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Politica

"Prima il Movimento era la prima e l'ultima cosa a cui pensavo, adesso c'è un'altra priorità. Quando mi sveglio presto non lo faccio per la rassegna stampa, che ho abolito, ma per cambiare il pannolino". Alessandro DI Battista ha raccontato ieri a In Mezzora di Lucia Annunziata la sua nuova vita, da quando è diventato papà. E da quando Luigi Di Mio è stato incoronato ufficialmente candidato premier per il movimento. ”Per me educare un figlio è un atto politico: lo voglio educare a essere sufficientemente ribelle e a non aver paura perché questa società è governata dalla paura e non dai partiti", ha aggiunto durante la puntata. "Io sono molto contento e mi ha rivoluzionato tutto: nella scala delle mie priorità c'è lui. Il cambio delle mie priorità mi consente di avere forza per la politica. Si merita un Paese un po' più pulito", ha proseguito.

"Sfidare di Maio? Lui ha più possibilità"

Quanto al suo ruolo nel movimento, precisa: “Il mio ruolo è da battitore libero. Io ho fatto tante battaglie in aula, ma l'iniziativa più significativa è quella che ho fatto fuori dall'Italia a difesa della Costituzione. Ci sono persone come che si trovano più a loro agio in piazza”. Sulla possibilità di sfidare Di Maio precisa: “Io potevo candidarmi", ma "ho deciso di non farlo perché ho pensato che Luigi avesse delle possibilità maggiori e che sia migliore che, in questa fase, io faccia altro. Ma io non sono geloso di Luigi".

"Ius Soli? Ci asteniamo"

"Il disegno di legge non arriverà al Senato ma se arrivasse noi ci asterremo. La questione deve essere trattata a livello europeo. Perchè Veltroni fa gli appelli a noi invece di farli al suo partito? Delrio se è contro una scelta del suo governo si dimetta e non faccia lo sciopero" della fame.

"I sindacati hanno distrutto l'Italia"

"I grandi sindacati sono responsabili della distruzione dell'Italia come i partiti. La dirigenza della Cgil è da anni collegata al Pd infatti tutti i segretari sono finiti in Parlamento con il Pd"

“La rottura ora è ufficiale ma nessuno è davvero sorpreso, perché Giuliano Pisapia e gli ex Pd di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani, in realtà, non si erano mai tanto amati”. Così oggi La Stampa fa il punto sulla rottura a sinistra del Pd. Una situazione complessa, una lite che si è concretizzata a colpi di interviste e tweet.

Il divorzio fin troppo annunciato viene ufficializzato da Roberto Speranza sul Corriere della sera: “Il tempo è finito. Abbiamo parlato troppo di noi, ora basta. Bisogna correre”, riferendosi all’attesa di una decisione da parte dell’ex sindaco di Milano. Pisapia risponde quasi subito, tagliente: “Non c’è problema. Buon viaggio a Speranza. Io continuo in quello che ho sempre detto”. Quindi, l’affondo: “Non credo nella necessità di un partitino del 3%, credo in un movimento molto più ampio e soprattutto capace di unire, non di dividere”, sintetizza il quotidiano torinese.

"Vogliamo partire dai contenuti, ieri abbiamo fatto le officine sui temi ecologici e contemporaneamente a Torino c'era un'iniziativa sui temi della cultura. Bisogna passare dal personalismo ai contenuti, vedere cosa serve agli italiani. È ora di essere chiari, dove si vuole andare, noi siamo stati sempre coerenti". Aveva detto Pisapia a Mesagne durante un incontro  sul tema 'Per un campo largo e plurale' (La Repubblica) "Vogliamo dare il nostro contributo per un centrosinistra di governo – ha aggiunto rispondendo alle domande dei giornalisti – capace di unire le anime diverse del centrosinistra: l'ecologismo, il civismo, il volontariato, l'associazionismo, tutte realtà che non devono essere utilizzate solo in campagna elettorale, ma devono diventare parte integrante di un centrosinistra di governo".

