alla pubblica amministrazione. A regime il reddito di inclusione costa 3 miliardi, aggiungendo 4 miliardi potremmo aiutare tutti quelli che stanno in difficoltà la proposta dei 5 stelle costerebbe intorno ai 34-35 miliardi", ha concluso Boeri. 

Stop alla riforma Fornero? Per Boeri costerebbe nell'immediato 11 miliardi, costo che potrebbe salire a 15 miliardi. L'impatto sul debito pensionistico, secondo il presidente dell'Inps, sarebbe circa 85 miliardi e si darebbe inoltre vita a un sistema "doppiamente iniquo" per i giovani e per chi ha pagato il costo della Fornero oltre che problemi si "sostenibilità al nostro Paese". (Huffington Post)

 

 

 

 

 

 

Il tavolo dei giochi politici si sposta al Vinitaly, dove i leader dei partiti passano in rassegna gli stand degli espositori, soddisfatti da un'altra annata d'oro per il vino italiano, stringono mani, lanciano moniti e abbozzano promesse. Ma cosa hanno detto nella loro parata veronese?

Matteo Salvini 

"Siamo contrari a governissimi e governoni. Io sono pronto, a fare il governo, non dico no a nessuno, sono altri che non hanno ancora deciso che tipo di vino bere. Io sono pronto a fare il premier". A chi gli chiede che vino offrirebbe a Luigi Di Maio risponde: "Uno Sforzato perchè è un vino di Valtellina e perchè si deve sforzare a fare qualcosa di più". E sulla possibilità di un incontro al Vinitaly con il candidato premier del M5s, Salvini dice: "Offro un bicchiere di vino a tutti. A Di Maio non oggi".

Maurizio Martina

"Assistiamo in queste ore al disfacimento del centrodestra. Se non sono in grado di prendere una iniziativa, certamente non possiamo anticipare gli scenari, ma quello che posso dire è che seguiremo con grande attenzione quanto deciderà il presidente Mattarella, questa situazione di incertezza ovviamente ci preoccupa". "Rimane ovviamente la nostra posizione espressa in queste settimane al Quirinale e non solo. La questione è capire se il centrodestra e il Movimento 5 stelle possono dare un governo al Paese oppure no. Le questioni di politica estera hanno reso più evidenti le differenze tra di loro, al di là di quanto vogliono fare credere"

Giorgia Meloni

"Ho già incontrato Matteo Salvini oggi, chiacchieriamo tutti i giorni non abbiamo bisogno di incontrarci al Vinitaly. Continuiamo a lavorare per dare un governo agli italiani, ma che sia un governo il più possibile aderente a quello che gli italiani hanno votato lo scorso 4 marzo. L'unica cosa che noi non siamo disposti a fare è non ricordarci come hanno votato gli italiani. Quindi per noi non si può prescindere da un governo che abbia una guida di centrodestra". "E' importante essere qui, siamo tutti qui. Chissà se tra un bicchiere di vino e l'altro non si riesca a far cadere qualche veto. La situazione internazionale impone la responsabilità di tutti nel trovare un governo che possa essere autorevole. Siamo disposti al dialogo con un unico punto fermo: il riconoscimento di quello che gli italiani hanno scelto alle urne". "Dobbiamo lavorare per un centrodestra unito perché rispecchia la volontà popolare. Ci sono certe intemperanze e differenze tra noi ma sulle grandi questioni ci troviamo d'accordo. Io spero che si possano superare i veti per rispetto ai cittadini che hanno votato. La Democrazia funziona così: i veti e le manfrine sono cose che non aiutano gli italiani".

La base M5s contro Luigi Di Maio e i suoi "discorsi da democristiano". La polemica monta sul web dopo le dichiarazioni del leader 5 Stelle a proposito della crisi in Siria dopo gli attacchi di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. Di Maio, ieri mattina, ha espresso preoccupazione e si è augurato che "l'attacco di oggi resti un'azione limitata e circoscritta e non rappresenti invece l'inizio di una nuova escalation". E ha puntualizzato: "Restiamo al fianco dei nostri alleati".

