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"Abbiamo un tasso di digeribilità delle notizie che dovrebbero indignarci molto elevato. Forse questo è un aspetto della globalizzazione dei mezzi d'informazione che abbiamo vissuto in questi anni, che ha reso difficile capire chi stia dalla parte della ragione e chi stia dalla parte del torto". Lo ha detto Ferruccio De Bortoli – presidente di Longanesi ed ex direttore del Corriere della Sera – a Perugia per il Festival internazionale del giornalismo, rispondendo a una domanda sulla scarsa indignazione popolare di fronte alla guerra in Siria di questi anni, paragonata a quella degli anni Sessanta-Settanta, quando le masse scendevano in piazza.

"Il paradosso in un mondo di informazione digitale è che, come in questi giorni, spesso discutiamo di notizie che forse tra qualche mese non si riveleranno tali – ha affermato – da questo punto di vista si percepisce la fondamentale importanza di un giornalismo d'inchiesta che vada a scavare e che smonti le verità ufficiali, perché le opinioni pubbliche devono nutrirsi di verità e di indagine storica, altrimenti sono una sorta di massa che viene manipolata dal potere di turno".

Ferruccio De Bortoli, assieme a Paolo Flores d'Arcais, direttore di MicroMega, ha discusso a Perugia di cosa abbia significato il Sessantotto nella storia italiana e dei dilemmi davanti ai quali si trova ancora il giornalismo, acutizzati dall'avvento del web. "Una parte sana di quella energia forse manca oggi – ha detto De Bortoli – tra la voglia di una generazione di esserci, pur con tutti i suoi errori, e l'indifferenza di oggi, che scivola nel cinismo e nella solitudine digitale, io continuo a preferire la partecipazione".

Passando per il racconto degli errori in cui la stampa è caduta negli anni della contestazione, dalla "stampa militante di sinistra troppo viziata dall'ideologia – ha spiegato De Bortoli – a quella borghese, che trattava con pregiudizi ciò che stava accadendo", si è discusso del ruolo che dovrebbe assumere il giornalismo oggi. Riconoscendo che "sopravvive in certi reportage una dose di 'velinitudine' – ha detto D'Arcais – vogliamo leggere sempre più criticamente la stampa per imporre che, non troppo lentamente, diventi anche quello che era l'ideale di Pulitzer, cioè che abbia come primo potere la verità e la verità scomoda".

D'Arcais ha esortato quindi a tornare "alla definizione di Jules Michelet: giornalismo come 'censura continua sugli atti del potere', cioè potere dei cittadini rispetto agli altri poteri dello Stato, cane da guardia al servizio dei cittadini rispetto agli altri poteri".