Lo Sport nell’Abisso: Disciplina, Sopravvivenza e Crudeltà ad Auschwitz
L’immagine dello sport evoca solitamente salute, libertà e sana competizione. Tuttavia, tra i reticolati di Auschwitz-Birkenau, lo sport assunse connotazioni ambigue, trasformandosi in uno strumento di sopravvivenza, di brutale umiliazione o, in rari casi, in un ultimo barlume di umanità.
All’interno del sistema concentrazionario, lo sport non era mai “gioco”. Era inserito in una realtà dove ogni gesto era regolato dalla logica dello sterminio o della propaganda.
1. Lo Sport come Umiliazione e Tortura
Per le SS, l’attività fisica forzata era un metodo per fiaccare la resistenza dei prigionieri.
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La “Ginnastica”: Ore di piegamenti, corse estenuanti e movimenti ripetitivi inflitti a persone stremate dalla fame e dal lavoro forzato. Chi non riusciva a tenere il ritmo veniva spesso ucciso sul posto.
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Il Pugilato Coatto: Spesso i comandanti dei campi organizzavano incontri di boxe tra prigionieri per il proprio divertimento. I detenuti erano costretti a combattersi per una razione extra di pane, trasformando la nobile arte in uno spettacolo degradante di lotta per la vita.
2. Le Partite della Propaganda
Esistevano veri e propri campi di calcio ad Auschwitz II-Birkenau, situati a pochi metri dai forni crematori.
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Calcio e Normalizzazione: I nazisti permettevano lo svolgimento di partite di calcio (spesso tra guardie e prigionieri privilegiati come i “Kapo”) per mostrare alla Croce Rossa o a eventuali ispezioni che la vita nel campo fosse “normale”.
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Il paradosso atroce: Molti sopravvissuti ricordano il suono dei fischietti degli arbitri che si mescolava alle urla provenienti dalle camere a gas. Lo sport serviva a coprire l’orrore, rendendolo quotidiano e accettabile agli occhi dei carnefici.
3. Lo Sport come Ancora di Salvezza
Nonostante tutto, per alcuni atleti professionisti finiti nel campo, il proprio talento divenne l’unico modo per restare in vita.
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Leone Efrati e Salamo Arouch: Celebri pugili che furono costretti a combattere centinaia di incontri. Vincere significava sopravvivere un giorno in più; perdere significava la selezione per la camera a gas.
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Identità e Resistenza: Per i prigionieri comuni, riuscire a scambiare due passaggi con una palla di stracci nei rari momenti di tregua rappresentava un atto di resistenza psicologica: un modo per sentirsi ancora esseri umani in un luogo progettato per cancellare ogni dignità.
Parlare di sport ad Auschwitz ci insegna che nessuna attività umana è neutra se inserita in un sistema di odio. Oggi lo sport deve continuare a essere un veicolo di pace e inclusione, onorando la memoria di quegli atleti che hanno visto i loro sogni infrangersi contro il filo spinato. Ricordare queste storie significa restituire un nome e una dignità a chi è stato ridotto a un numero, anche su un campo di fango.