Ma gli attivisti chiedono una condanna più netta. "Il Movimento deve essere contro la guerra, senza se e senza ma" sostiene Daniele da Cortona, che aggiunge critico: "Vedo troppa ambiguità e perbenismo nel Movimento degli ultimi tempi, stare con un piede in due staffe non porterà bene al futuro del Movimento" e chiede di "esprimere fermo dissenso per i bombardamenti messi in atto da chi ha condannato di fatto una nazione sovrana senza l'ombra di una prova!". E sui social l'arrabbiatura diventa una vera e propria contestazione.

Duro anche Patrizio da Cagliari: "Con tutto il rispetto e la comprensione per la diplomazia, posso dire chiaro e tondo che non mi piacciono i discorsi da democristiano? O dobbiamo prendere lezioni da Salvini in merito? Per cortesia sveglia, è proprio ora sapete?". Un follower che si firma 'undefined' attacca: "Io ho votato un Movimento contro la guerra e le fake news, siete voi quel Movimento?". E Alessandro rincara la dose: "Stiamo diventando lo zerbino nuovo nuovo. Finito lo zerbino Pdino arriva lo zerbino a 5 stelle per tutti e di tutti!".

Ancora più duro Lucio da Riccione che si dice "nauseato" per quello che definisce "il massimo del politichese stile prima Repubblica, del vecchio linguaggio democristiano, dell'ambiguità, della doppiezza, con un tocco di collusione ("Restiamo al fianco dei nostri alleati") verso un presidente e un paese che violano di continuo la legalità internazionale, compiendo atto criminali e che molti di quelli che hanno votato il M5s considerano un paese nemico dell'umanità e non un alleato. Farsi superare da Salvini in coerenza e onestà intellettuale – prosegue – la dice lunga su quello che sta accadendo nel M5s. C'è un limite all'indecenza intellettuale e politica: ne renderete conto ai cittadini alle prossime elezioni…".

Amareggiata Lucia che scrive: "Sono svariati anni ormai che crediamo e speriamo solo in voi, ma sembra che piano piano impercettibilmente ma inesorabilmente vi allontanate da noi e vi avvicinate sempre più a quei poteri che dicevate di voler combattere. Dio non voglia, sarebbe la fine per noi e per voi". Anche Mila critica il comunicato di Di Maio, parola per parola, ma poi aggiunge: "Nutro ancora fiducia in voi però ci dovete dire se date più ascolto ai poteri forti (Capo dello Stato, con tutto il rispetto, chiesa, unione europea, giornalisti che sono parte del sistema) che provano in tutti i modi a 'trascinarvi' dalla loro parte oppure dare ascolto a noi cittadini. Attenti – ammonisce – state assomigliando al Pd! In giro c'è dello scontento, è per questo motivo che non penso che siano tutti infiltrati gli scontenti su questo blog e non solo! Non ci ignorate, dite qualcosa! Poi – aggiunge a proposito delle trattative per la nascita di un governo – sì al dialogo con Salvini, Fdi e una parte di FI… ma no al Pd!".

E poi c'è Luca: "Credo che Di Maio si dovrebbe vergognare!". E Pier Luigi: "Mio Dio cosa siam diventati… Di Maio pur di governare si è europeizzato e Atlantizzato, ma anche si è Gentilonizzato e soprattutto si è Renzusconizzato a tal punto da presentarsi come la terza via senza soluzione di continuità del Renzusconismo".

Attacca ancora Giuseppe: "Non ti cullare del 33% caro Di Maio perchè ho la sensazione che ti stai un pò 'addomesticando', prendi esempio da Di Battista e sii più deciso come sta facendo Salvini!" anche se poi precisa: "Le mie critiche per 'l'addomesticamento' di Di Maio non vuol dire non dare ulteriore fiducia e continuerò a sostenerlo ma occhio, c'è un limite a tutto!".

