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Dal liberalismo digitale alle app che fanno da balia. Sembra questo uno degli effetti collaterali generati dai casi fake news e Cambridge Analytica. Oltre a un maggiore controllo e ad alcuni progetti didattici, social network e sistemi operativi stanno studiando funzioni che permettano agli utenti di sapere se stanno trascorrendo troppo tempo appiccicati allo smartphone. L'ultimo esempio è Instagram: è in fase di sviluppo la funzione “Usage Insights”. Non è ancora chiaro se si tratterà di un conteggio quotidiano, settimanale, mensile o totale, ma l'aggiornamento è certo.

Svelato da Techcruch, è stato poi confermato su Twitter dal ceo della piattaforma, Kevin Systrom: “È vero – ha scritto – stiamo creando strumenti che aiuteranno la community di Instagram a saperne di più sul tempo che trascorrono sull'app: è importante capire quanto il tempo online impatti sulle persone ed è responsabilità di tutte le aziende essere oneste. Vogliamo essere parte della soluzione”. Un ribaltamento di prospettiva rispetto a un paio di anni fa.

 

Il tempo secondo Zuckerberg

Prima delle presidenziali Usa del 2016, Mark Zuckerberg si diceva certo che gli utenti sapessero distinguere bufale e contenuti attendibili, buoni e cattivi del web. In altre parole: che fossero in grado di gestirsi. Poi, sotto la spinta delle inchieste e dei dati, ha cambiato idea. Ha fatto mea culpa e ha promosso un approccio del tutto diverso.

E il “contatore” di Instagram ne è un esempio. È vero: far capire agli utenti quanto trascorrono su un'app potrebbe spaventarli. Con il rischio di veder calare il tempo speso sulla piattaforma, che fino a ora è stato un indicatore del suo successo. Ancora una volta, però, Zuckerberg ha già dettato la linea: a gennaio ha affermato che il tempo speso su Facebook, a causa delle modifiche del NewsFeed, è calato e sarà destinato a farlo ancora. Per il fondatore, però, è “una buona cosa”.

Perché? L'idea di fondo (su Facebook ma anche su Instagram) è questa: barattare la quantità con la qualità del tempo. Più delle ore trascorse online, diventa importante cosa gli utenti fanno online. Con un bonus: apparire più trasparenti e migliorare la propria reputazione. In altre parole: Zuckerberg accetta qualche tribolazione nel breve periodo per avere una comunità più coesa (e appetibile per gli inserzionisti) sul medio lungo termine. Grazie anche all'evoluzione tecnologica, che permetterà di avere annunci e contenuti sempre più mirati.

Il timer di Android 

L'idea che le app debbano fare da tutore agli utenti non si ferma a Menlo Park ma sembra essere una tendenza più ampia. La scelta di Instagram (che, essendo in fase di sviluppo, non è ancora disponibile per gli utenti e non si sa ancora quando lo sarà) arriva poco dopo quella di Google: durante la I/O, la conferenza dedicata agli sviluppatori tenutasi dall'8 all'11 maggio, la società ha presentato una funzione molto simile su Android P. Si chiama Dashboard e dirà quanto tempo si trascorre su ciascuna app. Se l'utente, allarmato dal timer, decidesse di disintossicarsi, potrà impostare un tempo limite. Se non altro per ricordarsi di staccare gli occhi dallo smartphone. Con Android P ci sono anche altre funzioni che vanno nella stessa direzione. Come "Wind Down", che vira i colori del display in toni di grigio e attiva la modalità "non disturbare" quando l'ora (impostata dall'utente) è tarda ed è tempo di dormire.