L’apertura di Pisapia a Renzi

“Renzi è stato votato alle primarie del Pd da milioni di persone. Non è il candidato premier, ma è il segretario del partito più grande del centrosinistra. Il mio ragionamento, con i personalismi, non c’entra nulla. Io voglio valorizzare ciò che unisce e non ciò che divide, per battere le destre risorgenti e i populismi come quello del M5S. Voglio che sia il centrosinistra a governare e a cambiare l’Italia” ha detto ancora Pisapia, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera. “Le persone che alle primarie del Pd hanno votato Renzi, per l’esattezza, non sono state milioni, ma un milione 250 mila. Poiché però rappresentano quasi il 70 per cento di chi ha partecipato alle primarie del Pd, il discorso di Pisapia non si presta a equivoci: chi altri, all’interno del centrosinistra, può vantare un consenso così ampio?”.

"Una guerra che finisce a tweet in faccia"

"Pisapia se n'è ghiuto" lo irride Enrico Rossi su Facebook citando Palmiro Togliatti, ricorda Repubblica. 

 

 

“Sei mesi buttati”, sintetizza L'Huffington

“Finisce così. Con un matrimonio che non si celebra quando c'è da decidere la "data" della famosa costituente a sinistra del Pd. Sei mesi buttati, tre dal giorno in cui Pisapia concluse la manifestazione in piazza Santi Apostoli”, sintetizza l’Huffington Post Italia. “Ora invece c'è un punto fisso, il 19 novembre, ma tutto il resto è ancora da definire, nell'ambito di un progetto che, nel Pd, viene già definito come la "nuova Cosa Rossa" o una sinistra "alla Bertinotti". Ne hanno già parlato nei giorni scorsi Speranza, Civati e Fratoianni, convergendo sulla necessità di un appuntamento "il più ampio possibile, partecipato, e democratico", che non dia il senso di una ridotta identitaria e susciti entusiasmo dopo mesi incomprensibili. È ancora tutto da definire: modalità, questione del nome, simbolo, un minimo di programma comune. E le modalità con cui prenderà parte quella sinistra del Brancaccio di Anna Falcone e Tomaso Montanari che il primo luglio non fu neanche invitata a parlare. Ed è, soprattutto da definire, chi sarà il leader e come si scegliere”.

Il patto a quattro (Pd, Forza Italia, Lega e Ap) sul Rosatellum bis continua a reggere. Il testo di quella che potrebbe essere la nuova legge elettorale è stato approvato dalla commissione Affari Costituzionali della Camera e approderà in Aula martedì. Votano contro Fdi, Al, Mdp e Si, nonostante i correttivi favorevoli ai piccoli partiti (ma che, sotto un'altra ottica, rendono ancora più pressante un'alleanza con i grandi). E, soprattutto, vota contro il Movimento Cinque Stelle, che continua a ritenere il Rosatellum costruito ad hoc per sfavorirlo e si vede respingere il cosiddetto emendamento "anti Berlusconi", che avrebbe impedito a chi è ineleggibile o incandidabile di essere indicato come capo di una coalizione.

L'incognita franchi tiratori

Sulla carta, la maggioranza per approvare la nuova legge elettorale c'è. Ma, scrive il Sole 24 Ore, "solo la tenuta interna alle singole forze politiche e in particolare al Pd, che è il gruppo principale, potrà scongiurare l'affossamento della legge sotto i colpi del voto segreto. I gruppi sottoscrittori del patto hanno annunciato che non presenteranno emendamenti in Aula. Ma gli oppositori al Rosatellum sono sul piede di guerra. I più accaniti sono i bersaniani di Mdp e il M5s, che ritengono di essere penalizzati perchè il sistema favorisce le coalizioni (il 36% dei seggi è attribuito con collegi uninominali maggioritari)". 

Per i Cinquestelle è un "merdellum"

I voti segreti in Aula saranno oltre novanta e garantire la tenuta dei gruppi al cento per cento è impossibile. A piazza Santi Apostoli ostentano ottimismo, alla luce del ricompattamento del partito e delle parole distensive pronunciate dal segretario Matteo Renzi in direzione. E anche i big di Forza Italia iniziano a crederci sul serio. Che l'obiettivo sia arginare il MoVimento, fuori dai taccuini, lo riconosce più di un pezzo grosso del Pd, tanto che i pentastellati, consapevoli che questa legge li penalizza, lanciano strali: "E' un 'Merdellum'", afferma Danilo Toninelli. E il candidato premier Luigi Di Maio rincara: "Vogliono eliminarci ma li fermeremo".

