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La direzione del PD ha votato compatta, non sono volati gli stracci. Ma molti temono che si tratti solo di uno scontro rinviato. La riunione più dura dei democratici che ha ratificato le dimissioni del leader assoluto degli ultimi tre anni Matteo Renzi ed ha ammesso una delle più grandi sconfitte della sinistra degli ultimi anni non ha avuto i toni drammatici che molti ipotizzavano.

Eppure le premesse per una scena a tinte fosche c'erano tutte: le parole di Matteo Renzi dette al Corriere della Sera e nella e news avevano fatto imbufalire e le minoranze (e non solo), l'annuncio dell'ex segretario di voler comunque essere presente nella vita del partito ("non mollo"), le divergenze sulla successione al segretario dimissionario e le visioni opposte sulla linea politica da assumere rispetto a un eventuale futuro governo facevano pensare che si sarebbe consumato l'ennesimo dramma collettivo.

Invece i toni non sono stati così accesi e l'assemblea ha votato all'unanimità con solo 7 astenuti la relazione di Maurizio Martina vicesegretario reggente fino all'assemblea. La mancanza di voti contrari però in gran parte è dovuta al fatto che si è sostanzialmente deciso di rinviare e sopire. La maggioranza ha deciso di non forzare la mano anticipando una discussione su come eleggere il nuovo segretario e l'opposizione ha incassato le dimissioni irrevocabili di Renzi. L'assemblea che sarà convocata entro un mese dovrà quindi decidere l'iter con cui eleggere il nuovo segretario. I renziani preferirebbero che fosse la stessa assise in tempi rapidi a scegliere il nuovo leader mentre le minoranze preferirebbero un congresso con tutti i crismi e tempi più lunghi.

Martina si è guadagnato il plauso generale assicurando da qui ad allora una gestione collegiale cioè con un consultazione frequente di tutte le anime del partito sulle decisioni principali. È proprio su queste potrebbe esserci nei prossimi giorni qualche frizione fondamentale perché è ovvio che, mentre si macera nell'analisi della sconfitta, Il PD è chiamato a dare risposte nette alla domanda più importante dopo le elezioni politiche: resterà all'opposizione o sosterrà un eventuale governo di larghe intese che potrebbe esserci sia con il Movimento 5 stelle che con il centro-destra? 

Su questa scelta fondamentale per l'identità del partito la direzione ha solo avviato il dibattito: si sa che Michele Emiliano è disponibile a un sostegno a un eventuale esecutivo dei grillini, Gianni Cuperlo ha aperto a un governo di scopo e parte della maggioranza del partito ritiene impossibile decidere già ora per il no assoluto a qualunque proposta di responsabilità dovesse venire da parte del capo dello Stato.

Insomma, poco si è deciso nella riunione della direzione e molto si dovrà invece decidere nei prossimi giorni di certo c'è che alle consultazioni andrà Maurizio Martina mentre Renzi ha già fatto sapere che non salirà al Quirinale. Ma prima di questo passaggio ci sarà da decidere che linea terrà il PD nell'elezione dei presidenti delle Camere: se cioè tratterà con gli altri partiti per accettare una delle due poltrone. E contemporaneamente si dovranno eleggere i due capigruppo democratici di Camera e Senato e quella sarà una delle cartine di tornasole della capacità del PD di seppellire  meno i rancori del recente passato.