Rari i commenti in difesa del leader M5s come quello di Massimo da Roma che invita alla calma. "Calma: la posizione di Di Maio sulla risoluzione dei conflitti in modo pacifico, diplomatico e politico è evidente e coincide ovviamente con la posizione sempre espressa dal Movimento. In politica, a volte, si va dritti al bersaglio con la freccia facendo una curva, perchè se si mira direttamente il bersaglio la 'gravità terrestre' la spingerebbe in basso e fuori rotta. Voi avete sentore della gravità melmosa in cui ci stiamo muovendo in questi momenti cruciali? Il nostro obiettivo ora è l'Italia – prosegue nel suo ragionamento – non la Siria su cui ora, purtroppo, non possiamo far valere ancora la nostra linea politica di dialogo e di risoluzione pacifica che per noi è l'unico metodo per risolvere qualsiasi contrasto. Siamo nel bel mezzo di una decisiva partita 'nazionale' a scacchi, con imprevisti internazionali annessi… A coloro che pensassero di poterla risolvere e vincerla come se stessero giocando a bocce, va il mio più caloroso invito alla calma, con la certezza assoluta che il Movimento e il Di Maio non potrebbero mai rinnegare se stessi per costituzione" conclude sicuro.

Matteo Salvini condanna fermamente l'attacco missilistico in Siria condotto nella notte da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. "Pazzesco", un intervento "pericolosissimo" perché rischia di rinfocolare i gruppi terroristici, sentenzia il segretario leghista, che elogia – inedita 'premura' – la "misura e l'equilibrio" mostrate dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni.

Ma quel che interessa il capo del partito di via Bellerio è riportare l'attenzione sulla situazione di stallo politico. "In chiave italiana" la crisi siriana "porta un'accelerazione sulla formazione del nuovo governo", scandisce, prima in collegamento con la manifestazione 'Dialoghi Eula' nel Cuneese, poi indiretta su Facebook.

E lancia una sorta di 'ultimatum' agli alleati di Forza Italia e ai dialoganti 5 stelle ai quali chiede di fermare insulti, ritirare veti e unirsi per la formazione dell'unico governo possibile, quello tra centrodestra e 5 stelle.

"C'è una vita reale che dice 'Fate in fretta'. Basta, io sono ai limiti della pazienza, o si va avanti e si lavora o si costruisce, o tanto vale tornare dagli italiani con un voto chiaro: basta dire 'Se ci sono io, non c'è lui", dice a FI e M5s, a Luigi Di Maio e Silvio Berlusconi.

"Faccio un appello: smettetela con gli insulti a vicenda, con le ripicche, i veti, i bisticci, le polemiche: così non se ne esce. Se ciascuno fa un passo a lato, si costruisce, si lavora. Continuo a mantenere un atteggiamento zen, sereno, costruttivo, pacifico e di buon senso. Non capisco le polemiche e gli insulti".

"Non capisco Di Battista e non capisco Berlusconi: si mettono sullo stesso piano", aggiunge poi con riferimento alle nuove critiche del presidente di Fi al M5s e all'attacco sferrato ieri da Alessandro Di Battista che lo ha accusato di seguire il Cavaliere "come Dudù".

"Fino a che qualcuno, come il mio alleato Berlusconi o Di Battista, usa l'insulto non se ne esce. Il centrodestra ha il dovere di governare e ascoltare i secondi arrivati che sono i 5 stelle", insiste.

Bisogna rispettare il voto degli italiani, "essere riconoscenti nei confronti degli italiani e della democrazia: non esistono politici pericolosi o italiani pericolosi", sostiene, criticando quindi indirettamente il Cavaliere che è tornato a definire il M5s un "pericolo per la democrazia". Il 'capitano' leghista ribadisce infine che non è disposto ad alcun governo con il Pd e chiarisce la sua contrarietà a un eventuale esecutivo di larghe intese.

"Qualcuno, come Pd e Forza Italia, sogna i 'governoni' con tutti, alla Monti. Gli italiani hanno chiesto qualcosa di diverso", sottolinea. "Io sono pronto a guidare questo Paese: sarebbe per me un onore, darei tutto per portare questo Paese a essere quello che merita, a dare un futuro ai nostri figli in Italia e non all'estero. Sono pronto, sperando che gli altri esercitino lo stesso buonsenso e spirito costruttivo", conclude.