Mano tesa ai piccoli partiti

Pd, Forza Italia, Ap e Lega vestono i panni dei generosi e magnanimi, e vanno in soccorso di Mdp, esentando la formazione di Bersani e D'Alema dall'obbligo della raccolta firme. E' stato infatti spostato al 15 aprile il termine ultimo entro cui un gruppo deve essere costituito in Parlamento per essere esonerato. E tendono una mano anche a tutte le nuove formazioni politiche, come gli animalisti dell'ex ministro Brambilla, o a quelle che non hanno un gruppo parlamentare vero e proprio, dimezzando il numero di firme da raccogliere: si passa da circa 1.500-2.000 per ogni collegio plurinominale a circa 750. Nulla cambia nelle soglie: resta il 3% nazionale per i singoli partiti sia alla Camera che al Senato e il 10% per le coalizioni. Salgono a un massimo di 5 le pluricandidature nei listini proporzionali.

Il Pd vuole ricucire con la sinistra?

Nonostante la grossa mano data a Mdp, i fuoriusciti dal Pd continuano a manifestare ostilità. "Per la ricostruzione del centro-sinistra il Rosatellum, con le sue coalizioni farlocche senza condivisione del programma e della leadership, è perfino peggio del Consultellum", tuona Alfredo D'Attorre. L'obiettivo di Renzi sembrerebbe far prevalere l'area dialogante della sinistra, incarnata da Giuliano Pisapia, e costringere i bersaniani a un'alleanza. Le parole del segretario dem in direzione, "i nostri avversari non sono quelli che sono andati via di qui", hanno preceduto di un paio d'ore l'arrivo della legge in commissione Affari Costituzionali. Concetto ribadito dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, secondo il quale il Rosatellum "reintroduce il concetto fondamentale della coalizione". Il guardasigilli invita Mdp a battere un colpo per rilanciare il dialogo. Eppure i bersaniani non sembrano avere tutti i torti a mostrarsi diffidenti.

Il patto tra Renzi e Berlusconi

Con l'attuale sistema "tripolare", non importa quanto il Rosatellum riesca a limitare i Cinquestelle, il governo che uscirà dalle prossime elezioni sarà, con ogni probabilità, frutto di un compromesso tra Pd e Forza Italia. Entrambi i partiti rievocano gli schemi delle vecchie coalizioni di centrosinistra e centrodestra ma la nuova legge elettorale, spiega un retroscena del Corriere, è stata studiata anche per lasciare tutte le strade aperte dopo il voto.

"Senza un premio di maggioranza per il rassemblement vincente e senza l’indicazione di un candidato premier tra partiti alleati, il nuovo sistema di voto lascia al capo di Forza Italia e al segretario del Pd le «mani libere» dopo le urne, quando tutti sanno che l’unico governo possibile sarà frutto di una maggioranza di larghe intese. Semmai ci saranno i numeri", scrive Francesco Verderami, "proprio per venire incontro a questa esigenza, il Rosatellum — grazie ad alcuni accorgimenti noti agli specialisti della materia — tra «assenza di scorporo» e «collegamenti con liste locali» dovrebbe favorire l’altro obiettivo che i due si sono dati: comprimere il tripolarismo, depotenziare cioè il risultato dei Cinquestelle". "Le coalizioni ologramma sono figlie di questo tempo", conclude il Corriere, "ognuno andrà a caccia di voti per il proprio partito, in una guerra tra «vicini di casa» che è già iniziata. Come testimonia il derby sovranista tra Meloni e Salvini sui referendum in Lombardia e Veneto".

"Se Boldrini pensa a sciopero della fame io mangerò un panino in più". Matteo Salvini a tutto campo in diretta Facebook parla con i suoi follower dei principali temi di attualità, spaziando dallo Ius Soli al referendum per le autonomie, che Salvini dice di voler proporre in tutte le Regioni italiane. 

Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev – Agi

Il patto a quattro sul Rosatellum bis regge e non mostra alcuna crepa. Filano via lisce – come del resto era prevedibile – tutte le votazioni in commissione Affari costituzionali della Camera. Ma c'è ancora tensione tra Ap e Forza Italia sulle soglie per il Senato. Pd, Forza Italia, Lega e Alternativa popolare votano compatti respingendo ogni tentativo messo in atto da M5S, Mdp, FdI e Sinistra italiana di modificare l'impianto portante della legge elettorale.

Tentativi di modifiche stoppati

  • Non passa il voto disgiunto – fortemente voluto da M5S e area di sinistra
  • Non passa la proposta dei partiti, come FdI, che vogliono le preferenze.
  • Non passa lo stop alle 'liste civetta'.
  • Non passa alcun tentativo di abolire le coalizioni o di modificare le norme per le minoranze linguistiche (leggasi Svp).

Asse Pd-Forza Italia

Resta saldo l'asse tra Pd e Forza Italia, con i dem che salvano la leadership di Silvio Berlusconi dalle picconate dei 5 Stelle (per i quali resta l'obbligo di presentare lo Statuto). Ma sull'altare del patto tra dem e azzurri viene sacrificata la norma che blindava nelle mani del Cavaliere il timone della coalizione:

  • Bocciato l'emendamento forzista che attribuiva al capo del partito più votato la leadership dell'intera coalizione
  • Il Pd concede a FI la riduzione – da circa 70 a circa 65 – del numero dei collegi plurinominali che però acquistano in grandezza.

I nodi da sciogliere

Ma se diversi nodi sono stati sciolti, resta ancora da sbrogliare la matassa sulle soglie di sbarramento e sulle firme. In particolare, a tenere banco in commissione è la cosiddetta 'norma salva Ap'. In realtà è una norma che aiuterebbe tutti i 'piccoli', compresi i potenziali 'avversari' di Renzi, ovvero i bersaniani di Mdp. Che però rifiutano categoricamente: "Sarebbe una schifezza", tuona Alfredo D'Attorre. "Non la vogliamo, perché favorirebbe la frammentazione e il mercato delle vacche".

La norma 'salva Ap'

Chi, invece, fortemente vuole la norma 'salva Ap' è proprio il partito di Angelino Alfano, che infatti ci mette la faccia e in una dichiarazione ufficiale chiede al Pd di prevedere che anche un partito che superi la soglia del 3% per il Senato, ma solo in tre regioni, possa ottenere seggi. Forza Italia si oppone categoricamente: "C'è un testo base e il testo base dice che il 3% è su base nazionale", afferma Renato Brunetta, che però aggiunge: "Bisognerà trovare un compromesso ma certamente non salterà l'accordo".

Il Pd sceglie la mediazione

Anche al Pd, per la verità, la norma fa storcere il naso. Ma è vero che i voti di Ap potrebbero alla fine risultare determinanti. Così come quelli al sud di Michele Emiliano o di altre 'liste civetta'. E poi la mano tesa ai 'piccoli' potrebbe aiutare a sminare il terreno in Aula, sulle votazioni segrete. E allora si tratta, si media. Anche se Ettore Rosato smentisce tensioni: "Nessuna trattativa col coltello in mano, stiamo valutando". E ricorda che, anche se fosse accolta la proposta di Ap, non ci sarebbe nulla di male: "già per l'Italicum uscì fuori la 'salva Lega'".

Lavori a oltranza

Oggi tutti in commissione per andare avanti ad oltranza e chiudere la partita, lasciando la mattina di sabato per gli eventuali ultimi voti e il mandato al relatore. L'obiettivo principale, viene infatti spiegato, è non far slittare l'Aula, fissata per martedì prossimo.

Lo 'strappo' nel centrodestra

Intanto è sempre più marcato lo strappo tra alleati nel centrodestra: FdI si scaglia contro Forza Italia e volano gli stracci. Ad aprire la battaglia è Ignazio La Russa, che accusa di incoerenza gli azzurri, definendo il loro comportamento sui voti "vergognoso". Tema del contendere il no di FI alle preferenze e al premio di maggioranza per la coalizione. Due i 'botta e risposta' prima con Sisto e poi con Occhiuto ("ti meriti di essere preso a schiaffi", dice La Russa al collega azzurro". "Sei tu ad essere incoerente", la replica di Occhiuto). Tra le curiosità, arriva la scheda con le 'istruzioni per l'uso'. Sul frontespizio gli elettori troveranno quattro righe in cui viene spiegato come si vota e la ripartizione dei voti dati all'uninominale anche per la quota proporzionale meccanismo già sperimentato con il Mattarellum).

