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Da quando ha messo piede a Seul, Kim Ryon-hui ha avuto un solo obiettivo: tornare indietro, in Corea del Nord. Non è la sola a voler tornare da dove è fuggita. Li chiamano disertori ma sarebbe più corretto chiamarli rimpatriati, giacché Seul non riconosce l’autorità di Pyongyang, e quindi i nordcoreani in fuga dal regime – oltre trentamila dal 1953 – ottengono automaticamente il passaporto sudcoreano (qui il racconto su Il Foglio). Ma non tutti sono felici. Una piccola percentuale, di cui si sa poco, chiede di tornare a casa, dai figli, dai consorti; in Corea del Sud vivono una vita di stenti, senza dignità, “ci trattano come cicche di sigarette gettate per strada”, dice Kim al Guardian.  

La strada del ritorno è irta di ostacoli: la legge sulla Sicurezza nazionale coreana proibisce ai disertori di tornare nel Nord. A poco serve fare appello alle Nazioni Unite o protestare davanti all’Ambasciata Usa di Seul. Sono intrappolati in terra straniera.

Oggi sperano che il 27 aprile, il primo summit inter-coreano che vedrà il leader del Nord, Kim Jong-un, e il presidente sud-coreano, Moon Jae-in, incontrarsi sul 38esimo parallelo, possa cambiare le loro vite. La denuclearizzazione e la riunificazione tra le due Coree saranno i temi sul tavolo di Moon e Kim; i due leader potrebbero decidere di trasformare l’armistizio di Panmunjom, che pose fine alle ostilità della guerra di Corea, in un trattato di pace.

Alla vigilia del summit, un reportage del quotidiano britannico torna a raccontare le storie di alcuni dei più noti disertori che vogliono tornare nella madrepatria.

Kim Ryon-hui faceva la sarta a Pyongyang. La sua vita cambia nel 2011 quando va in Cina per curarsi. Scopre che il sistema sanitario cinese non è gratuito. Si lascia così convincere da un broker ad andare in Corea del Sud con l’obiettivo di guadagnare un po’ di soldi, e tornare in Cina nel giro di qualche mese. Solo quando arriva nel Sud, Kim realizza di possedere un biglietto di solo andata. Non sa che l’aspettano sette lunghi anni senza la prospettiva di poter riabbracciare la figlia e il marito, rimasti a Pyongyang.

Come tutti i disertori, Kim deve passare una lunga trafila; viene interrogata dagli agenti del National Intelligence Service, ed è costretta a firmare una dichiarazione in cui rinnega qualsiasi supporto al Nord. Kim diventa automaticamente cittadina sudcoreana: per lei, da questo momento, tornare al Nord è illegale. Kim tenta varie strada per tornare a casa, rischiando la vita: richiede un passaporto ma le autorità glielo negano, temendo che voglia fare ritorno a Pyongyang passando per la Cina. Riesce a ottenere un passaporto falso, ma viene colta in flagrante e condannata a due anni di carcere. Uscita di prigione, inizia a girare in lungo e in largo per il Paese con la missione di far conoscere la sua storia.

A chi le chiede perché voglia tornare in Corea del Nord anziché restare in Corea del Sud, dove in teoria dovrebbe vivere meglio, Kim risponde: “I disertori nordcoreani sono condannati a essere eterni stranieri e sono classificati come cittadini di seconda classe”.  Qualche mese fa, scrive il Foglio, Kim è andata all’Onu, dal relatore speciale per i diritti umani Tomas Ojea Quintana, a chiedere giustizia. Un buco nell’acqua.

Kim, scrive il Guardian, conduceva una vita relativamente agiata a Pyongyang. Suo marito è un chirurgo dell’esercito, una posizione ambita in Corea del Nord. Oggi, invece, vive in una casa fatiscente a Seul che condivide con altri nordcoreani che, come lei, vogliono tornare indietro; si tratta in gran parte di reduci che non hanno fatto ritorno dopo la fine della Guerra Coreana. Il loro unico desiderio è andare a morire dove sono nati.  

Nel frattempo, mentre il governo di Seul la vede con sospetto, il regime di Pyongyang già la celebra come un’eroina. Le autorità nordcoreane hanno più volte fatto pressioni al Sud affinché le venga concessa la libertà di tornare. Da non sottovalutare il rischio per un disertore che torna a casa: nel migliore dei casi, diventa uno strumento di propaganda; nel peggiore, rischia di finire nei gulag con l’accusa di spionaggio.

Kim conosce almeno altri sette disertori che vogliono tornare indietro. Ce ne sono molti di più che però per pudore si nascondono.

Tra questi, Kwon Chol-nam, scappato dal Nord nel 2014, il quale chiede da anni di poter tornare a casa, perché in Corea del Sud viene “trattato come un animale”. Era andato a Seul per cercare cure mediche per il figlio. Oggi vive in una società che lo discrimina; a stento sbarca il lunario, il datore di lavoro gli nega il salario. Fatica a pagare l’affitto di circa 150 dollari. “Mi manca terribilmente la mia famiglia”, dice al Guardian.

Chi sono i defectors

Fuggono da “anni di stato di polizia, di denunce pretestuose, di intere famiglie finite nei campi di lavoro che hanno portato a uno svilimento dei rapporti umani, sempre più difficili e vuoti”, spiega il Foglio.

Di circa un migliaio di disertori che ogni anno fuggono dal Nord, più del settanta per cento sono donne, la maggior parte tra i venti e i trent’anni, che nel passaggio al Sud compiono viaggi lunghi e pericolosi. Per una donna fuggire è più facile, laddove gli uomini hanno un lavoro che li obbliga a presentarsi ogni mattina, e sono soggetti a maggiori controlli.

Quando arrivano al Sud, sono sottoposti a una sorta di quarantena, cioè un periodo di riabilitazione, chiamato hanawon, in cui viene insegnato ai fratelli del Nord a inserirsi in un paese industrializzato.  È qui che i servizi segreti li sottopongono a estenuanti interrogatori: vogliono capire se sono spie. Quando escono da lì, i disertori hanno di fronte due strade: integrarsi nella società sudcoreana, grazie all’iniziale sostegno del welfare, pur restando sempre ai margini perché considerati inadatti; oppure diventare attivisti, raccontare l’orrore nei libri, come ha fatto il famoso disertore Shin Dong-hyuk, autore del bestseller Fuga dal Campo 14 (in Italia tradotto da Codice), che confessò di aver descritto dettagli falsi. Per proteggersi.