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Oltre un terzo degli adolescenti italiani è convinto che i contenuti postati sui social siano visibili esclusivamente dai destinatari.
 
E’ quanto emerge da “Quanto #condividi?“, studio curato dalla Polizia Postale e dall’Università La Sapienza di Roma, con la collaborazione del dipartimento della Giustizia minorile, che ha coinvolto 1874 ragazzi tra gli 11 e i 19 anni, il 28,2% di scuola media e il 71,8% delle superiori, di 20 province italiane.

L'illusione di essere 'invisibili' 

Obiettivo? Analizzare le abitudini degli adolescenti in rete e capire quanto siano consapevoli dei reati informatici. I risultati sono preoccupanti: solo il 35% dei ragazzi dei licei è consapevole del fatto che una foto, o un commento postato sui social è 'visibile a tutti', mentre il 37% degli studenti delle medie è convinto che “solo destinatario” possa vederli.
 
“Risulta evidente – afferma la ricerca – che una gran parte dei ragazzi delle scuole superiori di primo e secondo grado resta convinta che i materiali pubblicati in rete abbiano una diffusione limitata”.
 
Non solo: sempre dallo studio è emerso un paradosso, definito del 'giovane navigatore': dopo essere stati informati di alcuni casi di cyberbullismo e di reati tratti dalle indagini della Polizia, i ragazzi hanno mostrato una sorta di sdoppiamento tra la gravità riconosciuta delle storie, ritenute realistiche, e la scarsa consapevolezza che potrebbe accadere anche a loro stessi o a persone vicine.

Paolo Crepet: “La colpa è della scuola”

“I dati non mi meravigliano affatto, anzi…”, commenta con l’Agi lo psichiatra, scrittore e sociologo Paolo Crepet, convinto che, se i ragazzi non conoscono i social e i rischi di questi strumenti la colpa è della scuola che non lo insegna. “Questo è il vero problema. Io non capisco perché non se ne parli nelle scuole. Non è mica il diavolo”.
 
Il cellulare e il mondo dei social network viene visto come qualcosa di estraneo ai banchi di scuola, ma “non è così: lontano sarà il latino. I ragazzi trascorrono 10 ore al giorno con il telefonino in mano. E’ la realtà di oggi. E non serve essere Marconi per capirlo. Mi meraviglio molto che la scuola non se ne occupi”, dichiara Crepet, che giudica ormai “finito” il mondo dell’istruzione. “In aula non si fa più nulla. Sono dei luoghi finti. Anche le materie classiche vengono insegnate in modo superficiale. Per non parlare delle lingue: nessun ragazzo alla fine del liceo conosce l’inglese, se non in modo maccheronico”. E lo stesso, sostiene Crepet, vale per i social network: “Gli insegnanti stessi non sanno come funzionano. Come possono insegnare ciò che ignorano?”, chiede provocatoriamente.

“Sui social nessuna differenza tra genitori e figli”

Secondo lo psichiatra al secondo posto tra i responsabili della scarsa consapevolezza dei giovani internauti c’è la famiglia. “Tutti sono sui social, ma nessuno sa come funzionano. Papà e mamme trascorrono su Facebook, Twitter e Instagram lo stesso numero di ore dei figli. Utilizzano i social allo stesso modo degli adolescenti, senza conoscerne i rischi. Di conseguenza non hanno nulla da insegnare. Se uno è ubriaco come fa a insegnare a non bere?”.
 

Niente foto di bimbi sui social. Crepet: “D’accordo, ma non basta”

Solo qualche giorno fa il Garante privacy, Antonello Soro, nella Relazione annuale al Parlamento, ha invitato i genitori a non pubblicare foto di bambini sui social per non esporli al rischio di pedopornografia. “Sono d’accordo, ma credo anche che sia uno sforzo vano”, commenta Crepet.
 
Cosa aveva detto il garante della Privacy, Antonello Soro.
 
“Le nostre istituzioni sono niente nei confronti della potenza delle grandi aziende tecnologiche. Cosa può fare il Garante della Privacy contro Instagram? Se ognuno individualmente vuole cambiare può farlo, ma se lo Stato vuole cambiare per tutti non riuscirà mai a farlo”. Continua, poi, lo psichiatra: “Io, individualmente, sono più forte di Instagram, perché posso dire di no, ma lo Stato non può. Se un genitore è convinto che sia bello mandare in giro la foto del pupo che ha compiuto 3 anni, non ci sarà Stato che tenga”. Insomma la legge da sola non basta.
 
Qui il video del suo incontro nella redazione dell'Agi per 'Viva l'Italia'.

Legge e conoscenza contro il cyberbullismo

Di questo sono convinti anche Polizia e Istituzioni. Ne è la prova lo stesso studio “Quanto #condividi?” che anticipa di pochi giorni la pubblicazione in Gazzetta ufficiale della legge per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo (legge n.71/2017), in vigore dal 18 giugno prossimo.
 
Leggi il commento di Maura Manca 
 
“In certi casi – si legge nel rapporto – la legge, da sola, non basta. Soprattutto quando si affrontano fenomeni complessi, come il cyberbullismo. Comportamenti prevaricatori, persecutori, prepotenti, compiuti in rete e sui social da ragazzi contro altri ragazzi, che a volte configurano reati. E che nascono dal mix "esplosivo" e imprevedibile tra evoluzione tecnologica – il web con la sua viralità – e le dinamiche psicologiche dell'adolescenza, attratta dalla trasgressione e portata ad agire prima che a riflettere”. 
 
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