Renzi 'blinda' il Rosatellum bis

Oggi alla direzione dem Matteo Renzi blinderà il Rosatellum bis, sottolineerà che il Pd sta provando a costruire una larga convergenza su un testo che raccoglie la maggior parte delle forze parlamentari, proprio per 'rispondere' alle sentenze della Consulta.

Da qui la necessità di andare fino in fondo su un sistema che, secondo i vertici Pd, potrebbe avvantaggiare tutto il partito. Sul 'Rosatellum' c'è anche l'area di Orlando ma il timore dei 'big' è che siano i 'peones' in Parlamento a manifestarsi nel voto segreto in Aula. L'obiettivo quindi è quello di compattare i gruppi dem. 

La scelta di Pisapia 

Non è escluso che l'ex premier alla direzione possa fare un accenno alle dinamiche in corso nel centrosinistra ma senza aprire all'ipotesi di nuove primarie. Sia Orlando che Franceschini puntano alla costruzione di una coalizione. L'auspicio è separare Pisapia da D'Alema ma al momento tra Campo progressista e Mdp resta tutto in stand by. Nel confronto in atto la legge elettorale non è un fattore secondario. Come ha spiegato in Transatlantico un esponente vicino a Pisapia, "perlomeno una decina di nostri parlamentari è disposta a votare il Rosatellum". Una legge elettorale che Mdp osteggia senza se e senza ma. Mentre il Pd punta proprio su questo sistema per 'agganciare' Pisapia in un'alleanza di centrosinistra.

 

A un mese dal voto in Sicilia, Nello Musumeci, con il 34,5% è oggi in vantaggio di due punti e mezzo su Giancarlo Cancelleri, attestato al 32%: è la fotografia scattata dall’Istituto Demopolis a 30 giorni dall’apertura delle urne.  La partita per la Presidenza della Regione continua a riguardare i due candidati del Centrodestra e del Movimento 5 Stelle; resta ancora indietro il rettore Fabrizio Micari, esponente del Centrosinistra. Il consenso in Sicilia appare ancora fluido ed instabile. “Sull’incertezza del risultato elettorale del 5 novembre – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – pesa anche un’altissima astensione, stimata oggi al 56% degli aventi diritto”.

A un mese dal voto per le Regionali, Nello Musumeci, con il 34,5% è oggi in vantaggio di due punti e mezzo su Giancarlo Cancelleri, attestato al 32%. È la fotografia scattata dall’Istituto Demopolis, per il quotidiano “La Sicilia”, a 30 giorni dall’apertura delle urne.

“Sia pur a ruoli inversi rispetto al sondaggio del 5 settembre – afferma il direttore di Demopolis Pietro Vento – la partita per Palazzo d’Orleans continua a riguardare i 2 candidati del Centrodestra e del Movimento 5 Stelle: ad un mese dal voto, resta ancora indietro il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari che, posizionato al 22,5%, sembra scontare una minore notorietà rispetto ai competitor, ma anche le valutazioni negative dei cittadini siciliani sul Governo uscente. Più staccato, al 9%, Claudio Fava, che attrae comunque un voto più ampio della lista che lo sostiene. Si tratta – conclude Pietro Vento – di uno scenario aperto ed in evoluzione, destinato a mutare con la presentazione delle liste dei candidati all’ARS in corso nelle prossime ore”.

L’Istituto Demopolis ha misurato la conoscenza dei candidati alla Presidenza: più conosciuto si conferma in Sicilia con l’80% Nello Musumeci, seguito al 68% da Giancarlo Cancelleri, la cui notorietà è cresciuta di 10 punti nelle ultime 4 settimane. 6 intervistati su 10 hanno sentito parlare di Fava; il 39% di Micari, che – nonostante un incremento di 14 punti in un mese – resta ancora poco noto agli elettori dell’Isola.