"Qualcuno un segnale nei prossimi giorni lo può dare: io ci metto l'anima", esorta invitando poi i molisani e i friulani a "dare un segnale" votando Lega alle regionali del 22 e del 29 aprile.  mentre domenica ha in agenda un appuntamento elettorale a Trieste. 

La crisi siriana irrompe nel panorama politico nazionale: i partiti sentono l'urgenza delle prossime decisioni ma i veti restano incrollabili e le divisioni in politica estera creano nuovi solchi tra vecchi alleati e inedite convergente tra ex avversari. Per questo mentre segue in contatto con il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni l'evolversi della crisi internazionale, Sergio Mattarella non ritiene opportuno modificare il timing annunciato ieri per superare lo stallo che impedisce la nascita di un nuovo governo.

Da giorni il Presidente della Repubblica era preoccupato per il crescendo di tensione fra Stati Uniti e Russia circa la responsabilità o meno di Assad sull'uso di armi chimiche, da giorni era informato (in base alla Costituzione ha il comando delle Forze armate) dal ministro della difesa e dal Presidente del Consiglio della linea che il governo intendeva seguire una linea peraltro in sintonia con Berlino: sì all'uso logistico delle basi Nato, Alleanza che ci vede fra i partner, ma no alla partenza dimissioni militari da queste stesse basi. Se a livello internazionale, e anche al Colle, si fa completo affidamento sull'esecutivo, è però anche vero che il Governo è dimissionario e per prassi avvisa di ogni sua mossa cruciale i leader delle forze politiche eletti dal voto del 4 marzo. Un po' per questo un po' per la tradizionale linea di invito al dialogo diplomatico più che all'uso della forza da parte dell'Italia la decisione è stata quella di non seguire Usa Gran Bretagna e Francia nei bombardamenti di questa notte. 

Le ripercussioni sulla politica italiana però ci sono state ugualmente: Matteo Salvini ha preso le distanze da Washington mentre il MoVimento 5 Stelle ha confermato la vicinanza agli alleati Nato. Per Silvio Berlusconi anche questa crisi è la prova del fatto che serve un governo autorevole con il centro-destra come perno.

Ma la lite perenne tra Forza Italia e i 5 Stelle ha fatto arrabbiare Salvini che ha chiesto di smetterla con le liti indicando il voto anticipato come unica alternativa possibile se Berlusconi e Di Maio proseguiranno con il loro braccio di ferro.

Dal Quirinale si continuano a registrare queste fibrillazioni e la preoccupazione sulla divaricazione in politica estera non è l'ultimo dei problemi. Intanto si attende che termini il weekend. Verona e il Vinitaly saranno oggi un crocevia di passaggi dei principali leader politici a cominciare da quelli di Lega e M5S. Se nemmeno dai prossimi giorni arriverà una novità, già martedì o più probabilmente mercoledì il capo dello Stato potrebbe dunque annunciare qual è la strada che intende perseguire per uscire dallo stallo e avviare l'iter che porterà alla nascita del nuovo governo del paese.

Due restano le soluzioni con pari possibilità: un pre incarico a Salvini o a Di Maio, per stringere i tempi e soprattutto stringere all'angolo coloro che in queste settimane hanno chiesto l'incarico (magari con molte condizioni), oppure un mandato esplorativo Elisabetta Casellati e Roberto Fico che porterebbe di fatto una soluzione non prima delle elezioni regionali come chiesto da alcuni. In estrema ratio si potrebbe pensare a un governo guidato da una figura terza, ma solo dopo aver escluso le possibilità rappresentate dal preincarico e magari al termine dell'esplorazione di uno dei due presidenti.

Molto dipenderà dalla situazione internazionale: se, come ci si è convinti oggi, i bombardamenti non proseguiranno, l'Italia si potrà dedicare con più calma alla ricerca di una maggioranza di governo; se invece riprenderanno gli attacchi sarà ancora più urgente dare un governo al Paese, magari con qualche rassicurazione circa il quadro delle linee di politica estera.