La sostenibilità nei grandi eventi sportivi: tra impegni reali e il rischio del greenwashing

Olimpiadi a bilancio carbonico negativo dal 2030, Mondiali di calcio a 48 squadre che producono fino a 15 milioni di tonnellate di CO₂, stadi riadattati e torce olimpiche riutilizzabili. Mentre alcuni eventi diventano laboratori di transizione ecologica, altri rischiano di trasformare la sostenibilità in un esercizio di marketing.
Il conto alla rovescia per i grandi eventi sportivi è sempre accompagnato da una domanda scomoda: quanto costerà al pianeta? La risposta, negli ultimi anni, è diventata il vero campo di battaglia tra organizzatori, scienziati e opinione pubblica. Perché se da un lato la transizione ecologica è ormai un imperativo dichiarato da ogni federazione, dall’altro i numeri raccontano una realtà più complessa.
Milano Cortina 2026: il modello dell’esistente
Le Olimpiadi invernali italiane hanno scelto una strada precisa: non costruire quasi nulla di nuovo. L’85% delle sedi di gara è esistente o temporanea — uno dei tassi di riutilizzo più alti nella storia dei Giochi invernali . Lo storico stadio del curling di Cortina, costruito per le Olimpiadi del 1956, è stato ristrutturato con isolamento termico migliorato, tre nuovi ascensori e quasi 80 posti accessibili per livello, dimostrando che patrimonio e sostenibilità possono convivere .
Tutti i siti di competizione sono alimentati da elettricità rinnovabile certificata, i generatori temporanei sono ridotti al minimo e funzionano a biocarburante HVO . La torcia olimpica, prodotta in ottone e alluminio riciclati, è stata progettata per essere riutilizzata almeno dieci volte e alimentata a bio-GPL . I circa 24.000 oggetti — mobili e attrezzature — provenienti da Parigi 2024 vengono riutilizzati, riducendo la domanda di nuovi materiali .
Sul fronte della neve, l’approccio è altrettanto pragmatico: innevamento limitato al minimo necessario per garantire sicurezza, sistemi automatizzati ad alta efficienza e monitoraggio GPS che hanno permesso di ridurre di circa il 30% il consumo elettrico. Nessun additivo chimico: solo acqua, aria ed energia . Il principe Alberto II di Monaco, a capo della Commissione Sostenibilità del CIO, ha definito questo modello “un esempio per i futuri Giochi” .
Mondiali 2026: il paradosso dell’espansione
Se Milano Cortina rappresenta la promessa, la Coppa del Mondo di calcio 2026 in Nord America incarna la contraddizione. Con 48 squadre (invece delle tradizionali 32) distribuite su tre paesi e un intero continente, l’impronta ambientale stimata oscilla tra 9 e 15 milioni di tonnellate di CO₂ . Solo i voli dei tifosi rappresentano l’82% delle emissioni totali, circa 3 milioni di tonnellate .
La FIFA ha messo in campo una strategia articolata: piantumazione di alberi in tutte le 16 città ospitanti, sistemi di gestione dei rifiuti a tre flussi, stazioni di ricarica dell’acqua pubblica per ridurre la plastica monouso, promozione del trasporto pubblico . Toronto ha persino costruito un centro di allenamento a emissioni nette zero e piantato oltre 57.000 alberi e arbusti nativi . Seattle, con il suo Lumen Field, devia circa il 90% dei rifiuti dalla discarica .
Eppure, come osserva un’analisi della radiotelevisione svizzera SRF, “sono gocce nel mare” . La FIFA si è impegnata a dimezzare le emissioni entro il 2030 e a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2040, ma la realtà dei numeri racconta una storia diversa. E c’è un dettaglio che alimenta le accuse di greenwashing: Aramco, il colosso petrolifero saudita tra i maggiori emettitori mondiali, è uno dei principali sponsor della competizione. Includendo le emissioni generate dalle attività commerciali legate alla sponsorizzazione, l’impronta totale potrebbe arrivare a 40 milioni di tonnellate di CO₂ — quanto l’intera Svizzera in un anno .
Il vero problema: i tifosi
La ricerca dell’Università di Cambridge ha messo a nudo la questione centrale: la stragrande maggioranza dell’impatto climatico dei mega-eventi non viene dagli stadi, ma da chi li raggiunge . Per i Mondiali 2026, i viaggi dei tifosi rappresentano l’82% delle emissioni. Per il tour europeo dei Coldplay del 2024, addirittura il 97%.
Lo studio propone una soluzione tanto semplice quanto politicamente difficile: premiare con sconti i tifosi che scelgono trasporti a basse emissioni. Coldplay ha sperimentato questo approccio con un’app dedicata che confrontava le opzioni di viaggio a basse emissioni, offrendo sconti sul merchandising. Risultato: i tifosi hanno ridotto le emissioni legate ai viaggi del 48%, quasi dimezzando l’impronta complessiva del tour .
Per il Mondiale, applicare un meccanismo simile significherebbe un costo aggiuntivo di circa 114 dollari per biglietto se si volesse compensare l’impatto climatico. I ricercatori sostengono che gli organizzatori dovrebbero “condividere la responsabilità” del danno climatico, invece di scaricarlo sui tifosi o di nasconderlo dietro progetti di riforestazione .
L’orizzonte: Giochi a bilancio carbonico negativo
Il CIO ha fissato un traguardo ambizioso: dal 2030, ogni Olimpiade dovrà avere un bilancio carbonico negativo. Non si tratterà più solo di ridurre e compensare le emissioni, ma di generare risparmi di carbonio superiori all’impatto prodotto . L’obiettivo è iscritto nel Contratto con la città ospitante, vincolante per i comitati organizzatori.
Parallelamente, il CIO sta piantando una “foresta olimpica” nel Sahel, in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, a sostegno del progetto della Grande Muraglia Verde contro la desertificazione . È un segnale di come la sostenibilità stia diventando parte integrante del modello olimpico, non un’appendice.
La lezione delle città
Forse l’insegnamento più prezioso arriva dalle città che ospitano i Mondiali. Il programma ONU “Generation Restoration” ha documentato come Toronto, Seattle e Città del Messico stiano usando l’evento come catalizzatore per infrastrutture verdi permanenti: parchi restaurati, piste ciclabili, reti di trasporto pubblico potenziate .
Come sintetizza Gulnara Roll dell’UNEP: “Le città ospitanti possono integrare i preparativi del torneo nelle loro strategie di sostenibilità a lungo termine, creando benefici che si estendono ben oltre l’evento stesso” .
Conclusione: misurare, non promettere
La transizione ecologica nei grandi eventi sportivi è in corso, ma procede a velocità diverse. Milano Cortina dimostra che riutilizzare l’esistente è la strada maestra. I Mondiali 2026 mostrano quanto sia difficile conciliare espansione commerciale e riduzione dell’impatto. E il CIO fissa standard ambiziosi che, se mantenuti, potrebbero cambiare il volto dello sport globale.
La domanda, però, resta aperta: quanto di tutto questo è reale e quanto è narrazione? La risposta non sta nelle dichiarazioni di intenti, ma nei numeri. E i numeri, per ora, dicono che nessun grande evento sportivo è ancora neutrale dal punto di vista climatico. La strada è tracciata, ma la meta è lontana.