Resta stabile – nel sondaggio Demopolis – la graduatoria della fiducia dei siciliani ad un mese dal voto. Tra quanti hanno sentito parlare di ciascun candidato, il 40% dichiara di fidarsi di Giancarlo Cancelleri, il 39% di Nello Musumeci, il 37% di Fabrizio Micari. Si tratta di un giudizio, nel complesso, molto positivo per le figure in campo per la Presidenza della Regione.

Alla rincorsa della estelada, la bandiera simbolo dell’indipendentismo catalano, i movimenti separatisti sardi fremono, tra viaggi a Barcellona e proclami politici. Il 5 ottobre il deputato di Unidos Mauro Pili ha presentato alla Camera una proposta di legge costituzionale per avviare un percorso “democratico per far scegliere ai cittadini se continuare a essere discriminati dallo Stato italiano o meno”. Questa è la seconda volta che Pili presenta una proposta come questa, dopo che la prima venne respinta dalla presidente della Camera, rivendicando il fatto che in passato il presidente del Senato, Pietro Grasso, ammise “una proposta analoga, con lo stesso identico titolo, ma soltanto riferita al Sud Tirolo. Precedente di cui Boldrini non può non tenerne conto”.

Ma non tutti credono sia una buona strategia

Ma di diverso avviso sono i leader dei principali movimenti indipendentisti isolani, che non riconoscono la proposta di Pili e che la bollano come “un modo per far parlare di sé”. Gavino Sale, leader del partito Irs – Indipendentzia Repubrica de Sardigna, si è detto sicuro che “tanto la bocceranno. Non condivido l’approccio di chi va a Roma a chiedere il permesso di fare l’indipendenza. Il padre del Diritto è la forza ed è quella che dovremmo sfidare”.

Con toni meno caustici ha parlato anche Franciscu Sedda, segretario del Partito dei Sardi, che alle regionali del 2014 hanno portato il 2,66% alla coalizione di centrosinistra che attualmente sostiene la giunta di Francesco Pigliaru: “Non credo che quella di Pili sia una buona strategia, anche se sono certo l’abbia fatto in buona fede”. Nei piani del Partito dei Sardi per il futuro dell’indipendentismo dell’isola c’è la riforma dello Statuto autonomo della Sardegna. “In questi giorni annunceremo la volontà di inserire nello statuto la volontà di inserire il diritto del popolo sardo di convocare un referendum per esprimersi sulla nostra indipendenza. Il processo di riaffermazione della libertà sarda non ha bisogno e non è giusto che passi dalla Costituzione italiana. Spetta a noi inscrivere nel nostro statuto gli strumenti necessari per raggiungere l’indipendenza”.       

È la Catalogna ad aver riacceso gli animi indipendentisti sardi

Galeotta la Catalogna che riaccende gli animi degli indipendentisti, le cui le istanze sono antiche quanto l’unità stessa del Paese. In questi giorni delegazioni di tutti i partiti e movimenti dell’isola hanno raggiunto i fratelli iberici, spiegando la loro presenza a Barcellona con il dovere politico di assistere la ‘lluita’ (lotta in catalano). E l’impressione è che abbiano visto nel referendum della regione spagnola il traino necessario per riportare nell’agenda della politica isolana s’indipendentzia. Gavino Sale ventila la possibilità di un incontro tra delegati di alcune forze indipendentiste lunedì prossimo, ma non vuole anticipare altro: “In Catalogna dicono ‘scuoti l’albero e raccogli le noci’, ed è quello che fece Irs fin dall’inizio. Grazie a noi sono sorti tanti movimenti indipendentisti, e a questo punto potrei ritirarmi, ma la passione è quella”. I temi sono sempre gli stessi e non perdono attualità: sovranità culturale, presenza militare, inquinamento, depressione economica e trasporti.

