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"Un software vecchio di quindici anni, che non viene aggiornato da due, proprietà di una ditta fallita, il cui codice sorgente – cioè la chiave d’accesso – potrebbe essere stato trafugato. E che, nonostante ciò, risulta installato “a guardia” dei centomila computer della rete interna dell'Esercito italiano". Lo scrive Repubblica in edicola e nell'edizione digitale. Il timore è che la rete dell'Esercito possa essere una via d'accesso per gli hacker a tutte le altre reti e dati italiani.

Tutto nasce dal fallimento, nel 2015, di una piccola azienda emiliana, quella che aveva prodotto il software. Era stata una soluzione piaciuta subito ai vertici dello Stato Maggiore. Anche e soprattutto perché, oltre a produrre un programma efficiente, si trattava di un'azienda italiana, gestita in Italia e con lavoratori italiani. E quindi con un rischio azzerato rispetto all'ipotesi di spionaggio da parte di stati stranieri. Il freno principale in questi casi è proprio la verifica del livello di sicurezza e affidabilità dei produttori. E nel caso di produttori stranieri, qualche ansia in più è comprensibile. Secondo l'esercito non ci sono problemi perché la protezione è garantita dalla centralizzazione della rete. 

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