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“Se fossi in lui considererei con attenzione la nostra richiesta”. È molto diretta Sophie In ’t Veld, parlamentare europea olandese, vicepresidente del Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa, e tra le figure più attive sui diritti digitali e la privacy nel Vecchio Continente. “Lui” è Mark Zuckerberg. Che lo scorso giovedì è stato invitato dal Parlamento europeo a presentarsi davanti a tre sue commissioni.

Cosa vuole dirgli il Parlamento europeo

Non c’è ancora una data, e nemmeno una risposta (né un potere legale per obbligarlo a presentarsi) ma – come conferma ad Agi In ‘t Veld – i parlamentari europei “vogliono innanzitutto dirgli alcune cose, prima ancora di fare domande. E la prima è che lui collabori con noi e faccia in modo di seguire le nostre regole”.

Sul piatto del possibile incontro tra il fondatore di Facebook e l’Europa ci sono vari temi: informazioni sui 2,7 milioni di profili europei finiti a Cambridge Analytica, come evidenziato giorni fa dalla Commissaria Ue alla Giustizia, Vera Jourova; capire se e come Facebook seguirà le norme previste dal Regolamento europeo sulla privacy (GDPR), pienamente applicabile dal 25 maggio; come effettivamente sono garantiti i dati degli europei trasferiti negli Usa; se Zuckerberg vorrà sostenere l’altro regolamento ancora in discussione, quello ePrivacy, che riguarda le comunicazioni digitali; e poi ancora tasse e norme sulla libera concorrenza.

“Vogliamo dire a Mark Zuckerberg di seguire la nostra legge e spiegargli cosa vuol dire e cosa cambierà da qui ai prossimi mesi”, dichiara ad AGI In ‘t Veld. “Spiegargli alcune cose sull’etica, perché lui sarà pure un miliardario ma la sua educazione morale sembra ancora quella di uno studente. Contiamo sul fatto che sostenga il nostro regolamento ePrivacy, su cui stiamo lavorando e che è ancora più rilevante per queste questioni rispetto al GDPR. Vogliamo parlare di come sono trasferiti i dati europei oltre Atlantico e se le garanzie del Privacy Shield (l’ultimo accordo Usa-Ue sulla privacy e il trasferimento di dati, ndr) sono adottate. Vogliamo anche parlare di tasse, discutere la proposta della Commissione di una tassazione temporanea sui giganti Internet (la cosiddetta webtax, ndr). E fare in modo che le regole europee sulla concorrenza siano applicate in modo stretto”.

Anche Claude Moraes, parlamentare europeo britannico e presidente della Commissione sulle libertà civili, è certo che a Zuckerberg convenga presentarsi. “La Commissione Ue ha ampi poteri regolatori di cui Facebook dovrebbe essere consapevole”, dichiara ad AGI. “Vogliamo esaminare l’azienda e chiedere conto di quello che fa. E di come gestirà il Regolamento europeo sulla privacy. Nel complesso questa vicenda mostra che l’Europa aveva standard superiori sulla privacy, e che ci siamo mossi nella direzione giusta. Anche per questo dobbiamo avere la possibilità di porgli alcune domande”.

A quali regole stanno pensando negli Usa

Mentre l’Europa affila le unghie, non è chiaro cosa vogliano invece fare i legislatori americani. Durante le audizioni di Zuckerberg al Congreso Usa, il tema di nuove regole statali sulla materia è stato sollevato spesso. Nessuno però sembra essere andato nello specifico, e ancora non si sono concretizzate ipotesi plausibili. Il Regolamento europeo sulla privacy è stata la star delle audizioni, invocato a più riprese, e Zuckerberg ha detto di voler estendere in qualche modo le sue protezioni a tutti gli utenti. Ora però c’è anche una proposta di legge bipartisan negli Usa, annunciata nei giorni scorsi dai senatori Amy Klobuchar (democratica) e John Kennedy (repubblicano) che introdurrebbe salvaguardie simili a quelle europee. Ad esempio, l’obbligo di notifica in caso di violazione dei dati entro 72 ore; la possibilità di vedere quali informazioni sono state raccolte; di avere più controllo sui dati ecc. C’è anche un’altra proposta, nata in questi giorni, il CONSENT Act, e battezzata come la “carta dei diritti sulla privacy”, che vorrebbe far dettare nuove regole da parte della Commissione federale sul commercio.

Un’altra proposta di legge sul tavolo è l’Honest Ads Act, che estenderebbe alle inserzioni politiche online i requisiti previsti per gli spot politici che passano in tv e radio, e la necessità di indicare chi li ha pagati. Anche la Commissione sulle elezioni federali si sta muovendo in questa direzione.

Invece la possibilità di azioni anti-monopolistiche, benché sollevata nelle audizioni da alcuni, sembra ancora remota. Lo spettro della concorrenza tecnologica della Cina non sta solo nelle note di Zuckerberg ma anche nella testa di vari politici e analisti americani. Che considerano il social network una storia di successo a stelle e strisce. In compenso, alcuni vorrebbero almeno che Zuckerberg lasciasse il ruolo di presidente di Facebook (oggi è sia Ceo che presidente).

Che cosa (non) ha fatto Facebook

Nei giorni scorsi si è parlato molto delle misure prese da Facebook per arginare lo scandalo Cambridge Analytica. Dal vaglio di contenuti politici sponsorizzati e la verifica dell’identità degli inserzionisti, alla guerra alle app che accedono a troppi dati; fino alla chiusura di un programma che permetteva agli inserzionisti di accedere a dati raccolti dai data broker fuori da Facebook.

Tuttavia, restano ancora dei buchi che non sono stati colmati. E degli interrogativi che non sono stati chiariti. Il primo ha a che fare proprio con l’adeguamento al Regolamento europeo sulla privacy. Ricordiamo, come già scritto su AGI, che già nelle note di Zuckerberg nella prima audizione l’indicazione era di fare il vago al riguardo. “Non dire che già facciamo quanto richiesto dal GDPR”, ricordava un appunto. Inoltre non ci sono dettagli su come Facebook voglia estendere le protezioni europee sulla privacy a tutto il mondo.

Il secondo punto, emerso con forza dopo le audizioni, riguarda le informazioni sugli utenti raccolte senza che questi ne siano consapevoli. Ma ancora di più quelle sui non-utenti risucchiate dal social. Si tratta dei dati rastrellati attraverso gli indirizzi email dei contatti caricati da chi si iscrive; e attraverso i cookies, file salvati via browser durante la navigazione web, se sulla pagina ci sono i pulsanti Mi Piace e Condividi di Facebook. Sono i “profili ombra” su persone che non usano il social, come li chiama anche la Electronic Frontier Foundation. Anche su questo non sono arrivate risposte, tranne quelle vaghe di Zuckerberg al Congresso, per cui alla base di questo tracciamento di non-utenti ci sarebbero ragioni di sicurezza.