 

 

Una delle più grandi battaglie che gli indipendentisti portano avanti è proprio quella contro la presenza di basi per l’addestramento e i test su armamenti, che sull'isola abbondano. “Abbiamo il 60 per cento delle basi militari italiane” ha ricordato Gavino Sale. Anche l’ex presidente della regione Renato Soru aveva detto, di fronte alla Commissione di inchiesta parlamentare nata per indagare sulle morti sospette vicino ai poligoni sardi: “Nell'isola si spara quasi l'80 per cento di tutte le bombe che si fanno esplodere in Italia in tempo di pace, sia da parte dell'esercito italiano che da parte dei nostri alleati. L'80 per cento dell'attività di Poligono viene svolta nella nostra Regione, nonostante vi abiti circa il 2,5 per cento della popolazione italiana”. La denuncia degli indipendentisti riguarda in particolare i Poligoni di Salto di Quirra, di Capo Teulada, di Capo Frasca e di Capo San Lorenzo, accusati dalle amministrazioni locali e dai partiti d’area di deprimere le potenzialità e le possibilità di sviluppo dell’isola.

"Tutti facciano la loro parte per far conoscere ai sardi la loro storia"

Ma la domanda che ci si deve porre oggi è “se i sardi stiano capendo quello che ci succede intorno”. Se lo chiede Franciscu Sedda, e alla domanda se sia più opportuno unire le forze anziché procedere divisi in tanti piccoli schieramenti, spiega: “Quello che chi ha osservato la Catalogna ha capito è che il punto non è unirsi per sommare matematicamente i voti. Non funziona così nella realtà. Quello che è necessario è che tutti facciano la loro parte non per creare alleanze ma per invogliare i sardi a riflettere sulla loro storia e sulle possibilità che hanno. Non siamo una regione ricca come la Catalogna, ma anche gli scozzesi erano visti come operai o carne da macello per l’esercito del Regno. Loro hanno reinventato la loro economia e poi hanno iniziato a spingere verso l’indipendentismo. Non si fa l’indipendenza per diventare ricchi, ma si diventa ricchi perché si è indipendentisti”. 

Referendum consultivi per chiedere il trasferimento di maggiori competenze dal governo nazionale alle Regioni Lombardia e Veneto nel solco di quanto concesso dall'articolo 116 della Costituzione. Il 22 ottobre i cittadini lombardi e veneti saranno chiamati a esprimersi sul tema dell'autonomia (con seggi aperti dalle 7 alle 23). Una battaglia promossa innanzitutto dai due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia, con obiettivi, però, sulla carta molto lontani dalle antiche mire secessionistiche del 'partito della Padania' che fu di Umberto Bossi o dal referendum che si è tenuto in Catalogna domenica scorsa.

Per prima cosa, si tratta di referendum consultivi, con i quali si chiede un parere agli elettori, e quindi senza alcun effetto concreto immediato. In secondo luogo, la natura dei quesiti è nel totale rispetto della Costituzione (mentre la Corte costituzionale spagnola ha definito illegale il voto di Barcellona). Ecco una guida alle due consultazioni.

 Quali sono i quesiti, quale il quorum

Contenuto equivalente, i quesiti lombardo e veneto differiscono lievemente nella forma. Più semplice quello veneto:

"Vuoi tu che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?".

Più articolato quello elaborato dal Pirellone:

"Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell'unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l'attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e agli effetti di cui all'articolo 116, terzo comma della Costituzione?".

Differenze anche per la questione quorum: nel senso che in Veneto la legge regionale prevede una soglia del 50 per cento più uno per i referendum consultivi mentre in Lombardia non e' previsto quorum.

Cosa cambia in Italia se vince il Sì

Nel caso di vittoria dei 'si' nell'immediato non cambia nulla. Dal 23 ottobre i due governatori potranno avviare una trattativa con il governo nazionale per negoziare maggiori competenze negli ambiti limitati dall'articolo 117 della Costituzione. La trattativa poteva essere avviata anche senza indire un referendum (come ha fatto, per esempio in Emilia-romagna il governatore dem, Stefano Bonaccini). Ma a questa argomentazione Maroni e Zaia controbattono sostenendo che il mandato popolare li rendera' piu' forti nel negoziato con Palazzo Chigi.

20 competenze concorrenti, e tre esclusive

In ogni modo la trattativa dovrà avvenire all'interno dei limiti fissati dagli articoli 116 e 117 della Carta. Non è, quindi, in discussione far diventare Lombardia e Veneto Regioni a statuto speciale, come Sicilia, Sardegna, Val d'Aosta, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige (quest'ultima, in realtà, costituita dalle province autonome di Trento e Bolzano). Per fare ciò, infatti, sarebbe necessaria una modifica costituzionale. Ma le Regioni tratteranno il trasferimento di maggiori competenze dallo Stato e, di conseguenza, più fondi.

L'articolo 117 della Costituzione fissa le 20 materie concorrenti e le tre esclusive dello Stato per cui le Regioni possono in parte chiedere più autonomia (queste ultime sono: giustizia e norme processuali, ordinamento civile e penale e giustizia amministrativa; norme generali sull'istruzione; e tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali). Sono, invece, materie di competenza esclusiva dello Stato senza possibilità per le Regioni di ottenere alcunché, tra le altre, tutte quelle che riguardano

  • il fisco,
  • la difesa
  • e la sicurezza,
  • l'immigrazione,
  • e previdenza sociale.

I costi e la modalità del voto

E' stimato che arriverà a costare circa 50 milioni di euro il referendum lombardo. Quattordici milioni il costo della consultazione in Veneto. Al Pirellone hanno accantonato 22 milioni di euro solo per l'acquisto dei tablet: sara' infatti sperimentato in questa occasione, e per la prima volta in Italia, il voto elettronico.

Il sostegno trasversale dei partiti

I referendum sono appoggiati anche da alcuni partiti di opposizione. In Lombardia i sindaci del Pd, capitanati da Giuseppe Sala e Giorgio Gori (probabile sfidante di Maroni alle regionali di primavera), si sono uniti in un comitato a sostegno del 'si'.

Fondamentale per l'indizione del referendum è stato poi il contributo dei nove consiglieri del Movimento 5 stelle al Pirellone (che hanno contribuito a cambiare il quesito). Sostegno anche da parte di Forza Italia e Fratelli d'Italia (almeno a livello locale, mentre la leader Giorgia Meloni ha fatto sapere che, se fosse residente in Lombardia e Veneto, non andrebbe a votare il 22 ottobre). Mentre il Pd regionale ha lasciato libertà di voto.

I precedenti

Nel 2007 la Regione Lombardia di Roberto Formigoni apri' un tavolo col governo per ottenere maggiore autonomia su 12 materie: la caduta dell'esecutivo Prodi fece morire sul nascere il negoziato che non fu portato avanti dal successivo esecutivo di centrodestra.

Alessandro Di Battista, neo papà, torna a Montecitorio e si rituffa subito nel clima elettorale. Il deputato M5s, in 'congedo' temporaneo di paternità, torna a parlare di politica in un'intervista al Corriere della sera e fa un parallelo tra il referendum della Catalogna sull'indipendenza e il 'Rosatellum bis'. Il filo conduttore è che, a suo avviso, la legge elettorale cui si sta lavorando è fatta per non far decidere i cittadini.

Le idee di Di Battista in 9 frasi
 

Non ci hanno fatto votare

"Non ci hanno fatto votare dopo il referendum, quando M5s era al massimo"

L'ennesimo schiaffo

"Ora ci danno l'ennesimo schiaffo. E preparano un nuovo governo Gentiloni"

Le tenteremo tutte

"Faremo qualsiasi cosa, in piazza e in Parlamento. Le tenteremo tutte"

Faremo ostruzionismo

"Tante volte il Movimento è riuscito a ottenere risultati facendo pressione parlamentare e di piazza, anche con l'ostruzionismo".

Il Paese deve fermarli

"È il Paese che deve fermarli. E il Quirinale"

Un nuovo 'Porcellum'

"Mattarella ha scritto la sentenza del 2014 che bocciava il Porcellum, spero che si renda conto prima possibile che questa legge elettorale è l'ennesima porcata che consente ai partiti di nominarsi"

Mattarella valuti se firmare

"È il presidente che deve valutare la costituzionalità delle leggi e firmarle. È il suo ruolo: se ha dubbi su una legge la rimanda alle Camere"

C'era un testo base

"Ci eravamo infilati in un testo base, il tedesco, ma hanno trovato un pretesto per farlo saltare"

Non ci sediamo al tavolo con i bari

"Ora è un altro modello, noi presentiamo emendamenti ma non possiamo sederci a un tavolo in cui due bari hanno già dato le carte"

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